Da Sud a Sud

Le elezioni USA, frutto marcio della crisi sistemica che avanza

di Rete dei Comunisti

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Sabato nel tardo pomeriggio le elezioni presidenziali statunitensi hanno avuto “formalmente” un vincitore che ha superato la soglia dei 270 “grandi elettori”, necessaria per aggiudicarsi la carica. I...

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Trump tuona contro la Cina. L’Argentina guarda a Pechino

Rino Condemi-Contropiano

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Insomma, pare proprio che mentre Trump continua ad alimentare la nuova guerra fredda contro la Cina, parte di quello che una volta era “il cortile di casa” degli Usa sembra andare in una direzione opp...

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La malattia di Trump e gli Usa sull’orlo di una crisi di nervi

Redazione Contropiano - Fulvio Scaglione

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Abbiamo atteso per scrivere del contagio di Trump, perché sul tema il bombardamento mediatico mainstream era davvero eccessivo e non ci sembrava utile unirci al coro. Anche adesso, sarebbe facile – di...

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Il boom dell’estrema destra tedesca fa giustamente paura. Non altrettanto le razzie e le aggressioni dei gruppi neofascisti e neonazisti spagnoli con la copertura del dispositivo repressivo messo in campo dal governo di Madrid realizzate per impedire che i catalani, il prossimo 1 ottobre, possano partecipare ad un referendum sull’autodeterminazione proibito manu militari dall’esecutivo Rajoy col sostegno di Ciudadanos e socialisti. Gli stessi socialisti corteggiati da Podemos e da Izquierda Unida, che continuano ad appellarsi al suo segretario Pedro Sanchez affinché abbandoni l’alleanza reazionaria col resto dello schieramento nazionalista spagnolo e si aggreghi alle forze che promettono di riformare la Costituzione e permettere un referendum ‘negoziato e concordato con lo Stato’.

Ma i socialisti non vogliono saperne, e le timide (e spesso strumentali) aperture dei mesi scorsi ad un possibile ampliamento dell’autogoverno catalano sono state sostituite da dichiarazioni altisonanti in difesa della patria e dell’indivisibilità dello stato. Come quella di Emiliano García-Page, che governa in Castilla La Mancha grazie ad una maggioranza formata dal Psoe e da Podemos, o come quelle dei socialisti catalani che a Barcellona sostengono la giunta guidata da Ada Colau.

Il leit motiv dei messaggi indirizzati da Iglesias e dagli altri dirigenti di Unidos Podemos ai socialisti è: cacciamo Rajoy e i popolari, formiamo un’alleanza per il cambiamento. Per la sinistra federalista spagnola e i suoi addentellati catalani, la via d’uscita all’impasse determinato dalla reazione di Rajoy al referendum unilaterale del 1 ottobre è un “fermate le macchine” rivolto agli indipendentisti e un appello al governo spagnolo affinché consenta la consultazione popolare in quanto ‘mobilitazione democratica’ senza risvolti di carattere legale. “Ma niente dichiarazione unilaterale di indipendenza” ha tuonato il segretario di Podemos. “Lavoriamo affinché il Psoe costruisca con noi un nuovo patto per la democrazia e il dialogo” ha detto Iglesias intervenendo ieri ad un’assemblea organizzata a Zaragoza insieme a IU alla quale hanno partecipato 400 eletti della formazione ‘viola’ e dei suoi alleati (Compromis, Equo, Mès, Geroa Bai) ma anche del Partito Nazionalista Basco e del PDeCat del President catalano Puigdemont. Presenti, ma solo in qualità di osservatori, due rappresentanti di Esquerra Republicana de Catalunya, che non hanno voluto sottoscrivere l’appello finale.

