I lavoratori e la classe media argentina cominciano a pagare il biglietto dello show che Barak  Obama fece a Buenos Aires, per inaugurare il nuovo corso disegnato dal governo di Maurizio Macri. Per questo, negli ultimi tre mesi ci sono stati 72.000 licenziamenti, l’inflazione è salita al 37%, le tariffe pubbliche sono aumentate il 600%, il Peso ha sofferto una svalutazione del 62,5%, mentre si preparano le privatizzazioni delle ultime imprese pubbliche. Inoltre, per pagare i debiti illeciti della dittatura, Macri ha chiesto nuovi prestiti pagando tassi di usura (dal 7,50% all’8,10%), ipotecando il futuro economico degli argentini per i prossimi venti anni!  

 Le illusioni del “nuevo curso” che il gruppo mediatico CLARIM aveva creato negli argentini con l’elezione dell’impresario Maurizio Macri, sono svanite il 16 aprile, quando il ministro dell’Economia, Alfonso Prat  Gay annunciò che il governo realizzerà dei negoziati con i “brokers” di Wall Street per cercare di vendere nel mercato finanziario internazionale un nuovo pacchetto di titoli dello stato (i BOT argentini) che, nell’insieme, sommano 15 miliardi di dollari.

 Quello che però il ministro Prat Gay non rivelava è che questi titoli, in realtà il governo li ha dovuti emettere non per finanziare progetti infrastrutturali per l’industria o di carattere sociale. Questi titoli serviranno per coprire il prestito di dodici miliardi e mezzo di dollari che il governo ha ottenuto a prezzi di usura (dal 7,5% all’8,10%),per pagare le banche e le agenzie d’investimenti statunitensi, che non avevano accettato gli accordi del 2005. Infatti lo scomparso presidente Nestor Kichker era riuscito a ricomprare una parte dei titoli del debito estero pagando 75% del valore del capitale, riducendo notevolmente il tasso degli interessi accumulati. Soltanto gli investitori avvoltoi, meglio conosciuti con il nome di “Holdouts” avevano rifiutato, per poi, con la copertura politica del governo di George Bush, intentare presso il tribunale municipale di New York una causa contro il Tesoro argentino e ottenere dal giudice di turno, il diritto di applicare di tassi d’interesse da usura, multe e sanzioni stratosferiche, ugualmente riaggiustate con tassi di usura. In questo modo i debiti contratti dai governi militari con gli investitori avvoltoi aumentavano fino al 2.000%!

 Una guerra giuridica intrapresa dagli avvocati delle banche “holdouts” perché nel 2001 il Tribunale di Buenos Aires accoglieva le istanze di Alejandro Olnos, per poi nel 2002 emettere una sentenza in cui era denunciata:

a) l’usura estorsiva delle banche statunitensi applicata ai tassi d’interesse nei differenti contratti di prestito fatti ai governi militari;

b) la truffa praticata dai governi militari e dai sette conglomerati finanziari (J. P. Morgan, HSBC, Deustche Bank, Santander, Citigroup, BBVA e UBS) che hanno depositato 40% dei prestiti nelle proprie filiali localizzate nei paradisi fiscali e di cui l’uso era riservato ai soli portatori di un codice segreto (2);

c) la responsabilità dei sette conglomerati finanziari e degli istituti finanziari “Holdouts” nell’aver finanziato la repressione del governo militare (3), giacché fin dall’inizio hanno sempre saputo che il 35% di quei prestiti serviva per pagare i costi della repressione, cioè gli stipendi maggiorati per ufficiali, soldati, ispettori e poliziotti federali mobilizzati nei reparti speciali dell’anti-guerriglia, le gratificazioni speciali per i torturatori e i medici impegnati nei centri di tortura , i bonus per gli informatori, la manutenzione delle prigioni speciali, le spese per le operazioni di cattura e del cosiddetto “ponto final” (4), come pure le migliaia di annunci di pubblicità con cui imporre l’auto-censura nei giornali e nelle riviste argentine, non solo del gruppo Clarin, ma anche quelle estere, come per esempio, la pubblicità di Aerolinas Argentinas sul giornale brasiliano “O Globo” e in tanti altri organi di stampa sudamericani, che in questo modo non dicevano niente sulla sanguinaria repressione in Argentina.

 Un compromesso di 15 miliardi di dollari

 Per questo il partito di Macri “Cambiemos” è stato ribattezzato dai “porteños” (5) “il partito del debito”, poiché l’Argentina per ricevere un prestito di appena due miliardi e mezzo di dollari ha dovuto sottoscrivere con i 7 conglomerati finanziari (J. P. Morgan, HSBC, Deustche Bank, Santander, Citigroup, BBVA e UBS) altri prestiti per un valore di dodici miliardi e mezzo di dollari che, in realtà sono serviti per pagare  il debito del Banco Centrale di Argentina, con i 7 suddetti conglomerati e gli istituti finanziari “holdouts” , in base ai valori fissati dalla sentenza del Tribunale di New York.

 Per questo il Banco Centrale dell’Argentina , durante i primi dieci anni dovrà pagare rate salatissime, giacché questo prestito si estingue in venti anni e che secondo i presupposti fissati dal FMI, prevede tassi d’interesse che vanno dal 7,5% all’8,10% . Uno scandalo perché i tassi d’interesse praticati nei confronti di altri paesi sudamericani variano tra il 4% e massimo il 5%, mentre per l’argentina di Macri, nonostante le ovazioni di Barak Obama, variano dal 7,% all’8%! In pratica il prestito di usura contratto da Macri, è un prestito virtuale perché non è mai entrato nelle casse del Tesoro argentino, ma in realtà è sempre rimasto nelle banche dei Sati Uniti per pagare un debito ai cosiddetti “Fondi avvoltoio” che, a sua volta già era stato pagato calcolando gli altissimi tassi d’interesse!

 Ricomincia, quindi per i lavoratori e la classe media argentina l’ossessione del debito estero, poiché Macri e il suo ministro dell’Economia, hanno approfittato di questa situazione per arrotondare il valore della vendita dei titoli fino a 15 miliardi di dollari, con la giustificazione che due miliardi e mezzo di dollari “servirebbero per finanziare il debito degli stati”. Invece, secondo “los cismosos de la baja” (cioè le male lingue della Camera dei Deputati), la maggior parte di questo montante servirebbe per pagare i nuovi contratti che il governo dovrà firmare con i gruppi industriali che hanno finanziato la campagna di elettorale di Macri.

 Comunque, il lato oscuro di questa operazione sono state le trattative che il governo ha realizzato nei corridoi del Parlamento per garantirsi il voto di una grande parte dei deputati del Fronte della Vittoria (FpV) kirchnerista, inizialmente combinato per pagare i “Fondi avvoltoio” per un totale di 4,65 miliardi di dollari. Poi, questo consenso, non si sa perché si è allargato a tutto il pacchetto di prestiti per un valore di 12,5 miliardi e quindi all’emissione di nuovi titoli del debito pubblico, per un valore di 15 miliardi!

 Un contesto che sta riaccendendo il risentimento dei peronisti di sinistra nei confronti dei parlamentari e della direzione del Fronte della Vittoria (il partito di Cristina Kitchener), perché, in questo modo, hanno dimostrato di aver dimenticato le battaglie del fondatore del FpV, Nestor Carlos Kirchner, contro il debito illecito della dittatura, per uniformizzarsi alla logica del peronismo tradizionale del Partito Giustizialista, personificato da Daniel Ascioli, che più volte, nella sua campagna elettorale, aveva manifestato l’idea di trovare un compromesso con le banche che non accettarono la riduzione dei tassi di interesse.

