Da Sud a Sud

Le elezioni USA, frutto marcio della crisi sistemica che avanza

di Rete dei Comunisti

Le elezioni USA, frutto marcio della crisi sistemica che avanza

Sabato nel tardo pomeriggio le elezioni presidenziali statunitensi hanno avuto “formalmente” un vincitore che ha superato la soglia dei 270 “grandi elettori”, necessaria per aggiudicarsi la carica. I...

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Trump tuona contro la Cina. L’Argentina guarda a Pechino

Rino Condemi-Contropiano

Trump tuona contro la Cina. L’Argentina guarda a Pechino

Insomma, pare proprio che mentre Trump continua ad alimentare la nuova guerra fredda contro la Cina, parte di quello che una volta era “il cortile di casa” degli Usa sembra andare in una direzione opp...

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La malattia di Trump e gli Usa sull’orlo di una crisi di nervi

Redazione Contropiano - Fulvio Scaglione

La malattia di Trump e gli Usa sull’orlo di una crisi di nervi

Abbiamo atteso per scrivere del contagio di Trump, perché sul tema il bombardamento mediatico mainstream era davvero eccessivo e non ci sembrava utile unirci al coro. Anche adesso, sarebbe facile – di...

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Quello che hanno in comune non ha mai promesso nulla di buono per i lavoratori. Catena di montaggio e catena del valore sono intrinsecamente legati dallo sfruttamento e dalla ricerca del massimo profitto, a danno del lavoro ovviamente. Ma se la prima ha caratterizzato le fabbriche del novecento, la seconda ha esteso la filiera produttiva in lungo e in largo, portandola spesso nel resto del mondo e collegandovi strettamente altre funzioni – come la circolazione e la distribuzioni delle merci prodotte – che hanno segnato un salto di qualità sia nella catena del valore che nella composizione della classe operaia del XXI Secolo.

E’ a partire da questa contraddizione che si è discusso a Roma nella prima “conferenza operaia” della Usb. Il sindacato confederale di base negli ultimi anni è cresciuto parecchio non solo nelle fabbriche ma anche negli altri anelli decisivi della catena del valore – logistica e grande distribuzione soprattutto. Ed ora si pone, correttamente, il problema di come ricomporre le figure operaie diffuse che questa catena, assai più lunga della catena di montaggio, ha visto crescere sia quantitativamente che in termini di conflitto sociale e vertenziale. Insomma chi sono e come lavorano gli “operai” del XXI Secolo nel nostro paese?

Per cominciare a dare un quadro generale e delle risposte utili sul piano conflittuale, nel quadro della conferenza operaia dell’Usb, è stata presentata l’inchiesta dal titolo “La grande fabbrica. Dalla catena di montaggio alla catena del valore” curata dal Cestes, il centro studi dell’Usb. Ottanta pagine ricche di dati, grafici e considerazioni sulla collocazione dell’Italia nella divisione internazionale del lavoro a livello europeo, sugli effetti della delocalizzazione produttiva e del boom dei servizi esternalizzati in funzione delle imprese, infine, ma non per importanza, sulla offensiva ideologica della borghesia (e della sinistra politically correct) che ha fatto scomparire la classe operaia non solo come soggetto sociale, ma anche come identificazione collettiva di un ruolo dentro la società (e di conseguenza del conflitto di classe che si produce), dunque azzerando il nesso tra organizzazione, identità e coscienza di classe.

I lavori sono stati introdotti da Paolo Sabatini dell’esecutivo nazionale dell’Usb. Subito dopo ci sono state le relazioni dei curatori dell’inchiesta, Rita Martufi , Luciano Vasapollo, Mauro Casadio, seguiti dagli interventi degli attivisti e responsabili sindacali nelle varie categorie: Sergio Bellavita (metalmeccanici), Riad Zaghdane (logistica), Francesco Iacovone (distribuzione) e poi dai delegati delle grandi fabbriche come Simone Selli (Piaggio) e Francesco Rizzo (Ilva), Giovanni Giovine (Alenia) o dei migranti impegnati nella durissima lotta dei braccianti nel Meridione. Fabrizio Tomaselli ha sottolineato l’importanza del momento richiamando all’attenzione il referendum in corso tra le lavoratrici e i lavoratori dell’Alitalia su un accordo sul quale sono chiamati a pronunciarsi con la pistola puntata alla tempia. Le conclusioni sono state tirate da Emidia Papi, pioniera del sindacalismo di base nelle fabbriche metalmeccaniche fin dalla fine degli anni ’70.

