“Il Papa ci invita a scoprire l’altro come fratello”, ha spiegato il segretario di Stato Pietro Parolin, alla presentazione del libro “La tunica e la tonaca” di padre Enzo Fortunato, direttore della Sala Stampa del Sacro Convento di Assisi. È questo, ha detto, il messaggio che il Papa ci manda attraverso l’Enciclica “Fratelli tutti, che Francesco firmerà il prossimo 3 ottobre davanti nella Basilica Maggiore, davanti alla tomba di San Francesco.

“Alla vigilia della firma della terza enciclica di Papa Francesco, ci rendiamo conto che per riparare, ricucire, abbiamo bisogno della fraternità e superare la contrapposizione amico nemico, bianco nero. Il nostro tempo liquido e triste, colpito dalla pandemia può sembrare un tempo per realisti, per costruttori di muri, eppure è proprio in questo nostro tempo che Francesco ha scelto il vocativo ‘Fratelli tutti’, ha aggiunto, inoltre, il principale collaboratore di Papa Francesco.

“E del resto anche il mondo di San Francesco non era pacifico, era un groviglio di conflitti pieno di mura e di torrette difensive. Proprio in questo contesto emerse l’audacia di uno sparuto gruppo che volle predicare la pace”, ha concluso Parolin.

Alla presentazione del libro, che si è svolto nel bel cortile del Protettorato San Giuseppe a Roma – un importante ente benefico attivo nel campo della formazione, del dialogo e della solidarietà – era presente un amico del FarodiRoma, Luciano Vasapollo, docente di Politiche Economiche alla Sapienza nonché delegato del rettore per i rapporti con l’America Latina e il Caribe.

Tra l’altro, Vasapollo – che, a termine dell’iniziativa, ha avuto un cordiale dialogo con il segretario di Stato di Papa Francesco – ha donato al cardinale Parolin una copia della sua ultima fatica, “Volta la carta… nel nuovo sistema economico e monetario: dal mondo pluripolare alle transizioni al socialismo”.

 

Il 27 maggio si è tenuta una prestigiosa iniziativa, ( questo è il link per ascoltare il convegno https://youtu.be/_yOJYSvQsHo) organizzata dal Centro de Investigación Clacso-RUIS, Otras Voces en Educación e CEIP, e moderata da Luiz Palomino e Luis Bonilla-Molina, sugli “Stati Uniti e la loro tradizione di ingerenze” nel mondo ma soprattutto in America Latina. Alla conferenza, che sarà trasmessa on line su questo link, parteciperanno importanti studiosi di diversi paesi, come Atilio Boron (Argentina), Antonio Elias (Urugay), Stella Calloni (Argentina), Luciano Vasapollo (Italia) e Olmedo Beluche (Panamá). Si tratta di un importante incontro per discutere della situazione attuale; nel momento in cui gli Stati Uniti, a causa della gestione erratica e sostanzialmente sbagliata dell’emergenza sanitaria, hanno bisogno di trovare un capro espiatorio, essi hanno deciso di aumentare le sanzioni e inasprire il blocco contro Cuba e il Venezuela. Due nazioni che non si sono tirate indietro dinanzi alla pandemia e hanno inviato i propri medici in giro per il mondo.

FarodiRoma, pertanto, ha deciso di intervistare uno dei relatori, Luciano Vasapollo, economista e caposcuola marxista, il quale è stato tra i fondatori, insieme ai Comandanti Eterni Fidel Castro e Ugo Chávez della Rete di Intellettuali e Artisti in Difesa dell’Umanità (a Caracas nel 2004).

Luciano Vasapollo, che cosa significa l’iniziativa di domani e perché è così importante?