 Il prezzo sociale del nuovo indebitamento

 Subito dopo l’annuncio del ministro Alfonso Prat  Gay, i risparmiatori della classe media hanno ritirato dalle banche i propri risparmi per comprare dollari nelle “cuevas” dei cambisti delle grandi città. Infatti, questo settore della società argentina ha perso la fiducia in Maurizio Macri, che subito dopo la sua elezione, aveva svalorizzato del 40% il peso argentino, penalizzando in questo modo la quotazione con il dollaro che, nel cambio ufficiale, da 9,07 era salito fino a 14,36, mentre nelle “cuevas”, adesso il dollaro è venduto a partire da 22 pesos!

 Una situazione che sul versante socio-economico fa ricordare le disastrate avventure neo-liberiste del “justicialista” Carlos Menen e le conseguenze “dell’alleanza carnale con gli Stati Uniti”! Infatti se per i gruppi economici dell’oligarchia legati ai settori delle esportazioni di commodity e dei prodotti semi-manifatturati, la svalutazione del 62,5% del peso argentino è stato un autentico regalo, per i lavoratori e la classe media si è rivelata una vera condanna, perché con l’aumento delle tariffe pubbliche del 600%, in meno di quattro mesi, sono aumentati tutti i prezzi del settore privato, dagli affitti, ai generi alimentari.

  Secondo l’Osservatorio per i Diritti Sociali della CTA Autonoma (6) e della stessa CGT il salario minimo di 6.060,00 pesos , che nel gennaio del 2017 il governo aumenterà fino a 8.060,00, in realtà riesce a pagare le spese di una famiglia per soli 10 giorni. A questo proposito, José Rigane, Segretario aggiunto della CTA Autonoma in un contatto telefonico dichiarava “….Quello che ha fatto il governo è una vergogna, approvando un aumento del salario minimo per il prossimo gennaio del 2017 per soli 8.060,00 pesos, mentre la media dei costi, registrata nel mese di aprile, per ogni famiglia è di 17.960,00. E’ impossibile vivere in queste condizioni e sarà sempre peggiore, soprattutto a gennaio del 2017...!” .

Infatti, sempre secondo i ricercatori della CTA Autonoma, oggi in Argentina 46,8% dei lavoratori, è contrattata in nero, cioè senza un contratto di lavoro, senza nessuna contribuzione previdenziale da parte dei padroni.

 Per questo l’economista Sergio Arelovich nella relazione trimestrale dell’ODS-CTA ricorda che “…1% delle industrie argentine controllano il 98% delle esportazioni e 68% del commercio interno argentino. Inoltre, con le recenti leggi e i nuovi decreto-legge del governo, i 500 maggiori gruppi industriali dell’Argentina hanno raggiunto margini di guadagno che superano quelli del 1990, cioè quando iniziò la festa del liberismo con le privatizzazioni e la conversione paritaria del peso con il dollaro…”

 Per questo la CTA Autonoma, da anni considerata “La Social” per aver aperto la confederazione ai movimenti sociali (MOI, MTL, Federacion dela Tierra etc., etc.), ha preso l’iniziativa cominciando a mobilizzare i lavoratori e affrontare direttamente il governo Macri. Infatti, nella Grande Buenos Ayres, ma anche negli altri stati e persino nelle piccole cittadine, la polizia e i tribunali hanno cominciato a reprimere con rabbia e violenza qualsiasi tipo forma di resistenza da parte dei lavoratori. A questo proposito è doveroso ricordare che, persino, nella longinqua Ushuaia, quattro dirigenti locali della CTA Autonoma sono stati prima arrestati, malmenati e poi mantenuti in carcere per “attentato e resistenza alle autorità”, un articolo che normalmente era utilizzato durante la dittatura!                        

 Infatti ,se negli ultimi tre mesi il governo ha licenziato 41.000 funzionari pubblici non rinnovando più il contratto di lavoro, il settore privato ne ha licenziato 32.000 lavoratori, mentre più di 50.000 lavoratori senza contratto sarebbero stati licenziati. Nello stesso tempo il governo Macri ha vietato la legge “anti-licenziamento”, che proponeva la manutenzione per sei mesi dei licenziati, poiché il governo ha promesso che ad agosto l’inflazione decadrà sensibilmente. Contrariando le sue previsioni Macri ha personalmente rigettato la proposta di legge anti-licenziamento dicendo “…Questa è una proposta di legge contraria agli interessi dell’Argentina e per questo io pongo il mio veto di presidente…”

 Però nello stesso tempo in cui il governo liberista di Maurizio Macri sottoscriveva decreti-legge che massacrano i lavoratori, ne approva altri che regolano l’abbassamento di tasse ai latifondisti e ai ricchissimi allevatori di bovini e ovini.  Motivo per cui, a detta dei dirigenti della CTA Autonoma, la tendenza della conflittualità sociale registrerà un graduale aumento, soprattutto a partire dal mese di agosto, quando, in tutta l’Argentina dovrebbero iniziare gli scioperi nazionali e regionali per il rinnovo dei nuovi contratti salariali. 

 NOTE

 (1)il peronismo di Menem e di Dualde

(2) Svizzera, Isole Caymann, Jersey, Belize, Panama, Liencheseain, Malta, Vanuatu.

(3) la repressione dei governi militari ha provocato la scomparsa di 33.000 militanti di sinistra, progressisti e democratici, più conosciuti per “Desaparecidos”, l’arresto e di circa 250.000 persone e più di 3 milioni di “schedature politiche”.”

(4) “Ponto final” erano le operazioni con cui si eliminavano in massa gli oppositori dopo mesi e mesi di torture. Per questo erano addormentati con il Pentotal e poi caricati negli aerei C-130 e lanciati in mare. Quelli che invece morivano durante le torture erano seppelliti nei piccoli cimiteri delle provincie come “indigenti” e con un nome falso. Invece gli integranti dell’ERP-PRP e dei Montoneros, erano prima torturati e fucilati. Poi i corpi erano e lasciati nelle strade simulando lo “scontro a fuoco con le forze dell’ordine”.    

(5) I “porteños” sono gli abitanti della capitale Buenos Aires

(6) La Confederacion del los Trabajadores Argentinos-Autonoma (CTA-A), conosciuta anche per “La Social” fu fondata in seguito alla separazione politica e ideologica all’interno della CTA, cioè la grande confederazione legata al peronismo di sinistra che appoggiò in tutto e per tutto Cristina Kichner e il nuovo partito il Fronte per la Vittoria. Infatti furono proprio le contraddizioni sorte all’interno del FpA e con la candidatura del justicialista Ascioli che la separazione tra la CTA e la CTA-Autonoma divenne definitiva e totale.     

 

Tutti erano convinti che nel suo ultimo discorso del 12 maggio, la presidentessa Dilma Roussef indicasse ai 54 milioni di brasiliani che la votarono nel 2015 i motivi del golpe, il ruolo degli USA, oltre a fare un minimo di autocritica per convocare i brasiliani alla mobilitazione contro il nuovo governo del golpista Temer. Invece…...

