Intervista al Prof. Vasapollo: "Io sono con i popoli che lottano contro il capitale transnazionale ovunque nel mondo. E quindi sono con il governo del Venezuela, della Bolivia e con i popoli che in Ecuador e in Cile manifestano contro i rappresentanti del Fondo Monetario Internazionale.



L’America Latina è in ebollizione. In rapida successione Ecuador e Cile hanno mostrato al mondo la fragilità dei sistemi neo-liberali, costretti a reprimere le proteste popolari con la militarizzazione, lo stato d’eccezione e il coprifuoco, trasformando quindi i paesi in semi-dittature militari con gli spettri del passato che aleggiano soprattutto nel paese di Pinochet. La vittoria di Morales in Bolivia non riconosciuta dalle destre che hanno messo in scena violenze simili alle famigerate Guarimbas venezuelane, con incendi di materiale elettorale e delle autorità competenti al controllo del voto, d'altro canto, alimentano uno stato di profonda incertezza per il futuro del continente.

Come AntiDiplomatico abbiamo intervistato il prof. Vasapollo, professore alla Sapienza e uno dei massimi conoscitori del mondo dell’America Latina in Italia, per cercare di trarre alcune linee guida.
 

L'INTERVISTA


Professore cosa sta succedendo nel continente?
 
I popoli si stanno ribellando al neo-liberismo. Ecuador, Cile e aspettiamo il voto di domenica prossima in Argentina che potrebbe finalmente mandare a casa il fallimentare Macrì. Sono tre governi che hanno imposto alle loro popolazione le fallimentari politiche economiche del Fondo Monetario Internazionale e questi sono i risultati.
 

Le immagini dei militari in Cile sono davvero raccapriccianti. Scene di uccisioni e rapimenti che gettano il continente indietro alle famigerate dittature militari?
 
Ieri a Plaza Italia, il cameraman di Telesur, una delle pochissime voci oneste in questo mondo di fake news di regime, è stata colpito dagli spari di soldati cileni che reprimevano una manifestazione pacifica di cittadini che protestavano contro lo stato d’eccezione imposto da Pinera. Sì, i video che sto vedendo in questi giorni dal Cile mi hanno gettato indietro con il tempo e ho provato più di un brivido. Ma non dimentichiamo che non è solo Ecuador e Cile. Non dimentichiamo quello che sta accadendo da mesi e totalmente censurato ad Haiti, dove governa un presidente fantoccio degli Stati Uniti senza nessuna legittimità e in Honduras, paese che ha subito il golpe contro il Presidente Zalaya nel 2007 e che da allora ha un Presidente senza nessuna legittimità e con un fratello arrestato per narco-traffico negli Stati Uniti. Un paese fallito in mano ad un regime vassallo del neo-liberismo che reprime il suo popolo ma che non fa notizia per l’ipocrita Unione Europea. Ma è palese come i popoli di questi paesi si stiano risvegliando, così come il popolo della Colombia, il cui governo di estrema destra non solo ha militarizzato il confine con il Venezuela e non ha rispettato la tregua di pace con le Farc, ma si macchia di decine e decine di omicidi di leader sociali nell'assordante silenzio della famigerata comunità internazionale. E la resistenza straordinaria del popolo venezuelano è stato un esempio per tutto il continente.
 

Si può spiegare meglio...
 
Il popolo venezuelano vittima del golpe del 2002 contro Hugo Chavez, delle guarimbas del 2014 e del 2017, del più atroce e criminale blocco economico della storia recente - peggiore a quello di Cuba e che per molti tratti assomiglia agli assedi medioevali - ha mostrato al mondo che il regime neo-liberista non è invincibile. Si può sconfiggere. Per valori alti come la difesa della propria indipendenza, della propria sovranità e della propria autodeterminazione si possono affrontare grandi sacrifici a livello di tutto il popolo. E questo sta dando grande impulso al risveglio di tutto il continente.
I governi delle destre neo-liberiste che si erano raggruppati nel famigerato Gruppo di Lima per attaccare la sovranità del Venezuela stanno implodendo uno alla volta: è iniziato proprio il Perù con la crisi istituzionale senza precedenti tra Presidente e Parlamento, poi Ecuador e Cile. Aspettiamo le elezioni in Argentina e poi potrebbe ripartire un nuovo corso di socialismo progressista in America Latina. Siamo arrivati al punto di non ritorno: quando Duque, presidente della Colombia, è arrivato a presentare prove palesemente e ridicolmente false per cercare un pretesto per una guerra contro il Venezuela, in molti popoli è scattata una scintilla. Il risveglio dei popoli dell’America Latina getterà questi vassalli dell’imperialismo nella spazzatura della storia.

