Dopo il voto del Senato – 55 a 22 – a favore dell’impeachment della presidente, al termine di una seduta durata ben 22 ore, la spallata delle destre e dell’oligarchia brasiliana nei confronti del Partito dei Lavoratori ha visto una rapida escalation. In poche ore Dilma Rousseff è stata rimpiazzata dal suo vice ed ex alleato, Michel Temer, del Partito del Movimento Democratico, che ha proceduto in tempi record a varare un governo alla cui formazione aveva alacremente lavorato nei giorni precedenti e che riporta il paese ai tempi della dittatura.

Il governo ad interim è formato da soli 22 ministri – sacrificati ad esempio il ministero per la Parità di genere e Uguaglianza di razza e per i Diritti umani, oltre a quelli della Gioventù e della Cultura – tutti maschi, nonostante la Costituzione preveda una presenza femminile minima del 30%, e tutti bianchi – nonostante la maggioranza dei brasiliani siano neri o mulatti.

Un esecutivo composto da elementi di punta degli ambienti politici liberisti. Significativa la nomina di Henrique Meirelles, ex governatore della Banca Centrale, alla carica di nuovo ministro delle Finanze (già annunciate varie misure di austerità), e dell’ex governatore dello stato di San Paolo, Josè Serra, uomo di Washington due volte sconfitto nella corsa alle presidenziali, al dicastero degli Esteri. Quest’ultimo ha proposto di privatizzare Petrobras ed ha subito attaccato i paesi dell’Alba che hanno denunciato il cambio della guarda a Brasilia come il risultato di un colpo di stato istituzionale mentre la Bolivia ha richiamato il suo ambasciatore per ‘consultazioni’. Spiccano anche Alexandre de Moraes – protagonista a San Paolo di una dura repressione nei confronti degli studenti e dei movimenti sociali al ministero della Giustizia; il Ministero dell’Agricoltura è stato affidato a Blairo Maggi, tra gli uomini più ricchi del Brasile, ex governatore del Mato Grosso, esponente di estrema destra del Partito Progressista e principale produttore di soia al mondo, tra i principali responsabili della deforestazione in Amazzonia; al ministero della Sanità è andato un altro imprenditore, Ricardo Barros, inquisito per frode e illecito finanziario e fautore di un vasto piano di tagli alla spesa sociale.

“L’urgenza è di ristabilire l’unità e la credibilità del paese” e di “pacificare la Nazione” ha detto Temer aggiungendo che “la prima parola che rivolgo al popolo brasiliano è ‘fiducia’, fiducia nel nostro carattere, nella nostra democrazia, nella ripresa della nostra economia”. Temer presenta il suo esecutivo come un ‘governo di salvezza nazionale’ al di sopra delle parti politiche. Ma in nome della ripresa economica e della riconquista della fiducia dei mercati il presidente ad interim ha già annunciato una riforma fiscale che riduce la spesa pubblica e un attacco al sistema pensionistico, ricevendo le congratulazioni del suo compare di cordata, l’argentino Mauricio Macri.

Ma l’ex alleato di centrodestra del PT – che Rousseff ha definito senza mezzi termini un traditore – deve affrontare due ostacoli non da poco per materializzare le sue ambizioni presidenziali. Intanto la sua impopolarità tra i brasiliani, molti dei quali vorrebbero le sue dimissioni; in secondo luogo, il possibile coinvolgimento nello scandalo ‘Lava Jato’, che coinvolge centinaia di esponenti politici in relazione alla gestione dell’azienda energetica di stato Petrobras. La magistratura ha già aperto varie inchieste nei confronti dei principali esponenti dell’ex opposizione di centrodestra ora al potere, accusati di corruzione, tra i quali il potente senatore Aecio Neves (anch’egli sconfitto nella corsa alle presidenziali) e l’ex presidente della Camera Eduardo Cunha, il principale promotore dell’impeachment ma anch’egli tirato in ballo da uno dei super-testimoni dell’inchiesta che per ora sembra favorire i partiti che rappresentano gli interessi delle oligarchie e di Washington.
Oltretutto ben 7 dei ‘nuovi’ ministri – in realtà parecchi hanno già fatto parte degli esecutivi guidati da Lula da Silva o dalla stessa Rousseff negli anni scorsi – sono indagati o già condannati per corruzione. Un bel record per un esecutivo che pretende di riportare pulizia nella gestione della cosa pubblica.

Dilma chiama alla mobilitazione

Dilma Rousseff – sospesa dal suo incarico per un massimo di 180 giorni, in attesa del voto parlamentare al termine del processo politico intentato nei suoi confronti – non sembra demordere e continua a rivendicare la sua onestà e a chiamare il popolo brasiliano ad una risposta compatta contro quello che da tempo definisce un ‘colpo di stato’.

“Quando un presidente è accusato di un crimine che non ha commesso non è impeachment, è un golpe: lotterò con tutti i mezzi legali di cui dispongo per esercitare il mio mandato fino alla fine” ha detto nella sua ultima dichiarazione dopo la notifica ufficiale della sospensione dall’incarico, accompagnata da quasi 40 mila sostenitori. “Sono stata eletta presidente con 54 milioni di voti, ed è in questa veste che voglio parlarvi in questo momento decisivo per la democrazia brasiliana e per tutto il nostro Paese: ciò che è in gioco non è il mio mandato, ma il rispetto delle urne e della Costituzione, della volontà sovrana del popolo brasiliano; le conquiste degli ultimi 13 anni, ma anche il futuro del nostro Paese”, ha continuato Dilma rivendicando i progressi economici e sociali dell’ultimo decennio. “Voglio denunciare un impeachment fraudolento: da quando sono stata eletta una parte dell’opposizione volle ricontare i voti e successivamente ha iniziato a cospirare per l’impeachment, creando un ambiente di sabotaggio continuo al mio governo, un ambiente propizio a un golpe. Gli atti da me posti in essere sono stati legali e legittimi, analoghi a quelli dei Presidenti che mi hanno preceduto: non era un reato ai loro tempi, non lo è neanche adesso”, ha ribadito Dilma. “Il rischio è quello di avere ora un governo illegittimo, che nasce da un golpe, da un impeachment fraudolento, da una specie di elezione indiretto, che potrà cedere alla tentazione di reprimere chi gli è contrario, che sarà esso stesso una causa della crisi in cui versa il Paese”, ha avvertito l’esponente del PT. “Ai brasiliani faccio un appello: mantenetevi mobilitati, uniti e in pace: la lotta per la democrazia non ha una scadenza, la lotta contro il golpe è lunga, è una battaglia che può essere vinta e la vinceremo” ha ribadito.

