Da Sud a Sud

Le moderne teorie economiche ispirate a Marx come via per l’uguaglianza sociale. Vasapollo e Arriola rilanciano l’esortazione di Di Vittorio: “non toglietevi più il cappello, abbiamo tutti la stessa dignità”. Un contributo alle nuove strategie econom

Le moderne teorie economiche ispirate a Marx come via per l’uguaglianza sociale. Vasapollo e Arriola rilanciano l’esortazione di Di Vittorio: “non toglietevi più il cappello, abbiamo tutti la stessa dignità”. Un contributo alle nuove strategie econom

“Schiavi mai!”. La resistenza eroica del socialismo venezuelano che nelle ultime settimane ha respinto un golpe e il tentativo di invasione da parte degli Stati Uniti, così come la lotta per i loro di...

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Venezuela. Vaticano irritato per le speculazioni sulla lettera del Papa a Maduro

Farodiroma

Venezuela. Vaticano irritato per le speculazioni sulla lettera del Papa a Maduro

  13/02/2019   Rispondendo alle domande dei giornalisti, il Direttore “ad interim” della Sala Stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, ha ribadito: “La Sala Stampa non commenta articoli su...

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Dall’Afganistan al Venezuela. Gli Usa si preparano a spostare il fronte di guerra

di Alessandro Perri -Contropiano

Dall’Afganistan al Venezuela. Gli Usa si preparano a spostare il fronte di guerra

Nel dicembre del 1990, il Field manual del Dipartimento dell’esercito degli Stati uniti, definiva le operazioni militari in un conflitto di bassa intensità come «una combinazione di mezzi, [che] ado...

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“Schiavi mai!”. La resistenza eroica del socialismo venezuelano che nelle ultime settimane ha respinto un golpe e il tentativo di invasione da parte degli Stati Uniti, così come la lotta per i loro diritti portata avanti dai migranti nella tendopoli di San Ferdinando (entrambe eroiche) richiamano le celebri parole di Giuseppe Di Vittorio il padre del sindacalismo di sinistra italiano: “Non dovete togliervi più il cappello di fronte a nessuno, di fronte al padrone, perché siete uguali agli altri”. E in effetti per non togliere il cappello sono morti, in tanti, in troppi, un prezzo di classe incalcolabile.

A loro è dedicato il secondo volume del “Trattato di critica delle politiche per il governo dell’economia” di Luciano Vasapollo e Joaquin Arriola (con la collaborazione di Ramiro Chimuris, Pasqualina Curcio e Rita Martufi) come un tributo degli autori e di tutti i compagni intellettuali rivoluzionari che da decenni li accompagnano nella lunga, dura e stupenda “battaglia delle idee”, anche nel centro studi della USB, il CESTES, luogo, nonostante la sua giovane vita politica di poco più di venti anni, di sintesi politica dei percorsi di democrazia partecipativa, politica ed economica. Il volume introduce del resto in una dimensione chiave di qualsiasi progetto del futuro di alternativa di sistema: essere integralmente nella trasformazione democratica anche nella sfera economico-produttiva, essere universalmente cittadini che vivono di lavoro (cittadinanza globale del lavoro). In questo modo, quando l’attività economica finirà di essere parte della sfera del privato, si starà camminando verso un mondo diverso dal capitalismo nei percorsi della transizione al socialismo.

Per Marx – spiega Vasapollo – gli esseri umani vengono formati dalle relazioni sociali in cui si sviluppano. Ciò non vuol dire che le caratteristiche personali non contano; ma nel capitalismo, gli individui si muovono in un sistema inerentemente contradditorio la cui caratteristica principale è lo sfruttamento. Il caso gioca un ruolo solo all’interno della determinazione sociale, la partita delle relazioni internazionali si gioca in fondo sulla relazione di classe.

Vasapollo dunque ci mette a disposizione, per un approfondito studio di formazione culturale e politica sulla competizione economico – finanziaria interimperialistica, il secondo volume di questa importante, e davvero oseremo dire unica, opera di articolato e profondo studio di impostazione coerentemente marxista mettendo a fuoco tutte le dinamiche produttive, commerciali e monetarie sul piano teorico e fattuale della guerra in corso fra poli imperialisti.

Luciano Vasapollo, ordinario di economia politica alla Sapienza, ormai da tempo riferimento internazionale di tantissimi studiosi marxisti intellettuali militanti profondi critici dell‘ economia, con i suoi più vicini collaboratori, a partire da Joaquín Arriola e Rita Martufi, ci offre tanti elementi di approfondita analisi che vuole chiudere un cerchio sulla dimensione e particolarità dell’ attuale competizione interimperialistica in atto.