 

Fascisti e polizia a braccetto

 

Il clima pesante in cui si è svolta la “Assemblea per la Fraternità, la Convivenza e le Libertà” bene rappresenta quella che la sinistra moderata spagnola considera una ‘involuzione autoritaria’ ma che a ben vedere appare come una manifestazione, finalmente esplicita, di pulsioni a lungo rimaste sottotraccia. Gli organizzatori avevano faticato non poco per trovare una sede per la loro assemblea, vista l’ostilità dell’amministrazione provinciale socialista che aveva proibito l’utilizzo di una sala pubblica. Poi ieri, al loro arrivo al Padiglione ‘Siglo XXI’, i partecipanti alla convention hanno trovato ad accoglierli alcune centinaia di fascisti e ultranazionalisti – “manifestanti per l’unità della Spagna” li ha definiti il telegiornale di Tve – con tanto di saluti romani e bandiere franchiste, tenuti a bada da un manipolo di agenti di polizia. Non sufficienti o troppo tolleranti, visto che la Presidente delle Cortes de Aragòn – il parlamentino aragonese – Violeta Barba è stata centrata da una bottiglietta d’acqua lanciata da un esagitato proprio mentre chiedeva ai poliziotti di garantire la sicurezza dei partecipanti all’assemblea. Stessa sorte avevano subito i manifestanti scesi in piazza a Madrid la scorsa settimana per solidarizzare con i catalani contro la repressione: arrivati a Puerta del Sol si erano trovati la strada sbarrata da un aggressivo presidio fascista pronto a difendere ‘l’onorabilità patriottica’ della capitale del Regno.

 

I poliziotti sono stati mandati tutti in Catalogna, per questo non erano a Zaragoza a tenere a bada i fascisti ha chiarito un comandante locale. E, comunque, negli ultimi giorni agli agenti della Guardia Civil e della Policia Nacional mobilitati per impedire il referendum in Catalogna a suon di arresti, perquisizioni, sequestri e cariche, non è mai mancata l’entusiastica solidarietà dei membri delle organizzazioni di estrema destra. Mentre sui muri delle città spagnole si moltiplicano le scritte che augurano la morte o lo stupro ad Anna Gabriel e ad altre dirigenti della sinistra radicale indipendentista, a Barcellona venerdì sera un ragazzo è stato pestato dai fascisti reduci da una violenta manifestazione contro la sede dell’Assemblea Nazionale Catalana. Sulle reti circolano decine di foto che ritraggono senza bisogno di commenti vari episodi di cameratismo tra i fascisti in divisa e quelli in borghese, a suon reciproci applausi e saluti romani. Gruppi ultrà come Generación Identitaria, Somatemps, Dolça Cataluña o Democracia Nacional, sostenuti e coperti da cordate interne/esterne al Partito Popolare di Rajoy coordinate da Vox, da Intereconomia e da fondazioni nostalgiche, fanno a gara a esprimere solidarietà e apprezzamento per l’instancabile opera delle forze dell’ordine. L’episodio che più inorgoglisce i franchisti è il supporto gastronomico prontamente garantito dai camerati ai circa seimila tra militari e poliziotti spagnoli acquartierati in due navi da crociera ancorate nel porto industriale di Barcellona. Il boicottaggio deciso dai lavoratori portuali nei confronti di quelle che vengono considerate truppe d’occupazione rischiava di costringerli al digiuno ma in loro soccorso si sono mobilitate le organizzazioni fasciste che, grazie alla “Operazione Soccorso Azzurro”, hanno preparato quantità industriali di deliziosi e patriottici manicaretti.  A sollevare il morale della truppa stanziata in Catalogna è arrivata anche la decisione del governo Rajoy di ricompensare gli instancabili difensori dello ‘stato di diritto’ con una diaria aggiuntiva di 80 euro.

