La Bolivia è nel mirino dei solerti “lavoratori” dell’Intelligence statunitense;

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l’unica risposta rivoluzionaria è rafforzare i percorsi di autodeterminazione dei popoli nel progetto della Nuestra America di Martì, Bolivar e Tupac Katari .

 

RETE DEI COMUNISTI 27-6-2012

 

L’imperialismo non si è mai fatto scrupoli circa i metodi da utilizzare per raggiungere i suoi scopi.

 

Da tempo la Bolivia è nel mirino dei solerti “lavoratori” dell’Intelligence statunitense, che, cacciati dalla porta, sono rientrato dalla finestra per mezzo della USAID e di ONG che hanno avuto il compito di incunearsi nelle contraddizioni apertesi circa un anno fa per la costruzione dell’autostrada Villa Tunari-San Ignacio de Moxos, nel Parco Nazionale Isidoro Sécure (TIPNIS). Questi soggetti hanno scoperto in quell’occasione la loro vena ecologico-indigenista, nonché la sfrenata necessità di autonomia regionale, ed hanno iniziato a marciare verso La Paz contro questa autostrada provocando una reazione (stranamente spropositata) della Polizia, che aveva l’evidente intento di mettere in difficoltà il Presidente Evo Morales.

 

La piattaforma delle richieste della dirigenza indigena, era, infatti, piuttosto incoerente ed inaccettabile se si mira ad uno sviluppo complessivo e collettivo del Paese e non si può, quindi, con risorse limitate, soddisfare pienamente gli interessi di tutti i singoli gruppi o categorie senza ledere quelli più generali. Ma il Presidente, invece, è riuscito a gestire in maniera magistrale anche quella situazione, con la collaborazione dei partiti che sostengono il processo di cambiamento nel Paese.

 

Dietro i marciatori del TIPNIS c’erano in effetti interessi diversi da quelli proclamati e infatti quella marcia, iniziata il 15 agosto, era sostenuta dalla destra, ma anche dalla sinistra estrema e dai troskisti, che stanno, purtroppo, dimostrando assoluta mancanza di senso della realtà e di responsabilità. È stato persino scomodato l’Accordo 169 della OIT con la Dichiarazione dei Diritti dei Popoli Indigeni alle Nazioni Unite per motivare quella marcia. Ma, fortunatamente, non tutte le comunità indigene si erano fatte imbonire dalle capziose parole delle ONG falsamente “ecologiste” e la ragione (e la pazienza e la capacità del Presidente Evo Morales) ha avuto la meglio in quell’occasione ed è riuscita a far comprendere che uno sviluppo vero può non entrare in contraddizione con i diritti umani e collettivi dei popoli indigeni e con l’ambiente.

 

Ad aprile/maggio di quest’anno è la volta dei lavoratori della sanità, che si sentono defraudati delle loro prerogative perché, con il Decreto 1126, viene loro chiesto di portare la loro giornata lavorativa da 6 a 8 ore. Per oltre 40 giorni i medici e il personale paramedico, con il sostegno degli studenti universitari di medicina, fanno uno sciopero a oltranza che blocca le prestazioni sanitarie a danno delle fasce popolari più deboli del paese. Il 4 maggio il governo sospende il decreto in questione, ma, stranamente, le proteste continuano.

 

La COB Central Obrera Boliviana ha collegato alla protesta dei lavoratori della sanità quella dei lavoratori dei trasporti e di altre categorie, dichiarando uno sciopero di 72 ore dal 9 al 11 maggio per respingere l’incremento salariale del 8% proposto dal governo – che pure era superiore all’inflazione registrata nel 2011 del 6,9% - e per chiedere l’abrogazione del Decreto 1126, nonostante questo fosse stato già sospeso (non erano informati?).

 

Nei tre giorni di sciopero, durante i blocchi stradali e le manifestazioni organizzate dalla COB, gruppi di studenti universitari e di estremisti trotzkisti e anarco-sindacalisti apertamente schierati con l’oligarchia che vuole abbattere il governo antimperialista, anticapitalista di Evo Morales, hanno attaccato la polizia che presidiava i palazzi governativi con lanci di candelotti di dinamite, molotov, altre armi artigianali, pietre e bastoni. La polizia, ancora una volta, ha reagito contrattaccando con gas lacrimogeni e auto antisommossa.

