Un commento sul dopo elezioni in Venezuela del ministro della cultura del governo chavista e in fondo i risultati elettorali definitivi.

"L'identità politica del chavismo è intatta. Chiunque sia stato recentemente nei bassifondi lo sa. Con la guerra economica Trionfante, il chavismo ne ha verificato la sua forza. Ma resta irriducibile. Si può ancora parlare con la proprietà assoluta di una rivoluzione bolivariana, perché c'è un soggetto di quella rivoluzione. Dicono che queste siano domande di base, ma sono proprio quelle che devono essere prese in considerazione quando si fanno i bilanci.

Non ha vinto l'opposizione, ma la controrivoluzione. La caratterizzazione fatta da Maduro, è la chiave. La contro-rivoluzione è riuscita a imporre circostanziatamente, le regole del gioco. Ha l'iniziativa. Per raggiungere questo obiettivo, non solo è riuscita a guadagnarsi gli storici avversari di Chavez (incluso, per inciso, anche il legittimo desiderio di "cambiare" di una parte della sua base sociale, che non si identifica con le tendenze più fasciste), ma per la prima volta, ha mobilitato con successo una percentuale della base sociale del chavismo. Questa è forse il dato più enigmatico del momento politico attuale.

Quali sono le condizioni che hanno portato a questo fenomeno di disaffezione politica? Fino a che punto può essere attribuito alla guerra economica? Senza sottovalutare a tutti gli effetti di quest'ultima, la mia ipotesi è che questo fenomeno può anche essere inteso come una reazione di estrema disperazione, rispetto a quanto ritenuto corrispondente tra la pratica della direzione chavista (in funzioni di governo o responsabilità nel partito) e la cultura politica chavista.

Che si tratti di funzionari del governo o partito ciò deve portare ad una revisione approfondita nostre pratiche militanti. Verificare, ad esempio, quanto siamo riusciti ad assimilare la politica rivoluzionaria dovrebbe essere una politica comune. Non è un problema secondario: capire la politica chavista è per definizione una politica di pari peso per risolvere un problema concettuale fondamentale. Forse questa è la grande rivoluzione teorica del chavismo, il suo contributo alla nascita di una cultura politica di emancipazione adattata ai rigori, alle circostanze e alle sfide del XXI secolo. E tuttavia, non le prestiamo l'attenzione che merita.

Le persone sanno. Esse sanno bene che Chavez ha fatto epica. I poveri, gli invisibili diventando chavisti hanno fatto epica. Dopo Chavez è impossibile accontentarsi di poco o rassegnarsi ad una imitazione.

Rivedere le nostre pratiche militanti non significa rinuncia all'introspezione. Ma facciamo tutto quanto in nostro potere per non dedicarci solo ad elencare i difetti delle forze anti-chaviste, una classe politica, anche impresentabile, che si erige a vincitrice . Soprattutto perché non siamo abituati alla sconfitta elettorale. Siamo buoni perdenti, non importa se alcuni di loro si comportano come i peggiori vincitori. Noi non dobbiamo cadere nelle provocazioni: non è chiaro che lo scopo di queste è proprio quello di provocare i nostri errori politici?

Inoltre, rivedere le nostre pratiche militanti suppone un vantaggio strategico che è un compito che appartiene a tutto il chiavismo, anche se l'accento è posto sulla leadership. Fondamentalmente, è il caso di evitare, in ogni momento, di utilizzare il vecchio espediente della colpevolezza delle masse ingrate. Una leadership politica rivoluzionaria si assume la responsabilità, non distribuisce colpe. Rivedere le nostre pratiche è qualcosa che dobbiamo fare tutti, e non solo Maduro o questo o quel burocrate. In che misura abbiamo assimilato le lezioni storiche di profonda trasformazione culturale che ha significato l'insurrezione chavista? Come si esprime nel modo di fare politica? Abbiamo davvero capito che la rivoluzione è un lavoro collettivo, e non solo una delle tante questioni in sospeso tra il governo, il partito o il presidente?

L'identità del chavismo è intatta. Essa può essere trovata nei bassifondi, ma si è anche espressa elettoralmente con energia in questo straordinario 6 dicembre. Pur avendo molti contro, o proprio per questo, il chavismo ha combattuto ancora una volta, anche se lo sforzo che ha messo non è stato sufficiente. Però, che il mondo lo sappia bene, il chavismo è un soggetto combattente e continuerà a combattere, e incontrerà di nuovo la vittoria. Non c'è una chiavismo sconfitto, come è vero che si definisce chavismo".

* Ministro della Cultura del Venezuela

qui di seguito i dati definitivi delle elezioni parlamentari in Venezuela:

 

Diputados 2015 1

 

Un commento sul dopo elezioni in Venezuela del ministro della cultura del governo chavista e in fondo i risultati elettorali definitivi.

"L'identità politica del chavismo è intatta. Chiunque sia stato recentemente nei bassifondi lo sa. Con la guerra economica Trionfante, il chavismo ne ha verificato la sua forza. Ma resta irriducibile. Si può ancora parlare con la proprietà assoluta di una rivoluzione bolivariana, perché c'è un soggetto di quella rivoluzione. Dicono che queste siano domande di base, ma sono proprio quelle che devono essere prese in considerazione quando si fanno i bilanci.

