Da Sud a Sud

Le elezioni USA, frutto marcio della crisi sistemica che avanza

di Rete dei Comunisti

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Sabato nel tardo pomeriggio le elezioni presidenziali statunitensi hanno avuto “formalmente” un vincitore che ha superato la soglia dei 270 “grandi elettori”, necessaria per aggiudicarsi la carica. I...

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Trump tuona contro la Cina. L’Argentina guarda a Pechino

Rino Condemi-Contropiano

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Insomma, pare proprio che mentre Trump continua ad alimentare la nuova guerra fredda contro la Cina, parte di quello che una volta era “il cortile di casa” degli Usa sembra andare in una direzione opp...

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La malattia di Trump e gli Usa sull’orlo di una crisi di nervi

Redazione Contropiano - Fulvio Scaglione

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Abbiamo atteso per scrivere del contagio di Trump, perché sul tema il bombardamento mediatico mainstream era davvero eccessivo e non ci sembrava utile unirci al coro. Anche adesso, sarebbe facile – di...

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Un commento al libro “PIGS, la vendetta dei maiali. Per un programma di alternativa di sistema: uscire dalla UE e dall’Euro, costruire l’Area Euromediterranea” di Luciano Vasapollo con Joaquin Arriola e Rita Martufi presentato domenica a Roma al convegno di Eurostop.

Il testo attualizza una precedente pubblicazione, “Pigs, il risveglio dei maiali”, che poneva in essere la trattazione dell’unificazione economica e monetaria dei paesi periferici della UE, appunto i “Pigs” (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), proponendo una nuova prospettiva, quella della costruzione dell’Area Euromediterranea. L’elaborazione originaria degli autori è stata aggiornata ed integrata con le osservazioni degli attivisti del coordinamento nazionale di Eurostop, venendo così a formare uno scritto che è il prodotto del lavoro di un “intellettuale collettivo”.

Area Euromeditteranea non è forse la definizione più corretta, infatti a ben leggere nel testo si parla di area Euro-Afro-Mediterranea. Una costruzione che non guarda solo al sud dell’Europa e ai paesi “maiali”, come definiti dalla UE perché, “grassi ed ingordi”, non hanno saputo controllare i conti pubblici sperperando danaro (nda: sulla formazione del debito italiano e non solo e la narrazione ipocrita che lo accompagna occorrerebbe una trattazione ad hoc che per motivi evidenti non può essere affrontata in questo breve articolo, si tenga presente che un così alto debito pubblico è il prodotto da un atto politico – volontaristico e consapevole delle conseguenze – che preparava l’Italia all’entrata nell’Euro: ossia la divisione del ministero del Tesoro  da Banca d’Italia, nel 1981, producendo la sussunzione dello Stato nella finanza e preparando il terreno del ricatto politico delle riforme in nome della stabilità di bilancio), ma anche ai paesi del nord Africa che si affacciano sul Mar Mediterraneo.

Non da oggi, e non solo tra intellettuali marxisti, è in corso un dibattito sull’opportunità per un’area formata da paesi a struttura economico-sociale simile di realizzare l’”abbandono” o il “distacco” (“delinking”, secondo Samir Amin) da quella che Hosea Jaffe nel 1994 ha chiamato “l’azienda mondo”, identificando con questa un sistema capitalista internazionale fondato su istituzioni e organismi come Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, BCE, WTO ecc.)

[…] L’attenzione che oggi si registra intorno alla nostra proposta di costruire un’area mediterranea dipende proprio dal fatto che si tratta di una proposta politica che si relaziona con l’autodeterminazione di quei popoli che sono direttamente colpiti dal rafforzamento dell’Unione Europea […].

La proposta dell’ALBA o Area Euro-Afro-Mediterranea (AR.E.A Medit) parte anche dalla considerazione che è pura retorica fuori contesto storico e socio-economico parlare in unità della classe operaia europea. Oggi il proletario italiano, quello portoghese, lo spagnolo, il greco ed anche il tunisino, l’algerino, l’egiziano e il marocchino, hanno interessi e condizioni di vita completamente differenti da quelle del lavoratore tedesco, svedese olandese, belga, britannico, che guadagnano un minimo salariale al mese relativamente molto più alto dei lavoratori dei PIIGS, e possono vantare condizioni di vita estremamente più stabili e di benessere completamente differenti dalle nostre. Inoltre, gli europei mediterranei, come pure quelli dell’est europeo, sono considerati “proletari migranti” e cioè concorrenti che possono danneggiare o minimizzare il loro standard di vita. (nda: chi stesse già partendo con accuse di nazionalismo, si fermi un attimo e continui a leggere l’articolo fino alla fine)

Come si evince dall’estratto, una proposta contestualizzata a pieno nel quadro storico attuale, che guarda e affonda le mani nelle contraddizioni che ci troviamo di fronte, non rincuorandosi nella retorica politica ormai stantia e non reale legata alla costruzione dell’Unione Europea come luogo dei popoli o teorici recuperi democratici di una struttura di “governance”, quella della UE, che invece sta funzionando per come è stata concepita. Le tesi sostenute non sono campate per aria, ma affondano a pieno nella materialità storica in cui ci troviamo a vivere. Prima fra tutte la necessità della rottura con la “gabbia della UE”, una struttura fondata sui trattati che ne rappresentano l’architrave e l’essenza stessa, a partire da quelli di Roma del ’57 fino ad arrivare al famigerato “Fiscal Compact”. Un architrave, quello dei trattati, che ha prodotto un sistema di governo post-democratico negli stati membri con la relativa espulsione della sovranità democratica e popolare, la distruzione dello stato sociale, la privatizzazione dei servizi pubblici, la precarizzazione e flessibilizzazione del lavoro, distruggendo quel diritto al lavoro che crea una “vita degna per sé e per la propria famiglia”, come recitato dalla nostra stessa Costituzione. I trattati, infatti, sono completamente incompatibili con essa, soprattutto con i principi fondamentali che garantiscono stato sociale, salute, tutela dell’ambiente e diritto al lavoro. Da qui si percepisce la grande volontà posta in campo negli ultimi anni per cambiarla, per fondarla sulla libera concorrenza di mercato, anche se in realtà è già stata minata alla radice con la famosa introduzione del pareggio di bilancio, articolo 81. L’attuale formulazione dell’articolo, difatti, impedisce di realizzare politiche economiche espansive, rivolte al bene pubblico, al sociale, fuori dall’egida del profitto e del pareggio di bilancio; cosa di cui incominciamo a vedere le conseguenze con la caduta del ponte Morandi a Genova. Il testo affronta la problematica dell’”Europa a due velocità”, “centro- periferia” che sta ridefinendo i rapporti tra i paesi del centro a guida franco-tedesca e quelli del sud, relegando quest’ultimi ad essere in ultima istanza fornitori di manodopera e servizi perlopiù turistici e di ristorazione.