Come vorrei sottolineare, si tratta di un momento di particolare interesse, perché studiosi e esperti di questioni internazionali e di economia si incontrano per discutere di un tema dirimente: l’azione perversa dell’imperialismo e gli strumenti per contrastarlo. Gli Stati Uniti, con le loro sanzioni, colpiscono la popolazione dei governi che desiderano rovesciare in quanto rappresentano un ostacolo al loro dominio planetario incontrastato. Questo è il caso di Cuba, che soffre da sessant’anni un blocco criminale, denunciato più volte da quasi la totalità dei paesi durante l’assemblea delle Nazioni Uniti, e del Venezuela. Questi paesi rappresentano una minaccia perché offrono un modello alternativo al sistema di sfruttamento, sull’uomo e sulla natura, proprio del capitalismo. Inoltre, mettono a repentaglio l’egemonia statunitense in quello che i nordamericani considerano il proprio giardino di casa, ossia tutto il Sudamerica. Va sottolineato che Obama aveva preso delle misure positive di alleggerimento del blocco, ma con Trump la situazione sta velocemente peggiorando. Il costo per Cuba è stato atroce. Eppure la piccola isola caraibica ha saputo resistere. Nonostante da sei decadi undici milioni persone soffrano questo blocco, Cuba è rimasta fedele agli ideali della cooperazione internazionalista e della solidarietà. Ne abbiamo avuto una dimostrazione tangibile in questi mesi terribili, segnati dalla peggiore epidemia della storia recente, durante i quali Cuba ha prestato assistenza, non solo nel Terzo Mondo, come essa aveva sempre fatto, ma anche in paesi del cosiddetto Primo Mondo, come la Spagna e, come sappiamo benissimo, l’Italia. Quello che mi viene da chiedere: Quanto di più Cuba avrebbe potuto aiutare oggi se non avesse dovuto vedere il proprio potenziale diminuito da sessant’anni di prepotenza e arroganza da parte degli Stati Uniti? È dovere di tutti i democratici, oltre che dei marxisti e dei cristiani di base, combattere contro tutte le possibili forme di blocco e sanzioni.

Un altro bersaglio di Trump e degli Stati Uniti è stato il Venezuela. In questi mesi abbiamo visto un escalation molto pericolosa. Che cosa può dirci?

Il Venezuela è considerato una minaccia alla sicurezza nazionale dagli Stati Uniti. Dall’amministrazione Obama, questa nazione sovrana è stata posta in “stato d’emergenza”. Come è noto, il Venezuela è sottoposto, da parte degli Stati Uniti, a un blocco totale, il quale colpisce in particolar modo non solo l’industria petrolifera della Repubblica Bolivariana, ma anche la sua capacità di estrazione dell’oro e la possibilità per il Venezuela di vendere, sul mercato azionario, obbligazioni, le quali sarebbero utili per ristrutturare il suo debito estero. Questo tema è di particolare importanza perché ha ricadute che vanno ben al di là dei rapporti bilaterali tra il Venezuela e gli Stati Uniti, che fanno valere de facto l’extraterritorialità delle proprie leggi e della propria giurisdizione. Per la Repubblica Bolivariana sussiste il divieto di effettuare qualsiasi transizione finanziaria non solo negli USA ma in tutti paesi che rientrano nel circuito economico finanziario dominato dagli Stati Uniti. Le banche di quasi tutto il mondo si sono arrogate il diritto di trattenere 8 miliardi di dollari di risorse venezuelane. Abbiamo visto sia il congelamento di tutti i conti bancari sia la confisca di tutti i beni venezuelani negli Stati Uniti per un valore approssimativo di 20 miliardi di dollari. Anche la compagnia area statale venezuelana, CONVIASA, è stata sanzionata. L’obiettivo è soffocare l’economia di questo paese.

Inoltre gli Stati Uniti vigilano gelosamente affinché il blocco sia rispettato impedendo qualsiasi tipo di importazione in Venezuela, concentrandosi principalmente sulle medicine e gli alimenti. Secondo un report del CEPR, un centro di ricerca con sede a Washington DC, solamente tra il 2017 e il 2018, le sanzioni di Trump hanno causato la morte evitabile di 40 000 venezuelani e addirittura 300 000 persone si trovano a rischio per il futuro. Tra queste, dobbiamo considerare le 80 000 persone affette dall’aids che dal 2017 non possono ricevere alcun tipo di trattamento antivirale, 16 000 venezuelani che non possono accedere alla dialisi, 16 000 persone colpite dal cancro e 4 milioni con il diabete o che soffrono di ipertensione, molte delle quali non possono avere l’insulina e le medicine per trattare queste patologie.

L’Unione Europea si differenzia in qualche modo dagli Stati Uniti in questo approccio?

Riguardo al Venezuela, l’orientamento della UE oscilla tra l’ipocrisia e la complicità. Con grande dose di cinismo, la UE ha applicato la propria quota di sanzioni alla Repubblica Bolivariana. Inoltre, l’Unione Europea riconosce l’autoproclamato presidente Juan Guaidó come presidente e calpestando la sovranità del Venezuela chiede un cambio di governo per rimuovere o soltanto alleggerire le sanzioni. L’atteggiamento privo di scrupoli della UE lo abbiamo visto all’opera recentemente, quando è stato reso palese il coinvolgimento del signor Guaidó nell’impresa mercenaria capitanata dall’agenzia yankee SilverCop, il cui obiettivo immediato era la rimozione del Presidente Maduro (con sequestro o con il suo assassinio). È stato svelato anche un contratto di 212 milioni di dollari firmato dalle controparti. Ma la UE è rimasta in silenzio.