Non ha vinto l'opposizione, ma la controrivoluzione. La caratterizzazione fatta da Maduro, è la chiave. La contro-rivoluzione è riuscita a imporre circostanziatamente, le regole del gioco. Ha l'iniziativa. Per raggiungere questo obiettivo, non solo è riuscita a guadagnarsi gli storici avversari di Chavez (incluso, per inciso, anche il legittimo desiderio di "cambiare" di una parte della sua base sociale, che non si identifica con le tendenze più fasciste), ma per la prima volta, ha mobilitato con successo una percentuale della base sociale del chavismo. Questa è forse il dato più enigmatico del momento politico attuale.

Quali sono le condizioni che hanno portato a questo fenomeno di disaffezione politica? Fino a che punto può essere attribuito alla guerra economica? Senza sottovalutare a tutti gli effetti di quest'ultima, la mia ipotesi è che questo fenomeno può anche essere inteso come una reazione di estrema disperazione, rispetto a quanto ritenuto corrispondente tra la pratica della direzione chavista (in funzioni di governo o responsabilità nel partito) e la cultura politica chavista.

Che si tratti di funzionari del governo o partito ciò deve portare ad una revisione approfondita nostre pratiche militanti. Verificare, ad esempio, quanto siamo riusciti ad assimilare la politica rivoluzionaria dovrebbe essere una politica comune. Non è un problema secondario: capire la politica chavista è per definizione una politica di pari peso per risolvere un problema concettuale fondamentale. Forse questa è la grande rivoluzione teorica del chavismo, il suo contributo alla nascita di una cultura politica di emancipazione adattata ai rigori, alle circostanze e alle sfide del XXI secolo. E tuttavia, non le prestiamo l'attenzione che merita.

Le persone sanno. Esse sanno bene che Chavez ha fatto epica. I poveri, gli invisibili diventando chavisti hanno fatto epica. Dopo Chavez è impossibile accontentarsi di poco o rassegnarsi ad una imitazione.

Rivedere le nostre pratiche militanti non significa rinuncia all'introspezione. Ma facciamo tutto quanto in nostro potere per non dedicarci solo ad elencare i difetti delle forze anti-chaviste, una classe politica, anche impresentabile, che si erige a vincitrice . Soprattutto perché non siamo abituati alla sconfitta elettorale. Siamo buoni perdenti, non importa se alcuni di loro si comportano come i peggiori vincitori. Noi non dobbiamo cadere nelle provocazioni: non è chiaro che lo scopo di queste è proprio quello di provocare i nostri errori politici?

Inoltre, rivedere le nostre pratiche militanti suppone un vantaggio strategico che è un compito che appartiene a tutto il chiavismo, anche se l'accento è posto sulla leadership. Fondamentalmente, è il caso di evitare, in ogni momento, di utilizzare il vecchio espediente della colpevolezza delle masse ingrate. Una leadership politica rivoluzionaria si assume la responsabilità, non distribuisce colpe. Rivedere le nostre pratiche è qualcosa che dobbiamo fare tutti, e non solo Maduro o questo o quel burocrate. In che misura abbiamo assimilato le lezioni storiche di profonda trasformazione culturale che ha significato l'insurrezione chavista? Come si esprime nel modo di fare politica? Abbiamo davvero capito che la rivoluzione è un lavoro collettivo, e non solo una delle tante questioni in sospeso tra il governo, il partito o il presidente?

L'identità del chavismo è intatta. Essa può essere trovata nei bassifondi, ma si è anche espressa elettoralmente con energia in questo straordinario 6 dicembre. Pur avendo molti contro, o proprio per questo, il chavismo ha combattuto ancora una volta, anche se lo sforzo che ha messo non è stato sufficiente. Però, che il mondo lo sappia bene, il chavismo è un soggetto combattente e continuerà a combattere, e incontrerà di nuovo la vittoria. Non c'è una chiavismo sconfitto, come è vero che si definisce chavismo".

* Ministro della Cultura del Venezuela

qui di seguito i dati definitivi delle elezioni parlamentari in Venezuela:

 

Diputados 2015 1

 

L'AntiDiplomatico intervista il professor Luciano Vasapollo, pro-rettore della Sapienza. "Il governo Maduro ha commesso errori. E' umano sbagliare. Ora c'è la consapevolezza che la rivoluzione bolivariana ha bisogno di un nuovo impulso: bisogna tornare sulla calle"

Il 6 dicembre, alle elezioni legislative del Venezuela, l'opposizione di destra riunita intorno al cartello MUD (Mesa de la Unidad democratica) ha conquistato 112 dei 167 seggi a disposizione. Si tratta della maggior sconfitta del chavismo al potere nel paese dal 1999, che impone un momento di riflessione necessario per il governo di Maduro e il percorso della cosiddetta rivoluzione bolivariana.

Ne parliamo con uno dei massimi conoscitori in Italia delle vicende politiche ed economiche del paese: il professore de la Sapienza di Roma Luciano Vasapollo*.

 

- Professor Vasapollo, il 7 dicembre, il giorno dopo le elezioni per il rinnovo del Parlamento in Venezuela, è caduta senza possibilità di smentita una delle menzogne storiche dei regimi occidentali e del circo mediatico, vale a dire che a Caracas fosse in vigore una dittatura anti-democratica.

