Da Sud a Sud

Le elezioni USA, frutto marcio della crisi sistemica che avanza

di Rete dei Comunisti

Le elezioni USA, frutto marcio della crisi sistemica che avanza

Sabato nel tardo pomeriggio le elezioni presidenziali statunitensi hanno avuto “formalmente” un vincitore che ha superato la soglia dei 270 “grandi elettori”, necessaria per aggiudicarsi la carica. I...

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Trump tuona contro la Cina. L’Argentina guarda a Pechino

Rino Condemi-Contropiano

Trump tuona contro la Cina. L’Argentina guarda a Pechino

Insomma, pare proprio che mentre Trump continua ad alimentare la nuova guerra fredda contro la Cina, parte di quello che una volta era “il cortile di casa” degli Usa sembra andare in una direzione opp...

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La malattia di Trump e gli Usa sull’orlo di una crisi di nervi

Redazione Contropiano - Fulvio Scaglione

La malattia di Trump e gli Usa sull’orlo di una crisi di nervi

Abbiamo atteso per scrivere del contagio di Trump, perché sul tema il bombardamento mediatico mainstream era davvero eccessivo e non ci sembrava utile unirci al coro. Anche adesso, sarebbe facile – di...

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A tredici giorni dall’insediamento ufficiale di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, continua l’avvelenamento dei pozzi da parte dell’amministrazione uscente di Obama e dei mass media più legati all’establishment Usa. Secondo un articolo del Washington Post basato su fonti e documenti dei servizi segreti statunitensi, decine di funzionari del governo russo avrebbero festeggiato la vittoria di Donald Trump su Hillary Clinton, vista come un importante cambiamento geopolitico in favore di Mosca. Un atteggiamento – che secondo l’intelligence Usa coinvolge anche alcuni dei funzionari russi sospettati di aver guidato l'attacco hacker russo alle elezioni Usa – insospettisce ancora di più le agenzie di spionaggio statunitensi sul reale tentativo di Mosca di favorire l'elezione di Trump.Tra le altre informazioni contenute nel documento reso noto dal Washington Post ci sarebbe anche  l'identificazione di "soggetti" che hanno consegnato a WikiLeaks le email rubate dal server del Partito Democratico. I funzionari della Cia che hanno rivelato l'esistenza del rapporto riferiscono che queste persone "sono note alla comunità dell'intelligence", ai servizi Usa, come "parte di una più vasta operazione russa per sostenere Trump" e danneggiare le chance elettorali di Clinton. La notizia del rapporto è arrivata alcune ore dopo che il presidente uscente Barack Obama ha ordinato un'analisi di tutti i cyberattacchi che si sono verificati durante la fase elettorale che ha portato alle presidenziali dell'8 novembre, mentre dal Congresso si moltiplicano le richieste di fare chiarezza sulla portata del ruolo delle interferenze russe nella campagna elettorale.

Intanto il presidente eletto Trump, tramite Twitter, ha criticato le soffiate dei servizi segreti a favore del Washington Post  che ha così potuto fornire dettagli su un rapporto top secret sulla Russia che lui non aveva ancora visto. Si tratta di un documento di 50 pagine consegnato ieri al presidente uscente Barack Obama e che verrà presentato a Trump durante il suo incontro con l'intelligence Usa previsto per oggi. "Chi ha dato loro il rapporto e perché?", ha chiesto Trump.

Inoltre Obama ha ignorato Trump anche sulla questione dei prigionieri nella base di Guntanamo. Il presidente uscente ha dato infatti il via libera al trasferimento di quattro detenuti yemeniti da Guantanamo, il carcere di massima sicurezza a Cuba che lo stesso Obama aveva promesso di chiudere all'inizio del suo primo mandato nel 2009. Obama ha snobbato il suo successore, che tre giorni fa aveva chiesto un congelamento dei trasferimenti dei prigionieri da Guantanamo.

Roba da non credere… Se c'è un paese europeo annientato dall'obbedienza alla Troika – nonostante un referendum popolare che rispondeva OXI (NO) al “memorandum” di Bruxelles – questo è senza dubbio la Grecia. Se c'è un paese in cui il “leader di centrosinistra” ha fatto (quasi) esattamente quel che avrebbe fatto un governo “europeista neoliberista”, questo è la Grecia.

Eppure, proprio contro questo fantasma piegato dall'impoverimento estremo della popolazione, indifeso da una classe politica inqualificabile, si scatena l'ultimo e più osceno ricatto dell'Unione Europea.