Madrid commissaria la polizia autonoma catalana

 

In perfetta sincronia, dopo che il governo spagnolo ha imposto lo stato d’emergenza di fatto e sospeso l’autogoverno di Barcellona, il Procuratore Capo della Catalogna José María Romero de Tejada ha deciso di commissariare la polizia autonoma, che pure nei giorni scorsi si era prodigata contro alcune manifestazioni indipendentiste, ordinando che il controllo dei Mossos d’Esquadra passi direttamente al Ministero degli Interni di Madrid. A dirigere gli agenti catalani – suscitando il malcontento tanto del loro sindacato maggioritario quanto del loro comandante Josep-Lluís Trapero che ha garantito obbedienza ma alla prima riunione col nuovo capo non si è presentato – è il colonnello della Guardia Civil Diego Pérez de los Cobos, già coordinatore dell’imponente meccanismo poliziesco approntato per impedire il voto del 1 ottobre.

Neanche a dirlo, il 53enne fratello dell’ex presidente del Tribunale Costituzionale Francisco (distintosi per varie decisioni anticatalane), si è fatto le ossa nei Paesi Baschi. Nel suo curriculum spicca un processo – ma non una condanna – per le torture inflitte sotto il suo comando al prigioniero politico basco Kepa Urra, arrestato nel 1992. Al termine del procedimento giudiziario dal quale de los Cobos fu esonerato, tre Guardia Civil furono condannati a pene dai sei mesi ai 12 anni, prima che il primo governo di Josè Maria Aznar concedesse loro l’indulto.

 

Una pioggia di denunce

 

Dove non arrivano i fascisti arrivano giudici e polizia, e viceversa. Ieri l’Unione degli Ufficiali della Guardia Civil ha denunciato Mònica Terribas, direttrice del programma ‘El Matì’ della radio pubblica catalana, per aver incitato i suoi ascoltatori a segnalare i posti di blocco e i presidi realizzati dalle forze di polizia. Da parte sua la Procura ha già presentato una denuncia per ‘incitamento al terrorismo’ nei confronti di quattro militanti di Poble Lliure, una delle organizzazioni della sinistra indipendentista catalana che fa parte della Cup. I quattro – tra i quali c’è il parlamentare regionale Albert Botran – sono accusati di aver ricordato, in un atto celebrativo tenutosi a febbraio a Castelló de Farfanya (Lleida), la figura del militante indipendentista e presunto dirigente dell’organizzazione armata Terra Lliure, morto in un incidente d’auto trenta anni fa.

Anche il ragazzo che ha aperto il sito internet marianorajoy.cat, che prima di essere chiuso dalla polizia rimandava a quello della Generalitat catalana e quindi ai materiali informativi fuorilegge sul referendum del 1 ottobre, è stato denunciato per un reato di ‘disobbedienza’. Come se non bastasse la Procura dell’Audiencia Nacional di Madrid, il tribunale antiterrorismo ereditato dall’epoca franchista, ha denunciato per ‘sedizione’ alcuni dei manifestanti che a Barcellona e in altre città, nei giorni scorsi, hanno manifestato in maniera più determinata contro gli arresti di 14 tra funzionari della Generalitat e imprenditori privati, nel frattempo rilasciati ma sui quali pendono gravi accuse. Nel mirino della Procura antiterrorismo ci sono i manifestanti che hanno realizzato blocchi stradali, danneggiato le auto di servizio della polizia, bloccato l’accesso della Guardia Civil ad alcuni edifici pubblici o sedi di partito (nella fattispecie la Cup). Il Codice Penale spagnolo riserva, all’articolo 544, ben 15 anni di carcere a coloro che vengano ritenuti responsabili del reato di ‘sedizione’.

La repressione sembra mirare anche alle sfere alte. Oggi il Procuratore Generale dello Stato, José Manuel Maza, ha dichiarato nel corso di un’intervista radiofonica che “per il momento non ci è sembrato opportuno” chiedere l’arresto del Presidente della Generalitat Carles Puigdemont, nonostante la denuncia spiccata nei suoi confronti per i reati di disobbedienza, abuso di potere e malversazione. La non troppo velata minaccia di arresto del capo del governo catalano non è passata inosservata proprio mentre la Corte dei Conti di Madrid ha imposto una cauzione di ben 5.25 milioni di euro all’ex governatore Artur Mas e a tre suoi consiglieri accusati di aver usato fondi pubblici per organizzare la consultazione indipendentista del 9 novembre del 2014.