 

In Bolivia le destre non accettano la rielezione di Evo Morales. Nella notte si sono registrate altri incendi contro il Tribunale supremo elettorale a La Paz. C'è il rischio di una destabilizzazione del paese?

Il rischio c'è. E lo scenario possibile è quello che conosciamo bene in Venezuela. Non si riconoscono le elezioni, quando a vincere non è un mandante delle politiche neo-liberiste e si finanziano e armano gruppi per destabilizzare il paese. Temo lo scoppio di Guarimbas in Bolivia. Evo Morales ha dimostrato che il socialismo è più efficace delle politiche neo-liberiste e ha vinto le sue quarte elezioni democratiche con uno scarto di 10,1 sul secondo candidato Carlos Mesa.

 

In America Latina è in corso uno scontro di classe tra capitale e lavoro che impone a tutti di fare delle scelte chiare. Io in Bolivia sto con le nazionalizzazioni, con il socialismo e con il popolo che ha confermato Evo Morales alla guida del paese. 


L’ha sorpreso vedere quel Parlamento europeo che tante volte ha attaccato la sovranità del Venezuela votare addirittura contro l’apertura di un dibattito sui fatti in Cile?
 
Non mi ha sorpreso. Considero l’imperialismo dell’Unione Europea pericoloso tanto quello degli Stati Uniti.  
 


Cosa risponde però a coloro che accusano di ipocrisia chi vede in modo diverse le manifestazioni in Bolivia e Venezuela, da un lato, e quelle in Ecuador e Cile…
 
Questa è una domanda molto importante, che merita una premessa chiara. Stiamo vivendo una fase di recrudescenza della lotta di classe internazionale. Da marxista la mia analisi parte sempre da qui: conflitto tra lavoro e capitale. E il capitale è transnazionale, rappresentato sempre più dal Fondo Monetario Internazionale, Unione Europea e tutte quelle sovrastrutture sovranazionali create proprio perché il capitale internazionale possa sopraffare il lavoro, che è nazionale e quindi a discapito della sovranità dei singoli paesi. Ebbene, in questa recrudescenza di lotta di classe internazionale, ci sono paesi in cui il capitale scende in piazza finanziando colpi di stato contro stati indipendenti, come le Guarimbas in Venezuela (e in Bolivia ieri notte), e ci sono paesi in cui il capitale reprime le popolazioni che lottano contro le politiche neo-liberiste imposte dal Fondo Monetario Internazionale.
Io sono con i popoli che lottano contro il capitale transnazionale ovunque nel mondo. E quindi sono con il governo del Venezuela, della Bolivia e con i popoli che in Ecuador e in Cile manifestano contro i rappresentanti del Fondo Monetario Internazionale.

 

In quest’ottica si potrebbe creare una nuova fase di internazionalismo dei popoli in lotta?
 
Si, lo credo fermamente. L’obiettivo internazionalista proletario oggi è proprio quello di mettere insieme tutti i popoli che lottano per la sovranità e autodeterminazione, come in Ecuador e Cile, da un lato, con chi resiste per non vedersela portare via, come in Venezuela e Bolivia. Il nuovo internazionalismo deve sviluppare sempre più una coscienza di classe nuova, che abbia come punti di riferimento la denuncia della guerra imperialista – che è guerra economica, psicologica e mediatica più che militare oggi – l’organizzazione del potere popolare che spazzi via ogni legame con quella finta sinistra venduta al neo-liberismo.
 

Ma in Europa tutto tace?
 
In tanti paesi del mondo è in corso una lotta di classe – aspettiamo di vedere anche quello che accadrà in Libano - che richiede una solidarietà di classe. In Europa, purtroppo, il dibattito è deviato su alcuni dogmi considerati irreversibili e che da anni alimentano una guerra tra poveri da cui non si vede uscita. Non c’è nulla di irreversibile quando si parla di un sistema stato costruito per fare gli interessi di pochi contro il popolo. È giunto il momento di rompere il circolo vizioso, dopo anni di propaganda mediatica che ha fatto credere alle popolazioni europee che non ci sia alternativa alle barbarie del neo-liberismo. L’alternativa esiste e non è la guerra tra poveri che il capitale ha scelto per il futuro dell’Europa. Solo fuori dalla gabbia dell’euro e dell’Unione Europea è possibile un futuro in cui le classi subalterne di questo continente possono riscattarsi realmente.
 
