Da Sud a Sud

Le elezioni USA, frutto marcio della crisi sistemica che avanza

di Rete dei Comunisti

Le elezioni USA, frutto marcio della crisi sistemica che avanza

Sabato nel tardo pomeriggio le elezioni presidenziali statunitensi hanno avuto “formalmente” un vincitore che ha superato la soglia dei 270 “grandi elettori”, necessaria per aggiudicarsi la carica. I...

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Trump tuona contro la Cina. L’Argentina guarda a Pechino

Rino Condemi-Contropiano

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Insomma, pare proprio che mentre Trump continua ad alimentare la nuova guerra fredda contro la Cina, parte di quello che una volta era “il cortile di casa” degli Usa sembra andare in una direzione opp...

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La malattia di Trump e gli Usa sull’orlo di una crisi di nervi

Redazione Contropiano - Fulvio Scaglione

La malattia di Trump e gli Usa sull’orlo di una crisi di nervi

Abbiamo atteso per scrivere del contagio di Trump, perché sul tema il bombardamento mediatico mainstream era davvero eccessivo e non ci sembrava utile unirci al coro. Anche adesso, sarebbe facile – di...

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Nel dicembre del 1990, il Field manual del Dipartimento dell’esercito degli Stati uniti, definiva le operazioni militari in un conflitto di bassa intensità come «una combinazione di mezzi, [che] adopera strumenti politici, economici, informativi e militari». Ma quando questi mezzi non risultano efficaci al raggiungimento di un obiettivo militare (e dunque, politico-economico), il passo successivo è quello della “guerra guerreggiata”.

È questo il messaggio “scappato” dalla cartellina del Consigliere per la sicurezza nazionale statunitense John Bolton: in Venezuela siamo pronti all’escalation militare, che non è altro che la traduzione nostrana del «all options are on table» rilasciato dalla Casa bianca a seguito della “svista” del Consigliere. E non a caso, il già ridenominato “Piano Bolton” viene annunciato durante la conferenza stampa in cui si pubblicizzavano le sanzioni economiche alla Pdvsa, compagnia petrolifera venezuelana nazionalizzata da Chávez, i cui ricavi sono la fonte delle numerose misiones con cui il governo di Caracas finanzia lo “stato sociale”.

Contestualmente, il presidente Trump ha iniziato il 2019 all’insegna della ridefinizione della politica estera statunitense, non senza creare scompensi all’interno della squadra di governo. L’intenzione di ritirare la metà delle truppe dall’Afganistan (da 14 a 7 mila) non trova i favori dei capi della National intelligence nordamericana che, con le parole del direttore Daniel Coats, avvertono il presidente del rischio di un Iraq 2.0 in caso di ritirata da Kabul in assenza di un governo capace di mantenere la stabilità nel paese, e dunque di giustificare ex post il quasi ventennale l’intervento a guida stelle e strisce.

Nell’appunto di Bolton, quelle sarebbero le truppe incaricate (almeno nel numero) di “aprire” il fronte venezuelano tramite lo storico alleato colombiano, i cui confini col Venezuela sono terreno privilegiato per ogni operazioni di disturbo alla democrazia dei vino tintos.

A una “democrazia” che promette guerra, una “dittatura” risponde col dialogo. L’appena rieletto presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, ha annunciato all’agenzia russa Ria Novosti di essere disposto ad aprire all’opposizione politica, anche con la mediazione di paesi terzi. Come dire, non proprio l’atteggiamento di chi ha qualcosa da nascondere nell’armadio di casa propria.

Picche, invece, sull’ultimatum lanciato dell’Unione europea circa la necessità di indire nuove “libere elezioni presidenziali” entro otto giorni, minacciando il «non riconoscimento della leadership del paese». A livello internazionale, la spaccatura è totale, come sancito dal voto Onu (17 a 16), in cui è stato decisivo il Messico guidato dal nuovo presidente Lopez Obrador, stavolta non allineato ai voleri di Washington. Le elezioni, al massimo, possono essere quelle dell’Assemblea nazionale, di cui l’autoproclamatosi “presidente del Paese” Guaidò è il, questo sì, presidente.