Obiettivo di questo lavoro è dunque fornire un quadro critico dei principali approcci teorici alla Politica Economica Internazionale (PEI), esplorati nel loro rapporto con la teoria delle Relazioni Internazionali (RI), per fare emergere la necessità di un punto di vista marxista di critica alla politica economica convenzionale, raccogliendo gli spunti che provengono dai più eterodossi tra questi orientamenti, spesso tuttavia confinati a un’artificiosa dimensione puramente “cattedratica”, che noi invece vogliamo superare nella nostra impostazione teorica e politica.
L’intenzione è quella di portare un contributo allo sviluppo di una teoria marxista della politica economica internazionale che permetta dunque di guardare alle dinamiche superficiali dello scontro politico a livello mondiale tramite le lenti delle categorie e della metodologia marxista, ovvero a partire dallo svolgimento storico concreto delle dinamiche immanenti al modo di produzione capitalistico.

Secondo Vasapollo, la stessa rigida distinzione disciplinare tra Relazioni Internazionali e Politica Economica Internazionale va messa radicalmente in discussione, come pure, ingaggiando un confronto ravvicinato con una dura battaglia delle idee (come la definiva Fidel Castro), tutte le teorie geopolitiche e della “governance” internazionale che prescindono dall’analisi delle dinamiche capitalistiche di fondo. La saturazione dei mercati nazionali ha richiesto una nuova fase di mondializzazione dell’economia capitalista in senso imperialista.

Ma il modo di produzione capitalistico in crisi sistemica non dispone al proprio interno delle leve con cui rilanciare un nuovo ciclo di accumulazione; crisi e tendenza alla guerra vanno di pari passo, poiché una delle principali contromisure alla caduta tendenziale del saggio di profitto è la spesa in armamenti e la distruzione di capitale fisso (e anche variabile, cioè umano). È qui che si condensano e macinano le contraddizioni che, come vedremo, alla fine del percorso possono spingere ad esiti di rottura.

Idealmente, il Trattato muove dalla critica delle visioni più ortodosse della Politica Economica Internazionale e delle Relazioni Internazionali, per passare gradualmente a quelle più radicali, keynesiane e marxiste accademiche, facendo emergere lungo il testo e poi probabilmente in una specifica parte finale il punto di vista marxista che vuole sviluppare; adottando un metodo che sa sempre ricondurre le teorie e le loro critiche ai cambiamenti strutturali dei modelli di riproduzione del capitale, e dunque alla dinamica profonda del modo di produzione capitalistico.

Fino ad oggi però l’assenza di un adeguato sviluppo della teoria monetaria marxista rappresentava una delle difficoltà nel completare la critica dell’analisi borghese delle dinamiche economiche. È a questo livello che il Trattato analizza la moneta di credito (moneta bancaria) e la sua funzione nell’accelerare l’accumulazione di capitale, aspetto al quale Marx non ha dato una forma nemmeno parzialmente definitiva nella sua teoria del capitale in generale.
Ne risulta quindi un Trattato come lavoro di taglio teorico, di confronto metodologico tra diversi approcci, e non di un lavoro applicativo; tuttavia, alcuni casi studio permettono di offrire ai lettori qualche esempio concreto utile per arricchire un lavoro che è comunque diretto in primo luogo a giovani, studenti, militanti politici e dunque deve saper proporre uno stile “accessibile” accanto all’analisi teorica.

Ciascuno di questi esempi richiede una teoria marxista che la differenzi dalle teorie mainstream, essi devono essere ricondotti alle relazioni internazionali di classe, alla divisione sociale internazionale del lavoro, proprio per marcare la differenza dagli approcci tradizionali. Essi, anche se sono casi concreti, richiedono un’ulteriore sviluppo della teoria marxista.

È infatti nell’analisi del capitale in generale che deve essere affrontato il problema della possibilità di smaterializzazione del denaro, o della sua conversione in una rappresentazione del valore puramente ideale, stabilito per convenzione. Nello sforzo di sviluppare una teoria monetaria adeguata all’analisi del capitale, è stata introdotta una maggiore confusione con la (apparente) perdita di riferimento materiale del denaro. Ma c’è un’altra strada possibile: nelle pagine del volume si coglie accanto ad una forte idealità anche il contribuito scientifico di Vasapollo e del suo gruppo al nuovo piano economico che attraverso il Petro, la nuova criptovaluta venezuelana, spinge il più importante paese-laboratorio socialista del Sudamerica fuori dalla crisi economica che gli è stata indotta dagli Stati Uniti e dai suoi alleati interni ed esterni. Compresa la balbettante e prona Unione Europea.