Un ruolo definito dall’ortodossia neoliberale del centro nei confronti dei PIGS – attraverso la logica del credito-debito che rafforza la sudditanza dei secondi nei confronti dei primi – che dalle tesi del libro incomincia ad essere scalzata con una proposta che guarda al “qui ed ora” dello spazio nazionale (unico spazio nel quale le classi lavoratrici, gli sfruttati, ecc., possono influire nei rapporti di forza in essere, come hanno dimostrato il referendum del 4 dicembre 2016 e le ultime elezioni politiche) e che non si tira indietro di fronte alla non veridicità della sincronicità storica che determinati eventi alternativi possano accadere simultaneamente e con le stesse caratteristiche in differenti paesi, determinando per tutti le medesime condizioni. Ma immediatamente e contestualmente rivolto ad una proposta internazionalista, sia nelle relazioni tra le classi di sfruttati degli altri paesi, sia in relazione alle “bordate” finanziarie e monetarie internazionali di cui come singolo paese si sarebbe bersaglio e da cui difficilmente se ne potrebbe uscirebbe vincitori.

“È utile ribadire che la questione dell’uscita dall’euro e dall’Unione Europea non è da noi concepita in chiave nazionalista, cioè di generica, impropria, inadeguata e dannosa sovranità nazionale ma ha una dimensione immediatamente di classe perché è un passaggio, se storicamente affrontato da una soggettività politica consapevole e capace di svolgervi una funzione, in grado di porre le basi per una inversione dei rapporti di forza lavoro-capitale nel polo imperialista europeo […]

La creazione dell’euro è stata accompagnata dall’intensificazione del mercato unico e dalla divisione europea del lavoro, andando verso una formazione sociale su scala europea – attualmente, un quarto del PIL dei paesi dell’Europolo viene valutata per mezzo del mercato comune e la specializzazione settoriale intraeuropea si trova in una fase di deindustrializzazione accelerata della periferia dell’area. Nonostante questo processo non sia ancora stato completato, la frammentazione monetaria dell’Euro-zona è una possibilità reale, ciò che non lo è, è tornare a monete nazionali che lungi dal rappresentare una sovranità (monetaria) recuperata, non potrebbero non essere che simboli monetari di territori politicamente ed economicamente frammentati e dipendenti dall’area di influenza del capitale europeo. Se i paesi della periferia europea vogliono riprendere il controllo sull’attività produttiva, lo potranno fare solo in modo congiunto e mediante un processo di rottura con il modello delle finanze private e con lo spazio monetario asimmetrico di adesso. L’uscita dall’euro è una opzione politica più che economica e può essere un passo verso la soluzione dei gravi squilibri strutturali delle economie periferiche, che non sono squilibri finanziari, ma produttivi: una base industriale in declino, uno spreco enorme di forza lavoro, una concentrazione scandalosa della ricchezza e del patrimonio. Però come sfida politica generale, supera il grado di autonomia decisionale di qualsiasi paese danneggiato dalla politica che soggiace al patto originario dell’euro […]

Uscire dall’euro proponendo una nuova moneta per Paesi con strutture produttive più o meno simili sarebbe l’unica alternativa realizzabile, che permetterebbe sia di mantenere un margine di negoziazione con le istituzioni comunitarie e con la Banca Centrale Europea sia di creare un nuovo blocco politico istituzionale capace di realizzare un modello di accumulazione favorevole ai lavoratori”

La globalizzazione è ormai finita e ci troviamo in un contesto geopolitico internazionale che ritorna alla “polarizzazione”, nella quale si acuisce lo scontro fra i differenti imperialismi. Ognuno sta giocando la sua partita per accaparrarsi una fetta dell’attuale mondo, posto in cui “il vecchio muore ma il nuovo ancora non può nascere”, ed in tale scontro si va affermando quello tra Stati Uniti e Cina. Scontro imperialistico che non trova più un centro geografico come quello otto-novecentesco, ma che come riportano gli autori si da con le seguenti caratteristiche.

“Il cambiamento più grande nel XXI secolo è proprio la globalizzazione neoliberista. Che è anche un sottoprodotto del dominio anglosassone, in un contesto in cui la mondializzazione è proprio la globalizzazione del neoliberismo  della cultura anglosassone, inalterata dai limiti che strette frontiere nazionali impongono alla circolazione di beni e persone e in cui la cultura e la lingua globale, l’inglese, funzionano come un procedimento per estrarre ricchezza immateriale – conoscenza – dal resto del Pianeta; e la finanziarizzazione e il dominio del dollaro nelle transazioni e nelle riserve internazionali attirano rendite finanziarie a beneficio del centro del dominio globale.

[…] a differenza delle rivalità intercapitalistiche precedenti, ora la disputa non è gestita dalle strette frontiere nazionali dei principali competitori; la disputa ora non è per imporre l’uno o l’altro progetto imperiale con un centro geografico delimitato da confini dentro dei quali si accede alla cittadinanza dell’impero e al di fuori no. Il nuovo scenario ci porta indietro, in un certo qual modo, al concetto di cittadinanza dell’antica Roma: ovunque ci sia un cittadino romano, sia presente l’impero”. Per tale ragione, ora, l’area di influenza della Cina è, prima di tutto ed al di fuori del territorio cinese, la comunità cinese sparsa nel mondo. Questo nuovo scenario, di rivalità comunitarie più che nazionali, è stata ben intesa da una parte della classe politica dei paesi anglosassoni”.

Da qui, ulteriormente, la necessità di creare un’area “Euro-Afro-Mediterranea”, che sia ben riconoscibile e che punti a contrastare ed invertire le tendenze imperialistiche, nonché scalzare le presenti e nuove mire neo-coloniali che producono migliaia e migliaia di immigrati ed emigrati, affermando un progetto nel quale l’autodeterminazione dei popoli è la base per un’alleanza internazionalista che non ricada o scambi l’internazionalismo nel “globalismo borghese”, fatto di genti apolidi che se la prendono sistematicamente con il loro vicino più povero come causa di tutti mali.