 

Proprio così. Per anni ci avevano detto, scritto, su impulso delle oligarchie finanziarie che volevano trasformare nuovamente il paese in un giardino di casa degli Stai Uniti, che a Caracas fosse in vigore un “regime sanguinario”. Il Venezuela è oggi una grande democrazia popolare, forse la più avanzata al mondo. E il popolo dopo aver spazzato via la dittatura neo-liberale nel 1999 e accompagnato il processo bolivariano in 21 elezioni da allora, il 6 dicembre ha mandato un chiaro messaggio al governo, come ha, onestamente, subito riconosciuto anche il presidente Maduro.

 

 

- Un voto chiaro, una sconfitta cocente che non può non sollevare dubbi sul percorso intrapreso dalla rivoluzione bolivariana dalla morte di Chavez ad oggi.

 

Come collaboratore diretto di questo governo e amico di molti suoi protagonisti, sono in costante contatto con Caracas. Allo sconforto iniziale che aveva preso anche a me, si sta reagendo. Ieri sono stati chiamati d'urgenza i vertici del Partito e si è riunito il governo a Miraflores. Siamo di fronte, non possiamo nasconderlo, ad una sconfitta pesantissima dell'operato del governo di Maduro, ma c'è consapevolezza di questo ed è iniziato un serio ragionamento interno per capire gli errori e dare nuova linfa al percorso rivoluzionario. Il trionfo della destra, al cui interno sono presenti forti elementi fascisti e paramilitari, pone una serie di questioni costituzionali e di rispetto di trattati internazionali. Inizia una fase molto complessa per il paese, ma vi posso assicurare che dal governo del Venezuela non c'è alcuna intenzione di indietreggiare sulla via tracciata da Chavez.

 

 

- Per affrontare al meglio l'analisi sulla sconfitta e il messaggio chiaro arrivato dal popolo, non possiamo non riconoscere gli errori commessi dalla morte di Chavez ad oggi. Ma bisogna anche spiegare bene come questa sconfitta sia anche il frutto di una guerra economica e psicologica costante contro un paese, il cui torto è quello di cercare un percorso sovrano e indipendente dalle logiche corporative finanziarie dominanti.

 

Proprio così. L'origine del malessere sono state le elezioni presidenziali del 2013 con la vittoria di misura, nonostante l'ondata emotiva della morte di Chavez, da parte di Maduro. La morte del Comandante ha portato allo sconforto, una parte dei chavisti non è andata a votare, oppure hanno annullato la scheda. Nei giorni successivi alle votazioni, cioè dal lunedì al giovedì, c’è stato un tentativo di colpo di Stato della controrivoluzione; ormai è storia, immediatamente l'opposizione filo-USA, fascista, oligarchica, scende in piazza armata dall’imperialismo. 11 morti, poi successivamente diventati 43 in 3 giorni, oltre 80 feriti, sparatorie, uomini mascherati che incendiano case, uffici, e con le pistole e le mitragliette sparavano sui policlinici cubani e sulla folla.

Non è un'opposizione democratica, c’è una fetta consistente che è fatta da mercenari, paramilitari, con infiltrazioni fasciste europee, che si presta ai giochi della CIA con continui tentativi di golpe.

Questa strategia continua per almeno un anno, con morti ed attentati, fino a quando l’imperialismo con l’opposizione fascista controrivoluzionaria si accorgono che la strada armata non è possibile, in quanto il Governo del Venezuela con senso di responsabilità non ha dato risposte repressive. La rivoluzione del Venezuela ottiene una grandissima solidarietà, per cui da parte di UNASUR, CELAC c'è la decisione unanime a favore del legittimo governo chavista, e contro questi progetti fascisti di destabilizzazione.

 

 

Per cui si sceglie un'altra strada, invece della guerra militare si usa quella economica?

 

Proprio così: si tratta di creare le condizioni per affamare il popolo e dare poi la colpa ovviamente al governo. In che cosa si è concretizzata? Per esempio nel contrabbando dei beni di prima necessità, cioè la produzione nazionale che era venduta in Venezuela a prezzi attraverso il bolivar (accessibili per tutto il popolo), viene dalla grande distribuzione in mano all'oligarchia, esportata in maniera clandestina ed illegale con l'aiuto dei narcotrafficanti alla frontiera, in Colombia. E' più di anno che va avanti questa storia e parliamo di beni di prima necessità, perché la gente deve convivere con la penuria sul mercato di ciò che serve, dalla carta igienica al formaggio, dentifricio, beni fondamentali.

Entrano quindi in Colombia questi beni, vengono commercializzati da narcotrafficanti e mercenari prima in bolivar alla frontiera con 40/50 volte il loro prezzo oppure vengono riesportati; diventano quindi beni di produzione venezuelana che diventano importazioni e rientrano però dollarizzati (ne hai accesso solo attraverso la valuta USA). Questo fa sì che aumenti fortemente la domanda di dollari ed il suo  prezzo sale. Ancora oggi il cambio ufficiale bolivar-dollaro è un cambio ad 1/6.5, in un anno e mezzo è arrivato a 750 con il cambio a nero.