 

La mobilitazione popolare continua

 

Intanto, mentre il governo catalano continua a pubblicare siti in cui appare la lista dei seggi dove il 1 ottobre i cittadini e le cittadine potranno recarsi a votare – che ci riescano o meno è tutto da vedere visto il capillare e determinato schieramento di polizia – ieri le associazioni indipendentiste Assemblea Nazionale Catalana e Omnium Cultural hanno organizzato manifestazioni in circa 500 tra città e centri minori, distribuendo alla popolazione circa un milione di schede elettorali dopo che durante il blitz della scorsa settimana la polizia spagnola ne ha sequestrate circa 10 milioni. Mentre continua il boicottaggio, nei confronti della macchina repressiva, deciso dalle assemblee dei portuali di Barcellona e Tarragona – si parla di alcune migliaia di lavoratori – rimangono confermati per il prossimo 3 ottobre gli scioperi generali convocati dai sindacati di sinistra Cgt e Cnt e da alcune sigle indipendentiste, mentre i sindacati ufficiali Comisiones Obreras e Ugt hanno deciso di non partecipare ufficialmente alla giornata di mobilitazione (nella foto un poliziotto fa il saluto romano sulla caserma galleggiante).

 

Nelle università catalane gli studenti hanno dato vita nei giorni scorsi ad occupazioni simboliche, e per i giorni 28 e 29 settembre il coordinamento “Universitats per la República” ha convocato due giornate di sciopero e manifestazione. Mobilitati sono anche i contadini e gli allevatori catalani aderenti alle maggiori organizzazioni del settore, che nel fine settimana hanno dato vita ad una imponente marcia a favore del diritto di autodeterminazione e contro la repressione che ha visto sfilare un migliaio di trattori da Lleida a Vic. “Ci vogliono sotterrare ma non sanno che siamo semi” ha dichiarato il presidente dell’organizzazione contadina JARC il quale ha denunciato gli arresti e le prevaricazioni, schierandosi a favore della celebrazione del referendum, in difesa della democrazia e della libertà di scelta.

 

 Solidarietà internazionale

 

Anche sul fronte internazionale qualcosa comincia a muoversi. Mentre a Barcellona sono già attivi alcuni noti osservatori internazionali arrivati per monitorare la celebrazione del referendum, un appello intitolato “Lasciate che i catalani votino” è stato firmato dalla filosofa statunitense Susan George, dalla premio Nobel per la Pace Jody Williams (1997), da Ahmed Galai, Rigoberta Menchú, Desmond Tutu, Noam Chomsky, Adolfo Pérez Esquivel, Ken Loach, Tariq Ali, Paul Preston, Ignacio Ramonet e Angela Davis, solo per citare i nomi più noti.

Tranquilli, non abbiamo alcuna intenzione di rifilarvi un altro scoop della serie Russiagate. Lasciamo volentieri a Repubblica e Giovanna Botteri il triste compito di aggiornare la lista, ormai lunga e ripetitiva, delle “prove” relative all’”aiutino” dato da fonti moscovite alla resistibile ascesa di Donald Trump.

 Il punto su cui vorremmo invece invitarvi a riflettere è un tantino meno gossipparo: com’è stato possibile che un Mule del genere – vi consigliamo di rileggere la Trilogia della Fondazione, di Isaac Asimov – abbia assunto un ruolo così rilevante nell’ordine mondiale?

 Stiamo parlando del paese e del potere che governa il mondo da 70 anni, all’incirca, in modo quantomeno discutibile ma quasi indubitabile (dopo la crisi a cavallo degli anni ‘60-’70); specie dopo la caduta dell’antagonista sovietico. Insomma, un “cuore” del dominio che dovrebbe essere costitutivamente al sicuro da incursioni improbabili, scalate individuali, cordate familiari in stile Dallas. Secondo ogni immaginario complottista sul potere e l’imperialismo yankee, la Casa Bianca è per definizione abitata da uomini e donne dell’establishment, scelti con cura dopo selezioni lunghissime, prove di fedeltà e di capacità gestionale di primissimo livello. Assassini nati e ben addestrati, non dilettanti allo sbaraglio.