«Ho sofferto il dolore della tortura, il dolore della malattia e ora sento il dolore dell’ingiustizia – ha detto ancora la presidente – Ciò che più mi fa male è l’ingiustizia… Ma non mi arrendo. Guardo indietro a tutto quel che è stato fatto e guardo avanti a quel che c’è ancora da fare. Ho lottato tutta la vita per la democrazia, ho imparato ad aver fiducia nella capacità di lotta del nostro popolo. Confesso che non avrei mai immaginato che sarebbe stato necessario tornare alla lotta contro la dittatura in questo paese. Negli ultimi mesi, il nostro popolo è sceso in piazza per difendere i suoi diritti e per questo ho la certezza che la popolazione sarà dire «no» al golpe».
Intanto, dopo il voltafaccia dei suoi alleati di governo e sulla spinta delle rivendicazioni dei movimenti popolari e di sinistra scesi in piazza negli ultimi mesi contro il golpe e contro il ritorno al potere degli ambienti che sostennero la dittatura nei decenni passati, il Partito brasiliano dei Lavoratori sembra ora orientato a imprimere alla propria politica una sterzata riformista e di sinistra. La direzione del PT ha annunciato un cambiamento nella politica delle alleanze: più che alle forze politiche con le quali i laburisti hanno a lungo governato cedendo spesso agli interessi della finanza, dell’agrobusiness e degli apparati economici dominanti (che comunque non si sono accontentati ed alla fine hanno sostenuto il golpe) il Pt ha promesso una apertura a sinistra verso quei partiti, organizzazioni e movimenti popolari che da tempo chiedono riforme strutturali, distribuzione della ricchezza e riduzione delle diseguaglianze sociali.

Uno dei direttori del Centro di Ricerche Economiche di Washington, Mark Weisbrot, ha dichiarato a “Democracy Now” (una TV Web indipendente), che gli Stati Uniti stanno appoggiando il golpe istituzionale alla stessa maniera di come fecero in Honduras.

 La festa del Primo Maggio, celebrata in tutte le grandi e piccole città del Brasile, ha segnato l’inizio di un nuovo corso politico per le forze del movimento popolare che dovranno prepararsi per affrontare in uno scontro frontale non solo la destra, le oligarchie, le differenti famiglie della borghesia imprenditoriale, le “branch” del capitalismo nazionale e multinazionale e le sette evangeliche, ma anche quei settori della classe media, dei lavoratori e dei disoccupati che sono rimasti in casa a vedere le manifestazioni del Primo maggio in tv non perché hanno scelto di essere i nuovi alleati del golpismo. Oggi, purtroppo come in passato, questa parte di popolo ha avuto paura di scendere in piazza e di affrontare l’altra faccia dello Stato, cioè quell’armata, quella che bastona, che spara e che arresta! Quella faccia dello stato, che il governo del PT, purtroppo, non hanno avuto il coraggio o la forza di cambiare!

Una paura che, comunque, è cresciuta a macchia d’olio quando in Parlamento sono riecheggiati gli applausi per il colpo di stato del 1964, con parlamentari che inneggiavano ai torturatori e agli arbitri commessi negli Anni di Piombo. E’ una paura che, riflette la violenza gratuita perpetuata nelle favelas, nelle università, nei campi e nelle strade delle grandi città dagli agenti della Polizia Civile, della Polizia Militare e della Polizia Federale. Una violenza che i media esaltano, la borghesia applaude e la magistratura – salvo poche eccezioni – fa finta di niente o nei casi flagranti insabbiano il tutto e rimandano le indagini alle calende greche!

 Nonostante il clima teso, il movimento popolare ha scelto la celebrazione del Primo Maggio per dare una risposta politica alla FIESP (Confindustria brasiliana), alle multinazionali e alla borghesia imprenditoriale , proprio a Sao Paulo, la città dove la cospirazione ha mosso i primi passi. Infatti il “Vale di Anhangabau” si è riempito con più di 100.000 militanti, convocati dalle cinque confederazioni sindacali, dai partiti della sinistra e, soprattutto dai gruppi del movimento popolare, primo fra tutti il Movimento dei Sen Terra (MST), che, nel novembre del 2015 lanciò la proposta del Fronte Popolare Brasiliano per opporsi al tentativo di golpe bianco.

 Per questo, il movimento ha, finalmente, capito che la questione dell’Impeachment nei confronti della presidentessa Dilma Rousseff, in realtà, è il nuovo capitolo della lotta che il movimento popolare dovrà affrontare contro il nuovo modello di “Ordem e Progresso” che la destra, il mercato e gli USA voglio imporre adesso nel Brasile, senza dover aspettare l’esito delle elezioni del 2018 . Un elemento che la presidentessa, Dilma Roussef, ha finalmente capito e per questo c’è stato un effettivo spostamento a sinistra del suo governo. Per cominciare questo nuovo corso Dilma ha garantito ai 100.000 riuniti nel Vale di Anhangabau , che nei prossimi giorni firmerà due decreti legge, in cui il primo aumenta del 9% il valore della “Bolsa Familia” per i 43 milioni di brasiliani considerati poveri e il secondo eleva in 5% i massimali per la dichiarazione dei redditi.

 Anche a Rio di Janeiro, Florianopolis, Porto Alegre, Salvador, Joao Pessoa, Curitiba, Goiania, Belém, Belo Horizonte, le manifestazioni organizzate dalla CUT, insieme alle altre quattro confederazioni sindacali, hanno dimostrato che quello che sta in gioco non è appena la sorte della presidentessa Dilma o del candidato del PT, Inazio Lula da Silva. In pratica, le manifestazioni del Primo Maggio hanno messo a fuoco l’immagine reale di un nuovo fronte politico, in cui stanno convergendo tutti i gruppi del movimento popolare, per evitare che con l’impeachment gli uomini del mercato stravolgano in pochi mesi la Costituzione del1988, le leggi che regolano le relazioni tra capitale e lavoro, ben come quelle che stabiliscono i limiti nelle attività (speculative) del mercato finanziario. In pratica le forze politiche del movimento popolare e quello sindacale sono decise a impedire il ritorno del Brasile nel regime di dipendenza degli Stati Uniti.

 Sempre più evidente la presenza degli agenti USA nella cospirazione golpista

Dopo aver sottoscritto nella sede dell’ONU il testo dell’Accordo di Parigi sui Cambiamenti Climatici, la presidentessa del Brasile, Dilma Roussef ha rifiutato incontrare l’emissario della Casa Bianca, Thomas A. Shannon, Jr., Sotto Segretario del Dipartimento di Stato ed ex-ambasciatore degli USA in Brasile. Però ha concesso un’intervista che negli Stati Uniti solo il “New York Times” ha pubblicato in prima pagina, con il titolo “…In Brasile l’Impeachment è un golpe!” - per poi porre l’accento sulle parole di Dilma, secondo cui- “…In passato i colpi di stato erano fatti con mitragliatrici, carri armati e armi. Oggi, invece per farlo basta la firma d’individui che non hanno scrupoli e vogliono stravolgere la Costituzione!”

Nonostante le accuse fatte dalla presidentessa nel suo intervento nell’assemblea delle Nazioni Unite, la stampa statunitense, come tra l’altro quella europea, hanno in sostanza sposato la tesi dell’impeachment e soltanto il New York Times – forse nel tentativo di convincere le “eccellenze” della Casa Bianca - continua a pubblicare articoli che stanno scuotendo l’opinione pubblica statunitense per rivelare la completa disonestà dei mentori dell’impeachment. Infatti il 27/04, riprendendo il reportage di Glenn Greenwald, pubblicato nel nuovo giornale on line statunitense “The Intercept”, il NYT rivelava che i capi dei partiti che appoggiano l’impeachment, guidati da Eduardo Cunha, poco prima della votazione nella Camera dei Deputati, si sono incontrati con il presidente del Supremo Tribunale Federale (STF), Ricado Lewandowski, promettendogli di far approvare “rapidamente” gli aumenti di salario per i giudici e i funzionari del Ministero di Giustizia, nonostante i giudici avessero già ricevuto dal governo due sostanziosi “bonus per l’affitto e per l’istruzione”.   