Raddoppia e triplica quindi l'inflazione speculativa ed indotta, si trova abbattuto il potere d'acquisto dei lavoratori, si hanno con uno stipendio medio circa 10 dollari al mese con il cambio al nero.

C'è poi la guerra del petrolio, tra le altre. Il prezzo cade del 60-70% in pochi giorni; perché? E' un effetto speculativo ed ha come obiettivo la Russia di Putin ed il Venezuela di Maduro perché sono tra i maggiori produttori di petrolio non controllati dagli USA; il Venezuela è il quinto produttore di petrolio al mondo ma il primo in quanto a riserve.

Guerra economica, a cui segue la guerra psicologica alimentata dai media. Questo è stato il quadro con cui si è preparata l'elezione del 6 dicembre.

 

 

Questo il contesto, come ha correttamente sottolineato, ma la reazione da parte del governo di Maduro non è stata efficace. E gli errori commessi sono stati evidenziati dalla popolazione nel voto del 6 dicembre. Quali sono stati quelli che maggiormente hanno pesato nelle indicazioni di voto?

 

Ogni essere umano commette degli errori, ogni processo rivoluzionario commette sulla sua strada degli errori. Negarlo sarebbe un'idiozia. Come collaboratore diretto del governo, secondo me, è stato rimandato troppo a lungo il discorso della diversificazione produttiva. E' vero che l'attacco speculativo e la guerra economica da parte delle oligarchie finanziarie ci sarebbero stati comunque, ma dipendendo meno dal petrolio e ripartendo con la piccola impresa, ridando un ruolo centrale all'agricoltura, abbassando la propensione all'import per i beni di prima necessità, il paese sarebbe stato meno soggetto all'attacco. Negli anni molto si è fatto, con la creazione di imprese socialiste e statali, con le cooperative, e con l'attribuzione di un maggior ruolo al potere popolare attraverso las comunas. Ma non sono state sviluppate a sufficienza.

La nazionalizzazione delle imprese petrolifere ha permesso con la socializzazione delle rendite di finanziare i grandi programmi per l'alfabetizzazione, per l'istruzione, sanità ed investimenti sociali nelle cosiddette “Missioni”. Poi, secondo me, bisognava procedere ad una seconda fase che ancora manca nel percorso rivoluzionario bolivariano: una più decisa fase di nazionalizzazione, per esempio per il controllo del tutto pubblico del sistema bancario. Un paese che vuole rendersi indipendente sempre più dalle politiche capitaliste ed imperialiste deve controllare tutto il sistema finanziario e tutto il sistema bancario, che in qualunque momento ha l'enorme potere di ricatto bloccando i flussi creditizi.

Per citare un altro aspetto: la grande distribuzione dei generi alimentari resta in mano ai gruppi privati, che hanno permesso lo strozzamento della guerra economica in questi mesi. E ancora in Venezuela il 90% dei media sono contro il governo e sono in grado, grazie all'azione coordinata delle corporazioni mediatiche internazionali, di distorcere costantemente la realtà. Tutto questo ha inciso enormente ed è ora necessario pensare ad una nuova fase della rivoluzione bolivariana.

 

 

- E quindi dopo aver compreso gli errori commessi, iniziata questa riflessione interna al Psuv, cosa, in concreto, dovrebbe fare ora il governo di Maduro per riconquistare la fiducia di quella parte di popolazione che ha deciso di non votarlo domenica?

 

Per tutte le premesse che ho indicato precedentemente, l'mpulso ora deve essere quello di socializzare maggiormente, dovrà esserci una presa di posizione netta anche sui distretti socialisti, sulla produzione distrettuale. E poi la diversificazione della pianificazione. In un percorso di rivoluzione socialista, infatti, la pianificazione centrale per gli interessi strategici nazionali deve essere al centro, chiaramente, ma il Venezuela, come del resto l'Italia, ha delle caratteristiche territoriali molto pronunciate e per questo è giunto anche il momento di pensare ad una pianificazione territoriale che dia impulso alle caratteristiche locali, favorendone a seconda dei casi, l'agricoltura, il turismo e l'artigianato.

Oggi, questo immenso schiaffo preso, ci pone di fronte ad un bivio: il ritorno alla calle per un nuovo impulso rivoluzionario più socialista o cadere nella trappola delle oligarchie che vogliono far tornare il paese ad essere il giardino di caso degli Usa. Il Segretario esecutivo del Mud, per farvi capire l'opposizione in Venezuela, proprio oggi parla di privatizzazioni, ritorno alle multinazionali, la fine dell'Alba bolivariana, un ingresso nell'area di influenza degli Usa e addiritturadi “gettare nella Savana” i resti di Chavez. Stiamo parlando di una destra oligarchica e molto pericolosa che potrebbe sospendere alcune delle regole democratiche e che farà il referendum revocatorio. L'opposizione ha già detto che in Parlamento vuole un'opposizione, purché non sia chavista, più o meno come nella "democrazia" in occidente che l'unica opposizione che si accetta è quella che la pensa come il governo sulla gabbia dell'euro, della Nato e dell'Ue.

Non dimentichiamoci però che per la Costituzione del Venezuela, un articolo sancisce che il Presidente ha il potere di sciogliere una Camera che sta andando contro gli interessi e la sicurezza del paese.