 Nulla a che vedere con questa famigliola di palazzinari cresciuta sui debiti e i vari Plaza, tra campi di golf e platee di wrestling. Il figliolo che riceve mail indiscrete dai russi e risponde “I love it” sarebbe una scena bocciata in qualunque b movie della Hollywood più sfortunata.

 Eppure esiste e resta lì. Come si spiega? Sul serio…

 A noi sembra evidente che “la politica” sia velocemente diventata una sfera di attività quasi secondaria, in tutto il capitalismo occidentale, a partire proprio dalla caduta dell’impero sovietico. Fin lì, è esistita una tensione reale e sociale fortissima che richiedeva un personale di primo livello – statisti, insomma – in grado di esercitare mediazione politica all’interno del proprio mondo e confronto strategico all’esterno, nei confronti di un avversario (a torto o ragione) considerato di identica statura e potenza.

 Mediazione sociale all’interno significava una qualche forma di “stato keynesiano”, equilibrismo continuo tra interessi imprenditoriali, finanziari, di lavoratori e piccoli commercianti, perseguimento di obiettivi vantaggiosi per tutti o comunque per una robusta maggioranza. Capacità insomma di costruire un consenso duraturo verso il blocco sociale dominante – ovviamente stretto intorno al capitale multinazionale, sia produttivo che finanziario – condividendo briciole più o meno consistenti di reddito, welfare, diritti esigibili, istruzione. Il confronto strategico giocato intorno all’”equilibrio del terrore”, dal canto suo, sconsigliava azzardi, dilettantismo, sottovalutazioni, “sortite da coatto”. Pretendeva professionalità, oltre che ferocia e determinazione.

 In questo quadro, ogni squadra entrata nello studio Ovale aveva ben presente i limiti in cui poteva giocare un potere certo smisurato, ma non unico e incontrastabile.

 La fine del “mondo diviso in due”, il trionfo del “pensiero unico”, le pratiche della globalizzazione come prassi “naturale”, la riduzione della complessità a rapporti commerciali e trattati imposti dai più forti… insomma le forze economiche che non trovano più ostacoli all’affermazione planetaria dei propri interessi, hanno disegnato un mondo in cui “la politica” non ha più avuto un senso né un pensiero strategico. “Chiunque vinca, quel che c’è da fare è chiaro”, si erano subito imparati a dire gli imprenditori di tutto il mondo. Privatizzazioni, liberalizzazioni, abolizione dei contratti di lavoro, drenaggio di risorse verso pochissimi “privati” ultrapotenti, taglio della spesa pubblica (a meno di non essere una banca, ovvio…), revisioni costituzionali pro governance, abolizione o arruolamento dei sindacati, distruzione di Stati non perfettamente allineati… Se non c’è una possibilità di alternativa, non nascono più progetti differenti, nemmeno in dettagli secondari.

 Senza avversari all’interno (classi sociali organizzate intorno a interessi codificati, con un pensiero politico corrispondente), senza avversari nella geopolitica, che bisogno c’è (o c’era?) di una classe politica prudente, abile, luciferina, selezionata nell’arco di una vita, in grado di temperare gli “spiriti animali” del capitale all’interno di una strategia complessa, di lungo periodo, per superiori obiettivi “di classe”, non banalmente aziendalistici? Basta un contafrottole qualsiasi, che funzioni bene in tv, rimediato con un casting e ben supportato da cento spin doctor. Dura quel che dura, e poi avanti un altro…