 Subito dopo la decisione del presidente del Senato, Renan Calheiros, (PMDB) di sospendere Dilma Roussef dall’incarico di presidente della Repubblica per sei mesi e nominare il suo “socio”, Michel Temer (PMDB), i direttori delle redazioni del giornale “O Globo” e soprattutto quella di “TV Globo”, ordinarono di barricare le porte delle redazioni sparse per il Brasile, quando si sarebbero ripetute le manifestazioni del Primo Maggio, in cui più di un milione di persone scesero in piazza per manifestare contro l’Impeachment e contro la TV Globo .

 Per questo, in tutto il Brasile c’era una grande aspettativa nei movimenti che integravano il “Frente Brasil Popular” e il “Frente Povo Sem Medo”. Infatti, l’ultimo discorso di Dilma Roussef - annunciato per il pomeriggio di giovedì 12 maggio – avrebbe dovuto essere il giorno “D” brasiliano, in cui i 54 milioni di elettori di Dilma sarebbero scesi nelle strade per impedire la legittimazione politica dei golpisti, la giustificazione delle motivazioni geo-politiche rivendicate dagli USA, il possibile raffreddamento delle relazioni con i BRICS e in particolare con la Cina e l’affermazione di un nuovo corso autenticamente liberista, con il quale il nuovo governo pretende annullare tutte le conquiste dei lavoratori ottenute negli ultimi anni, incluso gli articoli “sociali” della Costituzione del 1988. Cioè la Carta Magna scritta con il ritorno della democrazia dopo i venti anni di dittatura militare.  

 Invece, Dilma Roussef ha occupato la maggior parte del suo intervento per dichiararsi innocente, per affermare che è una persona onesta, un soggetto politico perseguitato da un complotto golpista, una vittima di persone senza scrupoli, senza però, spiegare concretamente ai brasiliani il perché del golpe, il perché del tradimento del vice-presidente, Michel Temer e quindi del PMDB, il perché dell’interferenza degli USA denunciata a più riprese da diversi giornali e televisioni. Purtroppo, il tono innocentista del discorso di Dilma, l’eccesso di emozionalità non è stato sufficiente per promuovere una spontanea rivolta delle masse che, dopo aver ascoltato il discorso di Dilma in TV, o hanno cambiato canale o sono andati a letto più incazzate del solito.

 Da sottolineare che l’improduttivo intervento innocentista di Dilma, ha permesso al presidente del PT, lo sfegatato lulista Ruy Falcao, di congelare la proposta di sciopero generale presentata da Joao Pedro Stedile, in nome del Fronte Brasil Popular e del Fronte Povo Sem Medo, caso il Senato avesse approvato il procedimento dell’Impeachment.

  Un comportamento infantile e ambiguo che ha ugualmente bloccato sul nascere la proposta di mobilizzare il movimento popolare per chiedere elezioni anticipate e che trova riscontro nel silenzio del sito di Lula (www.instititutolula.org), che dall’11 maggio mantiene come “manchette” del sito l’articolo ” Iniciativa América Latina do Instituto Lula” (L’iniziativa America Latina dell’Istituto Lula), una specie di biografia della partecipazione di Lula nel progetto di integrazione regionale. Una materia praticamente inutile nel momento in cui Lula e il PT sono oggetti di un preponderante massacro mediatico, politico e ideologico.

 Ho usato gli aggettivi “infantile e ambiguo” perché è veramente infantile (se non qualcosa di peggio), pensare che i rappresentanti del Senato Federale – dove PT, PDT, PCdoB e PSOL sono minoritari – dopo aver analizzato il dossier e analizzato la difesa degli avvocati di Dilma, voteranno per il suo ritorno alla presidenza. Infatti, l’infantile diventa ambiguo ascoltando le parole del capogruppo dei deputati e vice-presidente del PT, José Nobre Guimaraes, che avrebbe chiesto ai lider dei movimenti “…di non pressare i senatori con manifestazioni ostili perché queste potrebbero avere un ruolo negativo nella decisione del Senato…”. 

 In risposta, il politologo Jorge Correia Leite, intervistato subito dopo questa dichiarazione, affermava, ”…. Sappiamo che la fragilità del nuovo governo di Michel Temer dipende dalla mancanza di una forte alleanza con i partiti che hanno sottoscritto il golpe e dalla necessità di un periodo di stabilità per introdurre le soluzioni economiche annunciate. Il problema è che proprio il PT ha bloccato la bandiera della contestazione popolare, dicendo che prima di scendere in piazza bisogna attendere che il processo dell’impeachment faccia il suo corso legale….”.

 Comunque, il concetto di ambiguità da parte del PT lulista (cioè la maggioranza del PT controllata dal gruppo di Lula) era già stato denunciato in precedenza da Riccardo Antunes – uno dei maggiori scientisti politici della sinistra brasiliana – secondo cui”…Il PT, nato nel 1980 con un progetto di sinistra impegnato nella superazione del capitalismo, dopo la ventennale gestione del partito da parte della maggioranza lulista e dopo gli anni di governo con Lula e Dilma è politicamente morto. Può darsi che questo PT diverrà il PMDB del secolo XXI. Certo è che oggi non esistono le condizioni politiche per il PT – escludendo i settori legati a Tarso Genro, Olivio Dutra e altri che stanno a sinistra del lulismo – di risorgere dalle ceneri del social-liberismo e tornare a essere un partito di sinistra, popolare e di massa. Infatti, questo PT lulista si è sempre rifiutato di dialogare con la sinistra e in tutti questi anni, non mi viene in mente una unica volta in cui Lula, nei suoi otto anni di presidenza, abbia fatto un’unica menzione positiva alla sinistra, incluso quella che è rimasta dentro il PT. Il lulismo ha sempre preferito la conciliazione di classe!…”.

 Parole che per il lettore non-brasiliano possono sembrare eccessivamente dure, ma che, in realtà rispecchiano l’involuzione politica del PT, che, nelle scadenze elettorali torna a sventolare la bandiera storica del PT (rossa con la stella bianca), per ripresentarsi come il principale partito della sinistra e accaparrarsi i voti del movimento popolare. Anche se poi il suo “filing” amministrativo ci ricorda gli “incuici” di Dalema e le privatizzazioni alla Romano Prodi!

 Per questo il PT lulista non ha voluto approfondire i motivi del golpe perché, in questo caso, avrebbe dovuto spiegare ai suoi elettori perché il governo di Dilma ha insabbiato il programma di riforme promesso nella campagna elettorale del 2014, per poi passare a implementare grande parte del programma liberista dell’oppositore Aecio Neves, con l’aggravante di aver, sempre più, interrato il Brasile nella crisi recessiva .

 Per questo le nuove organizzazioni del movimento popolare incontrano numerose difficoltà nel mandare avanti il processo di ricostruzione della sinistra, giacché la base popolare e soprattutto i lavoratori vorrebbero che in questo processo ci fosse il PT, mentre la “nomenclatura del lulismo” preferisce il distanziamento dai movimenti di sinistra, per gestire da sola l’immagine di Lula, che è l’ultima icona del PT di sinistra degli anni 80, con cui affrontare la sfida delle elezioni presidenziali del 2018.