 

 

- Quanto ha pesato lo scenario internazionale attuale di nuova guerra non più tanto fredda sulle elezioni in Venezuela?

 

Enormemente. Gli Stati Uniti - oggi una delle tre braccia dell'Impero, insieme a Unione Europea e le petro-monarchie che usano l'ISIS in Medio Oriente per i loro fini - hanno scelto di tornare in America Latina in modo perentorio perché hanno bisogno di nuovi mercati. La crisi sistemica porta a tentativi di uscirne da parte del mondo occidentale attraverso la guerra militare, sociale, in un clima sempre più militarizzato. Scacciato dal Medio Oriente e con la forte concorrenza della Cina in Asia, il regime nord-americano ha deciso di tornare in America Latina perché ha diperato bisogno di nuovi mercati.

Questo clima non può non ricadere sui Paesi dell'ALBA. La crisi si risente a livello dell’intera America Latina ed il paese più sotto attacco da parte del potere capitalista e delle multinazionali è il Venezuela perché, senza dubbio, la forza economica dell'ALBA proviene prevalentemente dal Venezuela che sa ridistribuire socialmente i proventi dei suoi giacimenti di petrolio permettendo un afflusso di petrolio a Cuba ed ad altri paesi a prezzo politico e ricevendo altri beni in cambio attraverso i mercati interni dell'ALBA, quelli compensativi, di complementarietà e solidarietà. Ogni paese mette a disposizione ciò che può: Cuba avrà il petrolio a prezzo politico e mette a disposizione talento umano, cioè migliaia di medici, insegnanti o si favorisce lo scambio complementare con altri prodotti del Nicaragua o della Bolivia.

La vittoria di Macri in Argentina e quella dell'opposizione venezulana alla parlamentarie sono due moniti, due campanelli d'allarme molto seri. Ma l'eredità più grande del Chavismo, l'integrazione dell'America Latina come continente di pace e non più giardino di casa di nessuno, resisterà. Cuba, Ecuador, Bolivia, il governo e il popolo del Venezuela sono ancora lì. La Celac e l'Unasur sono ancora lì. I popoli rivoluzionari dell'America Latina sapranno affrontare e sconfiggere questa nuova sfida della destra oligarchica. Da Caracas, i dirigenti del governo e del Psuv, dopo lo stordimento iniziale del risultato, sono a lavoro con una convinzione: non si indietreggia di un passo perché Chavez vive e la lotta di classe in Venezuela sigue.

 

* Luciano Vasapollo  Oggi, con 60 anni è professore di  Metodi di Analisi dei Sistemi Economici  all’Università di Roma “La Sapienza”, disimpegnando l'incarico di Delegato del Rettore per le Relazioni Internazionali con i Paesi dell’America Latina e dei Caraibi. È anche professore nelle Università cubane di La Habana (Cuba) e Pinar del Río. E’ “Miembro de Honor” del Consiglio Accademico del Centro di Ricerca del Ministero dell’Economia e della Pianificazione della Repubblica di Cuba , e Doctor honoris causa in economia all’universidad de Pinar del Rio, membro di varie associazioni e centro studi in America Latina. Insieme a Rita Martufi dirige il Centro Studi CESTES dell’USB e le riviste “Proteo” e “Nuestra Amèrica”. Svolge l'attività di Advisor Board nella rivista “Historical Materialism” e quella di Editor nei Comitati, nei Consigli editoriali e nelle Commissioni di Redazione di diverse riviste internazionali. Ha scritto oltre 20 libri, e in altri circa 40  è co-autore.

Notizia del: 09/12/2015

 ORA BISOGNA COSTRUIRE UNA NUOVA DURA TAPPA DELLA RIVOLUZIONE CHAVISTA CON PROFONDI CAMBIAMENTI POLITICI ECON UNA DECISA  DIVESIFICAZIONE PRODUTTIVA CHE SCONFIGGA LA GUERRA ECONOMICA E PSICOLOGICA NELL’ ATTUALIZZAZIONEDI UNA REALE PIANIFICAZIONE SOCIALISTA

Sbobinamento di Silvia Orri dell’intervista a Radio Onda d'Urto di Luciano Vasapollo e corretta per questa versione scritta

http://www.radiondadurto.org/2015/12/07/venezuela-la-destra-vince-le-legislative-quale-futuro-per-la-rivoluzione-bolivariana/

http://www.nuestra-america.it/index.php/it/articoli/venezuela/item/1279-venezuela-interviste-al-profvasapollo-da-radio-onda-durto-e-radio-citt%C3%A0-aperta-dopo-le-elezioni-del-6-dicembre

 

Professor Vasapollo, innanzitutto le chiedo di dirci qual è secondo lei la causa di questo risultato in Venezuela e come possiamo ascriverlo all'interno di tutto il processo rivoluzionario venezuelano portato avanti negli ultimi 16 anni.

Da parte di un marxista, un'intellettuale militante come me, fortemente schierato con il governo rivoluzionario venezuelano, essendo anche loro collaboratore sulle questioni della pianificazione economica, sono ovviamente dispiaciuto e politicamente profondamente preoccupato, è chiaro. La reazione emotiva è quella di sofferenza politica ed umana, per la sincera amicizia rivoluzionaria  verso un governo della transizione socialista , onesto, che in 16 anni ha dato tutto al popolo venezuelano: istruzione, sanità, missioni,pubbliche, gratuite ha invertito decisamente il corso della storia del Venezuela, e non solo.