Il tema del nuovo sistema monetario e l’importanza della resistenza monetaria è al centro dell’ultimo trattato di Vasapollo, scritto con Rita Martufi e Joaquin Ariolla, Volta la carta… nel nuovo sistema economico monetario: dal mondo pluripolare alle transizioni al socialismo, pubblicato da EdizioniEfesto (Roma). La crisi del dollaro e l’emersione di altre monete potrà portare ad una democratizzazione delle relazioni internazionali?

Questo è un tema particolarmente importante. Chiaramente, esistono delle tendenze in atto che vanno in questa direzione. Cionostante, le classi dirigenti nordamericane hanno messo in piedi potente strategia, come quella dei blocchi, per tentare di invertire questi processi, che sicuramente possono mettere in discussione, nel medio e lungo periodo, l’egemonia statunitense. Come abbiamo sottolineato in Volta la Carta, che è stato dato alle stampe proprio in questi giorni, andiamo incontro ad una progressiva de-dollarizzazione. L’ascesa di nuovi attori e la formazione finalmente di un mondo pluripolare, in prospettiva, può mettere in scacco l’egemonia dei circuiti monetari dominati dal dollaro. Per questo, dobbiamo fare molta attenzione alla questione della moneta. Lo yuan, la moneta del popolo cinese, il rublo, ma anche le cripto monete, possono rappresentare un’alternativa. L’indipendenza monetaria si situa al centro della nuova resistenza antimperialistica. Un evento che è accaduto proprio in questi giorni, che dimostra come le tendenze descritte in Volta la carta… sui processi di crollo del sistema unipolare siano in atto, è l’arrivo delle petroliere iraniane in Venezuela. Si tratta di un episodio emblematico della venuta meno dell’egemonia planetaria da parte degli Stati Uniti che non hanno osato respingere i navigli di Teheran.

Vede delle speranze?

L’appello del segretario dell’ONU, Antonio Guterres, per la sospensione delle sanzioni, cui hanno aderito tantissime voci internazionali, tra cui quella del Ministro degli Esteri della UE, Josep Borell, rappresenta un grande passo in avanti. Questa sospensione, utile per comprare medicine e alimenti durante questa pandemia, è stata realizzata con successo in Iran. Anche Sua Santità, Papa Francesco, ha chiesto la fine delle sanzioni e il rispetto della vita umana.

 

 

 

 

Prima che l’intera attenzione mediatica e dell’opinione pubblica fosse fagocitata dal caso della nave della Guardia Costiera italiana ‘Diciotti’ ferma nel porto di Catania con 117 migranti a bordo, nel paese si era acceso un sano dibattito sull’opportunità delle nazionalizzazioni. Tema emerso perché settori  ell’autodefinito governo del cambiamento avevano avanzato l’ipotesi di revocare la connessione delle autostrade alla società controllata dalla famiglia Benetton in seguito al crollo del ponte Morandi a Genova. I settori liberal liberisti sono immediatamente insorti. Agitando anche, a  sproposito, lo spauracchio Venezuela. Insomma, nulla di nuovo per un paese dove il circuito mainstream utilizza quotidianamente fake news  per deformare la realtà e cercare di conformarla ai propri interessi.

Un classico esempio di post-verità.

 

Per questo abbiamo deciso di sentire un parere autorevole. Quello del  professor Luciano Vasapollo, professore di Analisi Dati di Economia  Applicata alla «Sapienza» Università di Roma, Delegato del Rettore per le Relazioni Internazionali con i Paesi dell’America Latina e dei  Caraibi; e professore all’Università de La Habana (Cuba) e all’Università «Hermanos Saíz Montes de Oca» di Pinar del Río (Cuba)

 

INTERVISTA

 

Professore, dopo l’immane tragedia di Genova, potrebbe tornare una

stagione di nazionalizzazioni?