Ci troviamo di fronte ad un progetto politico che propone un percorso di costruzione reale, ben piantato nel XXI secolo e soprattutto “affermativo”, perché finalmente ci troviamo di fronte ad una proposta. Sicuramente non esauribile in un solo testo, conscia dei problemi che pone nel progetto, che ha di fronte a sé delle sfide enormi, ma che finalmente propone e che non si fa perimetrare nello spazio politico del campo avversario, limitandosi a dire “No”, ad essere solo “Contro” o “Anti” qualcosa. Questa è l’intuizione fondamentale del libro, ovviamente pariteticamente intrecciata dal rigore scientifico della proposta stessa, analisi e dati.  Lo smarcamento, nell’affermazione del progetto, per la definizione di un campo differente da quello del nemico. Il blocco sociale, se lo vogliamo definire così, a cui dobbiamo guardare e che fino ad ora solo elettoralmente ha espresso la propria rabbia per le condizioni di vita in cui si trova a dover galleggiare, ha scaricato definitivamente nel passato le élite neoliberali di centro-destra ma anche ed egualmente quelle euro-riformiste ed eurocentriche della sinistra neoliberale, ma indirettamente ha dato un segnale che non può non essere colto da tutti quei movimenti politici e sociali antagonisti che si adoperano per un cambiamento: “non ci bastano i no, perché con quelli non si mangia, occorrono progetti e proposte”.

Starà a quelli che si vogliono adoperare per un reale cambiamento mostrargli che ciò che si propone è valevole della loro attenzione perché prende realmente in considerazioni le reali condizioni di vita in cui si trovano e al contempo smontare l’ideologia della paura in cui annegano per dirgli che un percorso alternativo si può fare, non è indolore, certo, ma non è la fine della Storia come ci vogliono raccontare e che fuori dalla gabbia della Ue non c’è il nulla dello spazio siderale. La proposta Euro-Afro-Mediterranea va in questa direzione e lo fa considerando l’aspetto economico-produttivo, quello monetario e quello geopolitico, appunto decostruendo lo spauracchio del salto nel buio che quotidianamente ci viene propinato. Tra le sfide e le innumerevoli difficoltà che si trovano di fronte ad un progetto di questo tipo vi è anche quella ideologico-culturale e non solo economico-strutturale. Occorre anche da questo punto di vista trovare quel denominatore comune che unisca popolazioni che hanno storia e cultura profondamente ed innegabilmente differenti. Sottopelle al testo si percepisce che la risposta sta nel “mare nostrum” e nel prodotto del lavoro di un “intellettuale collettivo”, quindi chi scrive è convinto che questo non sia un testo con un “The End” ma che termini con un “Continua…”.

*Eurostop – Parma

Gran parte della generazione nata nel primo decennio successivo alla fine del secondo conflitto mondiale, non può non trovare nel ricordo della morte di Aretha Franklin la storia e la forte e potente presenza di movimenti etici nella musica e nello spettacolo.

Si tratta di movimenti nei quali agivano con forza, determinazione e potenza comunicativa: band musicali e cantanti-cantautori-cantautrici, e contemporaneamente anche nel campo del cinema, del teatro, si è avuto e prodotto tutto ciò che sono stati capaci di esprimere, raffigurare o rappresentare in quella “torsione” etica, culturale e sociale che si esprimeva con materiali o strumenti che quella fase sociale, storica e contestativa, metteva a loro disposizione, uso e consumo.

In questo variopinto mondo caratterizzato dalla presenza di movimenti con caratteristiche “globali” (anticipandone – forse – perfino i contenuti “merceologici-mercantili”) spiccavano varie soggettività e personaggi differenti tra di loro ma efficaci – in parte ma non solo – musicalmente prima e “socialmente” poi.

In ciò ha spiccato, tra gli altri, il ruolo e la funzione che veniva espressa da personaggi come Aretha Franklin, la quale ebbe anche il coraggio di esprimersi – prima con la sua straordinaria capacità e bravura vocale e musicale, poi con scelte di natura etico-sociale che l’accompagnava prendendo spunto dai duri conflitti presenti nella società statunitense, in particolare le rivolte (i riot) dei “ghetti” neri contro la ferocia razzista delle autorità, della polizia e di pezzi di società statunitensi, le quali intervenivano sempre con maggiore violenza e brutalità contro i neri (i nigger) nei ghetti in rivolta.

E’ il caso della sua bellissima canzone “Respect”, nella quale invocava e reclamava rispetto per la gente di “colore”, per la sua gente.

La soggettività di Aretha Franklin – non solo la sua – nel campo musicale é coincisa indubbiamento con quel sommovimento sociale antirazzista, etico, morale e politico.

Con ciò mi convinco sempre più come la scomparsa di Aretha Franklin, oltre a provocare tristezza e dolore ai molti appassionati di musica e di vita sociale, può tornare anche utile, o quantomeno fornire l’occasione per una migliore lettura, di cosa ha significato e quale sia stata l’influenza sociale, politica e culturale che la presenza di simili personaggi, culture e movimenti nati nelle contraddizioni – soprattutto “razziali” – che riempivano allora, e ancora oggi, intere parti e settori delle società statunitensi o europee – ebbero nella critica verso forme razziste e di rifiuto di un’integrazione sociale malata alla base delle rivolte (riots) che riguardavano allora gran parte del territorio metropolitano statunitense.

In ciò può anche tornare utile una comparazione tra gli sviluppi e le pratiche che alcune presenze ebbero nello svolgere o sviluppare funzioni, ruoli con caratteristiche alternative e antagoniste all’omologazione passiva del senso comune(normalizzazione delle coscienze e dei saperi critici)di molte generazioni schiacciate da un dominio economico, culturale, repressivo e poliziesco. Una funzione oggi descritta come governamentalismo!

Fare il punto su questo usando come “lente di lettura” l’eredità che una artista come Aretha Franklin – non solo lei – ha lasciato come riflessione, insegnamento e testimonianza sociale ed etica è un’orizzonte tutto da indagare e riscoprire.

Tantissimi gruppi, cantanti/e diedero corpo materialità e sonorità a quel percorso tracciato dall‘esperienza del movimento afroamericano di protesta politica e sociale.

Movimento poi caratterizzato oltre che da esperienze politiche – come il Black Panther Party – anche da prodotti musicali e culturali di respiro ampio e strategico.

A tale movimento parteciparono in vario modo, titolo e partecipazione esponenti della cultura statunitense. Aretha Franklin, dedicò una sua canzone alla vicenda del carcere di Attica nel quale vennero uccise decine di prigionieri, sullo stesso tema Archie Sheep fece “Attica Blues”. Ma la stessa Aretha Franklin, coraggiosamente, contro tutte le pressioni ricevute dalle istituzioni statunitensi, si offrì di pagare di tasca sua la cauzione per la liberazione di Angela Davis militante ed esponente nera dell’American Comunist Party. 1

Le presenze di queste personalità – da Aretha Franklin a LeRoi Jones (Amiri Baraka) poeta e scrittore di ampio successo – furono caratterizzate da una forte componente di critica sociale e politica al razzismo feroce imperante negli USA di allora e che sta riprendendo vigore e potere con l’avvento di Donald Trump.

In questo la sua scomparsa può quindi ben rappresentare – oltre all’apparire di orizzonti con segnali molto ambigui, diversi, pericolosi e degradanti dal punto di vista etico, morale o sociale – un esaurimento di quel filone culturale della black music e del black soul che monopolizzò l’intero ambiente musicale dagli anni ‘60/’70 in poi.