Ci sono stati eventi positivi e negativi in questo lungo lasso di tempo e bisogna analizzarli.

Sicuramente vanno considerati gli errori, i limiti, le contraddizioni del governo che hanno portato a questo risultato. Qualsiasi processo rivoluzionario, anche il più sano, corretto e lungimirante come quello chavista ,che è stato creativo ed un punto di riferimento non solo per il Venezuela ed il Sud America ma per l'intera umanità, in quanto ne  ha cambiato il volto e le prospettive, è portato avanti da uomini e quindi ha le sue contraddizioni e limiti. In questa intervista vorrei mettere in evidenza anche questo aspetto, dicendo le cose onestamente.

Partiamo però da prima. Mi viene da pensare, per iniziare, al  momento della morte del comandante Chavez, sulla quale ancora si sta indagando; sono ancora aperte le prospettive e le possibilità di indagine se quella morte non sia avvenuta per malattia accidentale, e se sia potuta essere stata una morte indotta attraverso avvelenamenti durante lungo tempo. Siamo abituati al fatto che l'imperialismo agisca in varie determinate maniere e convergenti; solo a titolo di supposizioni da indagare però, negli anni precedenti ci sono stati sei presidenti rivoluzionari, progressisti e democratici in America Latina che sono stati colpiti da un tumore. E’ quindi una verifica a margine ma va fatta.

 

Torniamo al 13 aprile 2013, eravate là, come sempre, per le elezioni, come accompagnatori elettorali; vince Maduro per pochi voti con 250.000 voti di differenza, con meno del 51%. Quale può essere stato l'effetto?

 

Ovviamente il Venezuela, come tutti i Paesi latinoamericani, impostano la politica di massa molto sulla leadership, come punto di riferimento sul compagno, sul rappresentante del popolo. Ognuno ha la sua cultura, noi non possiamo scandalizzarci e dire:  "Ma come? Sono così legati ad una sorta di populismo?"; no, in America Latina si crede in maniera carismatica al grande leader, è avvenuto con tanti leader rivoluzionari e non solo.

La morte di Chavez porta allo sconforto, una parte dei chavisti non va a votare, oppure annullano la scheda, c'è una prospettiva rivoluzionaria ma un po' ci si disinnamora e per cui si realizza questa vittoria ristretta.

Detto questo, nei giorni successivi alle votazioni, cioè dal lunedì al giovedì, c’è stato un tentativo di colpo di Stato della controrivoluzione; ormai è storia, immediatamente l'opposizione filo-USA, fascista, oligarchica, scende in piazza armata dall’imperialismo. 11 morti, poi successivamente diventati 43 in 3 giorni, oltre 80 feriti, sparatorie, mascherati incendiando case, uffici, con le pistole e le mitragliette che sparavano sui policlinici cubani e sulla folla.

Non è un'opposizione democratica, c’è una fetta consistente che è fatta da mercenari, paramilitari, con infiltrazioni fasciste europee, che si presta ai giochi della CIA con continui tentativi di golpe.

Questa strategia continua per almeno un anno, con morti ed attentati, fino a quando l’imperialismo, l’opposizione fascista controrivoluzionaria si accorgono che la strada armata non è possibile, in quanto il Governo del Venezuela con senso di responsabilità non da risposte repressive. La rivoluzione del Venezuela ottiene una grandissima solidarietà, per cui da parte di UNASUR, CELAC c'è la decisione unanime a favore del legittimo governo chavista, e contro questi progetti fascisti di destabilizzazione.

Per cui l'imperialismo sceglie un'altra strada, invece della guerra militare usa quella economica. In cosa consiste? Creare delle condizioni per affamare il popolo e dare poi la colpa ovviamente al governo.

In che cosa si è concretizzata? Per esempio sul contrabbando dei beni di prima necessità, cioè la produzione nazionale che era venduta in Venezuela a prezzi attraverso il bolivar (accessibili per tutto il popolo), viene dalla grande distribuzione in mano all'oligarchia, esportata in maniera clandestina ed illegale con l'aiuto dei narcotrafficanti alla frontiera, in Colombia. E' più di anno che va avanti questa storia e parliamo di beni di prima necessità, perché la gente deve convivere con la penuria sul mercato di ciò che serve, dalla carta igienica al formaggio, dentifricio, beni fondamentali. Entrano quindi in Colombia questi beni, vengono commercializzati da narcotrafficanti e mercenari prima in bolivar alla frontiera con 40/50 volte il loro prezzo oppure vengono riesportati; diventano quindi beni di produzione venezuelano che diventano importazioni e rientrano però dollarizzati (ne hai accesso solo attraverso la valuta USA). Questo fa sì che aumenti fortemente la domanda di dollari ed il suo  prezzo sale. Ancora oggi il cambio ufficiale bolivar-dollaro è un cambio ad 1/6.5, in un anno e mezzo è arrivato a 750 con il cambio a nero.

Raddoppia e triplica quindi l'inflazione speculativa ed indotta, si trova abbattuto il potere d'acquisto dei lavoratori, si hanno con uno stipendio medio circa 10 dollari al mese con il cambio al nero.