 
Quali conseguenze potrà avere a livello geopolitico l’ebollizione attuale in America Latina?
 
Non dimentichiamo quello che sta accadendo in Siria e il ritiro progressivo degli Stati Uniti dopo anni di sconfitte dell’imperialismo nord-americano in quella regione. Attraversiamo davvero una fase decisiva per il futuro della geopolitica dei prossimi anni. La vera sfida non è militare ma, come scrivo da alcuni anni, monetaria. Trump non è lo stupido che vogliono far passare, è l’espressione del comparto monetario-finanziario e dell’industria petrolifera nord-americana. In quest’ottica, la guerra dei dazi è in realtà una guerra monetaria con l’obiettivo preciso di conservare al dollaro il suo ruolo di moneta internazionale sempre più a rischio. E’ sempre più chiaro come il controllo di una moneta indipendente – ad esempio una cripto-valuta – sarà pienamente decisiva per l’affermazione della sovranità e per l'indipendenza dei popoli.  Nella guerra monetaria che si alimenterà sempre più nei prossimi mesi, Russia, Cina, Iran, Venezuela, Siria, Turchia e tutti i paesi che stanno cercando di costruire alternative al dollaro faranno sempre più cartello insieme. Del resto, le sanzioni occidentali non faranno altro che cementare e rafforzare quest’alleanza geopolitica.
 

Notizia del: 23/10/2019

 https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-in_america_latina__in_corso_una_storica_lotta_di_classe_tra_capitale_e_lavoro/5496_31289/

L’attuale dolorosa congiuntura in Nicaragua ha provocato una vera e propria raffica di critiche. La destra imperiale e i suoi epigoni in America Latina e Caraibi hanno raddoppiato la loro offensiva con un unico ed esclusivo obiettivo: creare il clima giusto a livello di opinione pubblica che permetta di rovesciare senza proteste internazionali il governo di Daniel Ortega, eletto meno di due anni fa (novembre 2016) con il 72 percento dei voti.

Questo era prevedibile; non lo era che a quest’attacco partecipassero, anche con singolare entusiasmo, alcuni politici e intellettuali progressisti e di sinistra che hanno unito le loro voci a quelle degli svergognati servi dell’impero. Un noto rivoluzionario cileno, Manuel Cabieses Donoso, della cui amicizia sono onorato, ha scritto nella sua fiammeggiante critica al governo sandinista che «la reazione internazionale, il ‘sicario’ generale dell’OSA, i mezzi della disinformazione, la classe imprenditoriale e la Chiesa Cattolica si sono impadroniti della crisi sociale e politica innescata dagli errori del governo. I reazionari sono saliti sull’onda della protesta popolare».

Corretta descrizione di Cabieses Donoso da cui, tuttavia, vengono tratte conclusioni errate. Giusta perché è vero che il governo di Daniel Ortega ha commesso un gravissimo errore nel siglare patti ‘tattici’ con i nemici storici del FSLN e, più recentemente, nel tentativo di imporre una riforma delle pensioni senza alcuna consultazione con le basi sandiniste o agendo con incomprensibile disprezzo per la crisi ecologica nella riserva biologica Indio-Maíz.

Corretta anche quando afferma che la destra locale e i suoi padroni stranieri si sono appropriati della crisi sociale e politica, un dato di importanza trascendentale che non può essere ignorato o sottovalutato. Ma radicalmente scorrette sono le sue conclusioni, come quelle di Boaventura de Sousa Santos, quella del profondo ed enorme poeta Ernesto Cardenal, e di Carlos Mejía Godoy, così come tutta una pletora di attivisti che nelle loro numerose denunce e scritti richiedono – apertamente, altri in un modo più sottile – la destituzione del presidente del Nicaragua senza nemmeno abbozzare una riflessione o arrischiare una congettura su quanto sarebbe avvenuto dopo. 