In seguito il NYT rivelava che il commissario della Polizia Federale, Armando Coelho Neto, ex-presidente dell’Associazione dei Commissari della PF aveva detto che “…nell’operazione Lava Jato non c’è nessuna strategia per combattere la corruzione nella Petrobrás, perché si tratta invece di una guerra sotterranea fatta per distruggere il PT e la candidatura di Lula e nello stesso tempo coprire i veri corrotti legati al partito PSDB!”

Un’accusa gravissima che si somma a quella del “Blog Boato” (Sito delle Dicerie), in cui riprende le parole di un altro graduato della Polizia Federale, secondo cui il giudice Sergio Moro “…per 5 milioni di reali (1,280.000 euro) avrebbe venduto alla TV Globo tutte le registrazioni illegali fatte mentre la presidentessa Dilma, parlava con Lula e poi con il suo avvocato, Roberto Texeira”. Una denuncia che ha rovinato la festa che la rivista The Times, aveva organizzato in Washington per premiare il giudice Sergio Moro, con il titolo di”… settimo uomo più influente nel mondo!”

Un’ influenza che, comunque, Sergio Moro dovrà spiegare ai giudici del Tribunale Superiore Federale, poiché il gruppo televisivo Record pretende aprire nei suoi confronti un processo nel TSF ed anche nella Commissione Nazionale di Giustizia. Inoltre, il 30 aprile, in Porto Alegre, è stata formalizzata la denuncia dell’OAB-RGS – firmata da cento rappresentanti della società civile - nei confronti del giudice Sergio Moro per questi aver violato una serie di articoli della Costituzione e altri quattro del codice penale.

In seguito, il 31 aprile la WebTV “Democracy Now” trasmetteva un servizio che smentisce le dichiarazioni del vice-presidente cospiratore, Michel Temer, dimostrando, quindi, che avrebbe mentito spudoratamente per coprire il collegamento dei cospiratori con le “eccellenze della Casa Bianca. Infatti, Michel Temer il 27 aprile aveva affermato al giornale brasiliano “Folha de Sao Paulo”, di aver inviato negli USA il senatore del PSDB  Aloysio Nunes per “…realizzare incontri con l’obiettivo di proteggere l’immagine del Parlamento subito dopo la votazione per l’Impeachment nella Camera dei Deputati…”. Invece “Democracy Now” il 30/04, rivelava che il senatore Aloysio Nunes era andato a Washington per incontrarsi in particolare con il Sottosegretario del Dipartimento di Stato, Thomas A. Shannon, Jr, che è il braccio destro e il consulente per l’America Latina del Segretario di Stato, John Kerry.

In realtà, il senatore Aloysio Nunes si è incontrato con Thomas A. Shannon, Jr “…per riferire l’accordo tra il vice-presidente, Michel Temer del PMDB e il triumvirato del PSDB (Fernando Henrique Cardoso, Aécio Neves e Tasso Jereissati) sul nuovo governo che Temer dovrebbe guidare e i decreti legge che saranno proposte in regime di urgenza per la modifica della Costituzione...” Cioè quello che la Casa Bianca e i conglomerati di Wall Street sognano fin dai tempi di George Bush!

L’aspetto drammatico in tutto questo è che, anche in Italia ci sono giornali, televisioni e soprattutto giornalisti che continuano a dire che “…l’ Impeachment contro la presidentessa Dilma Rousseff è un procedimento giuridico regolare!

Achille Lollo è corrispondente in Italia del giornale “Brasil De Fato”, articolista del giornale web “Correio da Cidadania” e editor del programma TV “Contrappunto Internazionale”. Collabora con “Contropiano” e con  la rivista “Nuestra America”.    

 

Dopo tre giorni di dibattiti, accuse, pagliacciate e molte bustarelle piene di Reais e di Dollari, domenica 17 aprile, 367 deputati del Parlamento federale hanno votato a favore del procedimento di Impeachment contro la presidentessa Dilma Roussef, mentre 137 si sono opposti, 7 si sono astenuti, mentre altri 2 hanno preferito allontanarsi da Brasilia per non essere coinvolti nel “golpe bianco di Mr. Cunha”.

Un risultato che, comunque era, in pratica scontato, poiché è dal 2015 che la destra e molti settori della borghesia brasiliana stavano facendo pressione sul governo, per riallineare l’economia de Brasile a quella degli Stati Uniti e, quindi, abbandonare il modello economico “Nuovo Sviluppo”, introdotto dall’ex-presidente Lula, nel 2003. 

Un cambio che, in realtà vuole far pagare ai lavoratori il prezzo di una crisi economica e finanziaria che, dal 2012, ha cominciato a fustigare impietosamente il Brasile. Inoltre, i liberisti del PSDB, non hanno mai accettato la sconfitta del 2014, quando Dilma Roussef aveva battuto per la seconda volta Aelcio Neves, soltanto per appena 1,5%.

Per questo, quando Eduardo Cunha del PMDB ha presentato l’impeachment per aggirare la sua condanna del Tribunale Supremo Federale per corruzione ed evasione fiscale, il PSDB dell’ex-presidente Fernando Henrique Cardoso ha subito appoggiato la formula fraudolenta dell’impeachment di Cunha, per riconquistare lo stato e quindi imporre ai 120 milioni di brasiliani le formule dell’ortodossia liberista. Infatti, quando la crisi internazionale si è abbattuta sull’economia brasiliana con il deprezzamento delle materie prime (minerarie e agricole) e poi con l’abbassamento del prezzo del petrolio, i liberisti del PSDB sono tornati all’attacco accusando il governo del PT di ostacolare la ripresa dell’economia, mantenendo inalterato il costo del lavoro, quello dei servizi pubblici, l’onere delle pensioni, l’eccessivo assistenzialismo sociale, per poi denunciare la mancanza di una “libertà di mercato “ nello sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie.

 Insomma, l’obiettivo del PSDB e di una parte della borghesia brasiliana è cercare, a tutti i costi, di ripristinare il modello economico liberista dei “Chicago Boys”.  Proprio quello che il binomio “borghesia/imperialismo” ha imposto negli anni settanta in tutti i paesi dell’America Latina con la truculenza dei colpi di stato. Un’esperienza che ha prodotto dei risultati economici codificati tra il mediocre e il catastrofico, soprattutto in Argentina e nello stesso Brasile, dove nel 1996 l’inflazione aveva raggiunto il 72% e il debito estero aveva sfondato il tetto del PIL.

Oggi, vista l’impossibilità di realizzare colpi di stato e considerato il rischio di provocare la furiosa reazione di processi di ribellione popolare che facilitano l’affermazione di progetti nazionalisti, potenzialmente rivoluzionari e anti-imperialisti – come, per esempio quello che si è verificato in Venezuela dopo il fallito colpo di Stato del 2202 -, le antenne dell’imperialismo orientano le forze del liberismo che non riescono ad affermarsi attraverso libere e democratiche elezioni, a praticare l’opposizione ad oltranza, fin tanto che la manipolazione mediatica riesce a far avanzar e giustificare la richiesta di un impeachment.