 E’ evidente che per il calcolato cinismo del marketing elettorale del PT lulista, le misure recessive del nuovo governo, i tagli dei sussidi per l'assistenza a più di venti milioni di famiglie povere, la privatizzazione di alcune grandi imprese statali e la vendita delle riserve petrolifere del “Pré Sal”, possono rivelarsi la carta vincente della campagna elettorale di Lula nel 2018.

 Un’ipotesi che nei grafici delle previsioni del marketing elettorale presenta molti attivi positivi, poiché il possibile disastro socio-economico che il nuovo governo di Michel Temer potrà provocare, certamente obbligherà gli elettori dei settori popolari a votare in Lula per essere l’ultima speranza che rimane. L’instabilità sociale potrà favorire il nome di Lula, anche sul fronte di una parte della borghesia e degli impresari perché con lui è possibile evitare l’esplosione sociale, provocata dal governo golpista di Michel Temer. Infatti, Lula, ha già fatto capire agli impresari che “..per il bene del Brasile è disposto a definire un nuovo accordo conciliatorio…”, tentando, magari, di rimettere in moto il ciclo del “nuovo sviluppo” dentro dei nuovi parametri del social-liberismo e sempre con la specifica funzione di garantire il controllo sociale e della forza-lavoro. 

 Purtroppo i grafici delle previsioni elettorali non quantificano il prezzo dei sacrifici che i lavoratori e i giovani dovranno pagare fino al 2018 e sempre che poi, all’ultimo momento non appaia un candidato alternativo a Lula, come per esempio la ex-petista Marina Silva!

 

L’interferenza degli USA: monitoraggio della cospirazione e spionaggio

 

Subito dopo la votazione nella camera dei deputati per l’impeachment contro Dilma Roussef  il giornale statunitense on-line “The Intercept” ha cominciato a pubblicare vari articoli investigativi che dimostravano l’esistenza di un “link” tra il gruppo dei cospiratori e il numero tre del Dipartimento di Stato, Thomas Shannon. Da parte sua WikiLeaks rivelava che, fin dal 2006 esisteva un link “confidenziale” tra l’allora capogruppo del PMDB nella Camera dei Deputati, Michel Temer, oggi presidente del Brasile e il Console Generale degli USA in San Paolo.

 Una relazione che si è mantenuta nel tempo, per rafforzarsi nel 2013 con l’arrivo dal Paraguay della nuova ambasciatrice degli USA, Liliana Ayalde, principale architetto del “colpo di stato bianco” nei confronti del presidente progressista ed ex-vescovo del Paraguay, Fernando Lugo. Una relazione che è divenuta ufficiale quando Temer accettò l’incarico di vice-presidente, grazie al quale ha potuto “…cenare con l’amico Joe..”, ufficialmente, Joe Biden, vice presidente degli USA!

 Bisogna quindi ricordare che nello stesso tempo in cui l’assetto diplomatico degli Stati Uniti in Brasile cominciava ad ampliare i suoi tentatoli nella classe politica brasiliana, subito dopo la rielezione di Lula, nel 2008, cominciarono a insediarsi nelle principali città del Brasile (Sao Paolo, Rio de Janeiro, Curitiba, Belo Horizonte, Porto Alegre e Salvador) e nella capitale Brasilia, numerose ONGs e rappresentanti di fondazioni statunitensi. Rispettivamente: Atlas Network (finanziata da Gogle ed Exxon Mobil), Open Society Foundation (finanziata dallo speculatore George Soros), Human Rights Foundation (creata dal venezuelano Thor Halvorssen), State Policy Network (creata dal consigliere di Reagan, Tom Roe), Charles G. Koch Foundation (finanziata dalle Industrie Kock) e la Donors Trust insieme alle tedesche Adenauer Foundation e Friederich Naumann.

 Tutte queste fondazioni cominciano a promuovere l’apertura di centri di studio e istituti di ricerca nell’ambito di “…promuovere le politiche  economiche del libero mercato e la formazione di potenziali lider..”. Subito dopo passarono a finanziare la creazione di nuovi organismi come per  esempio l’Istituto Millenium, il Movimento Brasile Libero (MBL), l’Istituto Liberale, l’Istituto Ludwig Von Mises, l’organizzazione Studenti per la Liberta (EPL) e altre nuove organizzazioni che aggruppano soprattutto intellettuali, giornalisti, impresari, e studenti in maggioranza originari della piccola e media borghesia. Soggetti politici che sono stati preparati per svolgere il ruolo di nuovi dirigenti nell’opposizione liberale o infiltrarsi nel movimento studentesco e nei gruppi del movimento popolare per rivendicare la lotta alla corruzione  del governo del PT.

 Un contesto che ha spinto il giornale statunitense, “Huffingtoin Post”, a investigare a fondo, di modo che nella sua edizione dell’8 maggio, rivelava che anche il giudice federale di Curitiba, Sergio Moro – cioè il magistrato che nel 2014 ha aperto il processo contro il PT e che in combutta con la “Força Tarefa” (le unità speciali della Polizia Federale) aveva ordinato il sequestro di Lula in San Paolo, per portarlo ammanettato “per testimoniare” a Curitiba –, sei anni prima, nel 2009, aveva ottenuto una “borsa di studio” dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti per frequentare un “corso di potenziali lider”. Sembra una casualità, ma poi nel 2014, il giudice Sergio Mauro, dopo aver fatto una velocissima carriera nella giustizia federale, ha ricevuto dalla Polizia Federale le intercettazioni dell’Operazione Lava Jacto, fatte in realtà dalle antenne del NSA nella PETROBRAS, che rivelavano il sistema di corruzione, montato fin dai tempi del presidente Fernando Henrique Cardoso (PSDB). Però, il giudice Sergio Moro, escludeva dalle investigazione i membri del PSDB, per responsabilizzare di tutto il secondo governo del PT, in particolare l’allora presidente Lula e in parte Dilma Roussef.

 A questo punto, molti analisti si chiedono perché gli 007 del l’ABIN (l’Agenzia di Intelligenza Brasiliana) e quelli del SOIP (Servizio di Operazioni di Intelligenza) della Polizia Federale, hanno ignorato il giro di dollari provenienti da queste fondazioni e le attività cospirative dei nuovi organismi creati dalle ONGs statunitensi?

Il silenzio degli 007 brasiliani è preoccupante perché nel 2013, questi organismi riuscirono a manipolare le manifestazioni degli studenti contro gli sprechi del campionato mondiale di calcio, per trasformarle in attacchi contro il governo. organizzando giornate di guerriglia urbana in varie città del Brasile, oltre a propagare l’idea del colpo di stato nei confronti del governo di Dilma Roussef.

 Per questo gli analisti – non pagati dalla TV Globo - si chiedono perché il PT e la stessa Dilma Roussef, nel suo discorso del 12 maggio, non rivelò le fasi del monitoraggio statunitense nella cospirazione di Eduardo Cunha e Michel Temer, dal momento che anche giornalisti di piccoli blog come il “Portal Vermelho” (Portale Rosso) o “Brasile em 5 Minutos” (Il Brasile in 5 minuti), hanno pubblicato nomi e cognomi dei personaggi della cospirazione.