 

Siamo ancora una volta di fronte a due modelli di sviluppo che si

scontrano. Uno è lo sviluppo quantitativo basato sullo sviluppismo,

quindi solo sul profitto. Questo crea danni all’uomo e all’ambiente. I

danni si misurano nella maniera in cui vediamo. Facciamo l’esempio del

ponte di Genova: si tratta di una strage di Stato. Mi assumo la

responsabilità piena di questa forte dichiarazione. Una strage

compiuta da quello Stato che ha appoggiato le aziende e le

multinazionali come Benetton che hanno agito come in quel famoso film

‘Prendi i soldi e scappa’. Perché la rete autostradale è stata

costruita con le nostre tasse. Su questa rete ci sarebbe molto da

dire, visto che l’Italia è una grande nave nel Mediterraneo dove ad

esempio il trasporto delle merci si potrebbe fare via mare. Invece si

è sventrato il paese con il sistema autostradale, già dagli anni 50’

con la Democrazia Cristiana, per permettere alla Fiat e all’Iveco

tramite il trasporto su gomma di far soldi.

 

Questo sistema dell'assistenzialismo alle imprese partito negli

anni 50' con i governi di centrodestra e centrosinistra.

L'unica parentesi positiva è stata quelle delle nazionalizzazioni

quando in Italia per cercare di creare un'ammortizzatore sociale

contro lo sviluppo e l'avanzamento del movimento operaio, c'è

stata una redistribuzione del reddito e della ricchezza. Pensiamo al

fatto che oltre al lieve rialzo dei salari diretti e indiretti vi fu

l'importante conquista dello Stato sociale, con la forza del

movimento dei lavoratori. Scuola e sanità gratuita. Insomma, tutto lo

Stato sociale.

 

Parallelamente a questo si è messo in funzione tutto un sistema

'irizzato', quindi un sistema bancario fortemente pubblico,

tutto il sistema energetico con l'ENI, le telecomunicazioni e i

trasporti. Questo passaggio molto importante non vorrei si

dimenticasse perché le nazionalizzazioni hanno funzionato nel nostro

paese. Le nazionalizzazioni hanno reso dei servizi efficienti.

 

 

Poi cosa è accaduto?

 

Poi è successo che il conflitto sociale e la forza del movimento

operaio crescevano e quando l'ammortizzatore dello Stato sociale e

delle nazionalizzazioni non sono più serviti, il grande capitale

nazionale e transnazionale, e quindi anche gli Stati Uniti, hanno

giocato in Italia l'arma del terrorismo e del fascismo. Ricordiamo

la stagione delle stragi impunite, i tentativi di colpo di Stato. Non

c'è un capitalismo buono e uno cattivo. Il capitalismo usa i suoi

strumenti in funzione dei rapporti di forza. Quando i rapporti di

forza erano positivi per i lavoratori il capitale ha dovuto concedere

le nazionalizzazioni e lo Stato sociale, poi ha tentato l'arma

repressiva.

 

Quello che è avvenuto a Genova dimostra che lo sviluppismo quantitativo

questo provoca. Essenzialmente il profitto e la logica che è stata

imputata a Berlusconi, ma che di Berlusconi non è, perché gli artefici

primari sono quelli che hanno voluto l'ingresso nell'Unione

Europea, quindi tutta la diaspora dopo il Partito Comunista. I governi

Prodi, D'Alema e i successivi. I Democratici di Sinistra, il

Partito Democratico e via discorrendo. Che hanno la responsabilità di

aver portato il paese al massacro sociale all'interno

dell'Unione Europea.

 

Qual è la logica che sottende le privatizzazioni?

 

Socializzare le perdite e privatizzare i ricavi. Così è stato fatto

anche con il sistema autostradale. Costruito con le nostre tasse,

dopodiché la gestione è stata data alle multinazionali. Estranee al

settore. Il loro settore produttivo era quello dell'abbigliamento.