Come già scritto in queste pagine, sul sostegno al Venezuela ci si divide, perché nel qui e ora poca importano le contraddizioni presenti nel processo bolivariano che, in quanto processo e realtà che cammina, non può essere esente da errori. È la natura della sperimentazione, peraltro portata avanti dovendo contemporaneamente affrontare la sfida di chi continua a considerarla come “il giardino di casa”, e dei suoi fedeli seguaci.

Insomma, è la natura del momento storico che impone lo schieramento senza esitazioni dalla parte del popolo venezuelano, a cui solo la continuazione del processo chavista può, se non garantire, quantomeno tenere aperto l’orizzonte di un futuro fatto di giustizia sociale e riduzione delle diseguaglianze. Di contro, l’imperialismo targato Donald Trump torna a tuonare sui confini dei Caraibi, incalzato da quell’«America first» che passa, dopo i continui fallimenti in Medio oriente e dal sopravanzare della Cina, dal controllo dell’altra parte dell’America, quella Latina e rebelde.

 

La vergognosa canea a cui siamo assistendo sull’arresto e la fulminea estradizione di Cesare Battisti,  non deve vedere abbassare la testa a chi negli anni, e ancora oggi, si è battuto e si batte contro un sistema di oppressione diventato sempre più insopportabile.

 Il personaggio Cesare Battisti non si presta al ruolo di martire, ma il contesto della sua storia trascende della sua personale esperienza.

 

1)    In primo luogo a intestarsi l’operazione di rimpatrio di Battisti sono due governi, uno ormai dichiaratamente fascista come il Brasile, l’altro con un razzista e un anticomunista viscerale come ministro dell’Interno (l’Italia). Non è un dettaglio trascurabile.

 

2)    In secondo luogo non ci sentiamo di condividere la scelta e la rapidità con cui il governo progressista della Bolivia ha ceduto sull’estradizione di Cesare Battisti. C’era una domanda di asilo politico che doveva essere esaminata dal Conare (Consiglio Nazionale per i Rifugiati) boliviano  prima di prendere qualsiasi decisione,  e poi ci sono le leggi internazionali sull’estradizione che avrebbero consentito di non cedere alle pressioni dei governi di Brasile e Italia e al carattere vendicativo del sistema giudiziario/carcerario italiano.

 

Non aveva ceduto per anni il governo francese, non lo aveva fatto per anni il precedente governo brasiliano. Perché il governo progressista boliviano non ha fatto altrettanto? Nessuno sottovaluta che oggi in America Latina il clima politico sia cambiato in peggio con la restaurazione di governi di destra in Brasile e Argentina e l’indebolimento dell’ondata progressista. Erano prevedibili fortissime pressioni sulla Bolivia, ma la rapidità con cui è stato consentito l’arresto e l’estradizione di Cesare Battisti non assolvono le autorità boliviane dalle loro responsabilità

 

3)    In terzo luogo, in America Latina – diversamente che in Italia – abbiamo visto palesarsi la possibilità democratica che ex guerriglieri come Mujica in Uruguay o Dilma Youssef in Brasile diventassero presidenti, o che in Bolivia e Venezuela ex guerriglieri potessero svolgere incarichi di governo. Questa possibilità in un paese come l’Italia non è mai avvenuta, perché lo Stato e i partiti politici hanno sempre impedito un vero dibattito politico e storico nel paese sulla “guerra di bassa intensità” che è stata scatenata e  combattuta in Italia dalla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 fino ai primi anni Ottanta. La pesantezza di questo impedimento  traspare in questi giorni non solo nelle dichiarazioni forcaiole della destra ma anche in quelle di alcuni forcaioli della sinistra.