 E’ difficile interpretare il silenzio o l’indecisione del lulismo, soprattutto se consideriamo che, nel 2013 Edward Snowden, rivelò che il NSA (Agenzia Nazionale di Sicurezza statunitense) stava registrando tutte le telefonate della presidentessa Dilma Rousseff e che poi, nel mese di luglio del 2015, quando era scoppiato lo scandalo della corruzione nella Petrobrás con l’arresto di vari impresari, WikiLeaks rivelò che tutto lo staff presidenziale era spionato dal NSA con il codice S2C42. Per questo, i 29 telefoni del Palazzo do Planalto (presidenza e  sede del governo) furono sottoposti al cosiddetto “grampo” telefonico, che permettevano agli agenti del NSA di registrare e trasmettere alla CIA e poi al Dipartimento di Stato tutto quello che la presidentessa e i suoi ministri decidevano. 

 Un’ attività di spionaggio intensivo che non cominciò perché “l’ex guerrigliera” era stata eletta presidente. Infatti, lo spionaggio del NSA in Brasile c’è sempre stato, poiché in base agli accordi tra i due paesi, la CIA, dopo aver finanziato l’organizzazione  della Polizia Federale ha sempre avuto libero transito in tutte le attività della PF, soprattutto nelle intercettazioni. Infatti, nel 2008, scoppiò lo scandalo sull’uso “commerciale” delle intercettazioni realizzate, questa volta dagli agenti dell’ABIN, che obbligò il presidente Lula a nominare Wilson Roberto Trezza nuovo Diretto Generale dell’ABIN (Agenzia Brasiliana di Intelligenza). Anche in questo caso dietro gli 007 dell’ABIN si muovevano gli uomini dell’antenna della CIA di Brasilia. 

 Comunque, la questione delle intercettazioni da parte del NSA statunitense è una vecchia piaga che il Brasile ha dovuto sopportare in base alla relazione di  dipendenza geo-politica con gli Stati Uniti, anche quando al potere c’erano presidenti fedeli agli USA, come Fernando Collor (PRN) e il suo successore Fernando Henrique Cardoso (PSDB). Anzi fu proprio durante il primo governo di Cardozo, nel 1995, che venne a galla  l’uso improprio delle intercettazioni fatte dalla Polizia Federale/NSA/CIA, in occasione dei negoziati sul contratto biglionario (1,8 bi US$), che il Ministero della Difesa brasiliano stava per concludere con la multinazionale francese Thompson per l’istallazione dei sistema di vigilanza radar sulla frontiera amazzonica. Chissà perché e come, ma al momento dell’apertura  delle offerte il progetto dell’impesa statunitense Raytheon (vincolata alla CIA nei cosiddetti “progetti speciali”) costava un centinaio di dollari in meno! Per questo la Raytheon si aggiudicò il contratto, grazie al quale la CIA  e il Pentagono sanno (gratuitamente!) tutto quello che succede lungo le frontiere del Brasile!

 In realtà il problema è che durante i quattordici anni di governi del PT, non è stato fatto assolutamente nulla per evitare che il Servizio di Intelligenza (SOIP), i reparti speciali della “Força Tarefa” della Polizia Federale e l’Agenzia di Intelligenza Brasiliana “ABIN” continuassero a  essere ideologizzati dal PSDB. Come pure è strano, per non dire inconcepibile che la cosiddetta “unità per sicurezza presidenziale”, non abbia provveduto a dotare il Palazzo presidenziale e del governo di un sistema di telecomunicazioni realmente protetto, al punto che persino nel telefono dell’aereo presidenziale è stata trovata “una pulce”, che registrava e trasmetteva all’antenna del NSA di Brasilia, tutti i dialoghi che la presidentessa faceva quando viaggiava in aereo! Chissà perché nessun giudice federale ha ordinato l’espulsione degli spioni del NSA statunitense!

 

La questione geopolitica e il ruolo geostrategico del Brasile nei BRICS

 

Il 18 gennaio del 2007, il rimpianto presidente del Venezuela, Hugo Chavez, durante una pausa dei lavori nella Riunione del Mercosul, realizzata a Rio de Janeiro, si appartava con Lula per consegnargli un dossier che analizzava  i concetti geopolitici degli Stati Uniti, in particolare quello del Council of Foreign Relation (CFR) secondo cui “…il concetto geopolitico di Noth-America si espande fino all’Amazzonia incluso la regione dell’Orinoco dove esistono formidabili riserve di idrocarburi…”. Questo significava che tutte le regioni del nord e del nordest del Brasile rientravano nello “…spazio di influenza territoriale necessario per garantire la supremazia degli Stati Uniti su tutti i paesi del continente latino-americano…”. Purtroppo, Lula non captò il messaggio di Chavez sui fenomeni geopolitici  e geostrategici globali, perdendo l’opportunità di consolidare il progetto di unità regionale, nel momento in cui l’imperialismo era impegnato diplomaticamente e militarmente in Iraq, Afghanistan e Siria.

 Poi, quando nel 2010, il Brasile firmò il protocollo per la formazione dei BRICS,  Lula non si rese conto che un concreto rafforzamento delle relazioni politiche, economiche e finanziarie tra il Brasile e Cina, avrebbe, immediatamente segnato la fine dell’egemonia degli Stati Uniti nell’America del Sud. Un contesto che il governo brasiliano – forse per timore degli USA cui già avevano negato l’interesse per l’ALCA - non volle prendere in considerazione anche se soltanto la Colombia di Uribe, in quel momento, era disposta a permanere nel regime di dipendenza e di sudditanza con gli Stati Uniti.

 E’ evidente che questo fu un errore strategico grossolano della diplomazia e dello stesso governo brasiliano, il quale nel 2009 era stato messo alla prova con l’impeachment nei confronti di Manuel Zelaya in Honduras. Infatti, il presidente Zelaya per sfuggire ai golpisti si rifugiò nell’ambasciata del Brasile, senza ricevere nessun tipo di appoggio politico e nessun tipo di condanna nei confronti di Hillary Clinton, la Segretaria del Dipartimento di Stato che aveva dato via libera alla cospirazione contro Zelaya. Stesso silenzio e un uguale ritardo nell’analisi globale fu dimostrato dal governo di Dilma Roussef, quando comincio e si sviluppò la cospirazione nei confronti del presidente del Paraguay Fernando Lugo nel 2012. Infatti, tutti sanno che se il governo di Dilma  avrebbe reagito, ascoltando le allarmanti denunce dell’ambasciatore brasiliano in Asuncion, certamente il Partito Colorado avrebbe aspettato le nuove  elezioni del 2014 per sbarazzarsi di Fernando Lugo!  .

 Praticamente gli impeachment in Honduras e in Paraguay dimostrarono alle  eccellenze del Dipartimento di Stato che il Brasile  era un gigante, dai piedi di argilla!

 Una situazione che  lo scienziato politico brasiliano, Luiz Alberto de Vianna Moniz Bandeira, nel suo prestigioso volume “La seconda Guerra Fredda” descrive affermando: ”…La decisione degli USA di rafforzare il dollaro come una moneta globale è messa in discussione dallo sviluppo economico e finanziario dei BRICS. Per questo, gli USA non vogliono che né l’Argentina, ma soprattutto il Brasile diventi una potenza dell’America del Sud strettamente legata alla Cina e alla Russia. Infatti, l’egemonia degli USA risiede nel fatto che loro hanno il diritto di stampare quanti dollari vogliono e nello stesso tempo essere la moneta che controlla gli scambi a livello internazionale. Un contesto che Cina e Russia possono e vogliono modificare…”. Sempre secondo Moniz Bandeira:”…Per gli USA sono di fondamentale importanza tutti quei processi che contribuiscono allo smembramento del processo di integrazione dell’America Latina, alla rimozione delle sue caratteristiche di sovranità, perché gli stessi contribuiscono a rendere fragile  e permeabile il progetto dei BRICS. Per questo fermare il Brasile, grazie anche all’eredità colonialista della borghesia brasiliana, significa isolare tutta l’America Latina dal nuovo asse portante rappresentato da Russia e Cina e dai mercati del Pacifico…”.