Recensione a cura di Casa editrice EFESTO, febnraio 2019

 

http://www.farodiroma.it/le-moderne-teorie-economiche-ispirate-a-marx-come-via-per-luguaglianza-sociale-vasapollo-e-arriola-rilanciano-lesortazione-di-di-vittorio-non-toglietevi-piu-il-cappello-abbiamo-tutti-la-stes/

 

 

Rispondendo alle domande dei giornalisti, il Direttore “ad interim” della Sala Stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, ha ribadito:

“La Sala Stampa non commenta articoli su lettere del Santo Padre che, in modo evidente, hanno un carattere privato”.

Massimo Franco del Corriere della Sera ha pubblicato solo una parte della lettera del Papa enfatizzandone un passaggio come se fosse di critica a Maduro. Il che non è.

http://www.farodiroma.it/venezuela-vaticano-irritato-per-le-speculazioni-sulla-lettera-del-papa-a-maduro/

Nel dicembre del 1990, il Field manual del Dipartimento dell’esercito degli Stati uniti, definiva le operazioni militari in un conflitto di bassa intensità come «una combinazione di mezzi, [che] adopera strumenti politici, economici, informativi e militari». Ma quando questi mezzi non risultano efficaci al raggiungimento di un obiettivo militare (e dunque, politico-economico), il passo successivo è quello della “guerra guerreggiata”.

È questo il messaggio “scappato” dalla cartellina del Consigliere per la sicurezza nazionale statunitense John Bolton: in Venezuela siamo pronti all’escalation militare, che non è altro che la traduzione nostrana del «all options are on table» rilasciato dalla Casa bianca a seguito della “svista” del Consigliere. E non a caso, il già ridenominato “Piano Bolton” viene annunciato durante la conferenza stampa in cui si pubblicizzavano le sanzioni economiche alla Pdvsa, compagnia petrolifera venezuelana nazionalizzata da Chávez, i cui ricavi sono la fonte delle numerose misiones con cui il governo di Caracas finanzia lo “stato sociale”.

Contestualmente, il presidente Trump ha iniziato il 2019 all’insegna della ridefinizione della politica estera statunitense, non senza creare scompensi all’interno della squadra di governo. L’intenzione di ritirare la metà delle truppe dall’Afganistan (da 14 a 7 mila) non trova i favori dei capi della National intelligence nordamericana che, con le parole del direttore Daniel Coats, avvertono il presidente del rischio di un Iraq 2.0 in caso di ritirata da Kabul in assenza di un governo capace di mantenere la stabilità nel paese, e dunque di giustificare ex post il quasi ventennale l’intervento a guida stelle e strisce.

Nell’appunto di Bolton, quelle sarebbero le truppe incaricate (almeno nel numero) di “aprire” il fronte venezuelano tramite lo storico alleato colombiano, i cui confini col Venezuela sono terreno privilegiato per ogni operazioni di disturbo alla democrazia dei vino tintos.

A una “democrazia” che promette guerra, una “dittatura” risponde col dialogo. L’appena rieletto presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, ha annunciato all’agenzia russa Ria Novosti di essere disposto ad aprire all’opposizione politica, anche con la mediazione di paesi terzi. Come dire, non proprio l’atteggiamento di chi ha qualcosa da nascondere nell’armadio di casa propria.

Picche, invece, sull’ultimatum lanciato dell’Unione europea circa la necessità di indire nuove “libere elezioni presidenziali” entro otto giorni, minacciando il «non riconoscimento della leadership del paese». A livello internazionale, la spaccatura è totale, come sancito dal voto Onu (17 a 16), in cui è stato decisivo il Messico guidato dal nuovo presidente Lopez Obrador, stavolta non allineato ai voleri di Washington. Le elezioni, al massimo, possono essere quelle dell’Assemblea nazionale, di cui l’autoproclamatosi “presidente del Paese” Guaidò è il, questo sì, presidente.

Come già scritto in queste pagine, sul sostegno al Venezuela ci si divide, perché nel qui e ora poca importano le contraddizioni presenti nel processo bolivariano che, in quanto processo e realtà che cammina, non può essere esente da errori. È la natura della sperimentazione, peraltro portata avanti dovendo contemporaneamente affrontare la sfida di chi continua a considerarla come “il giardino di casa”, e dei suoi fedeli seguaci.

Insomma, è la natura del momento storico che impone lo schieramento senza esitazioni dalla parte del popolo venezuelano, a cui solo la continuazione del processo chavista può, se non garantire, quantomeno tenere aperto l’orizzonte di un futuro fatto di giustizia sociale e riduzione delle diseguaglianze. Di contro, l’imperialismo targato Donald Trump torna a tuonare sui confini dei Caraibi, incalzato da quell’«America first» che passa, dopo i continui fallimenti in Medio oriente e dal sopravanzare della Cina, dal controllo dell’altra parte dell’America, quella Latina e rebelde.