Invece Benetton, come tanti altri, vede la rendita. C'è differenza

tra rendita e profitto. Non c'è più bisogno di rischiare per fare

profitto, ma la rendita. Io mi metto al casello, ho una rendita di

posizione, chiunque passa di lì mi paga, altrimenti per fare il tratto

di strada di un'ora ci mette quattro ore. Quindi una rendita

assicurata. Le responsabilità non solo esclusivamente dei

democristiani o di Berlusconi, il PD ha delle responsabilità enormi

perché tutte le concessioni fatte, tutti processi di privatizzazione e

liberalizzazione portano la targa Bersani. A me sinceramente veniva da

ridere quando in campagna elettorale si diceva: esiste un partito di

estrema sinistra, che supera a sinistra il PD sull'asse

Bersani-D'Alema. Quest'ultimo è stato il presidente del

consiglio e il ministro che ha massacrato per gli interessi delle

multinazionali del petrolio. Per portare sull'Adriatico i canali,

le condutture, per aprire le strade alle grandi multinazionali

energetiche. D'Alema ha la responsabilità del bombardamento, del

massacro e del genocidio del popolo jugoslavo. Bersani porta lo

scettro del re delle privatizzazioni in questo paese. Perché a un

certo punto tutte le imprese nazionalizzate le si rendono di proposito

non efficienti - dalle Poste ad Alitalia - per poi procedere con le

privatizzazioni.

 

Quali sono le alternative?

 

Questo è un modello. L'altro modello è quello che vediamo in

Venezuela. Con tutte le sue contraddizioni e i suoi limiti. Un modello

in cui abbiamo uno sviluppo non quantitativo, ma qualitativo, perché

al centro si mette la persona. I governi di Chavez e Maduro invece di

dare l'82% delle rendite petrolifere alle multinazionali del

petrolio e lasciare il 18% al paese, mette a disposizione del

Venezuela l'85% delle rendite. Per le infrastrutture e gli

investimenti sociali. Per una scuola gratuita, per dare al popolo

un'abitazione, il lavoro, un sistema fognario, l'energia

elettrica. Alle multinazionali resta solo il 15%. Nessuna

multinazionale, ENI compresa, decide di andare via dal Venezuela,

pertanto significa che quelle di cui godevano erano super-rendite.

Questo è un sistema di qualità. Basato sulla democrazia economica e

basato sulla democrazia redistributiva. Quella che noi chiamiamo

democrazia socialista dove attraverso le missioni sociali si è cercato

di dare una dignità, un'identità e uno sviluppo autocentrato.

Vedete, sviluppismo quantitativo da una parte, invece tentativo di

avere uno sviluppo autodeterminato, a democrazia economica

partecipativa. Uno sviluppo autocentrato con le decisioni popolari e

la democrazia popolare.

 

In Italia si è creato un clima da stadio dove vi sono due tifoserie che

si affrontano.

 

Non sono un tifoso di calcio. Insegno politica economica

internazionale. Rivendico di essere un marxista. Dove il marxismo non

è soltanto una collocazione politica, ma un metodo scientifico. Poi

sono un dirigente politico, culturale e sindacale. Per cui faccio

riferimento a quelli che sono i programmi e le iniziative portate

dalle organizzazioni alle quali faccio riferimento e mi onoro di

appartenere: dal Cestes dell'USB affiliata alla Federazione

Sindacale Mondiale fino alla Rete dei Comunisti e poi di quella che è

una rete di intellettuali e artisti, marxisti e progressisti, che ho

fondato insieme a molti altri dietro direttiva di Chavez e Fidel

Castro nel 2004.

 

Ora davanti alla scelta di uno sviluppo autodeterminato a democrazia

socialista non è che i capitalisti ti regalano qualcosa. Pertanto

l'attacco al Venezuela è un attacco pesantissimo. Perché dobbiamo

ricordare che il Venezuela è il 5° produttore di petrolio ma il 1°

paese con le maggiori riserve di petrolio. Quindi conquistare il

Venezuela vuol dire conquistare il petrolio. Rimettere le mani

sull'America Latina, dove con tanti colpi di Stato più o meno

bianchi, come contro Dilma Rousseff e Lula in Brasile, quello in

Paraguay, si sta cercando in una fase di guerra espansionistica

economica, quindi di crisi capitalistica, di rimettere le mani sulla

regione. Quindi i provvedimenti presi da Maduro sono i provvedimenti

minimi che avrebbe dovuto prendere per uscire dalla crisi. Quindi

quella che viene chiamata svalutazione del Bolivar, o l'ancoraggio

del Bolivar al Petro, significa cercare semplicemente di sottrarsi

alla speculazione sui mercati di cambio. Perché c'è una

speculazione, una guerra economica che è la guerra commerciale, poi

c'è una guerra finanziaria internazionale, poi una guerra

monetaria sui mercati di cambio. Contro il Venezuela è stato scatenato

tutto questo fino all'attentato a Maduro. Fascisti e

narcotrafficanti contro la Rivoluzione Bolivariana. Per sottrarsi a

tutto questo si prova innanzitutto a legare la moneta alle riserve di

petrolio e non al dollaro o l'euro, quindi alla speculazione e gli

attacchi dell'imperialismo statunitense e di quello

dell'Unione Europea. Guidato da governi di centrosinistra dove il

PD è fonte principale.

