Domenica 14 novembre si sono svolte in Argentina le elezioni per il rinnovo della metà dei deputati (127 dei 254 totali) su tutto il territorio nazionale, e di un terzo dei senatori (24 dei 72 complessivi) in otto provincie.

Si è trattato di un test importante sia per l’attuale governo guidato dal presidente Alberto Fernández, a due anni dal suo insediamento alla Casa Rosada, che per il quadro generale dell’America Latina, attraversata in questo mese di novembre da numerosi appuntamenti elettorali.

Dopo le elezioni in Nicaragua della scorsa settimana e in vista delle elezioni presidenziali e legislative in Cile, di quelle municipali e regionali in Venezuela e delle elezioni generali in Honduras a fine mese, l’Argentina è tornata alle urne dopo le elezioni primarie (PASO) dello scorso settembre.

Con lo scrutinio arrivato al 98,94%, la coalizione di centro-destra Juntos por el Cambio dell’ex presidente Mauricio Macri ha ottenuto il 41,89% dei voti alla Camera dei Deputati, contro il 33,03% dei voti ottenuti dal Frente de Todos (FdT).

Al Senato, con lo scrutinio del 99,14% delle schede elettorali, Juntos por el Cambio (JxC) stacca nettamente il partito di Alberto Fernández e Cristina Kirchner con il 46,85% delle preferenze contro il 27,54%.

Un vantaggio ancor più marcato viene registrato, in particolare, nella capitale federale dove la candidata del JxC, María Eugenia Vidal, ha raggiunto il 47% con oltre 20 punti percentuali di vantaggio sul suo avversario politico Leandro Santoro.

Anche se a livello nazionale Juntos por el Cambio celebra la propria vittoria sul FdT con una differenza di più di due milioni di voti, la realtà è che il partito di governo mantiene ancora il maggior numero di membri tra le due camere (119 deputati e 35 senatori). Tuttavia, si è assottigliato il margine nei confronti di JxC che, a partire dal 10 dicembre, conterà 116 deputati e 31 senatori.

Con questo risultato, la vicepresidente Cristina Kirchner sarà a capo del Senato in una situazione senza precedenti dal ritorno della democrazia nel 1983: il peronismo non avrà la sua maggioranza nella Camera Alta e sarà costretto a cercare dei ponti di negoziazione con i partiti provinciali che siedono al Congresso o “mediazioni” con l’opposizione per portare avanti i suoi progetti di legge.

Il possibile impasse legislativo per FdT con una risicata maggioranza al Congreso e i numeri mancanti per avere una maggioranza propria al Senado potrebbe avvantaggiare quindi la destra neo-liberista in vista delle future elezioni presidenziali del 2023, soprattutto se l’attuale esecutivo ai con numeri più risicati in Parlamento – non riuscirà a rispondere ad i bisogni di una popolazione impoverita (4 su dieci vivono al di sotto della soglia di povertà) e di una economia in grave difficoltà, tra calo del PIL, impoverimento del Peso e inflazione galoppante.

Il presidente Alberto Fernández, in un discorso in cui ha fatto un breve bilancio della sua amministrazione, ha rilanciato il suo piano di governo per il paese che “si sta rimettendo in piedi e sta andando avanti” sul percorso della ripresa economica.

Inoltre, ha fatto appello alla responsabilità dell’opposizione, nel quadro delle difficoltà della fase post-pandemica, perché “questa elezione segna la fine di un periodo molto difficile nel nostro paese, un periodo che è stato segnato da due crisi: quella economica ereditata dal governo precedente, e di cui ci sono ancora enormi sfide da risolvere; l’altra, la crisi sanitaria, causata da una crudele pandemia che stiamo gradualmente superando”.

Il presidente ha ricordato che il debito con il FMI “il più grande danno” lasciato dal governo dell’ex presidente Macri, un “ostacolo” da affrontare per continuare il suo progetto progressista.

Nella prima settimana di dicembre, il presidente invierà al Congresso Nazionale un disegno di legge che rende esplicito il “Programma economico pluriennale per lo sviluppo sostenibile”, nel quale saranno esplicitate “le migliori intese che il nostro governo ha raggiunto con il FMI senza rinunciare ai principi di crescita economica e inclusione sociale”.

Infine, ha garantito che il prossimo futuro sarà incentrato su “la ripresa economica, il rafforzamento del reddito, la riduzione dell’inflazione e la creazione di posti di lavoro, il tutto nel quadro di un dialogo costruttivo”.