Una formula che ha avuto successo prima in Honduras per deporre il presidente Manuel Zelaya e poi in Paraguay per realizzare un vergognoso “golpe blanco” contro il presidente Fernando Lugo.

Quasi tutti, oggi riconoscono che l’impeachment è diventato un caso politico, però pochi affermano che il principale beneficiario della deposizione di Dilma Roussef sarebbe proprio il governo degli Stati Uniti del democratico Barak Obama. Infatti, il cambio nel “Palacio do Planalto” permetterebbe al governo degli Stati Uniti di liberarsi dell’ingombrante presenza di un governo progressista, molto influente in America Latina ed anche in Africa, amico dei governi dei paesi dell’ALBA e, quindi poco disposto ad accettare tutti i diktat della Casa Bianca.

Nello stesso tempo il cambio politico provocato con l’impeachment arresterebbe lo sviluppo delle relazioni commerciali del Brasile con la Cina e con la Russia, che negli ultimi otto anni hanno in pratica preso il posto occupato in precedenza dalle industrie statunitensi. In pratica, l’impeachment permetterebbe alle “eccellenze” di Washington di deporre silenziosamente un presidente eletto democraticamente da 53 milioni di persone e squalificare un partito come il PT (il Partito dei Lavoratori), che nell’immaginario emozionale della maggioranza della popolazione brasiliana è tuttora considerato l’unico partito capace di poter cambiare il Brasile per il meglio!  

 

Gli USA e l’imbroglio dell’Impeachment

 

Negli ultimi sei mesi, nessun membro dello staff di Barak Obama ha pubblicamente commentato quello che stava succedendo in Brasile. Lo stesso Obama, quando si è incontrato con Macri non ha detto una sola parola sull’operato del governo del Brasile, mentre ha “sparlato” su quello del Venezuela, della Bolivia, dell’Equador, del Nicaragua, di Cuba, dell’Uruguay, arrivando, comunque a proferire minacce nei confronti di coloro che non vogliono accettare le regole del mercato e della competizione globale. Regole, che in realtà sarebbero quelle imposte dagli USA e dai conglomerati di Wall Street.

Un silenzio diplomatico che non è passato inosservato, anzi ha moltiplicato la curiosità. Così, dopo aver attentamente analizzato i media statunitensi e le informazione di Wikileaks, si è capito che il principale motivo di questo silenzio, era evitare che la sinistra brasiliana e le fonti stampa legate al governo del PT, dopo quello che era successo in Argentina con la vittoria di Maurizio Macri, associassero la campagna mediatica della TV Globo in favore dell’impeachment, con gli sforzi della Casa Bianca di ricondurre il Brasile sotto le ali dell’aquila imperiale.

Per questo il NSA, ha ampliato le sue attività spionando non solo i membri del governo brasiliano, i sindacalisti e i dirigenti della sinistra, ma anche gli alti ufficiali dell’esercito, gli industriali, i ricercatori e i professori universitari professionalmente impegnati nella difesa della sovranità politica ed economica.

Un’attività che, alla fine del 2015, dimostrò l’interesse degli USA di voler promuovere un cambio politico in Brasile. Un’interferenza che risultò evidente quando scoppiò lo scandalo sulla corruzione nella Petrobrás, che la Polizia Federale realizzò con “L’Operazione Lavaggio a Gettito” (Operaçao Lava Jato) messa a punto, grazie, anche, a certe informazione riservate fornite dalle antenne della CIA, via il NSA.

Dopo questo scandalo, la Casa Bianca ammetteva che le relazioni con il Brasile erano divenute sempre più “complicate”, non solo perché la presidentessa non aveva mai perdonato alla Casa Bianca lo spionaggio delle sue telefonate da parte del NSA. Ma perché nell’ottobre del 2015, la Commissione della Verità cominciò a voler investigare il ruolo strategico della CIA e del Pentagono nel colpo di stato del 1964, per poi indagar anche i meccanismi dell’addestramento dei torturatori brasiliani e il suo uso “tout court” nell’Operazione Condor (1).

Sempre nell’ambito del confronto geo-politico Brasile/Stati Uniti, non possiamo dimenticare l’importanza geo-strategica della richiesta da parte del Brasile di occupare una poltrona nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Una rivendicazione che è divenuta costante fin dai tempi del primo governo di Lula e che dopo quattordici anni doveva essere soddisfatta proprio durante il secondo governo di Dilma Roussef.  Una richiesta che le “eccellenze” della Casa Bianca hanno sempre considerato “rischiosa per gli equilibri esistenti nel Consiglio di Sicurezza, perché il Brasile negli ultimi quattro anni aveva rafforzato le sue relazioni politiche con la Russia e la Cina attraverso la creazione dei BRICS”.

Questo era un ulteriore motivo per le “eccellenze” della Casa Bianca – subito dopo i risultati elettorali in Argentina e in Venezuela -, rompere tutti gli indugi e autorizzare la CIA a portare a termine “ una silenziosa azione eversiva” nei confronti del governo di Dilma Roussef, utilizzando, però “le componenti esterne e parallele”. Vale a dire i gruppi lobbisti, le strutture legate ai centri di ricerca, le fondazioni politiche, le ONGs e le numerose sette pentecostali statunitensi. Componenti di una struttura para-militare invisibile che ufficialmente non compromette il governo degli Stati Uniti, anche se esegue con efficacia cabalista gli orientamenti geo-strategici e geo-politici della Casa Bianca, riuscendo, per questo a minare, con maggiore facilità, la stabilità del governo di Dilma Roussef. Un’azione che si sviluppa monitorizzando i lider dei gruppi politici, disposti a scendere in campo contro il governo del PT e contro la candidatura di Inàzio Lula da Silva per le elezioni presidenziali del 2018.

 

Il ruolo delle “Organizaçoes Globo”

 

E’ in questo scenario politico che la famiglia Marinho, proprietaria del gruppo mediatico “Organizaçoes Globo”, decide di intervenire investendo tutto il suo potenziale mediatico (giornale, riviste, agenzie stampa, radio e televisione) per veicolare una grande campagna di manipolazione in favore dell’impeachment contro la Presidentessa Dilma Roussef, contro il PT e, quindi, contro la candidatura di Lula. Bisogna dire che la famiglia Marinho non avrebbe mai accettato il rischio di perdere i contratti di pubblicità e il patrocinio culturale del governo federale, della Petrobrás, dell’Eletrobras, delle altre imprese pubbliche federali, ben come i contratti pubblicitari con i governi dei 25 stati e le migliaia di comuni, che garantiscono 72% del suo budget, senza avere le spalle coperte dalla sponsorizzazione politica della Casa Bianca e la garanzia dei banchieri di Wall Street.

A questo proposito è imperativo ricordare che quando la Casa Bianca, nel 1992, si è voluta disfare del corrotto e incapace presidente Fernando Collor de Mello, si è rivolta alla famiglia Marinho per mettere in piedi una campagna stampa in favore dell’impeachment. Nello stesso tempo la CIA consegnava alla Polizia Federale il dossier con le prove dei reati di i corruzione, evasione fiscale ed esportazione di valuta, di modo che in soli quattro mesi Collor de Mello fu deposto, per poi il suo consigliere truffaldino, Fernando Paulo César Farias, essere “misteriosamente” ucciso insieme alla fidanzata Susanna Marcolino.