In quella fase storica, culturale musicale e sociale, caratterizzata da presenze femminili, non si può tacere del ruolo che ebbe anche un’altra grande artista come Nina Simone, la quale fu probabilmente l’esponente con caratteristiche più politiche del movimento del black power e del black soul jazz.

Per una colllocazione migliore e più specifica del ruolo e della funzione di Aretha Franklin e di altri rappresentanti di quella cultura musicale e non solo, dobbiamo riferirci sicuramente anche a specifici fenomeni che caratterizzarono quella stagione con caratteristiche molto politicizzate, sociali e antirazziste.

Su tutte agì sicuramente il movimento politico che prese il suo nome da un animale che meglio poteva rappresentarne la sua origine cioè: la “pantera” (Black Panthers Party). Questa esperienza (principalmente e in pratica politica e sociale) agì per costruire un ipotetico, per quanto difficile e illusorio “Potere Nero” (Black Power) ma mise in evidenza anche un “orgoglio nero” il quale fu presente negli Stati Uniti dalla seconda metà degli anni ’60 fino alla metà degli anni ’80, definendo tra altre cose la propria identità musicale intorno a due personaggi come James Brown e Nina Simone!

«Say it loud, I’m black and I’m proud» (“Dillo forte, sono nero e sono orgoglioso”) questo è il passaggio una strofa di una canzone di James Brown, molto famosa e di ampia diffusione, che presto divenne l’inno per il“Black Power Movement”.

Il Black Power ha inciso profondamente la società statunitense, sia a livello politico sia nella dimensione socio-culturale. La musica occupa un posto di rilievo e figure come Nina Simone e James Brown ne sono senza dubbio un’ottima testimonianza.

Questi movimenti sono stati tutti caratterizzati dalla originaria musica “gospel” tipica espressione di critica sociale che gli “schiavi” addetti alla raccolta del cotone usavano per esprimere le loro critiche agli schiavisti e al potere allora dominante. In questo territorio ebbe poi vita e sviluppo l’intera dinamica culturale e musicale nella quale, ebbe grande popolarità anche quel tipo di blues d’inizio secolo. Trasformandosi poi con una sua forma secolarizzata in Rhythm and blues (chiamata anche Soul music) in spiccarono ulteriori interpreti e personaggi non solo femminili come Aretha Franklin o Nina Simone oppure Diana Ross; Dionne Warwich oltre a personaggi come Ben E. King; Sam Cooke; Otis Redding.

Nei nostri tempi la forma espressiva musicale sia critica sia di denuncia sociale ha avuto una sua radicale trasformazione ed ampia diffusione con il rap! Fenomeno e pratica musicale nella quale la maggiore espressione comunicativa proviene direttamente dai precedenti movimenti di black music e soul.

Tra i neri afroamericani la musica Soul con canzoni intelligenti e filosofiche rivoluzionò i messaggi in essa contenuti dei quali Aretha Franklin ne fu interprete e propagandista. Ecco perché la sua “scomparsa” può caratterizzare anche la perdita di “innocenza” che gran parte del popolo statunitense crede ancora di conservare.

L’importanza che tutta questa vicenda presenta sia nella scena sociale e culturale sia politica negli USA è data anche dal fatto nella lista dei 50 artisti R&B più potenti di tutti i tempi presente nel panorama comunicativo, la quasi totalità dei componeti di questa lista è di origine …nera!! 2

Aggiungiamo a questo, solo per testimoniarne l’eredità e la continuità espressiva, il fenomeno rappers, o della musica trasgressiva di denuncia sociale variamente raffigurata, ha tra i suoi promotori o interpreti principali personalità come Marvin Gaye; James Brown; George Clinton (ideatore e promotore del Funk con i suoi Funkadelic).

Nei campi di raccolta del cotone (la principale attività schiavistica) era consuetudine intonare i cosidetti field holder (grido dei campi), spesso utili poiché usati per comunicare tra di loro, a volte anche con forme e contenuti codificati per nasconderne il contenuto ai padroni schiavisti!

Ciò si modificò convertendosi in “religiosità” seguendo il periodo di grande fervore religioso che coinvolse tutto il paese. In quelle occasioni erano cantati inni scritti principalmente dai pastori protestanti (infatti, il padre di Aretha era un pastore di religione battista) e fu allora che le persone di colore iniziarono a cantare questi inni alla loro maniera dando origine ai cosidetti spirituals.

Fu da queste forme musicali che nacquero il blues, il jazz e il gospel.

Aretha Franklin e altri esponenti musicali afroamericani hanno attinto a piene mani da questo retroterra e lo lo abbiamo potuto verificare ampiamente. Aretha ci mancherà.

La strage di Genova ha – indubbiamente – provocato una miriade di reazioni umane e politiche circa le responsabilità, oggettive e soggettive, che sottendono al rovinoso crollo del ponte.

Da comunisti sappiamo che il capitalismo - ed il suo modo di produzione, particolarmente nella fase dell'accumulazione flessibile e del parossismo del suo palesarsi - esaspera i suoi costitutivi fattori criminali e criminogeni.

L'ambiente, il territorio, tutte le forme di vita sono sussunte, spesso in maniera dispotica, per essere messe continuamente a valore a discapito del rapporto organico con la natura e di un, possibile, sano equilibrio tra sviluppo delle forze produttive ed esigenze sociali dell'umanità.

Nei fatti di Genova e nell'infinita serie di “disastri ed incidenti”che, da sempre si susseguono, è possibile leggere questa tendenza,  questa linea di condotta.

Ritorneremo, nei prossimi giorni, sull'argomento anche con alcune considerazioni teoriche e culturali le quali – a nostro parere – sono indispensabili per orientare l'azione politica che deve mettersi in moto per far pagare il più alto costo politico all'insieme degli interessi e dei poteri forti che si annidono dietro tragedie di questo tipo.

Pubblichiamo una nota del compagno Giacomo Marchetti, di Genova, ripresa dal quotidiano comunista contropiano.org.

 

La redazione del sito della Rete dei Comunisti

 

 

GENOVA: la strage è di stato.

Ci sono momenti in cui, purtroppo, ti senti come il protagonista nel finale del capolavoro di Steinbeck: “La Battaglia”, questo è uno di quelli.

Fasi in cui la lucidità rischia di essere una delle vittime collaterali di un avvenimento così traumatizzante da bloccare la capacità di reazione, lasciando che il Nemico ne approfitti per “imporre” la sua gestione e far passare la difesa dei suoi interessi come “Verità”.

Questo va impedito ad ogni costo.