Si apre, quindi, per il governo di Alberto Fernández una situazione delicata in cui, da una parte, la destra liberista potrebbe far leva sull’indebolimento del FdT al Congresso per screditare l’azione di governo o fare ostruzionismo sui progetti più progressisti in vista delle elezioni presidenziali del 2023; dall’altra, le pressioni esterne da parte dei creditori e delle istituzioni finanziarie internazionali (FMI su tutte) rischierebbero di stringere ulteriormente il cappio intorno al collo del popolo argentino.

E non è affatto detto che i toni conciliatori fatti propri dal Presidente siano fatti propri da tutta la compagine del FdT, in particolare tra coloro che intendono riprendere l’eredità politica “Kirchneriana” – come l’attuale vice-presidente – o inducano la destra ad un atteggiamento più collaborativo. In questo quadro pensiamo possa ridiventare centrale il ruolo di pressione delle forze popolari e progressiste nei confronti della possibile moderazione dell’esecutivo.

Le forze imperialiste, coordinate a e da Washington, hanno tutto l’interesse a rimettere le mani sull’Argentina e restaurare l’ordine neoliberista di distruzione e regressione sociale di cui l’ex presidente Mauricio Macri è stato un fedele ed umile servitore.

Il ritorno al governo delle forze progressiste con la coalizione del Frente de Todos aveva marcato una rottura profonda nell’agenda politica, economica e sociale di un paese martoriato dal ricatto del debito esterno e dall’attacco ai settori popolari sui quali ricadono le conseguenze negative dell’inflazione galoppante, della disoccupazione crescente e dell’impoverimento dilagante.

Ma è chiaro che le aspettative suscitate dal cambio presidenziale non si sono tradotte nella percezione di ampie fasce di subalterni in risultati reali nelle proprie condizioni di vita.

La tenuta del governo Fernández si inserisce in quel cammino tortuoso e per niente lineare che accomuna le esperienze progressiste e socialiste in America Latina, un percorso di emancipazione sociale che la destra neoliberista vuole interrompere, annichilendo le rivendicazioni e gli interessi dei settori di classe in favore dei profitti di una borghesia compradora subordinata al capitale finanziario internazionale.

Come ha affermato il presidente Fernández: “il popolo argentino ha bisogno di un orizzonte; abbiamo il diritto di sperare”.

Per noi, questa speranza non può che venire da quell’anello debole dell’imperialismo e dal nostro impegno politico per trasformare la solidarietà ed i processi di emancipazione dell’America Latina in uno degli assi principali del nostro agire, perché è da questo continente che parte una speranza per tutta l’umanità.

Venerdì scorso, 2 ottobre, il Cile ha vissuto una giornata che incarna tutto ciò che milioni di cileni chiedono da un anno: la fine di uno Stato repressivo. Quel giorno era prevista una grande concentrazione in Plaza Italia, ribattezzata Plaza Dignidad, in quanto l’epicentro dell’epidemia sociale iniziata il 18 ottobre 2019.

E così è stato: nel pomeriggio centinaia di persone si sono radunate nel luogo emblematico di Santiago a sostegno del Plebiscito costituzionale il 25 ottobre. E inoltre, come è consuetudine, è iniziato il tentativo dei Carabineros (Polizia Militare) di disperderli. Per questo hanno usato istanti e bombolette di gas lacrimogeni.
Nel bel mezzo della repressione, diversi uomini in uniforme sono corsi dietro a un gruppo di manifestanti. Uno dei poliziotti ha raggiunto uno di loro sul ponte noto come Pio Nono e lo ha spinto nel fiume Mapocho, ad un’altezza di sette metri.

Nonostante l’urgenza dei soccorsi, la polizia militare non voleva fare passare soccorritori e vigili del fuoco per aiutare la persona che giaceva priva di sensi sul letto del fiume. Alla fine, sono arrivate le cure di emergenza e si è appreso che era un minore di età inferiore ai 16 anni, quindi il suo nome non doveva essere rivelato.
Dopo essere stato rianimato, è stato trasferito alla Clinica Santa María, dove è stato riferito che l’adolescente è stato ricoverato con una “frattura bilaterale del polso e trauma cranico chiuso in evoluzione.
Sebbene le autorità abbiano rapidamente descritto l’attacco come un “incidente”, i video di vari media e telecamere di sicurezza mostrano che il giovane è stato spinto nel fiume.