Il link “Made in Usa” tra il gruppo “Organizaçoes Globo” e le “eccellenze” della Casa Bianca - sia esse repubblicane o democratiche -, è una relazione di lunga data, che si rafforzò nel 1963, quando il giornale “O Globo” fu il primo e il più incisivo a promuovere la campagna politica in favore del colpo di stato contro il presidente progressista, Joao Goulart, e l’unico che notiziò con dettagli la cronaca del colpo di stato che i militari sferrarono il 31 marzo del 1964 con l’appoggio della CIA e del Pentagono nell’ambito “dell’Operazione Brother Sam” (2).

Vale la pena ricordare che subito dopo il colpo di stato la direzione del Banco do Brasil autorizzò un super-prestito alle “Organizaçoes Globo” e il 25 luglio del 1965,dal nulla, nasceva la TV Globo, che diventava il “portavoce televisivo del governo militare” e di tutte le componenti oligarchiche della destra brasiliana. Per questo, i venti anni di dittatura militare hanno permesso alla TV Globo di diventare la quarta televisione del mondo, con un’affluenza di 120 milioni di telespettatori, grazie, soprattutto alle novelas!

 

L’attacco dei liberisti del PSDB

 

Bisogna riconoscere che l’interferenza politica delle “eccellenze” della Casa Bianca è una conseguenza delle pressioni esercitate dagli uomini di Wall Street che non tollerano più il modello economico lanciato nel 2003 dal presidente Lula. Per i conglomerati di Wall Street chiudere la fase del “desenvolvimentismo” è di estrema importanza perché significa permettere alle banche statunitensi e a quelle europee di spartirsi il favoloso mercato delle grandi banche pubbliche federali con la privatizzazione del Banco do Brasil e della Caxia Economica. Significa dare alle multinazionali energetiche la possibilità di appropriarsi del gigante petrochimico Petrobrás (3), della mastodontica diga Itaipu Binacional (4) , e, quindi privatizzare tutte le imprese che gestiscono la distribuzione dell’acqua e dell’energia elettrica, quali, per esempio l’Elettrobras e Furnas Centrais Eletricas. Inoltre con la fine del “novo desenvolvimento” tutte le multinazionali statunitensi legate all’agro-business, tra cui la Monsanto e la Cargill e quelle dell’industria dei beni di consumo, potrebbero recuperare quelle aree di mercato brasiliano che, in questi ultimi anni, avevano perso a causa della concorrenza cinese e, soprattutto, in funzione della nuova legislazione del governo petista che nei contratti firmati con il governo federale e le entità locali da priorità alle industrie nazionali.

Uno scenario che ha permesso al PSDB dell’ex-presidente Fernando Henrique Cardoso, di diventare il portaparola politico degli interessi delle multinazionali statunitensi in Brasile. Per esempio, l’ex governatore di Sao Paulo, José Serra, avrebbe già negoziato con la Exxon e la Chevron le nuove regole per lo sfruttamento dei blocchi Off-Shore. Una nuova normativa che praticamente disarma la legislazione sovrana che difende il settore petrolifero e che permetterà alle multinazionali di operare nel Pré Sal Atlantico in “condizioni più che favorevoli” e senza la necessaria collaborazione della Petrobrás.

E’ evidente che l’ex-governatore di Sao Paulo del PSDB ed anche ex-candidato alla presidenza, José Serra non avrebbe mai potuto proporre ai rappresentanti delle multinazionali il sezionamento dell’Off-Shore petrolifero brasiliano, senza avere la certezza che la campagna della TV Globo in favore dell’impeachment, era parte integrante di un progetto voluto dalla Casa Bianca per destabilizzazione il governo di Dilma Roussef.

Comunque, la certezza che la campagna mediatica e i falsi procedimenti giuridici per l’impeachment erano, in realtà, strumenti di un progetto eversivo disegnato in Washington e non speculazioni giornalistiche è apparsa, 24 ore dopo la votazione nella Camera dei Deputati, quando il senatore del PSDB, Aloysio Nunes - attuale presidente della Commissione del Senato per la Difesa – ha usato un jet privato per atterrare a Washington, dove era atteso dai direttori delle “componenti esterne e parallele”. Cioè i direttori dell’impresa lobbista Albright Stonebridge Group (5).

Questi, durante tre giorni, hanno condotto il senatore Aloysio Nunes in numerose riunioni, di cui si ha effettiva conoscenza di quelle realizzate con: a) il presidente e un membro del Comitato di Relazioni Internazionali del Senato, Bob Corker (repubblicano) e Ben Cardin (democratico);b) con il Sottosegretario di Stato e ex-ambasciatore degli USA in Brasile, Thomas Shannon; c) con la propria Madaleine Albright, ex Segretaria del Dipartimento Stato di Bill Clinton; d) con Carlos Gutierres, ex-Segretario per Commercio nel governo Bush.

Probabilmente, il viaggio del senatore Aloysio Nunes negli USA è stato il tassello definitivo del puzzle eversivo che gli USA hanno silenziosamente costruito in Brasile negli ultimi otto mesi. Infatti quando il giornalista statunitense di The Intercept, Glenn Greenwald, rivelava i tempi dell’agenda dei lobbisti dell’Albright Stonebridge Group, immediatamente il vice-presidente di Dilma, Michel Temer, ne prendeva le difese dichiarando al giornale “Folha de Sao Paulo” che “…Io ho inviato Aloysio Nunes negli USA per realizzare una controffensiva a livello di relazioni pubbliche prima che il sentimento anti-impeachment possa demoralizzare le istituzioni brasiliane…” .

Un comunicato che conferma il tradimento dei 59 deputati del PMDB e dello stesso vice-presidente Michel Temer, che nel mese di marzo affermò che non approvava la richiesta di impeachment formulata dal suo collega di partito, Eduardo Cunha, motivo per cui si sarebbe dimesso. Oggi, invece Michel Temer dimostra il contrario, rivalutando l’operato di Eduardo Cunha e cominciando a definire con Fernando Henrique e José Serra i termini di un’alleanza del PMDB con il PSDB, con cui convocare un nuovo governo capace di guidare il Brasile fin tanto che il presidente del Senato non deciderà se accettare o no, l’esito della votazione della Camera dei Deputati. Un governo “ad interim” che dovrebbe governare massimo 180 giorni , cioè il periodo in cui si dovrebbero realizzare le sedute dell’accusa e della difesa per permettere ai senatori di votare a favore o contro l’impeachment nei confronti di Dilma Roussef.  

 

“Cunha, vocè è um gangster!”

 

E ‘in questo modo che il deputato del PSOL (6) Grauber Braga ha commentato il suo voto, ripetendo, tra l’altro quello che i corrispondenti del “The New York Times” e del “Financial Times” avevano scritto alcuni giorni prima della votazione “…l’impeachment è eseguito per motivi politici e non corrisponde a quelle norme giuridiche del diritto costituzionale brasiliano che stabiliscono come e quando questo meccanismo deve intervenire nei confronti della presidentessa Dilma..”