 Purtroppo, gli analisti di politica internazionale del governo di Dilma hanno inquadrato il processo di formazione dei BRICS soltanto dal punto di vista commerciale e finanziario. Di modo che quando il governo sudafricano di Jacob Zuna era sconvolto da un’ondata destabilizzatrice e in Ucraina si stavano creando le basi politiche e ideologiche per lo scontro europeo con la Russia, in Brasile gli analisti del PT e dell’Itamaraty (Ministero degli esteri brasiliano) non si sono resi conto che anche in Brasile era in marcia un processo della destabilizzazione, realizzato dagli istituti e dagli organismi creati “ad hoc” dalle stesse fondazioni e dalle ONGs statunitensi che hanno destabilizzato l’Ucraina, la Siria e l’Africa del Sud.

 Conclusione

 Nonostante il senatore ed ex-ministro dell’istruzione, Aloisio Mercadante, da buon petista lulista, continui a credere che il senatore ed ex-governatore dello Paranà,  Roberto Requiao de Mello (PMDB) potrà coordinare nel senato il rovescio dell’Impeachment e che nel 2018 Lula tornerà a  essere il presidente del Brasile, il movimento popolare comincia  a muovere i primi passi per una difficile ricompattazione della sinistra. Un’operazione politica in cui  l’MST (Movimento dei Senza Terra) svolge un ruolo determinante all’interno del paese, mentre nelle città il MTST (Movimento dei Lavoratori Senza Casa) comincia ad avere una funzione importante per promuovere  le attività dei due fronti popolari contro il golpe, cioè il Fronte Brasile Popolare e il Fronte Un Popolo Senza Paura.

 Purtroppo, la maggior parte di quei 54 milioni di brasiliani che votarono nel programma di Dilma, sono ancora  assenti perché, oltre alla confusione e alla paura di dover affrontare il nuovo governo conservatore di Michel Temer, avvertono un senso di stanchezza nei confronti del PT lulista.

 Per questo, invece di riproporre il pianto dello sconfitto vittima di un’ingiustizia, il PT lulista dovrebbe aprirsi a quei 54 milioni di elettori, facendo, innanzitutto un’autocritica degli errori commessi e dell’orientazione politica sbagliata che fu assunta da Lula e poi da Dilma nel tentativo di garantire la cosiddetta governabilità. Per poi definire un programma autenticamente riformista con cui liberare il Brasile dai compromessi con il liberismo e la dipendenza dall’imperialismo statunitense. Senza questa  autocritica, né senza questo programma, sarà molto difficile far credere che il PT lulista è nuovamente quel PT che difendeva  a spada tratta i lavoratori, i contadini, le donne, gli afroamericani, gli omosessuali e tutti gli sfruttati. Anche se il fascino di Lula può convincere i 54 milioni per la quinta volta! 

 

Achille Lollo è corrispondente in Italia del giornale “Brasil De Fato”, articolista del giornale web “Correio da Cidadania” e editor del programma TV “Contrappunto Internazionale”. Collabora con “Contropiano” e con  la rivista “Nuestra America”.    

 

Dopo il voto del Senato – 55 a 22 – a favore dell’impeachment della presidente, al termine di una seduta durata ben 22 ore, la spallata delle destre e dell’oligarchia brasiliana nei confronti del Partito dei Lavoratori ha visto una rapida escalation. In poche ore Dilma Rousseff è stata rimpiazzata dal suo vice ed ex alleato, Michel Temer, del Partito del Movimento Democratico, che ha proceduto in tempi record a varare un governo alla cui formazione aveva alacremente lavorato nei giorni precedenti e che riporta il paese ai tempi della dittatura.

Il governo ad interim è formato da soli 22 ministri – sacrificati ad esempio il ministero per la Parità di genere e Uguaglianza di razza e per i Diritti umani, oltre a quelli della Gioventù e della Cultura – tutti maschi, nonostante la Costituzione preveda una presenza femminile minima del 30%, e tutti bianchi – nonostante la maggioranza dei brasiliani siano neri o mulatti.

Un esecutivo composto da elementi di punta degli ambienti politici liberisti. Significativa la nomina di Henrique Meirelles, ex governatore della Banca Centrale, alla carica di nuovo ministro delle Finanze (già annunciate varie misure di austerità), e dell’ex governatore dello stato di San Paolo, Josè Serra, uomo di Washington due volte sconfitto nella corsa alle presidenziali, al dicastero degli Esteri. Quest’ultimo ha proposto di privatizzare Petrobras ed ha subito attaccato i paesi dell’Alba che hanno denunciato il cambio della guarda a Brasilia come il risultato di un colpo di stato istituzionale mentre la Bolivia ha richiamato il suo ambasciatore per ‘consultazioni’. Spiccano anche Alexandre de Moraes – protagonista a San Paolo di una dura repressione nei confronti degli studenti e dei movimenti sociali al ministero della Giustizia; il Ministero dell’Agricoltura è stato affidato a Blairo Maggi, tra gli uomini più ricchi del Brasile, ex governatore del Mato Grosso, esponente di estrema destra del Partito Progressista e principale produttore di soia al mondo, tra i principali responsabili della deforestazione in Amazzonia; al ministero della Sanità è andato un altro imprenditore, Ricardo Barros, inquisito per frode e illecito finanziario e fautore di un vasto piano di tagli alla spesa sociale.

“L’urgenza è di ristabilire l’unità e la credibilità del paese” e di “pacificare la Nazione” ha detto Temer aggiungendo che “la prima parola che rivolgo al popolo brasiliano è ‘fiducia’, fiducia nel nostro carattere, nella nostra democrazia, nella ripresa della nostra economia”. Temer presenta il suo esecutivo come un ‘governo di salvezza nazionale’ al di sopra delle parti politiche. Ma in nome della ripresa economica e della riconquista della fiducia dei mercati il presidente ad interim ha già annunciato una riforma fiscale che riduce la spesa pubblica e un attacco al sistema pensionistico, ricevendo le congratulazioni del suo compare di cordata, l’argentino Mauricio Macri.

Ma l’ex alleato di centrodestra del PT – che Rousseff ha definito senza mezzi termini un traditore – deve affrontare due ostacoli non da poco per materializzare le sue ambizioni presidenziali. Intanto la sua impopolarità tra i brasiliani, molti dei quali vorrebbero le sue dimissioni; in secondo luogo, il possibile coinvolgimento nello scandalo ‘Lava Jato’, che coinvolge centinaia di esponenti politici in relazione alla gestione dell’azienda energetica di stato Petrobras. La magistratura ha già aperto varie inchieste nei confronti dei principali esponenti dell’ex opposizione di centrodestra ora al potere, accusati di corruzione, tra i quali il potente senatore Aecio Neves (anch’egli sconfitto nella corsa alle presidenziali) e l’ex presidente della Camera Eduardo Cunha, il principale promotore dell’impeachment ma anch’egli tirato in ballo da uno dei super-testimoni dell’inchiesta che per ora sembra favorire i partiti che rappresentano gli interessi delle oligarchie e di Washington.
Oltretutto ben 7 dei ‘nuovi’ ministri – in realtà parecchi hanno già fatto parte degli esecutivi guidati da Lula da Silva o dalla stessa Rousseff negli anni scorsi – sono indagati o già condannati per corruzione. Un bel record per un esecutivo che pretende di riportare pulizia nella gestione della cosa pubblica.