Occorre chiamare le cose con il proprio nome, sfidando la neo-lingua del potere tesa a stravolgere il senso delle cose, e quindi iniziare a dire che ciò che è successo a Genova è una Strage di Stato.

È il risultato cosciente di una filiera di interessi economici protetti da una classe politica trasversale che, nel mentre propugnava le politiche di austerity made in UE per le classi popolari, coltivava i propri affari all’interno di una “simbiosi mortale” tra finanza, imprenditoria e potere politico, dove la rendita privata di un bene pubblico – così come la versione italiana della “finanza a progetto” pubblico/privata – o ancora lo sviluppo di una Grande Opera, ha permesso ai “prenditori” nostrani di drenare risorse pubbliche verso questa trama di poteri, a scapito di tutto il resto, in primis la nostra sicurezza.

Come sa chi si è interessato di qualsiasi azienda “privatizzata”, nei bilanci di queste imprese l’unica cosa che conta per lorsignori sono i dividendi degli azionisti, mentre la manutenzione è una questione accessoria. Un costo, da ridurre al minimo.

Qualsiasi genovese sa cosa vuol dire per esempio la privatizzazione dell’acqua: tubi che scoppiano in continuazione, bollette che salgono, profitti che macinano, tentativi “abusivi” di staccare l’acqua ad intere abitazioni.

Qui però il grado di “disfunzione” di un sistema giunge a toccare il suo apice divenendo irreversibile per le conseguenze dirette (una strage di vite umane) e quelle indirette: gli sfollati che aumentano di ora in ora in una zona densamente popolata, il collasso logistico prossimo venturo di una zona già pesantemente congestionata, cioè ulteriori motivi di preoccupazioni per gli abitanti e per chi attraversa quei luoghi.

Quel tratto autostradale era una delle tante strozzature di un nodo logistico pensato per favorire – ai tempi  – gli interessi del partito del cemento e del tondino, oltre che delle case di produzione di veicoli su gomma (per il trasporto individuale o commerciale), era da tempo un gigante malato. Ora è solo un pericolo a continuo rischio di crollo…

Naturalmente “gli sciacalli” e i loro cortigiani hanno già incominciato a fare il lavoro sporco teso a sfruttare ciò che è accaduto e la situazione che andremo a vivere come gigantesca operazione di consenso per la promozione di una inutile e costosissima bretella: la Gronda di Ponente, soluzione che non tiene ad una minima analisi empirica come è stato sollevato da più parti.

La narrazione governativa, sull’impeto dell’indignazione, cavalca l’onda chiedendo la testa dei responsabili, come ha fatto Salvini, e minacciando la nazionalizzazione, come ha fatto il Movimento 5 Stelle: ma questo è un governo “con il collare a strozzo”. Da una parte tirato dalla UE, che è la grande sponsor della privatizzazione di tutto a tutti i costi, e dall’altra della borghesia nostrana (quella che ha fatto le barricate contro il “Decreto Dignità” per intenderci, delineando scenari apocalittici per le imprese), visceralmente attaccata ai benefici di questo sistema che ha nella TAV, ed il suo mondo, la sua più compiuta realizzazione.

Quindi, a “occhio e croce”, non costa niente “abbaiare alla luna”, perché poi nelle sedi appropriate il governo grigioverde viene rimesso in riga dall’oliata macchina del ricatto dei mercati, dai tecno-burocrati ordo-liberisti della UE e da quel tessuto imprenditoriale cresciuto a forza di politiche fiscali benevole, inquinamento ecologico e sfruttamento semi-schiavile della forza-lavoro.

Un governo che si dimostra per quello che è: un branco di chiacchieroni e cagasotto, altro che “governo del cambiamento”, tranne quando si tratta di prendersela con gli ultimi degli ultimi.

Ma, al di là della configurazione dei vari interessi, la questione rimane eminentemente politica: lo Stato non può processare sé stesso, né far balenare l’idea che la gestione pubblica di un bene comune possa essere migliore di quella propugnata dalla contro-rivoluzione liberale, e vede come fumo negli occi le forze politico-sindacali che propugnano la “nazionalizzazione” come exit strategy da questo distopico collasso del Sistema Paese.

Basta guardare alla Gran Bretagna, dove un governo conservatore tenuto su con lo sputo si batte con i denti e con le unghie contro la possibilità di un probabile cambio  di maggioranza governativa in caso di elezioni, che vedrebbe nei laburisti di Corbyn (sono finiti i tempi dei Blair…) i gestori della “brexit” e di una politica di ri-nazionalizzazione dei settori strategici, con lo stop alla privatizzazione dei propri gioielli, come il Sistema Sanitario Nazionale.

È per questo che prima di tutto non bisogna “lasciare nelle mani del nemico” la gestione politica del dopo-strage, prefigurando da ora lo scenario che si aprirà, e intervenendo direttamente con proposte ed iniziative in grado di attivare le energie migliori del blocco sociale, e di fare avanzare il livello di coscienza e organizzativo.

Se non riporterà in vita le persone, almeno onorerà la loro memoria e preparerà il terreno affinché queste tragedie non possano più accadere.

Poche settimane fa è stato l’anniversario della strage di Grenfell, a Londra, e le parole di denuncia di Matt Track, riportate dal “The Guardian” dovrebbero farci riflettere su come l’attuale trama di poteri gestisca, ovunque, eventi catastrofici del genere.

Lo so, basterebbe fare un minimo di elenco delle disgrazie del nostro Paese nella storia più o meno recente, ma stiamo parlando della City, uno dei punti di maggiore concentrazione della ricchezza al mondo, ed è per questo che il contrasto risulta più evidente, diventando l’esempio più calzante che ci permette di vedere come funziona il mondo anche oltre i confini del Belpaese.

Matt Track, segretario dei vigili del fuoco, fa un bilancio impietoso di quell’incendio in cui perirono 72 persone: nessuno persona sfollata è stata ricollocata, i materiali di costruzione utilizzati, co-responsabili del divampare dell’incendio, non sono stati messi al bando (nonostante fossero già stati “denunciati” dal sindacato nel lontano ’99), i controlli degli standard di sicurezza anti-incendio – tutti in mano privata – non sono stati resi pubblici nonostante siano stati dimostrati i deficit di garanzie rispetto a questa delicata materia, nessuno è stato finora arrestato. La “centralità” dell’edificio ha permesso, insieme al sacrificio delle fire brigades, di limitare il danno; cosa che non sarebbe successa in una area più periferica e meno servita.

Track conclude dicendo che: “Grenfell deve diventare un punto politico centrale che non dobbiamo permettere venga nascosto sotto il tappeto”.

Sin da ora, non possiamo permettere che la Strage di Stato di Ponte Morandi e tutto ciò che implica, venga “messa sotto il tappeto”, perché prima di essere una indicazione politica è un imperativo morale per tutti gli abitanti della Superba e non solo.