In una prima versione dei fatti, il tenente Rodrigo Soto, del dipartimento di polizia di Santiago, ha detto: “Voglio negare categoricamente questo tipo di situazione, basta mentire alle persone con cose che i Carabineros non hanno mai fatto”. Ore dopo, il capo della zona di Santiago Oeste della stessa istituzione, il generale Enrique Monrás, ha sottolineato: “uno dei nostri agenti di polizia ha cercato di arrestare un giovane e ha perso l’equilibrio sulla ringhiera del ponte Pío Nono ed è caduto sulla riva del fiume Mapocho”.

Di fronte al trambusto nazionale e alla richiesta di spiegazioni da parte del governo, il ministro dell’Interno ha indicato che “la verità dei fatti sarà determinata dalle indagini del Ministero pubblico e dei tribunali” e ha aggiunto che “è deplorevole che un giovane sia ferito in un manifestazione”.

La risposta giudiziaria è arrivata presto e il procuratore Ximena Chong ha annunciato l’arresto dell’agente di polizia, Sebastian Zamora, dopo averlo accusato di “tentato omicidio”. Misura che è stata accettata dalla Settima Corte di Garanzia di Santiago.

Allo stesso modo, il Children’s Ombudsman e l’Istituto nazionale per i diritti umani hanno annunciato azioni legali contro i Carabineros. Il direttore dell’INDH, Sergio Mico, ha denunciato che in questo e nei precedenti casi c’è un insabbiamento: “Stiamo chiaramente affrontando problemi di responsabilità istituzionale, che ci preoccupano molto”.

Quante altre tragedie come la notte scorsa devono accadere in Cile? È una domanda che si pongono milioni di persone e che per ora rimane senza risposta.

Da quando è scoppiata l’epidemia sociale nell’ottobre 2019, l’INDH registra quotidianamente gli eccessi degli agenti di Stato nei confronti dei manifestanti: 3.800 feriti, di cui 460 per trauma oculare; 8 omicidi completati e 36 tentati; 257 denunce di abuso sessuale; e 1.083 per tortura e trattamento crudele.

Queste cifre, che spiegano la scia delle violazioni dei diritti umani commesse contro i civili, contrastano con l’agenda del governo di Sebastián Piñera che concede nuovi poteri e armi alla forza pubblica, protetta da uno Stato di eccezione che per ora sarà in vigore fino a Dicembre.

L’allerta internazionale dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, della Commissione interamericana per i diritti umani o di Amnesty International è stata inutile. Tutti hanno convenuto che in Cile i diritti umani sono stati gravemente e ripetutamente violati.
Ma questi sistematici atti di aggressione, piuttosto che scoraggiare le mobilitazioni, hanno promosso nuove e creative forme di espressione cittadina già con un’agenda per questo mese. Ci sono tre ragioni e tutte danno un significato al cosiddetto “Ottobre storico”.

Il primo: il 18 ottobre segna un anno dall’inizio delle proteste contro il modello neoliberista del paese, nella sua forma più aggressiva contro un popolo come il capitalismo selvaggio. La seconda: il 25 ottobre si tiene il Plebiscito che definirà se i cileni vogliono o meno una nuova costituzione, quella attuale è un retaggio della dittatura di Augusto Pinochet. Questa consultazione è senza dubbio una conquista della mobilitazione sociale. E il terzo: ha tutto a che fare con quel capitolo oscuro della storia del Cile. Proprio questo 5 ottobre si ricordano i 32 anni del Plebiscito che rifiutò la continuazione della dittatura di Pinochet, che portò a una transizione e all’elezione del primo governo democratico nel 1990.

Questi eventi storici e recenti che si intrecciano nel frastuono di una cittadinanza adeguata al loro ruolo, pongono un nuovo e giusto patto politico-sociale, con profondi e stimolanti cambiamenti in una struttura prevalente. Il prossimo 25 ottobre, il Cile decide.

http://www.farodiroma.it/cile-il-colmo-dell-indignazione-in-un-ottobre-storico-di-tatiana-perez/

Uno scenario di guerra inimmaginabile. È così che la Colombia giunge al suo quarto anno dalla storica firma dell’accordo di pace tra lo Stato e l’allora Guerriglia delle Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia).
Inimmaginabile perché a questo punto del percorso, il paese deve verificare l’attuazione del post-accordo, avendo come bussola il piano di compromesso discusso e negoziato tra il governo e l’insurrezione a L’Avana, Cuba per più di quattro anni.
Ma la realtà è diametralmente diversa. Il sogno di pace è macchiato di sangue, giorno dopo giorno, dall’omicidio sistematico di leader sociali, ex combattenti delle FARC e delle loro famiglie. E come se non bastasse, sono tornati i massacri di civili, così come sono stati registrati all’inizio di questo secolo. Allo stesso modo, sono tornati gli sfollamenti forzati e le sparizioni.