 

La vergognosa canea a cui siamo assistendo sull’arresto e la fulminea estradizione di Cesare Battisti,  non deve vedere abbassare la testa a chi negli anni, e ancora oggi, si è battuto e si batte contro un sistema di oppressione diventato sempre più insopportabile.

 Il personaggio Cesare Battisti non si presta al ruolo di martire, ma il contesto della sua storia trascende della sua personale esperienza.

 

1)    In primo luogo a intestarsi l’operazione di rimpatrio di Battisti sono due governi, uno ormai dichiaratamente fascista come il Brasile, l’altro con un razzista e un anticomunista viscerale come ministro dell’Interno (l’Italia). Non è un dettaglio trascurabile.

 

2)    In secondo luogo non ci sentiamo di condividere la scelta e la rapidità con cui il governo progressista della Bolivia ha ceduto sull’estradizione di Cesare Battisti. C’era una domanda di asilo politico che doveva essere esaminata dal Conare (Consiglio Nazionale per i Rifugiati) boliviano  prima di prendere qualsiasi decisione,  e poi ci sono le leggi internazionali sull’estradizione che avrebbero consentito di non cedere alle pressioni dei governi di Brasile e Italia e al carattere vendicativo del sistema giudiziario/carcerario italiano.

 

Non aveva ceduto per anni il governo francese, non lo aveva fatto per anni il precedente governo brasiliano. Perché il governo progressista boliviano non ha fatto altrettanto? Nessuno sottovaluta che oggi in America Latina il clima politico sia cambiato in peggio con la restaurazione di governi di destra in Brasile e Argentina e l’indebolimento dell’ondata progressista. Erano prevedibili fortissime pressioni sulla Bolivia, ma la rapidità con cui è stato consentito l’arresto e l’estradizione di Cesare Battisti non assolvono le autorità boliviane dalle loro responsabilità

 

3)    In terzo luogo, in America Latina – diversamente che in Italia – abbiamo visto palesarsi la possibilità democratica che ex guerriglieri come Mujica in Uruguay o Dilma Youssef in Brasile diventassero presidenti, o che in Bolivia e Venezuela ex guerriglieri potessero svolgere incarichi di governo. Questa possibilità in un paese come l’Italia non è mai avvenuta, perché lo Stato e i partiti politici hanno sempre impedito un vero dibattito politico e storico nel paese sulla “guerra di bassa intensità” che è stata scatenata e  combattuta in Italia dalla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 fino ai primi anni Ottanta. La pesantezza di questo impedimento  traspare in questi giorni non solo nelle dichiarazioni forcaiole della destra ma anche in quelle di alcuni forcaioli della sinistra.

 

4) Da allora è stata sistematicamente negata una soluzione politica sulle conseguenze di quel conflitto ed è stata impedita una amnistia – come esplicito atto politico – che in qualche modo riconoscesse il carattere eminentemente politico – e per tutti i soggetti coinvolti –  di quanto è avvenuto nella storia recente del nostro paese. Non si possono demonizzare i fatti di quel periodo storico con una visione unilaterale che troppo somiglia ad una vendetta del vincitore – lo Stato – e nascondendo che ci furono anche cinquemila prigionieri politici, carceri speciali, torture, sentenze spropositate, leggi repressive anticostituzionali, uccisioni su entrambi i fronti e spesso di persone innocenti. Una “guerra sporca” appunto, combattuta nelle strade e nelle piazze.

 

L’Italia non è stata e non è ancora uno Stato “normale” e non lo sarà mai fino a quando non farà i conti con la propria storia più recente, anche delle sue pagine più dolorose o sanguinose.

 

E’ un giudizio impegnativo ma veritiero, un giudizio che anche le autorità boliviane avrebbero dovuto prendere in considerazione prima di concedere rapidamente una estradizione che affida una persona perseguita per gravissimi reati – ma per motivazioni politiche come quelle di ex presidenti o ministri latinoamericani – ad un  governo vendicativo e ad uno Stato punitivo.

 

5)    Infine, ma non per importanza, vogliamo riaffermare come la vicenda di Cesare Battisti esuli dal personaggio in questione,  ma riponga con prepotenza nel nostro paese una contraddizione ancora aperta sul piano storico e una battaglia politica come quella dell’amnistia, per i protagonisti dei conflitti ormai passati da decenni e per quelli dei conflitti in corso oggi.

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