 

Quindi guerra economica significa assenza di prodotti voluta da un attacco imperialista e parallelamente inflazione, speculazione commerciale, economica e monetaria.

 

Ovviamente così parte anche la guerra psicologica, la maggior parte della popolazione, anche chavista o simpatizzante, vedendo una mancanza così forte di alcuni beni di prima necessità inizia a pensare che la colpa sia del governo, interessa poco il discorso dei narcotrafficanti, delle oligarchie o della guerra economica, perché è gente a cui manca il riso, la farina e vuole vivere meglio.

Si addossano quindi al governo responsabilità che non ha.

Questo si somma chiaramente alla guerra mass mediatica; consideriamo che in 15 anni di governo rivoluzionario l'oligarchia è rimasta forte nel controllo dei centri di potere. La parte della borghesia petroliera, si è trovata completamente spiazzata per il fatto che con Chavez e con il governo di Maduro si è ridistribuita socialmente verso il basso la rendita petrolifera: l'80% di questa è stato utilizzato per investimenti sociali; cioè  è andata all’economia pubblica, a strade, ospedali, istruzione, case, fognature, elettricità ecc. Ovviamente gli oligarchi hanno in mano oltre alla grande struttura finanziaria, produttiva e della distribuzione, anche l'informazione; il 90% dei giornali del Venezuela sono in mano al'opposizione per cui solo 3 o 4 giornali a tiratura nazionale sono filo-governativi, vicino al PSUV, a Chavez; l'informazione è fortemente controllato anche con la televisione, ci sono tantissime televisioni in Venezuela e solo una praticamente dà una informazione oggettiva e sincera sull’operato del Governo con Maduro e con il governo e poi fa il suo lavoro la gloriosa TeleSur.

C'è una disparità d'informazione e la guerra psicologica è indotta dalla guerra mediatica.

Detto questo, potete considerare come si è arrivati a queste elezioni, tra l'altro non lascerei in subordine l'ondata legata alla vittoria di Macri in Argentina, un centrodestra comunque filo-imperialista. Macri appena insediato ha giurato fedeltà agli USA, ha gridato  immediatamente vendetta e guerra all’ALBA dicendo fuori il Venezuela dal Mercosur.

Tutto questo ha sicuramente influito su molti elettori indecisi . Ha votato il popolo venezuelano è indubbio, nel senso ampio, il 75%, e Maduro ha ammesso questo immediatamente nel suo discorso alla Nazione riconoscendo la sconfitta durissima affermando  in pratica il ritorno deciso nella “calle”, tra la gente, rinvigoriamo il processo rivoluzionario, rimettiamoci in discussione ed al lavoro.

 

Questa nuova ondata contro i governi progressisti, democratici, rivoluzionari, si sente eccome.

 

Come si sente anche la crisi economica internazionale che ricade sul Venezuela e sull'ALBA. C'è la guerra del petrolio, tra le altre. Il prezzo cade del 60-70% in pochi giorni; perché? E' un effetto speculativo ed ha come obiettivo la Russia di Putin ed il Venezuela di Maduro perché sono tra i maggiori produttori di petrolio non controllati dagli USA; il Venezuela è il quinto produttore di petrolio al mondo ma il primo in quanto a riserve.

Ovviamente viene sferrato da parte dell'occidente un attacco contro questi due paesi perché essendo esportatori di petrolio abbassandogli il prezzo chiaramente si creano alti danni economici. Tra l'altro per poter sostenere questo abbassamento del prezzo devi avere un'offerta alta; se la domanda non diminuisce altrimenti come fai ad abbassare il prezzo? Devi aumentare fortemente l'offerta di petrolio. Chi si presta a questa operazione di immettere forti quantitativi nel mercato di petrolio? Le petromonarchie arabe, che sono quelle che finanziano proteggono e hanno grossi investimenti e legami militari con l'ISIS ed il terrorismo. L'Arabia quindi mette sul mercato un quantitativo enorme di petrolio ed anche l'Iran, costretto in qualche modo a pagare il prezzo sull'accordo del nucleare.

Lo scenario internazionale della crisi sistemica porta a tentativi di uscirne da parte del mondo occidentale attraverso la guerra militare, sociale, il clima sempre più militarizzato. I maledetti parametri di Maastricht, i mancati investimenti sociali; si negano le deroghe sulla spesa sociale invece si sforano i parametri solo per aumentare investimenti pubblici, ma non sociali, quelle militari in guerra, armamenti ecc.

Questo clima non può non ricadere sui Paesi dell'ALBA, la crisi si risente a livello dell’intera America Latina ed il paese più sotto attacco al potere capitalista e delle multinazionali è il Venezuela perché senza dubbio la forza economica dell'ALBA proviene prevalentemente dal Venezuela che sa ridistribuire socialmente i proventi dei suoi giacimenti di petrolio permettendo un afflusso di petrolio a Cuba ed ad altri paesi a prezzo politico ricevendo altri beni in cambio attraverso i mercati interni dell'ALBA, quelli compensativi; di complementarietà e solidarietà, ogni paese mette a disposizione ciò che può; Cuba avrà il petrolio a prezzo politico e mette a disposizione talento umano cioè migliaia di medici, insegnanti o si favorisce lo scambio complementare con altri prodotti del Nicaragua o della Bolivia.