    

E’ una perdita che ci addolora quella di Samir Amin. Un compagno, uno studioso, un ricercatore marxista (le sue origini sono franco-egiziane) che nel corso dei decenni alle nostre spalle ha apportato notevoli contributi all’approfondimento ed all’innovazione teorica di importanti filoni della nostra scienza della trasformazione.

Samir Amin – come molti studiosi ed intellettuali cresciuti in un determinato e significativo periodo del Novecento – non ha mai disgiunto il lavoro di ricerca dal versante della militanza politica e pratica. Infatti Samir ha sempre intrecciato la sua produzione mentale con la partecipazione attiva al Partito Comunista Francese, ad alcuni circoli marxisti-leninisti e, successivamente, ai numerosi incarichi universitari ed istituzionali in Francia, in Egitto ed in Mali.

Samir Amin veniva collocato – particolarmente da un certo “marxismo volgare e spocchioso” (di stampo occidentale) – nella schiera dei terzomondisti. Una sorta di declassamento, un uso quasi dispregiativo del termine ad opera degli abituali soloni che hanno contribuito attivamente alla mummificazione del pensiero marxista e del suo portato di emancipazione e liberazione.

Tale definizione prendeva le mosse non solo dalla naturale collocazione di Samir al fianco dei popoli e dei paesi (specie dopo la fine del secondo conflitto mondiale) che avevano innescato il potente moto di liberazione nazionale ed anticoloniale che percorse l’Africa e l’Asia ma anche da un desiderio di catalogare le elaborazioni di Samir Amin come “marginali o accessorie rispetto al filone classico del marxismo”.

Infatti se si osserva l’intero tracciato culturale e teorico prodotto da Samir salta agli occhi una chiave interpretativa dell’intera gamma della fenomenologia sociale che fonda costantemente su una feroce critica all’Eurocentrismo in tutte le svariate versioni con cui questo nefasto paradigma ha appestato gran parte del marxismo occidentale (quello accademico in particolare) provocando guasti politici enormi e rovinosi ai fini dello sviluppo in avanti dello scontro di classe.

Ma Samir Amin è stato – soprattutto – uno studioso che ha saputo declinare le categorie teoriche generali con i profondi mutamenti prodottesi, a scala globale, sia negli assetti internazionali del dominio imperialista ma anche nelle novità che le lotte del Terzo Mondo e quelle più genericamente ascivibili al Sud del pianeta hanno espresso nel corso dei decenni.

Da questa collocazione, da questo privilegiato punto di osservazione e di critica sono nati numerosi lavori teorici che non solo descrivono le attuali forme dello sviluppo diseguale e combinato del modo di produzione capitalistico nella fase della compiuta mondializzazione ma esprimono anche una forte tensione politica e programmatica con l’obiettivo di delineare le strade della rottura possibile e dell’alternativa di società, qui ed ora!

I suoi studi, le sue suggestioni, le sue vere e proprie provocazioni culturali (La teoria dello sganciamento, Lo sviluppo autocentrato, La multipolarità contro ed oltre l’unipolarismo statunitense) sono canovacci ancora da apprendere e studiare compiutamente perchè costituiscono, non solo delle brillanti intuizioni, ma – prospetticamente – indicano la possibilità di costruzione di rotture serie con gli attuali poli e blocchi imperialistici.

Del resto questa riflessione e questo ciclo di lavori teorici realizzati lungo l’arco di oltre 50 anni hanno costantemente avuto come riferimento ed elemento di verifica e bilancio politico/pratico – da parte di Samir Amin – prima le lotte anticoloniali, poi la stagione dell’ascesa e la successiva crisi del “nazionalismo arabo ed islamico” fino alle esperienze più recenti dell’America Latina dove, seppur con errori ed evidenti e continue difficoltà oggettive, i popoli sono riusciti ad imporre un deciso stop al rullo compressore (economico, finanziario, politico e militare) imperialista.

Le compagne ed i compagni della Rete dei Comunisti salutano la figura umana e politica di Samir Amin ricordando anche alcuni momenti di scambio culturale e politico, diretto ed indiretto, con questo compagno.

Il nostro impegno per il socialismo, la nostra attività internazionale ed internazionalista, la nostra proposta politica di fase in Italia ed in Europa si è nutrita – come è prassi consolidata della nostra Organizzazione nel processo di ricostruzione di una moderna opzione comunista agente – del pensiero di Samir unitamente a quello degli altri compagni che hanno saputo offrire il loro contributo di militanti e di studiosi alla causa degli oppressi e dei subalterni.

Ciao e grazie Samir, che la terra ti sia lieve!

13 agosto 2018

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Riproponiamo una intervista a Samir Amin pubblicata da Contropiano.org nel maggio 2011:

“Sono stato e sono ancora comunista!”

in pubblicata da Contropiano.org nel maggio 2011:

“Sono stato e sono ancora comunista!”

Samir Amin nasce al Cairo, figlio di padre egiziano e madre francese. Passa l’infanzia e la gioventù a Port Said, dove frequenta la scuola secondaria. Dal 1947 al 1957 studia a Parigi, ottenendo prima la laurea in scienze politiche(1952), poi in statistica(1956) e economia(1957).
Nella sua autobiografia “Itinéraire intellectuel”(1990) scrive che spendendo gran parte del proprio tempo nella militanza, può dedicare solo una minima parte di tempo agli esami universitari.
Amin ha dedicato gran parte della propria opera allo studio delle relazioni fra i paesi sviluppati e sottosviluppati, la funzione dello Stato in questi paesi e soprattutto le origini di queste differenze, che vengono individuate nelle basi stesse del capitalismo e della globalizzazione. Per Amin, la globalizzazione è un fenomeno antico quanto l’umanità, ma nelle antiche società questo fenomeno permetteva realmente alle regioni meno avanzate di raggiungere quelle più avanzate. Al contrario l’attuale globalizzazione, associata al capitalismo, è per sua stessa natura polarizzante, cioè la logica di espansione mondiale del capitalismo produce in se stessa diseguaglianze crescenti.

Gabriela Roffinelli: Fin dalle sue prime analisi teoriche si sente l’eco della passione politica. La sua prima militanza politica è stata comunista?

Ma certo! Io sono stato e sono tuttora comunista! Mi considero comunista, considero la prospettiva comunista l’unica umanamente accettabile. Sono stato anche membro del Partito Comunista, partito che ha agito in clandestinità per molto tempo…

Parla della militanza nel Partito Comunista Francese?

No, parlo del Partito Comunista d’Egitto (di cui sono stato militante dal 1951 fino alla scomparsa del Partito, nel 1965). Il PCF non era in clandestinità…!(risate). Anche se anch’io sono stato membro del PCF durante i miei studi in Francia(dal 1947 al 1957, quando me ne andai da quel paese).