Alla luce dei bagni di sangue che hanno devastato l’Honduras in seguito alla destituzione di ‘Mel’ Zelaya; quanto avvenuto in Paraguay in seguito al rovesciamento ‘express’ di Fernando Lugo nel 2012, e quanto accaduto prima in Cile nel 1973 e in Guatemala nel 1954; o quello che fecero i golpisti venezuelani dopo il golpe dell’11 di aprile durante l’interregno di Carmona Estanga ‘il breve’, o quello che sta succedendo adesso in Brasile e le centinaia di migliaia di omicidi che la destra ha compiuto durante i decenni di ‘cogestione FMI-PRIAN’ in Messico, o il genocidio dei poveri praticato da Macri in Argentina. Qualcuno sano di mente può supporre che la destituzione del governo di Daniel Ortega creerebbe una democrazia scandinava in Nicaragua?

Una debolezza comune a tutti i critici è che in nessun momento alludono al quadro geopolitico in cui si dipana la crisi. Come possiamo dimenticare che il Messico e l’America centrale sono una regione di massima importanza strategica per la dottrina della sicurezza nazionale negli Stati Uniti? L’intera storia del ventesimo secolo è contrassegnata da questa ossessiva preoccupazione di Washington di sottomettere il popolo ribelle del Nicaragua. A qualsiasi prezzo. Anche attraverso la sanguinaria dittatura di Anastasio Somoza, la Casa Bianca non ha esitato e agito di conseguenza. Criticato da alcuni rappresentanti democratici nel Congresso degli Stati Uniti per il sostegno che Franklin D. Roosevelt dava al dittatore, egli rispose semplicemente che «sì, (Somoza) è un figlio di puttana ma è il NOSTRO figlio di puttana».

E le cose non sono cambiate da allora. Quando il 19 Luglio 1979 il Fronte Sandinista sconfigge il regime di Somoza, il presidente Ronald Reagan non esita un minuto nell’organizzare un’operazione mafiosa di traffico illegale di armi e droga al fine di poter finanziare, ben oltre di quanto autorizzasse il Congresso degli Stati Uniti, la ‘contra’ nicaraguense. Tutto questo andò sotto il nome di ‘Operazione Iran-Contras’. Possiamo essere così ingenui oggi da dimenticare questo precedente, o pensare che queste politiche interventiste e criminali rappresentino pratiche del passato? Un paese, inoltre, che negli ultimi tempi ha pianificato la costruzione di un canale interoceanico – finanziato da enigmatici capitali cinesi – in grado di competere con il Canale di Panama, controllato di fatto se non di diritto, dagli Stati Uniti. Questi non sono dati aneddotici ma di fondo, necessari per calibrare con precisione il contesto geopolitico in cui i tragici eventi si svolgono in Nicaragua.

Tutto ciò non significa ignorare i gravi errori del governo di Daniel Ortega e l’enorme prezzo pagato per un pragmatismo che ha stabilizzato la situazione economica del paese e migliorato le condizioni di vita della popolazione ipotecando la tradizione rivoluzionaria sandinista. Ma il patto con i nemici è sempre volatile e transitorio. E al minimo segno di debolezza del governo, e davanti un grossolano errore basato sul disprezzo per l’opinione della base sandinista, si sono scagliati con tutto il loro arsenale in strada per rovesciare Ortega. Hanno trasferito molti dei mercenari che hanno messo in scena le ‘guarimbas’ in Venezuela in Nicaragua e ora stanno applicando in Nicaragua la stessa ricetta per la violenza e la morte insegnata nei manuali della CIA.

Conclusione: la caduta del sandinismo indebolirebbe il contesto geopolitico del Venezuela brutalmente aggredito e aumenterebbe le possibilità di generalizzazione della violenza in tutta la regione.

Mentre ero al Forum di San Paolo che si svolge a L’Avana, ho potuto godere della contemplazione dei Caraibi. Lì vidi, in lontananza, una fragile barchetta. Era condotta da un robusto marinaio e, dall’altra parte, c’era una ragazza. Il timoniere sembrava confuso e lottava per mantenere il suo corso nel bel mezzo di una minacciosa mareggiata. E mi è venuto in mente che questa immagine potrebbe rappresentare eloquentemente il processo rivoluzionario, e non solo in Nicaragua ma anche in Venezuela, in Bolivia, ovunque. La rivoluzione è come quella ragazza, e il timoniere è il governo rivoluzionario. Quest’ultimo può sbagliare, perché non c’è lavoro umano al riparo dall’errore; e compiere manovre errate che lo lasciano in balia delle onde e mettono in pericolo la vita della ragazza. A completare il tutto, non lontano c’era la sagoma minacciosa di una nave da guerra statunitense, carica di armi letali, squadroni della morte e soldati mercenari. Come salvare la ragazza? Sbalzando il timoniere in mare e facendo affondare la barca, e con essa la ragazza? Consegnandola alla marmaglia di criminali che si affollano, assetati di sangue e pronti a saccheggiare il paese, rubare le loro risorse e stuprare e poi uccidere la ragazza?