 

Ovviamente non si può non parlare degli errori.

Ogni processo rivoluzionario commette degli errori; ad esempio secondo me si è troppo rimandato il discorso della diversificazione produttiva.

 E' vero che l'attacco speculativo e la guerra economica li avrebbero sferrati comunque però se ci fosse stata una maggiore attenzione alla diversificazione produttiva, che è lenta, ma dipendere meno dal petrolio e ripartire con industrie non soltanto petrolifere, ripartire con la piccola impresa, ridare un ruolo centrale all'agricoltura, abbassare la propensione all'import per lo meno per i beni di prima necessità; questo non è che manchi, ci si è lavorato molto in questi anni, con l'impresa socialista e statale, le cooperative, un maggior ruolo al potere popolare attraverso las comunas, le strutture politico-economiche all'interno del paese, ma necessita l'autodeterminazione non solo economica ma anche politica popolare.

Si è fatto molto ma su questi punti, e in particolare la diversificazione produttiva e la socializzazione sono marciate poco.

I primi anni Chavez trovandosi con un popolo analfabeta, senza lavoro, senza i servizi di prima necessità, con la sanità privata, senza casa, ovviamente ha nazionalizzato le imprese del petrolio e socializzato la rendita, invece che darla alle multinazionali la si tiene nel proprio paese e tutta l'entrata va ad investimenti sociali.

Negli anni si sono sviluppate le Missioni con gran investimento in case popolari, in un lavoro per tutti, abbattimento dell'analfabetismo, nell'università bolivariana, istruzione e sanità gratuita e pubblica, accesso gratuito alla medicina preventiva.

Poi ad un certo punto secondo me bisognava dare più impulso alla diversificazione economica, oltre a questo secondo me su alcuni settori andava spinta di più la socializzazione o almeno una più decisa nazionalizzazione, per esempio il controllo del tutto pubblico del sistema bancario. Un paese che vuole rendersi indipendente sempre più dalle politiche capitaliste ed imperialiste deve controllare assolutamente tutto il sistema finanziario e tutto il sistema bancario; perché ciò permette di nazionalizzare di più gli altri settori ma permette anche che quei settori o industrie nazionalizzati abbiano la normalità dei flussi creditizi. Se nazionalizzi e poi il sistema bancario internazionale ti chiude i flussi di credito, con che si sviluppa l'impresa pubblica statale? Altro discorso, hanno istituito in questi anni las comunas cioè una struttura di potere popolare di quartiere, in cui parallelamente all'istruzione, all'abitare, alla sanità ci sono forme di cooperative e di produzione autodeterminata dentro la comuna stessa. Questo percorso, che si basa parallelamente sull'impresa socialista e sull'impresa sociale, probabilmente doveva cominciare prima e con più determinazione.

L'impulso ora deve essere quello di socializzare maggiormente, dovrà esserci una presa di posizione netta anche sui distretti socialisti, sulla produzione distrettuale. E poi la diversificazione della pianificazione; cioè la pianificazione socialista dev'essere ovviamente centralizzata, le decisioni strategiche devono essere assolutamente centralizzate, però si deve cercare di coniugare questa con una serie di metodi alternativi di pianificazioni decentralizzate. Questo significa dare fiato ed ossigeno alle economie locali, non soltanto a livello settoriale ma anche a livello spaziale. Si devono cioè qualificare ed ottimizzare le risorse locali; è ovvio che  continuare a far riferimento al piano centrale economico ma bisogna diversificare la struttura economica con forme di pianificazione economica socialista e con forme che tengono conto della cultura, delle risorse, delle strutture del territorio locale.

Anche su questo bisognerà lavorare.

E’ quindi una sconfitta dura ma non definitiva. Il governo rimane in mano a Maduro; ma si è di fronte a una grande contraddizione perché ci sarà un governo rivoluzionario ed invece un parlamento che sarà ad ampia rappresentanza da parte dell'opposizione controrivoluzionaria.

 

Quale sarà l'ultimo fine destabilizzante delle politiche dell'opposizione?

 

Boicottare tutte le leggi, specialmente quelle a carattere sociale in maniera tale da incrementare il malcontento; la guerra economica questa volta ha il controllo istituzionale in maniera tale da fare ricadere sul governo di Maduro tutte quelle che sono le problematiche politico-economico-sociali  che il boicottaggio del parlamento farà verso le iniziative di governo ed inoltre c'è la possibilità del referendum revocatorio. Si crea in questa maniera una situazione di instabilità per un po’ di mesi, per poter poi dire che l'economia è allo sfascio, l’intera società è allo stremo politico decisionale e chiedere il referendum revocatorio della guida centrale del presidente Maduro. I controrivoluzionari, l’oligarchia si giocano la carta di avere poi in mano il parlamento ed il potere di fare le elezioni anticipate per il governo e dare il paese in mano a multinazionali ed imperialismi.

Sono certo che giocheranno questa carta, il parlamento della controrivoluzione è lì con l'unico fine di boicottare il governo. Purtroppo questo avverrà ed il fine ultimo sarà il referendum revocatorio.

Ma Marx ci insegna che è la dinamica della lotta di classe che decide  la determinazione del divenire storico.

 

 

 

 

 

 

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