 

4) Da allora è stata sistematicamente negata una soluzione politica sulle conseguenze di quel conflitto ed è stata impedita una amnistia – come esplicito atto politico – che in qualche modo riconoscesse il carattere eminentemente politico – e per tutti i soggetti coinvolti –  di quanto è avvenuto nella storia recente del nostro paese. Non si possono demonizzare i fatti di quel periodo storico con una visione unilaterale che troppo somiglia ad una vendetta del vincitore – lo Stato – e nascondendo che ci furono anche cinquemila prigionieri politici, carceri speciali, torture, sentenze spropositate, leggi repressive anticostituzionali, uccisioni su entrambi i fronti e spesso di persone innocenti. Una “guerra sporca” appunto, combattuta nelle strade e nelle piazze.

 

L’Italia non è stata e non è ancora uno Stato “normale” e non lo sarà mai fino a quando non farà i conti con la propria storia più recente, anche delle sue pagine più dolorose o sanguinose.

 

E’ un giudizio impegnativo ma veritiero, un giudizio che anche le autorità boliviane avrebbero dovuto prendere in considerazione prima di concedere rapidamente una estradizione che affida una persona perseguita per gravissimi reati – ma per motivazioni politiche come quelle di ex presidenti o ministri latinoamericani – ad un  governo vendicativo e ad uno Stato punitivo.

 

5)    Infine, ma non per importanza, vogliamo riaffermare come la vicenda di Cesare Battisti esuli dal personaggio in questione,  ma riponga con prepotenza nel nostro paese una contraddizione ancora aperta sul piano storico e una battaglia politica come quella dell’amnistia, per i protagonisti dei conflitti ormai passati da decenni e per quelli dei conflitti in corso oggi.

"Il cedimento sul 2,4% è grave anche dal punto di vista simbolico, è il segnale di resa verso tutti quei paesi che invece l’Italia avrebbe potuto attrarre in una lotta contro i dogmi folli imposti da questo regime."


Intervista a Luciano Vasapollo, docente di Politica Economica Internazionale presso l'Università La Sapienza


Professore, da economista come giudica la decisione del governo italiano di ridurre dal 2,4 al 2,04 il deficit di bilancio nella trattativa in corso con l’Unione Europea?

Ormai la competizione economica, finanziaria e commerciale inter-imperialista è sempre più brutale. La guerra dei dazi lo dimostra e lo dimostra per l’ennesima volta le presunte trattative, che trattative non sono mai, con l’Unione Europea. Non ci sono margini. Loro ordinano e i paesi eseguono. La trattativa finisce sempre come con Tsipras.  E’ accaduto anche con questo governo italiano, che sarà costretto a rivedere tutto quello che aveva promesso in campagna elettorale e con il noto “contratto” con cui era nato l’esecutivo. Non sarà più quota 100 ma quota 105 come già si inizia a dire e il reddito da cittadinanza universale come promesso diventerà un reddito “miserabile”, una carità. 


Come giudica, in particolare, le ultime dichiarazioni di Salvini?



Salvini è una versione incattivata di Renzi. I due Mattei sono uguali: tutte le proposte repressive e economiche sono identiche. Rilancio delle privatizzazioni, un neo-liberismo sfrenato a vantaggio delle grandi corporazioni e un capitalismo aggressivo che sta producendo intorno ai derivati una immensa bolla speculativa pronta ad esplodere da un momento all’altro. Su questo il Pd di Renzi e la Lega di Salvini la pensano allo stesso modo. Il Pd ha insegnato i termini della repressione dei movimenti sociali attraverso Minniti e Salvini in continuità sta sgomberando e arrestando con le accuse di "associazioni a delinquere" gli occupanti a Milano e a Roma. Non accettiamo la criminalizzazione delle lotte. E' la stessa cosa da tanto tempo. Vengo da lontano è un film che abbiamo già visto, dall'epoca di Cossiga (il Salvini attuale) e Pecchioli (il Minniti attuale). Non ci siamo mai arresi e non lo faremo certo oggi.