Gli spunti di riflessione e discussioni sono stati innumerevoli, a conferma di una complessità di fase storica anche per un sindacato che rifiuta di essere parte del problema come sono ormai Cgil Cisl Uil Ugl. Insomma un sindacato che fa conflitto ma anche un sindacato “che ragiona” sulle tendenze della realtà e la realtà con cui è costretto a misurarsi in un mondo del lavoro frammentato, troppe volte abituatosi alla sconfitta e che le classi dominanti vorrebbero eternamente subalterno ad una visione del mondo e delle relazioni sociali immutabile. Spezzare questo meccanismo significa individuare la “chiave inglese” da infilare nella catena del valore del XXI secolo, così come quella che veniva infilata nella catena di montaggio e che bloccava la produzione consentendo la riuscita degli scioperi e il potere contrattuale dei lavoratori. Secondo alcuni questa chiave inglese è la soggettività organizzata e la capacità di bloccare gli interessi capitalistici lì dove il sistema è più sensibile: la circolazione delle merci, dunque la logistica e la distribuzione.

Ma molte delle questioni sollevate – tra l’altro questa è solo la prima parte dell’inchiesta operaia annunciata dal Cestes – verranno riprese, approfondite e diventeranno programma d’azione nel congresso nazionale dell’Usb ormai alle porte (10-11 giugno).

Presentazione di "Tempesta Perfetta": nove interviste per capire la crisi. 

Tempesta Perfetta è la prima prova editoriale della Campagna Noi Restiamo. Pubblicata da Odradek, raccoglie i contributi di dieci economisti italiani e internazionali – Riccardo Bellofiore, Giorgio Gattei, Joseph Halevi, Simon Mohun, Marco Veronese Passarella, Jan Toporowski, Richard Walker, Luciano Vasapollo, Leonidas Vatikiotis, Giovanna Vertova – sulla crisi.


L’incontro sarà occasione per parlare dell’attuale crisi sistemica del capitalismo esponendo i diversi approcci degli Autori degli articoli presenti nel libro “La tempesta perfetta”. Ciò è chiaramente legato alle dinamiche dell’attuale fase del conflitto interimperialistico riferendosi anche ai recenti fatti accaduti in Venezuela e di come dal punto di vista del diritto non sia stato perpetrato alcun abuso. Nel Venezuela attuale si confrontano duramente e strategicamente due progetti, perché da un lato il progetto bolívariano vuole costruire una società socialista, dall’altro il progetto della già superata Quarta Repubblica, che veniva chiamata “democrazia rappresentativa”, ma in verità era una democrazia delle elite, che vuole reimporre il dominio imperialista attraverso l’oligarchica.
Il terrorismo della guerra anche nei suoi aspetti massmediatici, psicologici e di attacco allo Stato di diritto dell’autodeterminazione dei popoli, attuati dal Governo USA hanno da sempre cercato in ogni modo di ostacolare l’avanzamento del progetto bolívariano attraverso due strategie: isolare il Paese dal l’esterno e fomentare una destabilizzazione interna. In gioco non c’è solo l’autodeterminazione del popolo venezuelano, sappiamo, infatti, che l’imperialismo vuole sconfiggere l’esempio della stessa idea della fattibilità della rivoluzione socialista, dell’attuazione della pianificazione contro le regole del profitto.
È necessario formare coscienza e organizzazione di classe per continuare a costruire una società diversa, diretta alla maggioranza della popolazione e non a chi vorrebbe tornare alla situazione del colpo di Stato del 2002 e ridare il Paese in mano all’oligarchia capitalista che fa gli interessi imperialisti e neocolonialisti.
L’ambasciatore della Repubblica Bolivariana di Venezuela in Italia S.E. Isaia Rodriguez spiegherà come le dichiarazioni dell’opposizione siano frutto di attacchi congiunti da parte dei paesi che vogliono in ogni modo attaccare la sovranità e l’autodeterminazione del popolo venezuelano.

Introduce e coordina
Riccardo Rinaldi (Campagna Noi Restiamo); 
Intervengono
S.E. Juliàn Isaias Rodriguez Diaz
(Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela)
Luciano Vasapollo (Professore Sapienza – Università di Roma);
Cristina Mazzoccoli (Collettivo CUMA);

LUNEDì 10 APRILE ORE 17
Sapienza Università di Roma – Facoltà di Scienze Politiche
III Piano – Aula 304
 

Il referendum turco, che domenica 16 deciderà se approvare la riforma costituzionale varata dal parlamento, ha un’onda lunga che s’agita sin da gennaio. I deputati del Meclis votavano i diciotto emendamenti dopo essersi scazzottati e gli attivisti del sì e del no ne hanno, in alcune circostanze, emulato le gesta. Il presidente in carica Erdoğan, che da questa mutazione genetica della Carta riceve poteri pressoché assoluti (abolita la figura del premier, introdotti decreti presidenziali al posto di leggi parlamentari e misure d’emergenza per ragioni di sicurezza, possibilità di controllo sul massimo organo giudiziario grazie a nomine dirette), aveva inizialmente tenuto un basso profilo. Evitava di spargere sale sulle ferite dell’ulteriore spaccatura in atto nel Paese per non collezionare l’ennesima accusa di polarizzazione.