Non credo sia questa la soluzione. Non vedo che questa sia la soluzione. Più produttivo sarebbe che alcune delle altre barche che si trovano nella zona si avvicinino a quella in pericolo e facciano sì che il disordinato timoniere possa raddrizzare la rotta. Affondare colui che guida la ragazza della rivoluzione, o consegnarlo alla nave nordamericana, difficilmente potrebbe essere considerato una soluzione rivoluzionaria.

 

(Traduzione dallo spagnolo per l’AntiDiplomatico di Fabrizio Verde)

L'interminabile epidemia di “golpe blandi” propiziata dalla Casa Bianca ha preso di mira ancora una volta con l’Honduras. É stato lì dove, nel 2009, per la prima volta è stata applicata questa metodologia una volta che era fallito il golpe militare tradizionale tentato un anno prima in Bolivia. A partire da quel momento i governi indesiderati della regione sarebbero stati spazzati da un tridente letale composto dall’oligarchia mediatica, il potere giudiziario e i legislatori, il cui “potere di fuoco” combinato supera quello di qualsiasi esercito della regione. José Manuel “Mel” Zelaya è stato la sua prima vittima, alla quale seguiranno nel 2012 Fernando Lugo in Paraguay e nel 2016 Dilma Rousseff in Brasile. Sotto attacco sonoi governi di Bolivia, Venezuela e, ovviamente, Cuba, mentre in Ecuador il vecchio ricorso alla mazzetta e al tradimento uniti alla tecnica del “golpe blando” sembrano aver arrestato il percorso della Rivoluzione Cittadina di Rafael Correa. L’obiettivo strategico di Washington con i suoi “golpe bianchi” è far regredire l’America Latina alla condizione neocoloniale imperante durante la notte del 31 diciembre del 1958, un giorno prima del trionfo della Rivoluzione Cubana.

Nel caso onduregno il golpe funziona preventivamente, attraverso una scandalosa frode elettorale che ha suscitado solo la critica di alcuni pochi osservatori inviati dall’Unione Europea. Invece, la missione dell’OEA, presieduta da un democratico con credenziali impeccabili come il boliviano Jorge “Tuto” Quiroga, ha consentito tutte, ma proprio tutte, le  violazioni della legislazione elettorale e delle norme costituzionali del governo di Juan Orlando Hernández, erede del golpe del 2009. Certo che Quiroga non può avere tutto visto che il Tribunale Costituzionale dell’Honduras ha dichiarato che la ri-elezione è un diritto costituzionale che non può essere violato da nessuna norma di rango inferiore, e questo, applicato al caso della Bolivia, consacra la legittimità dell’aspirazione del presidente Evo Morales a presentarsi a una nuova contesa presidenziale.