In molti libri, lei analizza criticamente l’esperienza sovietica e in qualche modo apprezza quella cinese. Ha avuto influenze maoiste?

Beh, in quel tempo il PC egiziano era fortemente influenzato dalla visione sovietica. Con alcuni problemi, con tendenze interne in conflitto fra loro, ma questo conflitto si farà esplicito più tardi. Si può dire che la percezione di quel conflitto in quel momento, mi parve comprensibile solo molto più tardi. Gli attriti si produssero fra una visione strategica allineata all’URSS e una concezione strategica indipendente. Il conflitto Cina-URSS si verifica nel 1957, ma esplode ufficialmente nel 1960. In quel momento ero molto attratto dalle proposte cinesi, dalla loro visione dell’ordine internazionale, dalla loro concezione di transizione al socialismo, cioè in sintesi dal maoismo.

Che bilancio farebbe oggi del maoismo?

Credo che il maoismo è stato un passo avanti in relazione alla visione sovietica a proposito dei problemi della transizione. Qualunque sia il nostro giudizio oggi sulla Rivoluzione Culturale o il giudizio sull’ingenuità che faceva pensare che la gioventù, perché era “La Gioventù”, poteva essere motore di una trasformazione qualitativa della società, etc…mi sembra che gli slogan e gli obiettivi che si proponeva la Rivoluzione Culturale, siano stati un tentativo di andare al di là dell’impasse del comunismo sovietico. Quando Mao Tse-Tung, nel 1963, nella carta dei 25 punti, disse che il nemico non stava fuori ma dentro il PC…

La burocrazia?

La borghesia! Non la burocrazia. La borghesia non è un nemico esterno. Mao aveva detto: “stiamo costruendo la borghesia”. Credo di intuire che era una considerazione molto azzeccata. Ora, i maoisti del Partito Comunista Cinese di quel momento, sono riusciti a trarre delle conclusioni e realizzare delle strategie efficaci? La storia ci dimostra di no. Ma non faccio una mia autocritica, non dico “abbiamo sbagliato”. Dico che è stato un passo in avanti e che con la distanza vediamo le insufficienze di questo passo avanti. E vediamo anche la contraddizioni nascoste nelle analisi di quel momento.

Il maoismo era in quell’epoca molto influente fra gli intellettuali occidentali…

Eh si. Davvero! Un fenomeno come il maggio del 1968, in Europa, e forse anche qui in America Latina, ma meglio dire solo in Europa, un fenomeno così è impensabile senza l’influenza della Rivoluzione Culturale cinese. È stata la Rivoluzione Culturale del 1966 a dare spazio alla speranza, con le proprie illusioni… quelle speranze di trasformazione del mondo da parte della gioventù rivoluzionaria, con tutti i problemi che sarebbero emersi successivamente.

Lei proviene da una famiglia di militanti politici?

No, la mia famiglia non era comunista. Ma diciamo che sia da parte di padre che di madre, erano progressisti, in relazione alla loro classe di appartenenza.

Che opinione e posizione ha assunto lei rispetto a Nasser e al suo movimento?

Nel 1960 ho scritto il mio secondo libro(il primo, pubblicato in Egitto, era stato scritto in arabo nel 1958). Il secondo l’ho pubblicato nel 1963, dopo la mia veloce dipartita dall’Egitto nel 1960. È stato pubblicato sotto pseudonimo: in quel momento lo firmai con il mio nome di clandestinità in Egitto. Quel libro è molto critico del nasserismo. Io ero un militante, non direi inquadrato, “stupidamente disciplinato”, ma ero un militante come molti altri. Il PC egiziano, al quale appartenevo, è stato molto critico del nasserismo dal colpo di Stato del 1952 fino al 1955. Durante questi tre anni, il PC è stato molto critico del nasserismo e ciò che è stato detto del nasserismo in quel momento -anche se ci sono state esagerazioni- non era falso. Si poneva l’accento sul carattere antidemocratico, anticomunista e non socialista del nasserismo. Si enfatizzava sulla prospettiva nazionale borghese reazionaria. Poi, nel 1955, c’è stata la Conferenza di Bandung che significò un cambio di rotta nella storia dell’Asia e dell’Africa. Quella conferenza ha permesso la formazione di un nuovo fronte anti imperialista, dei paesi non allineati, con la Cina di Mao, l’India di Nehru, l’Egitto di Nasser, l’Indonesia di Sukarno, la Yugoslavia di Tito e i movimenti di liberazione nazionale dell’Africa, con in testa Nkrumah del Ghana. Tutto questo ha permesso di aprire un capitolo storico di conflitti reali con l’imperialismo. In questo conflitto antiimperialista, i sovietici si presentarono come alleati delle nuove potenze non allineate dando il loro appoggio..che non era un appoggio disprezzabile. Davano appoggio militare! Gli armamenti e la diplomazia permettevano di neutralizzare le aggressioni dell’imperialismo. Ciò che succede oggi non poteva succedere in quel momento. Ma poneva una sfida reale per i comunisti di quei paesi: che attitudine adottare di fronte ai regimi di quelle
società?
E allora siamo passati da un estremo al altro. Nel caso dell’Egitto siamo passati a un accordo con Bandung, nell’aprile del 1955. A giugno di quell’anno, 1955, un documento del PC egiziano denunciava di nuovo il nasserismo… e dopo arriviamo alle nazionalizzazioni del 1956. C’è la minaccia di un’aggressione franco-anglo-israeliana nell’ottobre ’56. Dopo il discorso della nazionalizzazione del Canale di Suez, il 26 luglio 1956, compare il primo documento del PC che fa un autocritica, che letta oggi risulta ingenua, ma è totale. A partire da quel momento, ci fu un anno di avvicinamento fra il PC e il governo nasseriano. Stiamo parlando del 1957. Non durò molto tempo. Perchè il nasserismo e Nasser non potevano tollerare il rischio di essere superati a sinistra dal comunismo egiziano. Allora si arrivò a una brutale repressione. Una repressione, che a suo tempo sembrò “poco comprensibile”. Anche per i comunisti. Non era comprensibile.
Io lo dico nel mio libro di quel periodo…

Lei è un grande critico dell’ideologia eurocentrica e dell’europeismo. Ha perfino scritto dei libri a riguardo(“l’Eurocentrismo. Critica di un’ideologia” Secolo XXI, 1989). È stato influenzato da Frantz Fanon?