Anche i principali giornali francesi, Le Monde e Liberacion ricordavano che dei 367 deputati che hanno votato  per l’impeachment, 111 sono attualmente implicati in indagini della polizia federale per corruzione e lavaggio di denaro e che grazie allo “status” di parlamentare non sono stati arrestati!

Basta pensare che il relatore dell’Impeachment, Eduardo Cunha – anche lui come Michel Temer ex-alleato del PT e di Dilma Roussef – nel mese di marzo è stato condannato dal Tribunale Superiore Federale per corruzione, mentre la Polizia Federale, in questi giorni ha scoperto che Cunha, oltre ad avere 3 conti correnti segreti in Svizzera, appare nella lista degli evasori fiscali legati allo schema del Panama Papers.

Dulcis in fundo: sempre secondo il The New York Times, “…il vice-presidente Michel Temer, è attualmente indagato per aver ricevuto una lauta percentuale per la vendita illegale di etanolo  a imprese statunitensi….”. Mentre l’emissario del PSDB negli USA , il senatore Aloysio Nunes, “…è stato denunciato da un industriale che afferma di aver depositato, in cambio di contratti con la Petrobrás, 500.000 reali  (circa 320.000 euro) nel c/c della campagna elettorale di Aloysio Nunes, che però nella dichiarazione dei redditi ne ha dichiarato solo 200.000…”. Per questo il “The Globe and Mail”,  nell’articolo del 19 aprile ricordava che”... dei 594 deputati , 318 sono stati accusati di corruzione mentre alla presidentessa Dilma non è stata rilevata nessuna accusa di corruzione…”.

Comunque la votazione dei 513 deputati ha dimostrato chiaramente il fallimento della teoria di “conciliaçao de classe” (conciliazione di classe) messa a punto da Lula. Infatti ,è sempre più evidente l’aperto tradimento di quei settori della borghesia e dei partiti politici che sono stati vicini al governo del PT e soltanto quando gli conveniva, nel cosiddetto periodo delle vacche grasse. Ai primi sentori di una crisi economica subito si sono gettati nelle braccia dell’imperialismo sperando di poter continuare ad avere maggiori privilegi e benefici!

I risultati della votazione nella Camera dei Deputati confermano questa tesi, giacché soltanto il PT, il PCdoB e il PSOL hanno votato in blocco contro l’impeachment. Dell’antica  alleanza fatta da Lula e poi rinnovata con l’elezione di Dilma Roussef, lo storico partito socialista (PSB) dell’ex-governatore Miguel Arraes - che rimase esiliato 10 anni in Algeri – 29 deputati hanno votato con la destra e 3 contro. Nel PDT, il partito del mitico governatore di Porto Alegre e poi di Rio de Janeiro, Leonel Brisola, 6 hanno accettato le mazzette di 100.000 reali offerte dai lobbisti della destra, mentre tredici hanno votato contro.  Nel PMDB, il partito del vice-presidente Michel Temer e del presidente della camera dei Deputati, Eduardo Cunha, 59 si sono allineati con la destra , 7 hanno votato contro e 1 si è astenuto.

 

Inutile dire che “TUTTI” i piccoli partiti regionali e quelli con deputati pentecostali che appoggiavano il governo hanno venduto il proprio voto alla Destra, ricevendo dai differenti lobbisti di gruppi industriali e di multinazionali il pagamento “cash” di 100.000 Reais (circa 30.000 euro). Secondo alcune stime i lobbisti, in meno di dodici ore, hanno depositato nei c/c dei deputati 26.000.000 di Reali equivalenti a 16.250.000 euro!

L’arma dello sciopero generale

Il 29 aprile, il Fronte Brasile Popolare e del Fronte Popolo Senza Paura realizzeranno in tutte le 25 capitali degli stati del Brasile delle manifestazioni per preparare la grande manifestazione del Primo maggio, in cui sarà deciso quando inizierà lo sciopero generale. Questo dovrebbe paralizzare il Brasile nei giorni in cui il presidente del Senato nominerà la commissione che dovrà decidere se accetta o no la relazione sul procedimento di impeachment votato nella Camera dei Deputati e quindi se considera validi  risultati di quella votazione.

Secondo Joao Pedro Stedile, lider del Movimento dei Sen Terra (MST): “…il Senato potrebbe rigettare la votazione della Camera dei Deputati perché la maggior parte dei senatori del PMDB, capitanati dall’ex-governatore dello stato di Paranà,  Roberto Requiao de Mello e Silva, sanno che la rottura con il governo di Dilma Roussef oltre a provocare una pericolosa crisi istituzionale, potrà mettere in moto una situazione di maggiore instabilità sociale. Fattori che secondo Requiao appesantiscono ancor più la crisi economica…”.

Comunque lo sciopero generale non si presenta facile, dal momento che durante 12 anni i governi del PT hanno fatto solo promesse ai lavoratori, silenziando i sindacati mentre soddisfacevano le richieste degli impresari. E’ vero, comunque che con i governi del PT la povertà assoluta è diminuita, però è anche vero che delle riforme economiche e sociali promesse nella campagne elettorali nessuna di queste è stata realizzata.

“Per cui il problema, - ha ricordato il dirigente del Movimento dei Sen Terra – oggi, è convincere i lavoratori a scendere in piazza, per difendere lo stato e le conquiste democratiche. Infatti Dilma e il PT potranno recuperare dignità e credibilità politica soltanto se faranno un governo di sinistra, realizzando le riforme promesse nella campagna elettorale. Questo è quello che abbiamo detto a Dilma nella riunione che abbiamo fatto due giorni fa. E su questo contiamo di poter mobilizzare i lavoratori per lo sciopero generale…”

Oggi, lo scontro di classe è sostenuto soprattutto dai i settori militanti e politicamente avanzati come il MST, le 7 confederazioni sindacali, i gruppi organizzati del movimento popolare, oltre che ai partiti contrari all’impeachment, le ultime manifestazioni hanno dimostrato che in Brasile esiste una militanza disposta a difendere le conquiste della democrazia ed a impedire il ritorno del liberismo.

In questo conturbato contesto socio-politico ’interrogazione è sapere cosa faranno gli abitanti delle favelle delle megalopoli come Sao Paulo, Rio de Janeiro, Belo Orizonte, Porto Alegre, Salvador. Si tratta di milioni e milioni di persone, nella sua totalità lavoratori, disoccupati e sottoproletari, che sono continuamente corteggiati da tutti i pastori delle sette evangeliche, luterane, pentecostali, testimoni di Jowa, mormoni. Pastori che in questo momento stanno nelle favelas per divulgare nei propri fedeli “…la condanna di Dio a chi si unirà ai miscredenti del PT…”.

Uno scenario che ricorda il lontano 1964 quando il colpo di stato fu preceduto dalle manifestazioni degli integralisti cattolici che scesero in piazza invocando l’intervento dell’esercito“…per salvare Dio e la famiglia…”.