 

 

Ha fatto riferimento alle misure implementare da Maduro in Venezuela

per far fronte alla guerra economica e le dure sanzioni statunitensi.

Riusciranno queste a risollevare l’economia venezuelana?

 

Abbiamo la possibilità con delle manovre di uscire fuori dalla tenaglia

della speculazione internazionale. Non sarà facile. I provvedimenti

presi da Maduro sono quelli giusti. Provvedimenti anti-inflattivi, per

la redistribuzione del reddito e delle merci, per rendere il commercio

più autodeterminato, legare la moneta alla criptovaluta Petro invece

che al dollaro o l'euro. Ma se la speculazione internazionale ti

attacca in un momento in cui le rivoluzioni e i paesi progressisti

sono una minoranza senza appoggi internazionali, ovviamente diventa

difficile trovare una soluzione.

 

 

Pertanto a chi afferma, come Casini, che chi vuole le nazionalizzazioni

in Italia vuol dire che vuole rendere il paese come il Venezuela, dico

che ha ragione. Noi che difendiamo non da tifosi, ma da politici che

hanno a cuore le sorti del paese e del popolo, vogliamo processi di

nazionalizzazione in Italia proprio come in Venezuela. Perché

l'unico modello razionale è quello di democrazia economica a

carettere socialista con la pianificazione, e non il cosiddetto

liberoscambio che è il regno estremo del profitto.

 

Intanto continua imperterrita la disinformazione a reti unificate

contro il Venezuela.

 

Approfitto di questa considerazione anche per rispondere a chi ha

pubblicato delle foto dove viene mostrato che per acquistare beni di

prima necessità come un pollo vi è bisogno di una montagna di denaro,

che questa si chiama inflazione. Il problema non è tanto quanto denaro

ci vuole per comprare un pollo, ma la capacità d'acquisto. E la

capacità d'acquisto è intaccata dalla guerra economica che vuole

l'oligarchia venezuelana e le forze reazionarie, imperialiste e

delle multinazionali. Addirittura si è speculato contro il Venezuela

con il terremoto. In Venezuela vi è stato un sisma di potenza 7,3 che

per fortuna non ha prodotto vittime. Ho letto e sentito che si è

affermato come il terremoto abbia colpito un paese già ridotto alla

fame e piegato a causa della dittatura del governo Maduro. Dove

c'è un problema umanitario. Nessuno guarda dentro casa sua.

 

 

Appunto. In Italia?

 

Il nostro governo è molto contraddittorio. Dal punto di vista sociale

si propongono le nazionalizzazioni, anche di settori strategici e

industrie decotte come l'Ilva. Noi sosteniamo questa

nazionalizzazione. Dall'altra parte invece ci sono ministri e

forze di governo eversive, non solo sovversive. Che non hanno a cuore

le sorti del paese né buone relazioni internazionali. Pensate ad

esempio alla nave ferma a Catania dove si stanno commettendo reati

contro il diritto internazionale e addirittura la nostra Costituzione.

Abbiamo settori di governo che si muovono in chiave

anticostituzionale. Se lo facesse un cittadino qualunque sarebbe già

accusato e forse già arrestato. Vedete quant'è contraddittoria

questa fase. Il problema è scegliere da che parte stare.

 

Intanto noi de l’AntiDiplomatico insieme ad altri siamo oggetto di una

campagna infamante.

 

L'AntiDiplomatico e riviste storiche del movimento operaio italiano

che io difendo come Marx XXI, Socialismo 2000, Contropiano, vengono

attaccati e infamati con l'accusa di rossobrunismo, di essere

fascisti, perché vogliono le nazionalizzazioni, uscire dall'euro.

Io penso che Contropiano, un giornale storico della sinistra di classe

come Marx XXI e lo stesso l'AntiDiplomatico dimostrano tutti i

giorni da che parte stare.