Tornando però al succo della nostra argomentazione, la frode perpetrata in Honduras scopiazza quella inaugurata nel 1988 dal PRI messicano per derubare Cuauhtémoc Cárdenas della vittoria che stava chiaramente ottenendo nelle urne. Durante il conteggio dei voti ci fu un black out dell’elettricità che coinvolse  gran parte di Città del Messico e quando finalmente l’elettricità ritorno, si verificò un vero miracolo, equivalente moderno della moltiplicazione dei pani e dei pesci di nostro signore Gesù Cristo. In questo caso quelli che si moltiplicarono durante il black out furono i voti di Salinas de Gortari, il candidato priísta, mentre Cárdenas era relegato a un triste secondo posto. In Honduras è appena accaduta esattamente la stessa cosa. E questo prova che la Santa Madre Chiesa ha ragione quando afferma che i miracoli esistono e ci sono tutti i giorni. Salvador Nasralla, il candidato del fronte oppositore aveva cinque punti percentuali di vantaggio dopo lo scrutinio di oltre la metà dei voti e le tendenze erano molto chiare.  In quel momento il Presidente del Tribunale Superiore Elettorale dichiara che non si può annunciare alcun risultato perchè manca ancora il resto dello scrutinio, malgrado che anche il candidato del terzo partito, Luis Zelaya, riconosca il trionfo di Nasralla. Il TSE riprende il conteggio selettivo degli atti in distretti dove si presume che il candidato governativo abbia un qualche vantaggio e, simultaneamente, compaiono danneggiamenti nel centro di computo del TSE e i noti black out. Una volta che le cifre sono state corrette, offrono un piccolo vantaggio al presidente Juan Orlando Hernández, anche se i sospetti aumentano perché il Pubblico Ministero ha fatto irruzione in un ufficio del partito al governo sorprendendo i suoi occupanti nella preparazione di atti ufficiali falsi. La cosa interessante del caso è che questa frode è così rudimentale che ha dato luogo a un altro miracolo senza precedenti nella storia politica mondiale: dopo i danneggiamenti e i black out, salivano i voti di Hernández alla candidatura presidenziale, però non quelli dei sindaci e deputati governativi  che si mantenevano come in precedenza. Tutto ciò, ripetiamo, davanti al complice mutismo della missione dell’OEA capeggiata da Quiroga, il cui DNA politico reazionario faceva sì che guardasse di buon occhio questa presa in giro della volontà popolare. Non c’è quindi da sorprendersi che  le basi sociali dei partiti dell’opposizione siano scese in strada esigendo il rispetto della volontà della cittadinanza. E che il governo fascista di Hernández, lo stesso che ha favorito, insieme all’“Ambasciata” [Ambasciata USA. N.d.t.] il bagno di sangue che ci fu in Honduras dopo il golpe del 2009 e di cui il caso di Berta Cáceres è solo il più conosciuto, abbia dichiarato il coprifuoco dalle 6 della sera alle 6 del mattino e lo stato d’assedio. Sono già dieci i morti per le proteste in Honduras però il governo continua la sua marcia imperterrito, con l’aperta complicità della “Canaglia Maggiore” delle Americhe, Luis Almagro e i suoi inviati nonchè il tacito avallo dell’“Ambasciata” che mai consentirebbe che un oppositore arrivasse al palazzo presidenziale.

Il fatto è che l’Honduras è un pezzo di grande valore strategico nel disegno geopolitico di Washington. Confina con due paesi come El Salvador e il Nicaragua che hanno governi considerati “nemici” degli interessi nordamericani e la base aerea Soto Cano, ubicata a Palmerola, ha una delle tre migliori piste di aviazione di tutto il Centroamerica e, inoltre, è scalo obbligato per la movimentazione del Comando Sud verso il Sudamerica. Per di più, la base Soto Cano è quella che ospita la Forza Congiunta “Bravo” composta da cinquecento militari degli USA pronti a entrare in combattimento nel tempo di poche ore. Bisogna ricordare che l’esercito honduregno è stato rifondato dall’ambasciatore statunitense John Negroponte e che, di fatto, è un comando speciale delle forze armate degli Stati Uniti più che un esercito nazionale honduregno. Tutto questo c’è in gioco  nell’elezione presidenziale dell’Honduras. Per questo Washington scatenò il golpe contro “Mel” Zelaya e, attualmente, convalida la manovra fraudolenta del presidente Hernández. L’opposizione non riconoscerà mai la legalità e la legittimità di questo processo elettorale, viziato dalle radici. L’ultima aberrazione è stata comunicata poco fa dal TSE: procederà alla conta dei voti degli atti mancanti senza la presenza dei rappresentanti dei partiti oppositori. Vale a dire che il governo conterà i voti e proclamerà la sua fraudolenta vittoria senza alcuna istanza di controllo indipendente. Di fronte alla mostruosità di questa farsa elettorale l’opposizione dovrà esigere la convocazione di nuove elezioni, ma sotto la supervisione internazionale perchè è chiaro che il TSE è un’appendice del governo e che non garantisce neanche la corretta riconta dei voti, per non parlare dell’intero processo elettorale. E i governi democratici di Nuestra America dovranno unirsi senza esitazione alle proteste delle forze dell’opposizione per  impedire che si consumi il “golpe blando preventivo” attualmente in corso sprofondando ancora di più l’Honduras in una tremenda crisi nazionale generale. Infine, bisognerà notificare alla “Canaglia Maggiore” delle Americhe che alcune anomalie si stanno verificando nel processo elettorale onduregno, distrendolo dalla sua ben retribuita ossessione di monitorare e screditare il governo di Maduro e le elezioni venezuelane.