Nelle scorse settimane l’indole l’ha tradito. Dopo i dinieghi incassati dai ministri turchi a tenere comizi ai connazionali emigrati in Germania e Olanda, lui non s’è trattenuto. Ha accusato i governi di quei Paesi, membri della non amata Unione Europea, di conservare germi di nazismo. Così le polemiche sono rimbalzate sulla vetrina internazionale, prima di tornare in casa dove vengono rinfocolate da nuovi casi. I pochi media rimasti fuori dal controllo del governo, notano come Bahçeli, l’alleato tattico grazie ai cui voti la riforma è passata, sia impegnato ad allontanare da sé responsabilità in caso d’insuccesso. Non è un segreto che il leader nazionalista, che pur controlla parecchi onorevoli disponibili ad appoggiare la svolta presidenzialista (si vocifera in cambio di favori), sia parecchio contestato dalla base.

I kemalisti del Mhp sono divisi e una parte del partito sostiene il fronte del no. Perciò il vecchio lupo grigio cerca alibi e capri espiatori in caso di sconfitta referendaria, sa che l’ira del presidente sarebbe immensa e la vendetta dell’attivismo dell’Akp, metterebbe da parte ogni vicinanza dell’ultim’ora, rinfocolando gli antichi odi fra kemalisti duri e puri e islamisti altrettanto pugnaci. Così Bahçeli, fra un passo in un’intervista e un’insinuazione profferita a mezza bocca, parla di Gül e Davutoğlu. L’ex leader, premier e presidente ha lasciato cadere l’invito rivoltogli da un noto parlamentare dell’Akp a partecipare a comizi per il sì. In tal modo ha rinfocolato le voci che lo vogliono accanto a chi respinge apertamente il cambio di rotta costituzionale.

I think tank più vicini al presidente fanno girare due parole, che si trascinano dietro concetti e insinuazioni poco lusinghieri: tradimento e inconsapevole. Nelle diatribe dell’islam politico turco – Gül e l’ex professore-ministro rappresentano un passato recentissimo del progetto che li vedeva uniti a Erdoğan e Gülen – il fatto che i due statisti neghino il consenso al referendum li marchia come traditori. Magari inconsapevoli (avranno smarrito il senno?) ma espressamente traditori. Per il clima di resa dei conti nella famiglia islamista, in atto dalla scorsa estate con la caccia ai fethullaçi, non è un bell’andare. Sino a qualche settimana fa le proiezioni del sì erano confortanti e s’attestavano attorno al 55%, ultimamente s’è insinuato il dubbio. Le sue aree forti sono nel centro anatolico, lo stesso che aveva approvato anche i referendum votati sotto le giunte militari negli anni Sessanta e Ottanta.

Roccaforte del no, la provincia di Istanbul e l’area costiera mediterranea centroccidentale. Poi c’è l’incognita del sud-est. Gli ultimi rumors danno il voto contrario in ripresa, tantoché si sono verificati episodi contestati davanti alla magistratura: casi in cui fedeli islamici, fedelissimi al presidente, che si sono disposti sul pavimento d’una moschea a formare un acronimo d’appoggio al sì.

Molti dissensi sono sorti attorno a un uso spregiudicato di mezzi e fondi governativi per sostenere quella campagna. Il Chp ha denunciato una pervicace ostruzione alla sua propaganda per bocciare i referendum, mentre l’emittente TNT s’è rifiutata di mostrare il logo dello schieramento del no perché riproduce una stella che ‘imita’ la bandiera turca. Cosa giudicata irregolare. Per parare i colpi dallo staff presidenziale è ripartita una marcatura stretta anche verso i kurdi e la recente proposta del leader kurdo-iracheno Barzani su un altro genere di referendum: per l’indipendenza dell’etnìa in Iraq, che potrebbe avere ripercussioni anche oltre il confine turco, è passata quasi inosservata con una reazione mite della leadership di Ankara.

Più d’un osservatore pensa si tratti d’una tattica per la ricerca del sì anche nell’area del sud-est. Stoppata, però, dal co-presidente prigioniero, il leader dell’Hhp Demirtaş, tuttora in galera nella provincia di Edirne. In un messaggio scritto portato all’esterno ha scritto: “Andate alle urne e votate no, senza distinguere se si è kurdi, turchi, aleviti, sunniti o di qualsiasi sigla di partito. Il coraggio è contagioso, sicuramente il bene vincerà”.

 

articolo pubblicato su http://enricocampofreda.blogspot.it

Un Rutte salva l’Olanda e l’Unione Europea? A leggere le cronache, zeppe di dichiarazioni alimentate da un grande sospiro di sollievo, sembrerebbe di sì. A leggere i dati elettorali reali, invece, l’impressione è un po diversa.