 

Noi proponiamo - parlo per me e l’area a cui faccio riferimento -

un'uscita dall'euro che non è certo quella di Salvini,

Casapound o Alba Dorata. Noi individuiamo nella borghesia

transnazionale europea il nemico. Il massacro sociale voluto dai

governi di centrodestra e centrosinistra. Noi vogliamo uscire dalla

gabbia dell'Unione Europea e dell'Euro da sinistra. Con

un'alleanza delle forze popolari, di classe, dell'area

mediterranea e non solo per dare uno sviluppo autodeterminato. Se

questo significa seguire esempi come Cuba o il Venezuela dicessero

quel che vogliono. Noi vogliamo sottrarci alla macchina del profitto

dell'Unione Europea e delle multinazionali. Quindi nulla a che

fare con l'uscita da destra. Davanti all'imperialismo di Stati

Uniti e alla guerra non strizziamo l'occhio a nessuno, ma c'è

una nuova geopolitica dove paesi come l'Iran, la Russia, la Cina,

il Sudafrica giocano il loro ruolo nello scacchiere internazionale.

Nessuno pensa che la Russia di Putin sia l'Unione Sovietica o che

la Cina sia il sol dell'avvenire, però dobbiamo tener conto che

gli Stati Uniti e l'Unione Europea non hanno più la leadership

internazionale perché devono fare i conti con questi paesi. Paesi

sotto sanzione ed embargo come il Venezuela e Cuba fanno bene ad avere

scambi commerciali con soci, non alleati politici, come i cinesi, i

russi, l'India e il Brasile.

 

Poi per favore non si venga a parlare a noi di antifascismo. La nostra

storia politica parla per noi, sin dagli anni 60'. Abbiamo

dimostrato che uno dei nostri valori primari è l'antifascismo

militante. Inoltre tra i fascisti sarebbero da annoverare non solo

quelli che utilizzano la simbologia fascista, ma bensì chi si muove e

opera da fascista, come alcuni settori del governo. Per cui prima di

parlare si guardasse alla contraddizione interna del governo tra i

partiti che vogliono le nazionalizzazioni e altri che invece vogliono

il razzismo, l'estremismo e il fascismo.

 

Quale opposizione per questo governo?

 

Fatemi dire che questo paese non ha opposizione. Perché il PD è il

primo colpevole di tutte le leggi liberticide, le privatizzazioni e le

concessioni alle multinazionali. Questo è un paese che attualmente è

senza governo ed opposizione. L'unica opposizione è quella delle

strade, l'opposizione è quella dei pochissimi mass-media liberi e

indipendenti, e quella di sindacati come l'USB, dei movimenti

sociali e di forze come Potere al Popolo che cercano di organizzarsi e

darsi una prospettiva. Una prospettiva che insieme a Eurostop e altri

movimenti indichiamo nell’uscita da Euro e NATO, per la creazione di

un’ALBA euromediterranea, che abbia come modello l’esperienza

latinoamericana. Quindi nazionalizzazioni, sviluppo autodeterminato e

democrazia economica a carattere socialista.

 

 

 

 

Vogliono impedire che il popolo scelga chi votare?

Sono incarcerato da più di 100 giorni. Fuori la disoccupazione aumenta, più padri e madri non sanno come mantenere le proprie famiglie, e un’assurda politica del prezzo dei combustibili ha causato uno sciopero dei camionisti che ha scombinato il rifornimento delle città brasiliane. Aumenta il numero di persone ustionate mentre cucinano con alcool a causa dell’altro prezzo del gas da cucina per le famiglie povere. La povertà cresce e le prospettive economiche del paese peggiorano ogni giorno.

Bambini brasiliani sono arrestati e separati dalle loro famiglie negli Usa, mentre il nostro governo si umilia davanti al vicepresidente americano. La Embraer (Empresa Brasileira de Aeronáutica S.A.), impresa di alta tecnologia costruita nel corso di decenni, è venduta a un valore così bassi che spaventa anche il mercato.

Un governo illegittimo nei suoi ultimi mesi corre per liquidare quanto più può del patrimonio e della sovranità nazionale: riserve del pré-sal, gasdotti, distributori di energia, petrolchimica, oltre ad aprire l’Amazzonia a truppe straniere. Mentre ritorna la fame, la vaccinazione di bambini crolla, parte del potere giudiziario lotta per conservare il bonus abitazione e, chissà, per ottenere un incremento salariale.

La settimana scorsa, la giudice Carolina Lebbos ha deciso che non posso rilasciare interviste o registrare video come pre-candidato del PT (Partido dos Trabalhadores – Partito dei lavoratori), il maggiore del paese, che mi ha indicato a suo candidato alla Presidenza. Sembra che non sia bastato arrestarmi. Vogliono farmi tacere?