No, per niente. Indipendentemente dalla simpatia che posso avere –e che ho- per Fanon e la sua politica. Lui era stato molto influenzato dalla sua provenienza dal Caribe, e dai problemi culturali specifici di questa regione. Il titolo del suo primo libro, “Pelle nera, maschera bianca”(1952) lo indica chiaramente. Fanon era preoccupato dalla questione dell’identità -che, detto fra parentesi, va oggi molto di moda-. Per me, non lo dico solo come individuo, ma per noi, comunisti e nazionalisti di Asia e Africa, quel problema non esiste. Non abbiamo un problema di identità. Un cinese è cinese, un indiano è un indiano, un egiziano è un egiziano. Non ci si è mai domandati “chi ero?” o “chi sono?”. Non è un problema di identità. Non era quello il nostro problema.
La mia critica dell’eurocentrismo è su un altro livello. Si fonda su un altro piano, al livello della storia della formazione dell’ideologia capitalista. Parlo di capitalismo, non parlo mai di “occidente”, non parlo di “mondo occidentale”, io parlo di centro capitalista. E metto enfasi sull’ideologia capitalista in relazione alle radici europee, con il culturalismo europeo che attribuisce agli europei, per ragioni misteriose, una “specificità” del cristianesimo, formulata in termini non molto diversi da quanto fanno Islam, ebraismo, etc.

Allora la sua critica all’ideologia eurocentrica differisce anche dai lavori di Edward Said?

Si, la mia tesi è molto diversa, tanto dalla prospettiva di Fanon come da quella di Said. Anche se il suo libro “Orientalismo” (1978) ha molti spunti interessanti, è scritto molto bene, e la critica che fa alla letteratura europea, è molto giusta.

La differenza fra la sua critica all’imperialismo e all’eurocentrismo e la critica di Said ha qualcosa a che vedere con la maggiori simpatie di Said verso il postmodernismo?

E’ vero, Said è postmoderno, ma nel senso buono. È fondamentalmente un culturalista. Said ha un problema di identità, lo dice lui stesso nei suoi libri di autobiografia.

Quali sono stati i suoi legami a Paul Baran, Paul Sweezy e Leo Huberman, gli intellettuali riuniti nella rivista di sinistra nordamericana Monthly Review? Quando iniziò a scrivere su quella rivista?

Non ricordo con esattezza, ma credo fosse dopo il 1968. Non ho molte differenze con loro, al contrario! Una delle prime letture che appare nella mia tesi del 1957 è la lettura di un libro di Paul Sweezy, che non era propriamente contemporanea. Era “Teoria dello sviluppo capitalista” (1942). Baran sviluppa successivamente questa teoria con la tesi del 1958 sull’aumento del’eccedente e della riproduzione per settore, nella tradizione del “Capitale” di Marx. Mi impressionò molto quella teoria. Mi ha convinto e continuo a mantenere quella posizione. Penso che sia un miglioramento qualitativo nell’analisi marxista della trasformazione del capitalismo moderno. In relazione con la teoria classica, cioè con la prima fase di analisi di Lenin sull’imperialismo, l’analisi di Sweezy del 1942 è un passo avanti qualitativo. Questo è il motivo per cui da subito ho mostrato simpatie per Sweezy, Baran e la loro rivista “Monthly Review”.

All’inizio degli anni ’70 lei partecipa a Dakar a uno dei primi incontri internazionali che riunisce scienziati sociali e militanti latinoamericani e africani. Con che finalità si era pensato a quell’evento e in che contesto era stato organizzato?

Infatti, ho avuto l’opportunità di essere direttore dell’Istituto Africano di Sviluppo Economico a partire dal 1971. Una delle mie prime preoccupazioni fu di rompere l’isolamento relativo in cui il colonialismo aveva posizionato l’Africa in relazione all’America Latina e all’Asia. Allora organizzai due incontri. Uno fu quello fra africani e latinoamericani. Si svolse a Dakar, Senegal, nel ’71-’72. A quell’incontro parteciparono i latinoamericani Fernando Cardoso, Octavio Ianni, Enrique Oteiza, Pablo Gonzalez Casanova, Theotonio Dos Santos, Ruy Mauro Marini, Maria Concepcion Tavares, fra i molti altri.
Fu una scoperta per entrambe le delegazioni! Fra i latinoamericani e gli africani non c’erano scambi, ne ci si conosceva reciprocamente. Poi, l’anno seguente, organizzai in Madagascar la prima riunione afroasiatica sullo stesso modello dell’incontro con i latinoamericani. Lì abbiamo creato -dico “noi”, al plurale, perché io non lavoravo solo, ma in un insieme di istituzioni per consolidare quel movimento-  un’altra istituzione che esiste ancora in Africa. In quei stessi anni, il 15 aprile 1973, all’epoca di Allende,  creammo a Santiago de Chile il Foro per il Terzo Mondo, del quale si è festeggiato da poco quest’anno l’anniversario. Questo era il contesto: l’epoca di Bandung, del Movimento dei Paesi Non-allineati, della Tricontinentale…

Lei ha partecipato alla Conferenza Tricontinentale a La Habana?

No, io non sono stato alla Tricontinentale de La Habana (*) Ma abbiamo seguito da vicino quel processo, il movimento Tricontinentale! Il problema era che, mentre in Asia e Africa il Movimento dei Non Allineati era composto da grandi Partiti, in America Latina non era così. In Asia e Africa esistevano Partiti-Stati: il Partito Comunista Cinese, il Partito del Congresso in India, il Partito di Nasser in Egitto, il Partito del Vietnam.
Ma in America Latina non succedeva lo stesso. Ad esempio, il Movimento dei Non Allineati a febbraio di quell’anno era composto da Asia, Africa e Cuba… non più America Latina. Solo Cuba, come Stato, partecipa a quel Movimento. Allora la Tricontinentale e l’OSPAAL per l’America Latina provarono a riunire i movimenti rivoluzionari dell’America Latina, senza gli Stati. Questa fu una importante differenza politica fra quei tre continenti in quell’epoca.

Note:
* La Tricontinentale è il nome con cui abitualmente ci si riferisce alla Prima Conferenza di Solidarietà dei Popoli d’Asia, d’Africa e dell’America Latina. Si riunì a La Habana, Cuba, nel gennaio 1966. Accorsero rappresentanti di 82 popoli e paesi, fra i quali Partiti al Governo(come il PC cubano, dell’URSS, della Cina e del Vietnam del Nord, fra gli altri) e le organizzazioni rivoluzionarie che affrontavano i propri Governi(nella maggior parte rappresentanti latinoamericani). Politicamente, la Tricontinentale riuscì a riunire i Partiti e organizzazioni marxiste con i diversi movimenti di liberazione nazionale del Terzo Mondo.
In questo vasto gruppo, ci furono tre principali assi di influenza: il primo era capeggiato dall’URSS, il secondo dalla Cina, e il terzo, probabilmente il più numeroso, da Cuba e il Vietnam. A questi tre si sommano il blocco arabo, dove confluivano i rappresentanti palestinesi e della Repubblica Araba Unita e, con una posizione relativamente indipendente, l’India.

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