Dilma chiama alla mobilitazione

Dilma Rousseff – sospesa dal suo incarico per un massimo di 180 giorni, in attesa del voto parlamentare al termine del processo politico intentato nei suoi confronti – non sembra demordere e continua a rivendicare la sua onestà e a chiamare il popolo brasiliano ad una risposta compatta contro quello che da tempo definisce un ‘colpo di stato’.

“Quando un presidente è accusato di un crimine che non ha commesso non è impeachment, è un golpe: lotterò con tutti i mezzi legali di cui dispongo per esercitare il mio mandato fino alla fine” ha detto nella sua ultima dichiarazione dopo la notifica ufficiale della sospensione dall’incarico, accompagnata da quasi 40 mila sostenitori. “Sono stata eletta presidente con 54 milioni di voti, ed è in questa veste che voglio parlarvi in questo momento decisivo per la democrazia brasiliana e per tutto il nostro Paese: ciò che è in gioco non è il mio mandato, ma il rispetto delle urne e della Costituzione, della volontà sovrana del popolo brasiliano; le conquiste degli ultimi 13 anni, ma anche il futuro del nostro Paese”, ha continuato Dilma rivendicando i progressi economici e sociali dell’ultimo decennio. “Voglio denunciare un impeachment fraudolento: da quando sono stata eletta una parte dell’opposizione volle ricontare i voti e successivamente ha iniziato a cospirare per l’impeachment, creando un ambiente di sabotaggio continuo al mio governo, un ambiente propizio a un golpe. Gli atti da me posti in essere sono stati legali e legittimi, analoghi a quelli dei Presidenti che mi hanno preceduto: non era un reato ai loro tempi, non lo è neanche adesso”, ha ribadito Dilma. “Il rischio è quello di avere ora un governo illegittimo, che nasce da un golpe, da un impeachment fraudolento, da una specie di elezione indiretto, che potrà cedere alla tentazione di reprimere chi gli è contrario, che sarà esso stesso una causa della crisi in cui versa il Paese”, ha avvertito l’esponente del PT. “Ai brasiliani faccio un appello: mantenetevi mobilitati, uniti e in pace: la lotta per la democrazia non ha una scadenza, la lotta contro il golpe è lunga, è una battaglia che può essere vinta e la vinceremo” ha ribadito.

«Ho sofferto il dolore della tortura, il dolore della malattia e ora sento il dolore dell’ingiustizia – ha detto ancora la presidente – Ciò che più mi fa male è l’ingiustizia… Ma non mi arrendo. Guardo indietro a tutto quel che è stato fatto e guardo avanti a quel che c’è ancora da fare. Ho lottato tutta la vita per la democrazia, ho imparato ad aver fiducia nella capacità di lotta del nostro popolo. Confesso che non avrei mai immaginato che sarebbe stato necessario tornare alla lotta contro la dittatura in questo paese. Negli ultimi mesi, il nostro popolo è sceso in piazza per difendere i suoi diritti e per questo ho la certezza che la popolazione sarà dire «no» al golpe».
Intanto, dopo il voltafaccia dei suoi alleati di governo e sulla spinta delle rivendicazioni dei movimenti popolari e di sinistra scesi in piazza negli ultimi mesi contro il golpe e contro il ritorno al potere degli ambienti che sostennero la dittatura nei decenni passati, il Partito brasiliano dei Lavoratori sembra ora orientato a imprimere alla propria politica una sterzata riformista e di sinistra. La direzione del PT ha annunciato un cambiamento nella politica delle alleanze: più che alle forze politiche con le quali i laburisti hanno a lungo governato cedendo spesso agli interessi della finanza, dell’agrobusiness e degli apparati economici dominanti (che comunque non si sono accontentati ed alla fine hanno sostenuto il golpe) il Pt ha promesso una apertura a sinistra verso quei partiti, organizzazioni e movimenti popolari che da tempo chiedono riforme strutturali, distribuzione della ricchezza e riduzione delle diseguaglianze sociali.

Uno dei direttori del Centro di Ricerche Economiche di Washington, Mark Weisbrot, ha dichiarato a “Democracy Now” (una TV Web indipendente), che gli Stati Uniti stanno appoggiando il golpe istituzionale alla stessa maniera di come fecero in Honduras.

 La festa del Primo Maggio, celebrata in tutte le grandi e piccole città del Brasile, ha segnato l’inizio di un nuovo corso politico per le forze del movimento popolare che dovranno prepararsi per affrontare in uno scontro frontale non solo la destra, le oligarchie, le differenti famiglie della borghesia imprenditoriale, le “branch” del capitalismo nazionale e multinazionale e le sette evangeliche, ma anche quei settori della classe media, dei lavoratori e dei disoccupati che sono rimasti in casa a vedere le manifestazioni del Primo maggio in tv non perché hanno scelto di essere i nuovi alleati del golpismo. Oggi, purtroppo come in passato, questa parte di popolo ha avuto paura di scendere in piazza e di affrontare l’altra faccia dello Stato, cioè quell’armata, quella che bastona, che spara e che arresta! Quella faccia dello stato, che il governo del PT, purtroppo, non hanno avuto il coraggio o la forza di cambiare!

Una paura che, comunque, è cresciuta a macchia d’olio quando in Parlamento sono riecheggiati gli applausi per il colpo di stato del 1964, con parlamentari che inneggiavano ai torturatori e agli arbitri commessi negli Anni di Piombo. E’ una paura che, riflette la violenza gratuita perpetuata nelle favelas, nelle università, nei campi e nelle strade delle grandi città dagli agenti della Polizia Civile, della Polizia Militare e della Polizia Federale. Una violenza che i media esaltano, la borghesia applaude e la magistratura – salvo poche eccezioni – fa finta di niente o nei casi flagranti insabbiano il tutto e rimandano le indagini alle calende greche!

 Nonostante il clima teso, il movimento popolare ha scelto la celebrazione del Primo Maggio per dare una risposta politica alla FIESP (Confindustria brasiliana), alle multinazionali e alla borghesia imprenditoriale , proprio a Sao Paulo, la città dove la cospirazione ha mosso i primi passi. Infatti il “Vale di Anhangabau” si è riempito con più di 100.000 militanti, convocati dalle cinque confederazioni sindacali, dai partiti della sinistra e, soprattutto dai gruppi del movimento popolare, primo fra tutti il Movimento dei Sen Terra (MST), che, nel novembre del 2015 lanciò la proposta del Fronte Popolare Brasiliano per opporsi al tentativo di golpe bianco.