Mentre Moscovici bocciava anche la nuova proposta molto al ribasso dell’Italia, quasi in contemporanea, ci faceva sapere che per la Francia va bene sforare il deficit con le nuove misure proposte da Macron perché - all’Alberto Sordi nel Marchese del Grillo - “la Francia è diversa”….



Non bisognava essere dei nuovi Tsipras. E lo dice chi, attraverso le continue lotte del sindacato si può arrivare alle trattative se le condizioni di forza lo permettono. Non siamo contrari alle trattative, ma quando ci sono le condizioni. Bisogna essere sempre pronti a rovesciare il tavolo quando i margini non esistono. L’Unione Europea è un mostro di neo-liberismo che si basa sulle concezioni di austerità della Germania e la moneta, l’euro, è la rappresentazione del marco e delle fobie sull’inflazione di Berlino. Ecco in questo quadro ci sono stati due paesi che da Maastricht ad oggi hanno dimostrato agli altri non solo che loro delle regole possono fare quello che vogliono, ma che le stesse regole valgono solo per i paesi più deboli. Sulle parole e il comportamento di Moscovici permettetemi due annotazioni che reputo importanti. La prima è che l’Italia non è la Grecia. E’ la terza economia della zona euro, un paese importante, fondamentale e vitale per tutto l’impianto. Il cedimento sul 2,4% è grave anche dal punto di vista simbolico, è il segnale di resa verso tutti quei paesi che invece l’Italia avrebbe potuto attrarre in una lotta contro i dogmi folli imposti da questo regime. La seconda riguarda i media. Sono rimasto davvero allibito da professore universitario da un articolo di Repubblica che titolava: “Rapporto deficit / pil, ecco perché la Francia può permettersi di sforare e l'Italia no“. Non una parola chiaramente sulle truffe ormai assodate e note a tutti della Francia sulla pelle dei paesi africani legati al Franco Cfa - con cui Parigi frega letteralmente sul suo debito e sui parametri europei – ma quello che è più grave è che si alterano le lezioni del primo anno di politica economica. E’ un’economia in crisi che deve fare un deficit maggiore per rilanciarsi, non una “sana”. Ma non è certo un caso che, con la linea degli editorialisti di Repubblica, la sinistra in Italia sia morta e sepolta.


Che senso ha ancora, come ha fatto Salvini recentemente ma come fanno anche in molti della cosiddetta sinistra antagonista, parlare di “riformare da dentro” l’Unione Europea?


Il concetto che vorrei fosse chiaro è che in queste presunte trattative, per i popoli del Sud Europa non ci sono più margini. Chi, da Salvini alla sinistra antagonista, propone ancora “la riforma” o è in malafede o non persegue gli interessi del popolo, o tutte e due le cose insieme.

 

Ed è per questo che si stanno intensificando i lavori da parte nostra per la realizzazione del progetto dell’“Alba Mediterranea”. I nostri contatti con l’Unione Popolare in Grecia, con France Insoumise di Melenchon per un’uscita di classe, un’uscita di popolo attraverso la democrazia popolare si stanno intensificando.  All’ipocrisia del regime neo-liberista dell’Unione Europea e della zona euro responsabile della distruzione dei diritti, delle Costituzioni e del Welfare di intere popolazioni bisogna rispondere con la cooperazione tra i popoli attraverso i principi di solidarietà, compensazione e rispetto assoluto della sovranità – che è sovranità politica, monetaria, fiscale, alimentare e energetica -  indipendenza e autodeterminazione. Questo è il progetto dell’Alba Mediterranea.



Abbiamo appreso che Potere al Popolo parteciperà in Francia alle nuove lotte dei Gilet gialli. E’ un seme di questa uscita di classe?


Potere al Popolo è un fronte unitario, per l'alternativa a sinistra di classe e quindi sta dove si muovono gli interessi della massa degli sfruttati. Perché quando il popolo lotta e si ribella Potere al Popolo è presente. Ci potrebbero essere anche persone di estrema destra, qualche incappucciato di estrema destra. Da sempre, e ripeto ne ho viste tante nella mia storia politica, i servizi segreti e fascisti si infiltrano nelle manifestazioni. Ma io voglio che sia chiaro un punto: quali settori della popolazione francese stanno manifestando, quali sono in lotta da settimane? Precari, disoccupati, migranti e classe media impoverita. Quella classe media che prima con 1300-1500 euro faceva una vita dignitosa e che ora il neo-liberismo dell’Unione Europea ha trasformato in nuovi poveri. Noi saremo con tutti loro.