Questo inasprimento della lotta non ha avuto però l’approvazione di tutta la COB, né delle 28 organizzazioni sociali della Codecam (Coordinamento Dipartimentale per il Cambiamento) che dichiara lo stato di emergenza in difesa della democrazia e del processo di cambiamento posto in atto dal Presidente Morales e sfila lungo le vie di Cochabamba, insieme ai lavoratori dei trasporti non iscritti alla COB e ai 25 mila produttori di coca delle Sei Federazioni del Tropico, a sostegno delle politiche governative che favoriscono le fasce sociali più deboli, che lo hanno eletto.

 

Intanto, guidata da Rafael Quispe parte da Trinidad una nuova marcia per raggiungere La Paz. Attualmente è a dieci kilometri dalla capitale. Anche questa volta, ambiguamente, la piattaforma delle richieste non si definisce dall’inizio della mobilitazione. È un’evidente manovra del MSM (Movimiento Sin Miedo) per continuare a tenere il Governo sotto pressione e cercare nuovi scontri che, destabilizzando il paese lo rimetterebbero in mano delle multinazionali e degli interessi statunitensi. Il tutto veicolato attraverso la TV in mano della solita oligarchia.

 

Del 21 giugno l’ultima provocazione: la sollevazione della polizia, che, partita da rivendicazioni salariali più che comprensibili ed accettabili, ha presto assunto connotazioni inquietanti ed evocazioni golpiste aggravate dalla presenza delle armi. Infatti, malgrado sia stato firmato un accordo di 8 punti tra il Governo, le rappresentanze dei poliziotti che avevano presentato le richieste e le mogli dei poliziotti, (alla presenza della presidente dell’assemblea Permanente dei Diritti Umani de La Paz, Teresa Subieta), alcuni dipartimenti, immotivatamente, permangono in ammutinamento.

 

L’atteggiamento del Governo è stato di dialogo e di apertura ed infine di accettazione delle giuste istanze di rivendicazione salariale. Ma per chi voleva condurre il gioco fino al colpo di Stato le richieste erano solo un pretesto per trascinarsi dietro un po’ di poliziotti di bassi ranghi che (loro sì) volevano solo gratifiche ed aumenti. Hanno infatti continuato a stare barricati nei dipartimenti, rifiutando accordo e dialogo.

 

Questa è una chiara indicazione del fatto che le ragioni occulte di tutto l’accaduto sono da ascriversi nel quadro complessivo del tentativo di destabilizzazione di un paese che sta facendo passi da gigante verso il socialismo. Cosa ovviamente sempre assolutamente inaccettabile da parte delle forze oligarchiche e imperialiste che hanno perduto potere e spazio negli ultimi decenni in America Latina, quel Continente Rebelde che cammina spedito verso l’emancipazione di classe e l’autodeterminazione dei popoli nel progetto della Nuestra America di Martì, Bolivar e Turac Katari.

 

Un comunicato, di queste ore, dell’Ambasciata di Bolivia in Italia ricollega apertamente questa situazione con la marcia del TIPNIS che si trova ormai vicina a La Paz ed alla quale, coerentemente, sembra vogliano unirsi i poliziotti ancora in agitazione, ma soprattutto quelli che dall’esterno li guidano (ex poliziotti ed esponenti di partiti di destra,mercenari dell’internazionale fascista, gli sporchi giochi dei servizi segreti imperialisti, nonché sciagurati e incoscienti troskisti e idioti estremisti anarco-sindacalisti che fanno il gioco della destra aggressiva e terrorista).

 

In tutto ciò il Governo boliviano ha mantenuto sempre la serenità senza chiedere alle forze armate di intervenire, ma facendo appello alla capacità ed alla forza di mobilitazione del popolo che si è dichiarato in più istanze pronto a difendere con le unghie e coi denti le conquiste raggiunte durante il Governo di Evo Morales per il socialismo comunitario, nell’alleanza dell’ALBA e nella più complessiva dinamica di transizione al socialismo .

 

 

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