Una situazione che si rivela estremamente pericolosa per la democrazia e soprattutto per il movimento operaio, poiché se i pastori delle differenti sette evangeliche riusciranno a mantenere le favelle distanti dallo sciopero generale, poi i deputati evangelici che stanno in quasi tutti i partiti dell’opposizione, potranno rivendicare una maggiore presenza nel futuro governo della Destra per essere i nuovi garanti del controllo sociale e quindi usare l’integralismo pentecostale per imporre un nuovo ordine sociale di servitù al capitale “voluto da Dio”!

D’altra parte bisogna ricordare che il PT lulista ha delle grandi responsabilità nella crescita delle sette evangeliche all’interno dei partiti e soprattutto nelle favelas. In fatti nel 1998, Rio de Janeiro fu teatro di una degradante operazione politica del segretario del direttorio nazionale del PT, José Dirceu, appoggiata dallo stesso Lula. Infatti, le primarie del PT di Rio de Janeiro furono vinte dal candidato della sinistra, Wladimir Palmeira (7) che sconfiggeva la candidata di Lula, Benedita da Silva, afro-americana della favela Chapeu da Mangueira, legata alla setta evangelica dell’Assemblea di Dio.

Lula e Dirceu per accaparrarsi i voti degli evangelici  annullarono la votazione delle primarie, destituirono Wladimir Palmeira da candidato del PT a governatore dello stato di Rio de Janeiro per appoggiare il candidato del PDT, Anthony Garotinho, ugualmente legato all’Assemblea di Deus.

Un’operazione che ha contribuito a squalificare l’immagine del PT come partito della sinistra, rivelando i limiti della retorica lulista e quindi dell’opportunismo elettorale di José Dirceu. Elementi che in pochi anni diventarono una costante in tutto il PT, provocando l’uscita o l’abbandono del partito da parte dei militanti della sinistra. 

Altra nota negativa è l’atteggiamento infantile e anche provocatorio del partito trotskista-morenista PSTU e  della sua centrale sindacale Conlutas, poiché sono stati gli unici nella sinistra che hanno brindato alla vittoria del procedimento di impeachment nei confronti di Dilma Roussef. E’ difficile spiegare perché il PSTU si sia collocato  al di là della barricata. Purtroppo non è la prima volta, visto che in passato si è distinto per ingiustamente Hugo Chavez e l’esperienza dell’ALBA.

Il problema è che l’affermazione dell’estremismo del PSTU morenista è una conseguenza del silenzio ideologico che il PT, in funzione della sua maggioranza socialdemocratica, ha imposto a tutto il movimento popolare. Infatti durante i primi otto anni del governo di Lula e poi nei sei anni di Dilma, non è stato fatto assolutamente nulla che potesse contribuire alla formazione politica, ideologica e culturale dei lavoratori e dei giovani.

Una massa di milioni e milioni di persone, in maggior parte afro-americani, giovani, lavoratori, studenti, che sono stati praticamente abbandonati nelle mani della TV Globo, che con le sue novelas e i suoi talk shows associati alla perenne capacità di manipolazione televisiva è riuscita a ristabilire il cosiddetto timore e rispetto canino per i signori “bianchi e ricchi” della Casagrande (8).

Una situazione che è peggiorata subito dopo la prima elezione di Lula quando il PT e la centrale sindacale CUT decisero di addormentare il conflitto di classe, lasciando alla TV Globo, alla TV Bandierante, al’SBT e alla Record (la TV della setta evangelica Assemblea di Dio) il monopolio incontrastato della comunicazione.

Oggi la TV pubblica, TV Brasil, continua ad essere l’anatroccolo nero dell’audiovisuale brasiliano, mentre le poche TV comunitarie sopravvivono solo in alcune grandi città e con estremi sacrifici .Quindi, come ha ricordato Joao Pedro Stedile “…Stiamo preparando uno sciopero generale, cercando di mobilitare  le masse dei lavoratori e di popolari che, durante anni e anni, sono stati ingannati con il consumismo e le manipolazioni mediatiche. Per questo non sarà facile farli scendere nelle strade, perché molti di loro hanno paura. Ma non ci arrendiamo e continueremo a lottare sicuri che poi, alla fine il liberalismo sarà nuovamente sconfitto!...”     

 

Note:

(1)    L’ Operazione Condor, -vale a dire la caccia agli oppositori in tutto il continente latino americano, ma anche negli Stati Uniti ed in Europa, ufficialmente cominciò nel 1974, subito dopo il colpo di stato in Cile. Però esistono documenti che dimostrano l’esistenza di accordi bilaterali tra i servizi segreti e le polizie di Brasile, Paraguay, Bolivia e Uruguay, per la cattura stragiudiziale degli oppositori in fuga. I torturatori brasiliani, sono stati i primi ad essere addestrati dagli specialisti della CIA, a partire dal 1965 – tal come rivelò Dom Mitrione nel processo popolare realizzato dai Tupamaros in Uruguay . Per questo erano normalmente prestati per “trasmettere le loro esperienze investigative” ai militari dell’Uruguay, dell’Argentina e del Paraguay..  

(2)    Nel 1962 cominciò l’Operazione Brother Sam con il graduale e silenzioso trasferimento nel nord-est e nel sud-est del Brasile di circa 5.000 militari con la qualifica di cooperanti  dell’USAID. In seguito, poco prima del golpe, la portaerei USS Forrestal  e due incrociatori attraccarono al largo del porto di Vittoria per dare appoggio logistico ai golpisti.

(3)    Nel 2011, la Petrobrás era considerata la quinta compagnia petrolifera nel ranking mondiale e la seconda in America Latina, con una produzione in Brasile di 2 milioni di barili al giorno, 21 raffinerie , un capitale valutato in 72 miliardi di dollari, un guadagno annuo di circa 11 miliardi, 81.111 lavoratori e la presenza in 25 paesi. Inoltre la Petrobrás detiene tutti gli studi geologici e il diritto di sfruttamento sull’Offshore del cosiddetto “Pre Sal Atlantico”, di cui le riserve calcolate superano il trilione di barili di petrolio e una quantità indefinita di gas.  

(4)    La diga di Itaipù fu costruita nel 1967, ed è la più grande del mondo, con 20 unità di produzione che erogano 100 miliardi di kilowatts all’ora.

(5)    La Albright Stonebridge Group è stata creata dall’ex Segretaria di Stato di Bill Clinton, Madeleine Albright, con la specifica funzione di fare da l link tra i rappresentanti politici dell’America latina, le “eccellenze” della Casa Bianca e  i differenti gruppi lobbistici che rappresentano gli interessi dei conglomerati, delle banche e delle multinazionali statunitensi. 

(6)    Nel novembre del 2003, il direttorio del PT, in maggioranza composto da elementi della tendenza lulista Articolazione (Articulaçao) espelle dal partito i quattro parlamentari della sinistra del PT,  la senatrice Heloisa Helena, e di deputati Luciana Genro, Babà e Joao Fontes. Nel 2004, iniziano le riunioni dentro e fuori del PT per decidere il futuro delle tendenze della sinistra petista e nel mese di luglio sono raccolte le firme in tutto il Brasile per definire la formazione del partito PSOL (Partito del Socialismo  e della Libertà) che sarà ufficializzato dal Tribunale  Elettorale nel 2005.