 I segnali di questa crisi, anche all’interno dell’unica superpotenza rimasta, si sono moltiplicati nell’arco di appena due decenni. Quel forsennato entrare ed uscire dalle cariche governative per traslocare nei cda multinazionali e viceversa (Dick Cheney, Condoleeza Rice, Lawrence Summers, e centinaia di altri) cancellava in pochi anni il confine professionale, esperienziale ed etico tra “strateghi dell’interesse pubblico” – imperiale, collettivo, radicato in un contesto nazionale, da riprodurre e conservare ben al di là del tempo di vita dei protagonisti (individui) – e avvoltoi dalla visuale ristretta dentro una logica aziendale (breve periodo, massimizzazione degli utili e del rischio, asset sacrificabili in vista di merger più colossali, indifferenti al futuro).

 Il segnale più evidente è stato comunque l’emergere di autentiche “dinastie politiche” alla guida dei due tradizionali schieramenti della politica statunitense. I Bush e i Clinton hanno monopolizzato i rispettivi campi; lo stesso Barack Obama è in fondo servito a nascondere questo rinsecchimento della classe politica Usa, almeno fin quando ha potuto coprire il ruolo. Poi il nulla è apparso per come era.

 Nel nulla Trump si è infilato con relativa facilità, proponendosi come il campione degli scontenti contro l’establishment, nonostante fosse chiaramente fin troppo fasullo in quella parte; e grazie a un sistema elettorale che solo ora ha mostrato di essere al tempo stesso truffaldino e pure inefficace. Fin quando è esistito il bisogno di selezione-riproduzione di una classe politica era praticamente impossibile che un “cane pazzo” riuscisse ad emergere dalle qualifiche fino ad arrivare alla finale. Quando questo bisogno ha cessato di esistere – dopo quasi tre decenni di lento logorio – tutto si è giocato come una pura e semplice campagna pubblicitaria a scadenza fissa. Dove la bontà del prodotto ha ben poco a che vedere con l’efficacia degli slogan, degli spot o delle battute.

 Certo, Trump finirà per impiccarsi con le sue stesse mani, grazie a una squadra di fedelissimi ridotta alla famiglia e qualche fuori di testa preso dai neocons più ideologizzati, buoni per una campagna elettorale zoticona, non per governare il mondo.

 Ma il problema resta irrisolvibile per la superpotenza: dove lo trovi, oggi, uno “statista” che sappia parlare al cuore e alla testa dei cittadini e, contemporaneamente, muoversi lucidamente in un mondo ormai multipolare? Dove la metti insieme una visione che permetta di convogliare le energie di un paese o meglio ancora di mezzo mondo? La “fine delle ideologie” è sbiadita in evaporazione delle idee…

 Lo stesso problema si è del resto già manifestato, con forza devastante, anche nella più tradizionale “Vecchia Europa”. I Macron e i Renzi avranno (o hanno già avuto) vita breve. E dietro la “brava massaia” Merkel non si intravede neanche in Germania qualcosa che somigli a uno “statista”.

 Il capitalismo attuale ha bruciato “la politica” e con lei ogni bisogno di un pensiero strategico. Non può ora ricrearla senza passare attraverso una lunga stagione di conflitti e di crisi, senza progetti.

 Riuscirà a sopravviverle?

In una sala conferenze del Viminale piuttosto affollata si è tenuto il 15 maggio scorso il seminario di formazione organizzato dalla USB Pubblico Impiego del Ministero dell'Interno dal titolo “Crisi economica internazionale e precarietà del lavoro e del vivere”.

I lavori sono stati introdotti e coordinati da Vito Signorile, Esecutivo Nazionale USB Pubblico Impiego del Ministero dell'Interno, che ha sottolineato l'impegno della struttura per la stabilizzazione di tutti i precari del dicastero.