Voglio essere ancora più chiaro. La classe media che non arriva a fine mese è la nuova povertà, è il nuovo proletariato. Il piccolo imprenditore che lavora 12-13 ore al giorno e non arriva a fine mese, ma resta in piedi perché ha intere famiglie di suoi lavoratori che sopravvivono grazie a lui è la nuova povertà, il nuovo proletariato. Fa parte di quel blocco sociale, per usare un termine gramsciano, di ribellione che non ha ancora una coscienza di classe. Ma la rivolta organizzata dai Gilet gialli dimostra che qualcosa si sta muovendo e Potere al Popolo per tutte queste ragioni sarà in piazza con loro.

 

La Piattaforma dei Gilet gialli non lo dice apertamente ma chiaramente la realizzazione di quegli obiettivi prevede in modo esplicito e chiaro la rottura con zona euro e Unione Europea. Allo stato attuale, può un paese da solo staccare la spina dal regime di Bruxelles, Berlino e Francoforte?


Chiaramente dipende dalla grandezza e forza del paese in termini economici e politici. La rottura di Francia e Italia comporta il giorno dopo la fine di tutto. Io però su questo punto vorrei ritornare al nostro progetto che prevede una condivisione dei paesi mediterranei (sponda Sud e Sponda Nord) per l’organizzazione del Piano B che risulta inevitabile. Posso dirvi che France Insoumise di Melenchon, di fatto oggi il primo partito in Francia, sta valutando sempre più attentamente con noi quest’opzione. Ho avuto uno scambio molto interessante la settimana scorsa alla Sapienza con una importante dirigente del partito e mi ha confermato che France Insoumise fa si parte del cosiddetto Patto di Lisbona (anche con Podemos), ma che all’opzione A – riforma dell’Unione Europea – non crede più e che per il Piano B sono concordi nell’opzione Mediterranea 5 + 5 (5 paesi della sponda sud e 5 della sponda Nord). 


In Francia la rivolta continua. Ma in Italia?


In Italia anche. Come Potere al Popolo e Usb, saremo in piazza domani, sabato 15 dicembre, dalle ore 14.00 a Piazza della Repubblica, per la manifestazione “Get up, Stand Up! Stand up for your rights”, magari con un gilet giallo. Si tratta di una risposta di massa unitaria, di tutti i lavoratori di qualsiasi colore di pelle siano. Non solo perché il “decreto sicurezza” è un’infamia che grida vendetta, ma se in un paese è “legale” sfruttare manodopera pagata due-tre euro l’ora, facendola dormire in baraccamenti che esistono da anni, sotto gli occhi di polizie locali, nazionali e internazionali, allora nessun lavoratore può sentirsi sicuro di non esser spinto anche rapidamente nella stessa condizione. Saremo a Parigi e saremo a Roma perché dentro quest’Unione Europea lo scenario è chiaro e la lotta è comune. Sappiamo da che parte sta Salvini, è la stessa parte di Minniti e di Renzi. La domanda però che ci poniamo è: da che parte sta Di Maio?

Alessandro Bianchi

Notizia del: 14/12/2018

 https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-Gilet_Gialli_I_Nuovi_Tsipras_Italiani_E_Lalba_Mediterranea_Intervista_Al_Prof_Luciano_Vasapollo/5496_26432/

 

Giovedi 6 dicembre , ore 21.00

Palazzo Baviera

Piazza del Duca, Senigallia , Ancona

Presentazione del libro

PIGS- La vendetta dei maiali

Con l’Autore

Luciano Vasapollo

Realizzazione: Natura Avventura

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