Quelli che non vogliono che io parli, cosa temono che io dica? Cosa sta succedendo oggi con il popolo? Non vogliono che io discuta soluzioni per questo paese? Dopo anni passati a calunniarmi, non vogliono che io abbia il diritto di parlare in mia difesa?

È per questo che voi, i potenti senza voto e senza idee, che avete deposto una presidente eletta, che avete umiliato il paese internazionalmente e che mi avete arresto con una condanna senza prove, con una sentenza che mi manda in prigione per “atti indeterminati”, dopo quattro anni di indagini contro di me e contro la mia famiglia? Avete fatto tutto questo per paura che io dia interviste?

Mi ricordo che la presidente del STF (Supremo Tribunal Federal – Supremo tribunale federale) diceva “cala boca já morreu” (modo di dire brasiliano: sta zitto, è morto!). Mi ricordo del Gruppo Globo (televisione privata monopolistica), che non si preoccupa di questo ostacolo alla libertà di stampa, anzi lo festeggia.

Giuristi, ex capi di Stato di diversi paesi del mondo e anche avversari politici riconoscono l’assurdo del processo che mi ha condannato. Io posso essere fisicamente in una cella, ma sono coloro che mi hanno condannato che sono prigionieri della menzogna che li incatena. Interessi potenti vogliono trasformare questa situazione assurda in fatto politico consumato, impedendomi di concorrere alle elezioni, contro la raccomandazione del Comitato dei Diritti umani della Nazioni Unite.

Io ho già perso tre competizioni presidenziali, nel 1989, 1994 e nel 1998, e ho sempre rispettato i risultati, preparandomi per la elezione successiva.

Io sono candidato perché non ho commesso nessun crimine. Sfido coloro che mi accusano a mostrare prove di quello che ho fatto per trovarmi in questa cella. Perché parlano di “atti d’ ufficio indeterminati” invece di presentare prove di proprietà dell’appartamento di Guarujá, che era di una impresa, dato come garanzia bancaria? Impediranno il corso della democrazia in Brasile con assurdità come questa?

Dico questo con la stessa serenità con cui dissi a Michel Temer che non avrebbe dovuto imbarcarsi in una avventura per deporre la presidente Dilma Rousseff, che se ne sarebbe pentito. I più interessati al fatto che io concorra alle elezioni dovrebbero essere quelli che non vogliono che io sia presiedente.

Vogliono sconfiggermi? Lo facciamo in modo pulito, nelle urne. Discutano proposte per il paese e siano responsabili, soprattutto in questo momento in cui le élites brasiliane corteggiano proposte autoritarie di persone che difendono alla luce del sole l’assassinio di esseri umani.

Tutti sanno che, come presidente, ho esercitato il dialogo. Non ho cercato un terzo mandato quando avevo un indice di rigetto pari solo a quello di approvazione che oggi ha Temer. Ho lavorato perché l’inclusione sociale fosse il motore dell’economia e perché tutti i brasiliani avessero diritto reale, e non solo sulla carta, di mangiare, studiare e avere casa.

Vogliono che le persone dimentichino che il Brasile ha già avuto giorni migliori? Vogliono impedire che il popolo brasiliano – da cui tutto il potere deriva, secondo la Costituzione – possa scegliere chi votare nelle elezioni del 7 ottobre?

Cosa temono? Il ritorno del dialogo, dello sviluppo, del tempo in cui c’è stato meno conflitto sociale in questo paese? Quando l’inclusione sociale ha fatto crescere le imprese brasiliane?

Il Brasile ha bisogno di restaurare la sua democrazia e liberarsi dagli odi che hanno seminato per togliere il PT dal governo, impiantare una agenda di sottrazione dei diritti dei lavoratori e dei pensionati e ripristinare lo sfruttamento sfrenato dei più poveri. Il Brasile ha bisogno di ritrovarsi con sé stesso e di essere di nuovo felice.

Possono incarcerarmi. Possono cercare di farmi tacere. Ma io non cambierò questa mia fede nei brasiliani, nella speranza di milioni in un futuro migliore. Ho la certezza che questa fede in noi stessi contro il complesso del bastardino è la soluzione della crisi che stiamo vivendo.

 * Traduzione a cura di Teresa Isenburg (Comitato Italiano Lula Livre) dell’articolo “Afaste de mim este cale-se” pubblicato su Folha de São Paulo il 19 luglio 2018. In portoghese, “cala-se” significa “taci”, mentre “calice” è il calice: il gioco di parole è evidente.

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