L'intervento del Prof. Luciano Vasapollo, docente di politica economica internazionale all'Università La Sapienza di Roma e direttore scientifico del CESTES, il centro studi di trasformazioni economico-sociali della USB, ha proiettato sul piano internazionale la crisi sistemica del capitale che ha prodotto le politiche depressive ed antisociali imposte dall'Unione Europea. In un contesto di profonda trasformazione dello Stato, che si concretizza in un accentramento dei poteri decisionali, la velocizzazione delle politiche di attacco allo Stato sociale porta alla privatizzazione dei servizi pubblici e ad un costante aumento della spesa per gli armamenti, mentre continuano ad essere sacrificate le risorse della spesa sociale e il lavoro diventa sempre più instabile, i lavoratori ricattati e le tutele azzerate.

Il Prof. Luciano Vasapollo si è poi soffermato su esempi diametralmente opposti di politiche economiche rivolte al soddisfacimento dei bisogni primari, fondamentali per i lavoratori, facendo riferimento alle esperienze progressiste – democratiche e rivoluzionarie dei paesi dell’ALBA e in particolare di Cuba, Venezuela e Bolivia, dove i principi della democrazia popolare e partecipativa guidano le scelte dei governi in difesa del mondo del lavoro ed è per questo che le democrazie popolari di questi paesi vengono violentemente attaccate dalla guerra economica, militare, massmediatica e psicologica diretta dai governi imperialisti e delle multinazionali.

 

 

Successivamente c’è stato l’intervento di Luigi Romagnoli, dell'Esecutivo Nazionale USB Pubblico Impiego, che ha affrontato le ricadute di tali politiche sulle condizioni e tutele dei lavoratori pubblici. Il dirigente sindacale ha ricordando che la USB già dal 2013 ha presentato all'Aran la piattaforma per il rinnovo del contratto nazionale, e ne ha riassunto i punti principali:

  • 300 euro di aumento uguale per tutti;
  • un'unica area d'inquadramento per superare le barriere normative che     

                impediscono il riconoscimento della professionalità acquisita;

  • riduzione dell'orario di lavoro a 32 ore a parità di retribuzione, per restituire tempo

          libero ai lavoratori e avviare un piano di 300.000 assunzioni nella pubblica      

          amministrazione che abbia come precondizione la stabilizzazione di tutti i precari

          del pubblico impiego.

 

Il seminario è terminato con un richiamo alla maggiore partecipazione e mobilitazione dei lavoratori pubblici, respingendo l'idea della sconfitta e della rassegnazione. A fine lavori Vito Signorile della USB INTERNO con il delegato nazionale Costantino Saporito della USB Vigili del Fuoco e Tino Ferrulli Nazionale USB P.I. Difesa, hanno consegnato al Prof. Luciano Vasapollo una targa di riconoscimento per l’apprezzato intervento e la collaborazione offerta per l’iniziativa di “lotta collettiva” tendente alla stabilizzazione di tutti i precari nel Ministero Interno, e agli intervenuti sono stati consegnati degli attestati di partecipazione.

  Roma, 16 maggio 2017    

                            

“Odio gli indifferenti.
Credo che vivere voglia dire essere
partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e
partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è
vigliaccheria, non è vita.
Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza
opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma
opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che
sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti;
è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede,
il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli
uomini abdica alla sua volontà,
lascia promulgare le leggi
che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere
uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra
l’assenteismo e l’indifferenza
poche mani, non sorvegliate da
alcun controllo, tessono la tela
della vita collettiva, e la
massa ignora, perché non se ne
preoccupa; e allora sembra
sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra
che la storia non sia altro che un enorme fenomeno
naturale, un’eruzione, un terremoto del quale
rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha
voluto, chi sapeva e chi non sapeva
, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano
pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma
nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto
anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è
successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà
fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti.
Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto
il compito che la vita
gli ha posto e gli pone
quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha
fatto. E sento di poter essere
inesorabile, di non dover sprecare
la mia pietà, di non dover spartire
con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia
parte già pulsare l’attività della città futura
che la mia parte sta costruendo. E in
essa la catena sociale non pesa
su pochi, in essa ogni cosa che
succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa
nessuno che stia alla finestra
a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono
partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

Antonio Gramsci -11 febbraio 1917

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