Questo fine settimana, ricordando il momento esatto dell’impronta dell’accordo, due gruppi armati illegali sono entrati nella riserva indigena Inda Sabaleta del popolo Awá, nel dipartimento di Nariño, nel sud della Colombia.
Lì hanno ucciso cinque membri della comunità, oltre a rapire 40 persone. L’organizzazione nazionale indigena, ONIC, ha lanciato una richiesta mondiale di aiuto data la gravità di quanto accaduto e la passività del governo del presidente Iván Duque; allo stesso tempo chiesero di nuovo che i territori ancestrali non fossero oggetto di guerre interne.

Tuttavia, questo scenario non è nuovo nel 2020. Un’organizzazione che tiene il conto quotidiano di questo lutto nazionale è l’Istituto di studi per lo sviluppo e la pace, INDEPAZ.
Secondo i loro dati dettagliati, dall’inizio di quest’anno fino ad oggi, le vite di 215 leader sociali, contadini, indigeni o afro-colombiani sono state messe a tacere. Quanto ai firmatari dell’accordo di pace o agli ex combattenti delle FARC, 43 sono stati assassinati.

I crimini sono stati commessi in quasi tutto il paese, come mostra la mappa seguente:

Il motivo di queste morti è una domanda ricorrente in Colombia. Gloria Cuartas, difensore dei diritti umani ed ex sindaco del comune di Apartadó ad Antioquia, ritiene che l’assassinio di leader locali stia danneggiando profondamente l’organizzazione sociale e comunitaria, dal momento che molti di loro sono coinvolti in piani di restituzione della terra, sostituzione delle colture per uso illecito con programmi produttivi legali o in altri processi di sviluppo che sono scomodi per i padroni della guerra. In conclusione, aggiunge, fanno parte del tessuto che anela alla pace per il suo territorio.

Questo “pomeriggio grigio” per la Colombia è completato dai massacri. Secondo INDEPAZ, in questo 2020 sono stati 61, i mesi più violenti sono stati agosto e settembre, con una strage ogni 24 ore.
Tra gli autori di questa barbarie vi sono gli eredi paramilitari delle Forze di autodifesa unite della Colombia; vecchie e nuove strutture ribelli, alcune apparse dopo gli accordi di pace; e gruppi criminali al servizio del narcotraffico. Inoltre, in alcune regioni del Paese, i leader sociali denunciano l’esistenza di collusione tra le forze statali, siano esse l’esercito o la polizia, come nel dipartimento del Cauca, nella parte sud-occidentale del Paese.

Nonostante queste dure notizie e la limitata volontà politica dell’esecutivo di Iván Duque di fermare gli omicidi sistematici, milioni di persone continuano a sperare che oltre cinquant’anni di conflitto armato interno saranno superati.
È indubbiamente una speranza ostinata che unisce politici in opposizione al partito al governo, accademici, difensori dei diritti umani, ex membri delle FARC, movimenti sociali, giovani, afro, contadini, studenti e comuni colombiani.

Tra questi, il senatore Iván Cepeda Castro, che è stato un facilitatore dei dialoghi che si sono tenuti all’Avana fino al raggiungimento dell’accordo finale, si distingue per il suo impegno permanente in Colombia a uscire dall’oscurità e passare attraverso una civiltà non segnata dalla morte. Gli ho chiesto: “Oggi ci sono molti che pensano e dicono che il processo di pace è fallito, ma non tu. Perché?”. La sua risposta è stata la seguente: “questo bagno di sangue non è dovuto al fallimento del processo di pace, ma perché c’è proprio un processo di pace, perché c’è una lotta per l’attuazione delle riforme: rurale, politica, così come per il cambio di strategia in materia di narcotraffico e verità e giustizia. E i crimini commessi sono il tentativo di porre fine all’accordo di pace. Quelli che vengono assassinati sono quelli che difendono il processo, quella conquista, e per impedire che quel processo diventi più forte, avvengono tutte queste azioni violente ”.