Il 5 dicembre era stato raggiunto un accordo tra Bruxelle e Atene per riscadenzare il rimborso del debito. Non “alleggerire”, come si legge oggi su diversi quotidiani mainstream. L'importo totale resta invariato – mentre persino il Fondo Monetario Internazionale ne consiglia da tempo il “condono parziale” (“ristrutturazione”) per manifesta impossibilità di farvi fronte – ma si aumenta il numero delle rate, rendendole così un po' meno traumatiche.

Poi il governo Tsipras, in un tentativo di recuperare un po' di consensi (dopo ben tre scioperi generali proclamati anche dai sindacati “meno antigovernativi”, come Adedi e Gsee, oltre che dal comunista Pame), ha deciso di fare un possa “renziana”, destinando 600 milioni di surplus ai pensionati al di sotto degli 800 euro mensili. Un milione e 600mila persone avrebbero dunque ricevuto la favolosa regali di 50 euro… l'anno. Per sovrappiù, Tsipras aveva deciso di non far aumentare l'Iva solo in quelle isole dell'Egeo che devono sopportare l'ondata dei profughi che lasciano la Turchia (Erdogan pare non rispettare troppo l'impegno preso con la Ue, in cambio di 6 miliardi di euro).

Apriti cielo!, L'Eurogruppo – il consiglio dei ministri finanziari, presieduto dal falco olandese, Jeroen Dijsselbloem – ha deciso per punizione di congelare l'accordo di una settimana prima, bloccando dunque anche i cosiddetti “nuovi aiuti” da erogare ad Atene. "Le istituzioni hanno concluso che l'operato del governo di Atene non è in linea con gli accordi – recita la nota -. Alcuni stati membri la pensano allo stesso modo e così, senza unanimità, le misure per ristrutturare l'esposizione sono al momento congelate".

Tutto rinviato a gennaio, quando – eventualmente – dovrebbe chiudersi la seconda fase del “programma di salvataggio”. Un titolo davvero poco congruo, visto quel che è rimasto dell'economia greca, oggi…

Tornano i corpi lacerati dall’esplosivo nella Turchia che Erdoğan fa definitivamente sua con la riforma costituzionale votata a breve dal Parlamento. Nella serata post calcistica, che aveva visto il successo della locale formazione del Beşiktaş sul Bursaspor, in un’area esterna al Vodafone Arena che dista poco più di mezzo chilometro dal Gezi park, ci sono state due terribili esplosioni. Una ha smembrato numerosi corpi di poliziotti: venti finora le vittime accertate, altre quaranta persone risultano gravemente ferite. L’intera zona è stata immediatamente circondata da altri agenti in servizio di ordine pubblico e da rinforzi accorsi in massa. Non sono mancate manifestazioni di paura ed esasperazione fra le stesse forze dell’ordine.

Dal giugno scorso non s’erano più verificati attentati nella metropoli che, fra il 2015 e 2016, ne ha subìti d’ogni genere. Autori accertati per diretta rivendicazione i miliziani dell’Isis e guerriglieri kurdi del gruppo Kurdistan Freedom Falcons, una componente che una dozzina di anni fa s’è distaccata dal Pkk. In precedenti esplosioni avvenute sia con autobomba, sia con ordigni celati e kamikaze erano stati colpiti poliziotti oppure militanti del Partito democratico dei popoli e attivisti dell’opposizione anti erdoğaniana. Ciascuno sceglieva i suoi obiettivi. Proprio i cosiddetti Falconi della libertà avevano rivendicato l’agguato suicida che nel febbraio scorso aveva ucciso 28 poliziotti in pieno centro di Ankara, accusando il governo turco di dirottare armi ricevute dagli Stati Uniti ai miliziani dello Stato Islamico.

Mentre a giugno s’era verificato l’assalto all’aeroporto Atatürk della città sul Bosforo costato la vita a 47 persone presenti nell’area delle partenze. Un’azione condotta con esplosioni suicide di kamikaze e colpi d’arma da fuoco, attribuita all’Isis ma mai apertamente rivendicata. Ancora più sanguinoso (57 morti) era risultato il massacro compiuto ad agosto a Gaziantep, località abitata in buona parte da kurdi, nel corso d’una festa di matrimonio. Anche in quel caso la mano attentatrice sarebbe stata quella del fondamentalismo islamista che continua a punire l’impegno dei guerriglieri kurdi nella lotta contro il Daesh.

Dal tentato golpe di luglio l’attenzione del governo turco è, comunque, rivolta alla repressione del gruppo accusato del complotto e del colpo di mano: i seguaci di Fethullah Gülen. Contro costoro, contro i sospettati e anche contro semplici avversari d’ogni tendenza politica si sono scatenati persecuzioni, radiazioni e arresti. L’idea che il Paese sia sottoposto a complotti stranieri è diffusissima, com’è diffusa la paura di attentati che oggettivamente avvengono e non riescono a essere previsti dall’Intelligence interna.