Gli xenofobi di Geert Wilders non hanno fatto il temuto pieno, ma hanno guadagnato appena 5 seggi in più (20) rispetto alle precedenti elezioni, passando dal 10,1 al 12,6%. Vene il sospetto che le paure siano state alimentate ad arte, nei mesi precedenti, in modo da poter presentare il risultato attuale come uno stop non tanto al “populismo”, quanto alla serie di risultati shokkanti inanellati dall’establishment occidentale nel 2016 (Brexit, Trump e referendum italiano, senza dimenticare quello greco del luglio 2015, subito tradito da Tsipras).

Stesso discorso per le due elezioni più attese dell’anno – Francia e Germania – dove i mostri da battere (Marine Le Pen e Alternative fur Deutschland) hanno ben poche chance di vincere davvero.

Odiamo i nazisti dell’Illinois e dunque anche quelli di Rotterdam o dintorni. Ma ci sembra che alcuni particolari vadano evidenziati, proprio perché cancellati dai commentatori mainstream.

L’Olanda, proprio come la Francia e la Germania, è uno dei paesi economicamente più forti dell’Unione Europea, uno di quelli che ha più guadagnato dal poter “competere” ad armi impari (sistema industriale più avanzato, filiere integrate con quelle tedesche) con i paesi mediterranei, sfruttando al meglio una moneta unica che non tiene conto di differenze strutturali pesantissime.

La crisi economica globale, giunta ormai al decimo anno, ha colpito anche i Paesi Bassi, naturalmente. Ma la posizione particolare occupata nel dispositivo europeo le ha consentito di limitare i danni. Il partito di Wilders ha raccolto da destra quel tanto di malessere sociale comunque emerso, ma questo non aveva le dimensioni critiche necessarie a creare un vero pericolo, specie in presenza di opzioni politiche che hanno conteso tale egemonia (i Verdi e gli antirazzisti di sinistra). Tanto più in un paese con una legge elettorale proporzionale, che obbliga da sempre a comporre delle coalizioni per garantire un governo. Paradossalmente, Wilders sarebbe stato più favorito da un sistema maggioritario, che consente di polarizzare al massimo le posizioni…

L’afflusso dei votanti, oltretutto, è stato stavolta altissimo, depotenziando al massimo il bacino “militante” raccolto intorno agli zenofobi. Un’altra riprova del fatto che quando la gente va a votare, in misura anomala e inattesa (e sempre più indesiderata), spariglia i giochi disegnati dai sondaggi.

In realtà quel che caratterizza queste elezioni è l’esplosione del sistema politico olandese, che esce frantumato come non mai in precedenza. Il partito conservatore di Rutte (Vvd-Alde) è rimasto, sì, il primo partito, ma ha lasciato per strada 10 seggi e 6 punti percentuali (dal 26,6 al 20,6%). Se questa è una “vittoria”, figuriamoci cosa può essere una sconfitta…

Che è poi quel che ha dovuto sperimentare il Partito socialista, praticamente dissolto, precipitato dal 24,8 al 6% (sei!), con appena 9 parlamentari al posto dei 38 che aveva in precedenza. Il PvdA segue così la sorte di tutti gli altri partiti social-liberisti, che pagano la contraddizione palese tra politiche di austerità e “idealità” sociale sbandierata. In pratica i due partiti che per decenni avevano rappresentato le colonne portanto del sistema – conservatori e socialisti – non raggiungono insieme nemmeno il 30%. Tant spazio per gli outsiders, dunque…

Diciannove deputati, infatti, per i cristian- democratici (Cda, sicuri alleati di Rutte nel governo) e i “liberali di sinistra” del D66, che guadagnano rispettivamente 6 e 7 seggi (parte di quelli persi dai conservatori e dai “socialisti”). Esplode il consenso per i Verdi guidati da Jesse Klaver (che in Olanda sono molto più a sinistra dei colleghi tedeschi), passati da 4 a 14 parlamentari e dal 2,3 al 10,7%. Entrano in parlamento anche gli antirazzisti di Denk, movimento fondato da due deputati turco-olandesi usciti dal partito socialista in polemica con le politiche di “controllo dei movimenti islamisti” sostenute dal vertice; una dimostrazione di come la contrapposizione con Erdogan, voluta da Rutte negli ultimi giorni, abbia rivelato una immigrazione turca niente affatto "di destra" o innamorata del "sultano".

Come si vede, dunque, il piccolo parlamento olandese è composto da sette partiti tutti oscillanti tra il 10 e il 20% dei voti. Per ora, insomma, la “diga” ha tenuto. Ma le crepe si sono moltiplicate. E parecchio…

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