È una visione condivisa da milioni di persone dentro e fuori il Paese, nonostante quanto sia tortuosa la strada e quanti l’hanno abbandonata. È in gioco molto, non è niente di più e niente di meno che il diritto a una Colombia in PACE.

http://www.farodiroma.it/la-pace-in-colombia-4-anni-dopo-tanto-sangue-e-molta-violenza-ma-resta-uno-spiraglio-di-speranza-di-tatiana-perez/

“Avevano dato per morta l’ondata progressista in America Latina e invece la Spada di Bolivar è più viva che mai.” Con queste parole Luciano Vasapollo, professore all’Università la Sapienza,  commenta la vittoria del peronismo in Argentina che, sommata con il trionfo di Morales e la vittoria delle sinistre nelle elezioni comunali colombiane, conferma un trend ormai consolidatosi con l’esplosione di ribellione dei popoli di Ecuador e Cile contro il neo-liberismo.  “Quello che era esploso in Ecuador e poi in Cile erano solo segnali di un risveglio di massa. Si erano illusi che con Bolsonaro e Macri l’America Latina fosse tornata ad essere il cortile di casa degli Stati Uniti, ma i popoli di quelle terre si stanno riprendendo la loro indipendenza e sovranità”.

 
 
 “La vittoria di Evo Morales in Bolivia è un segnale straordinario. Ha scatenato subito i tentativi di colpo di stato. Non dimentichiamo che l’internazionale nera ha avuto grande ospitalità in Bolivia, dove l’oligarchia è molto potente e c’è una lotta di classe in corso per l’esproprio delle grandi risorse di cui gode quel paese. In Venezuela è il petrolio, in Bolivia è per il litio. Le Guarimbas in Bolivia non sono finite e bisogna rimanere in massima allerta per difendere l’indipendenza e le conquiste sociali di Evo.”, ha commentato Vasapollo.
 
Grande vittoria in Argentina del progressismo peronista. “In passato abbiamo sempre difeso Cristina nonostante le idiozie di certa sinistra italiana. Per il suo appoggio al Venezuela a Cuba alla Bolivia, per le sue ricette politico economiche di nazionalizzazioni contro il Fondo Monetario Internazionale e contro l’imperialismo statunitense, il ritorno del peronismo può dare ulteriore impulso a tutto il continente.
Come membro fondamentale Mercosur, l’Argentina potrà dare un segnale forte di nuova linfa di integrazione regionale che negli ultimi anni era stata abbattuto dai vassalli degli Usa. Non dimentichiamo che Nestor, insieme a Chavez, Lula e Fidel sono stati i primi grandi artefici dell’ondata progressista e socialista che ha tolto dalla povertà milioni e milioni di persone, offrendo al mondo un modello alternativo alle barbarie del neo-liberismo. Per questo l’attacco fatto di colpi di stato e guerre ibride da parte degli Stati Uniti è stato particolarmente feroce in questi anni.”, ha proseguito.

“Dopo il fascista, lobbista delle oligarchie Macri la parola è tornata al popolo argentino. La parola torna a chi aveva già combattuto il FMI e aveva vinto. La battaglia sarà difficilissima, perché lo strozzinaggio del FMI è enorme. E’ stato spezzato via dal paese da Nestor, con Macri era rientrato e ha subito portato il paese in una fase di crisi devastante. Ma ora il popolo è tornato a riprendere in mano le sue sorti. Per il futuro dell’Argentina non ci sono alternative alle nazionalizzazioni, alla redistribuzione, alle politiche sociali. Solo un governo progressista può farlo.”
 
Fondamentali anche le vittorie progressiste in Colombia contro l’uribismo e tutta l’estrema destra che da anni attraverso l’imperialismo nord-americano ha lavorato per abbattere la sovranità del Venezuela e di Cuba. “E’ un segnale enorme nel paese che è il maggior vassallo dell’imperialismo statunitense e ora avamposto della Nato che lavoro per la destituzione anche armata del legittimo governo di Caracas”.
 
Dopo Ecaudor, Cile, paese dell’esperimento dei Chicago boys, Perù, ora Argentina e i primi segni di cedimento in Colombia. La conclusione per Vasapollo è chiara: “Il Gruppo di Lima, quel Cartello di paesi dell'America Latina che, umiliando il diritto internazionale e la sovranità delle proprie nazione, ha lavorato per conto degli Stati Uniti e contro il socialismo sta per essere sepolto e spazzato via dalla storia. In corso in America Latina è una straordinaria lotta di classe che, quella si, deve essere esportata in tutto il mondo. A partire dalla dormiente Europa. A partire dalla morente Italia in cui il capitale trionfa con la battaglia tra poveri costruita ad arte per premiare le finte alternative delle destre.”
 
https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-vasapollo_sulla_vittoria_del_peronismo_in_argentina_in_america_latina_i_popoli_si_riprendono_la_loro_sovranit_contro_il_fmi/5496_31393/
 
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