Stavolta gli Stati Uniti hanno immediatamente offerto solidarietà al governo Yıldırım che a breve perderà ogni potere. Appena si concluderà l’iter parlamentare la figura del premier diventerà superflua: ogni autorità passerà nelle mani del presidente, compreso quella esecutiva. Il presidente potrà, inoltre, sciogliere il Parlamento. Se il voto finale, ora che il quorum di maggioranza è assicurato dall’appoggio del partito nazionalista, giungerà a breve, a primavera verrà indetto il referendum confermativo. Così Erdoğan potrà coronare il suo patriarcato, oscurando quello originario di Mustafa Kemal.

 articolo pubblicato su http://enricocampofreda.blogspot.it

Dopo mille giorni di repressione cieca e due anni e mezzo di regime-Sisi l’Egitto delle bombe appare come un’intoccabile realtà. Stamane è tornato a colpire facendo brillare una dozzina di chili di tritolo nell’area dell’antica cattedrale copta di San Marco, zona Al Abasya. La deflagrazione ha massacrato corpi di donne e bambini (venticinque sono finora le vittime) che assistevano a una funzione religiosa nell’attigua chiesa di San Pietro e Paolo. Chi colloca gli ordigni? Certamente dei nemici del generale-presidente: jihadisti della prim’ora che dal golpe bianco del luglio 2013 hanno iniziato a muoversi principalmente nelle aree desertiche del Sinai, dove colpiscono duramente i militari (centinaia sono i soldati uccisi) e seminano terrore e morte nei centri urbani. Gli attentati al quartier generale della polizia al Cairo e successivamente a Mansoura furono i primi ad apparire fra novembre e dicembre 2013.

Da allora agguati e stragi non si sono fermate. Nel Sinai, difficilmente controllabile, i salafiti votati al jihadismo, sono logisticamente aiutati da carovanieri e trafficanti di varie famiglie beduine, che però i generali non hanno fatto arrestare in massa come gli oppositori anche perché quei mercanti non fanno politica. Tutt’al più praticano affari coi combattenti di Ansar Al Maqdis, vicina un tempo a Qaeda e dal 2014 all’Isis con la sigla di Wilayat Sinai. Ma nelle caotiche vie della capitale, dove le centinaia d’illegalità mercantili e di vita fanno prosperare gli informatori del mukhabarat come l’Abdallah del caso Regeni, egualmente i miliziani delle bombe agiscono indisturbati e non ci meraviglieremo se, fra un’omertà e l’altra della burocrazia e degli apparati, venissero alla luce infiltrazioni o connivenze. Certo, la chiusura degli spazi pubblici della politica ha sicuramente condotto giovani attivisti dell’Islam della Fratellanza anche verso posizioni terroristiche; taluni addirittura a intrecciare rapporti coi salafiti, ben poco amati per il loro sprezzante settarismo. Ma la realtà che ha messo a nudo l’incapacità del regime di stroncare questo fenomeno, torchiando esclusivamente le organizzazioni palesi della politica, impedendo loro di riunirsi e addirittura esprimersi, sta diventando un boomerang per la lobby militare che sorregge Sisi. L’odio degli egiziani amanti dell’ordine, dell’affarismo d’ogni sponda, meglio se occidentale, che comprende alcuni tycoon della stessa copiosa minoranza copta, inizia a disdegnare la presunta protezione presidenziale. Anzi dice apertamente, come hanno fatto stamane numerosi fedeli della chiesa cristiana d’Egitto, che il piano Sisi è fallito. Non solo nei riguardi della propria incolumità, ma verso l’intera nazione.

Dai giorni dello scandaloso omicidio Regeni, Sisi, Ghaffari, Shoukry e altri potentati non dormono sonni tranquilli. Non certo per l’azione compiuta da politici come l’ex ministro degli esteri Gentiloni, oggi incaricato di formare un nuovo governo italiano. Indegnamente diciamo noi, vista la nullità delle sue azioni in quell’affaire che sfiora la connivenza. Sisi dovrà temere l’Egitto che l’aveva sostenuto per arginare l’avanzata degli islamisti e che ora paventa di crepare in una deflagrazione o di finire colpito a morte nelle sparatorie se non anti proteste, magari anti guerriglia. Sparatorie che uccidono più civili che miliziani. Tutto ciò tacendo quanto d’irrisolto economia e finanza palesano da oltre un anno. Promesse non mantenute, per le quali un presidente, comunque votato, come Mursi venne messo alla berlina dopo undici mesi. Sì, l’aria diventa pesante anche per Sisi.

articolo pubblicato su http://enricocampofreda.blogspot.it

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