*da: http://www.resumenlatinoamericano.org/2017/12/03/honduras-el-golpe-blando-preventivo/

(Traduzione di Rosa Maria Coppolino)

Una lettera dall’Argentina ci invita a sollevare anche in Italia la vicenda di Santiago Maldonado, un giovane attivista argentino desapararecido da agosto mentre sosteneva la protesta dei Mapuche contro l’espropriazione della loro terra in Patagonia. Abbiamo riferito diverse volte sul nostro giornale delle mobilitazione per “l’apparizione in vita di Santiago Maldonado”, ultima delle quali una enorme manifestazione a Plaza de Mayo a Buenos Aires.

Ma i nostri amici e compagni argentini ci chiedono qualcosa di più. Le terre che i Mapuche stanno difendendo, sono infatti contese ad una grande multinazionale italiana: la Benetton. Questa ha infatti comprato quasi 800.000 ettari di territorio per allevarvi le pecore da cui ricavare lana e tessuti per le sue produzioni. Ma su quelle terre ci sono i Mapuche, che da anni conducono una resistenza durissima e violentemente repressa sia sul versante argentino che su quello cileno.

“Carlo Benetton, fratello minore della famiglia che controlla l’impero tessile italiano, è uno dei milionari del pianeta innamorato della Patagonia argentina. Nel 1991, il gruppo ha acquistato in questo paradiso 900.000 ettari (più spazio di quello della Comunità di Madrid) nella raccolta di circa 100.000 pecore, che hanno prodotto il 10% della lana della ditta. Carlo viaggia quattro volte l’anno per godersi gli amici e controllare la produzione che sarà la base dei suoi vestiti” – scrive in “Battaglia in paradiso” il giornale Resumen Latinoamericano– “Ma la sua tenuta placida ed enorme ha riscontrato un problema che nessuno sa come affrontare: un gruppo di indiani Mapuche che occupava queste terre fino a quando non sono stati praticamente spazzati via dagli argentini alla fine del XIX secolo, si è installato in un piccola zona con l’intenzione dichiarata di “iniziare la ricostruzione della gente di Mapuche”. “Questo è come se io ora vado a Inverness in Scozia per reclamare la terra dei miei antenati”, si lamenta Ronald McDonald, uno scozzese che è venuto in Patagonia ad allevare pecore, ma che è anche il direttore generale della società Benetton. McDonald viaggia con un veicolo fuoristrada nell’enorme tenuta in un luogo magnifico, con le maestose Ande sullo sfondo. Solo le pecore e il vento patagonico rompono il silenzio”.

I nostri amici argentini ci scrivono per informarci che negli ultimi anni, e soprattutto nello scorso gennaio, ci sono state azioni repressive molto forti da parte della “Gendarmeria Nazionale” ed è provato da testimoni che i gendarmi alloggiano in una palestra dentro quella che viene chiamata la “Repubblica Benetton” (i 900mila ettari di proprietà dell’azienda), dove con un catering vengono rifocillati a spese dell’azienda. Lo stesso sindaco di Maitèn ha ringraziato pubblicamente Benetton perché grazie ad esso ha potuto pagare le tredicesime.

La scomparsa forzosa di Santiago Maldonado, va inquadrata in una escalation che include torture, morti e “sparizioni” contro i Mapuche. In Italia, dopo la “desaparicion” di Santiago Maldonado, alcuni argentini hanno fatto sottoscrivere una lettera a diversi parlamentari italiani e l’hanno consegnato all’ambasciata, con la quale chiedono l’apparizione in vita di Santiago Maldonado.

Insomma questa vicenda ci riguarda da vicino. L’idea degli imprenditori “italiani brava gente”, non regge al confronto con i fatti. Le autorità argentine continuano a coprire la Gendarmeria ritenuta responsabile dell’arresto e della scomparsa di Santiago Maldonado e delle violenze contro i Mapuche. Forse bisogna prendere la mobilitazione da lontano, dalla “tasca”, dagli interessi dei Benetton. Sarebbe opportuno porre ai dirigenti e ai proprietari della Benetton in tutta Italia – ma anche ai loro clienti nei vari centri vendita sparsi nelle città e nei centri commerciali – “Sapere dirci qualcosa di Santiago Maldonado?”

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