 Per questo, il movimento ha, finalmente, capito che la questione dell’Impeachment nei confronti della presidentessa Dilma Rousseff, in realtà, è il nuovo capitolo della lotta che il movimento popolare dovrà affrontare contro il nuovo modello di “Ordem e Progresso” che la destra, il mercato e gli USA voglio imporre adesso nel Brasile, senza dover aspettare l’esito delle elezioni del 2018 . Un elemento che la presidentessa, Dilma Roussef, ha finalmente capito e per questo c’è stato un effettivo spostamento a sinistra del suo governo. Per cominciare questo nuovo corso Dilma ha garantito ai 100.000 riuniti nel Vale di Anhangabau , che nei prossimi giorni firmerà due decreti legge, in cui il primo aumenta del 9% il valore della “Bolsa Familia” per i 43 milioni di brasiliani considerati poveri e il secondo eleva in 5% i massimali per la dichiarazione dei redditi.

 Anche a Rio di Janeiro, Florianopolis, Porto Alegre, Salvador, Joao Pessoa, Curitiba, Goiania, Belém, Belo Horizonte, le manifestazioni organizzate dalla CUT, insieme alle altre quattro confederazioni sindacali, hanno dimostrato che quello che sta in gioco non è appena la sorte della presidentessa Dilma o del candidato del PT, Inazio Lula da Silva. In pratica, le manifestazioni del Primo Maggio hanno messo a fuoco l’immagine reale di un nuovo fronte politico, in cui stanno convergendo tutti i gruppi del movimento popolare, per evitare che con l’impeachment gli uomini del mercato stravolgano in pochi mesi la Costituzione del1988, le leggi che regolano le relazioni tra capitale e lavoro, ben come quelle che stabiliscono i limiti nelle attività (speculative) del mercato finanziario. In pratica le forze politiche del movimento popolare e quello sindacale sono decise a impedire il ritorno del Brasile nel regime di dipendenza degli Stati Uniti.

 Sempre più evidente la presenza degli agenti USA nella cospirazione golpista

Dopo aver sottoscritto nella sede dell’ONU il testo dell’Accordo di Parigi sui Cambiamenti Climatici, la presidentessa del Brasile, Dilma Roussef ha rifiutato incontrare l’emissario della Casa Bianca, Thomas A. Shannon, Jr., Sotto Segretario del Dipartimento di Stato ed ex-ambasciatore degli USA in Brasile. Però ha concesso un’intervista che negli Stati Uniti solo il “New York Times” ha pubblicato in prima pagina, con il titolo “…In Brasile l’Impeachment è un golpe!” - per poi porre l’accento sulle parole di Dilma, secondo cui- “…In passato i colpi di stato erano fatti con mitragliatrici, carri armati e armi. Oggi, invece per farlo basta la firma d’individui che non hanno scrupoli e vogliono stravolgere la Costituzione!”

Nonostante le accuse fatte dalla presidentessa nel suo intervento nell’assemblea delle Nazioni Unite, la stampa statunitense, come tra l’altro quella europea, hanno in sostanza sposato la tesi dell’impeachment e soltanto il New York Times – forse nel tentativo di convincere le “eccellenze” della Casa Bianca - continua a pubblicare articoli che stanno scuotendo l’opinione pubblica statunitense per rivelare la completa disonestà dei mentori dell’impeachment. Infatti il 27/04, riprendendo il reportage di Glenn Greenwald, pubblicato nel nuovo giornale on line statunitense “The Intercept”, il NYT rivelava che i capi dei partiti che appoggiano l’impeachment, guidati da Eduardo Cunha, poco prima della votazione nella Camera dei Deputati, si sono incontrati con il presidente del Supremo Tribunale Federale (STF), Ricado Lewandowski, promettendogli di far approvare “rapidamente” gli aumenti di salario per i giudici e i funzionari del Ministero di Giustizia, nonostante i giudici avessero già ricevuto dal governo due sostanziosi “bonus per l’affitto e per l’istruzione”.   

In seguito il NYT rivelava che il commissario della Polizia Federale, Armando Coelho Neto, ex-presidente dell’Associazione dei Commissari della PF aveva detto che “…nell’operazione Lava Jato non c’è nessuna strategia per combattere la corruzione nella Petrobrás, perché si tratta invece di una guerra sotterranea fatta per distruggere il PT e la candidatura di Lula e nello stesso tempo coprire i veri corrotti legati al partito PSDB!”

Un’accusa gravissima che si somma a quella del “Blog Boato” (Sito delle Dicerie), in cui riprende le parole di un altro graduato della Polizia Federale, secondo cui il giudice Sergio Moro “…per 5 milioni di reali (1,280.000 euro) avrebbe venduto alla TV Globo tutte le registrazioni illegali fatte mentre la presidentessa Dilma, parlava con Lula e poi con il suo avvocato, Roberto Texeira”. Una denuncia che ha rovinato la festa che la rivista The Times, aveva organizzato in Washington per premiare il giudice Sergio Moro, con il titolo di”… settimo uomo più influente nel mondo!”

Un’ influenza che, comunque, Sergio Moro dovrà spiegare ai giudici del Tribunale Superiore Federale, poiché il gruppo televisivo Record pretende aprire nei suoi confronti un processo nel TSF ed anche nella Commissione Nazionale di Giustizia. Inoltre, il 30 aprile, in Porto Alegre, è stata formalizzata la denuncia dell’OAB-RGS – firmata da cento rappresentanti della società civile - nei confronti del giudice Sergio Moro per questi aver violato una serie di articoli della Costituzione e altri quattro del codice penale.

In seguito, il 31 aprile la WebTV “Democracy Now” trasmetteva un servizio che smentisce le dichiarazioni del vice-presidente cospiratore, Michel Temer, dimostrando, quindi, che avrebbe mentito spudoratamente per coprire il collegamento dei cospiratori con le “eccellenze della Casa Bianca. Infatti, Michel Temer il 27 aprile aveva affermato al giornale brasiliano “Folha de Sao Paulo”, di aver inviato negli USA il senatore del PSDB  Aloysio Nunes per “…realizzare incontri con l’obiettivo di proteggere l’immagine del Parlamento subito dopo la votazione per l’Impeachment nella Camera dei Deputati…”. Invece “Democracy Now” il 30/04, rivelava che il senatore Aloysio Nunes era andato a Washington per incontrarsi in particolare con il Sottosegretario del Dipartimento di Stato, Thomas A. Shannon, Jr, che è il braccio destro e il consulente per l’America Latina del Segretario di Stato, John Kerry.

In realtà, il senatore Aloysio Nunes si è incontrato con Thomas A. Shannon, Jr “…per riferire l’accordo tra il vice-presidente, Michel Temer del PMDB e il triumvirato del PSDB (Fernando Henrique Cardoso, Aécio Neves e Tasso Jereissati) sul nuovo governo che Temer dovrebbe guidare e i decreti legge che saranno proposte in regime di urgenza per la modifica della Costituzione...” Cioè quello che la Casa Bianca e i conglomerati di Wall Street sognano fin dai tempi di George Bush!

L’aspetto drammatico in tutto questo è che, anche in Italia ci sono giornali, televisioni e soprattutto giornalisti che continuano a dire che “…l’ Impeachment contro la presidentessa Dilma Rousseff è un procedimento giuridico regolare!

Achille Lollo è corrispondente in Italia del giornale “Brasil De Fato”, articolista del giornale web “Correio da Cidadania” e editor del programma TV “Contrappunto Internazionale”. Collabora con “Contropiano” e con  la rivista “Nuestra America”.    

 

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