(7)    Wladimir Palmeira fu il dirigente del movimento studentesco di Rio de Janeiro che nel 1968 organizzò la più grande manifestazione contro la dittatura militare coinvolgendo 100.000 giovani a Rio de Janeiro, diventando, quindi, il principale dirigente nazionale della resistenza, insieme appunto a José Dirceu che operava a Sao Paulo. Arrestato e torturato dai militari, fu liberato quando i guerriglieri dell’ALN e del MR8 sequestrarono l’ambasciatore degli Stati Uniti ottenendo la liberazione di 70 prigionieri politici.

(8)    Nella storia politica del Brasile, la Casagrande rappresenta il potere dell’oligarchia coloniale che esercitò il suo potere nel territorio durante l’impero imponendo le dure condizioni della schiavitù. Poi con la Repubblica le oligarchie continuarono  ad esercitare il potere della casa grande soprattutto all’interno del Brasile, monopolizzando i partiti e quindi anche una parte del potere dello stato federale .         

 

Alla fine, quando in Italia era ormai notte fonda, il verdetto della Camera dei Deputati del Brasile è stato anche più netto di quanto fosse prevedibile. Al termine di un lunghissimo e infuocato dibattito, a favore della destituzione hanno votato ben 367 deputati (ne bastavano 342, i due terzi del totale), mentre i contrari sono stati solo 137.  

Le defezioni all’interno di quella che fino a ieri era stata un’ampia ma composita – oltre che contraddittoria e indefinita – maggioranza parlamentare guidata dal Partito dei Lavoratori sono state massicce ed hanno concesso i numeri agli ambienti reazionari per l’apertura di un vero e proprio processo politico nei confronti della presidente, Dilma Rousseff, e delle sinistre più in generale.
La palla adesso passa al Senato che sarà chiamato a votare, ma a maggioranza semplice, sulla messa in stato d’accusa della presidente. Se favorevole, il voto dell’11 maggio sospenderà Rousseff per 6 mesi dalle sue funzioni, in attesa del verdetto finale del Senato che dovrà passare con i due terzi dei componenti dell’assemblea. In tal caso, paradossalmente, la presidenza passerebbe a Michel Temer, attualmente vice della Rousseff, e leader del partito di centrodestra PMDB (Movimento Democratico del Brasile), ex alleato del PT e indagato per numerosi reati di corruzione.

Come già scritto nei giorni scorsi, la presidente non è accusata di corruzione ma di aver truccato i bilanci statali del 2014 nascondendo alcuni dati non proprio esaltanti sull’andamento dell’economia, un intervento ampiamente utilizzato dai governi di mezzo mondo. E comunque nei suoi confronti non è stata formalizzata alcuna accusa da parte della magistratura, ma la martellante campagna delle destre che invocano l’intervento salvifico dei militari e dei magistrati, supportata dal voltafaccia dei partiti centristi, ha inferto un colpo al PT che potrebbe rivelarsi mortale, ed avere enormi conseguenze su tutto il sistema di alleanze e di integrazione dell’America Latina costruito negli ultimi anni in alternativa, ed in competizione, con gli interessi statunitensi nell’area. La caduta del Brasile, dopo la vittoria delle destre iperliberiste in Argentina, quella dei golpisti in Venezuela e la sconfitta di Evo Morales nel referendum in Bolivia, rischierebbe di infliggere il colpo di grazie a decenni di processi progressisti e rivoluzionari in tutto il continente.

Ieri milioni di persone hanno seguito in diverse piazze del paese l’andamento del dibattito parlamentare e poi del fatidico voto. Nelle ultime settimane, oltre ai sostenitori delle destre e dell’impeachment, a scendere in piazza in maniera crescente sono stati anche i settori popolari, i sindacati, i partiti e le organizzazioni di sinistra, che hanno reagito alla strategia golpista delle opposizioni ma senza mai smettere di criticare un governo che ha disatteso la maggior parte delle promesse di riforma strutturale – a partire da quella agraria – grazie alle quali il PT di Lula da Silva, e poi di Dilma Rousseff, ha avuto accesso al potere. A lungo i settori più moderati dello stesso PT hanno frenato la mobilitazione popolare, temendo controindicazioni nei confronti della sempre più stretta alleanza con settori significativi della media borghesia del paese e con l’agrobusiness internazionale, sperando di risolvere il contenzioso esclusivamente all’interno dell’aula parlamentare. Una strategia che si è rivelata perdente.

Al voto della maggioranza parlamentare di ieri ha reagito con un duro comunicato il Frente Brasil Popular, una coalizione di forze sociali, sindacali e politiche di sinistra che da giorni manifesta contro il golpe bianco.
“Non accettiamo il golpe contro la democrazia e i nostri diritti e sconfiggeremo i golpisti nelle strade – scrive il FBP – Questo 17 aprile, quando ricordiamo il massacro di Eldorado dos Carajás, entrerà di nuovo nella storia della nazione brasiliana come un giorno della vergogna. Questo accade perché una maggioranza spuria all’interno di una Camera dei deputati macchiata dalla corruzione si è permessa di autorizzare un processo politico fraudolento nei confronti della presidente della Repubblica, sulla quale non pesa alcun reato. Le forze economiche e politiche conservatrici e reazionarie che alimentano questa farsa hanno l’obiettivo di liquidare i diritti dei lavoratori e i diritti sociali del popolo brasiliano. Sono le imprese, politici come Eduardo Cunha, colpevole di corruzione, partiti sconfitti nelle urne come il PSDB (socialdemocratici, ndt), forze esterne al Brasile interessate a rapinare le nostre ricchezze e a privatizzare le aziende statali come Petrobras e a consegnare il Pré-sal alle multinazionali. Fanno ciò con il sostegno dei media golpisti riuniti attorno alla propaganda ideologica golpista di Rete Globo, e con la copertura di una operazione giuridico-poliziesca mirante a criminalizzare alcuni partiti. Per questo noi, il Fronte Brasile Popolare e il Fronte Popolo Senza Paura, facciamo appello ai lavoratori e alle lavoratrici delle città e delle campagne, alle forze democratiche e progressiste, ai giuristi, agli avvocati, agli artisti a scendere in piazza e a continuare ad opporsi contro il golpe attraverso tutte le forme di mobilitazione a disposizione all’interno e all’esterno del nostro paese. (…) Non riconosceremo la legittimità di un eventuale governo Temer, frutto di un golpe istituzionale, come invece pretende la maggioranza della Camera che ha approvato l’ammissibilità dell’impeachment golpista. Non riconosceremo e lotteremo contro un eventuale governo illegittimo, contrasteremo ognuna delle misure che esso adotterà contro i nostri posti di lavoro e contro i nostri salari, i programmi sociali, i diritti dei lavoratori duramente conquistati, in difesa della democrazia e della sovranità popolare. Non ci lasceremo intimidire dal voto, per quanto maggioritario, di una Camera formata dominata da corrotti il cui capo, Eduardo Cunha, è stato ritenuto colpevole eppure guida la farsa dell’impeachment contro Dilma. (…) La nostra lotta continuerà con scioperi, manifestazioni e occupazioni già nelle prossime settimane e con la realizzazione di una grande Assemblea Nazionale della Classe Lavoratrice indetta il prossimo Primo Maggio”.

 

Realizzazione: Natura Avventura

Joomla Templates by Joomla51.com