Dopo tre giorni di dibattiti, accuse, pagliacciate e molte bustarelle piene di Reais e di Dollari, domenica 17 aprile, 367 deputati del Parlamento federale hanno votato a favore del procedimento di Impeachment contro la presidentessa Dilma Roussef, mentre 137 si sono opposti, 7 si sono astenuti, mentre altri 2 hanno preferito allontanarsi da Brasilia per non essere coinvolti nel “golpe bianco di Mr. Cunha”.

Un risultato che, comunque era, in pratica scontato, poiché è dal 2015 che la destra e molti settori della borghesia brasiliana stavano facendo pressione sul governo, per riallineare l’economia de Brasile a quella degli Stati Uniti e, quindi, abbandonare il modello economico “Nuovo Sviluppo”, introdotto dall’ex-presidente Lula, nel 2003. 

Un cambio che, in realtà vuole far pagare ai lavoratori il prezzo di una crisi economica e finanziaria che, dal 2012, ha cominciato a fustigare impietosamente il Brasile. Inoltre, i liberisti del PSDB, non hanno mai accettato la sconfitta del 2014, quando Dilma Roussef aveva battuto per la seconda volta Aelcio Neves, soltanto per appena 1,5%.

Per questo, quando Eduardo Cunha del PMDB ha presentato l’impeachment per aggirare la sua condanna del Tribunale Supremo Federale per corruzione ed evasione fiscale, il PSDB dell’ex-presidente Fernando Henrique Cardoso ha subito appoggiato la formula fraudolenta dell’impeachment di Cunha, per riconquistare lo stato e quindi imporre ai 120 milioni di brasiliani le formule dell’ortodossia liberista. Infatti, quando la crisi internazionale si è abbattuta sull’economia brasiliana con il deprezzamento delle materie prime (minerarie e agricole) e poi con l’abbassamento del prezzo del petrolio, i liberisti del PSDB sono tornati all’attacco accusando il governo del PT di ostacolare la ripresa dell’economia, mantenendo inalterato il costo del lavoro, quello dei servizi pubblici, l’onere delle pensioni, l’eccessivo assistenzialismo sociale, per poi denunciare la mancanza di una “libertà di mercato “ nello sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie.

 Insomma, l’obiettivo del PSDB e di una parte della borghesia brasiliana è cercare, a tutti i costi, di ripristinare il modello economico liberista dei “Chicago Boys”.  Proprio quello che il binomio “borghesia/imperialismo” ha imposto negli anni settanta in tutti i paesi dell’America Latina con la truculenza dei colpi di stato. Un’esperienza che ha prodotto dei risultati economici codificati tra il mediocre e il catastrofico, soprattutto in Argentina e nello stesso Brasile, dove nel 1996 l’inflazione aveva raggiunto il 72% e il debito estero aveva sfondato il tetto del PIL.

Oggi, vista l’impossibilità di realizzare colpi di stato e considerato il rischio di provocare la furiosa reazione di processi di ribellione popolare che facilitano l’affermazione di progetti nazionalisti, potenzialmente rivoluzionari e anti-imperialisti – come, per esempio quello che si è verificato in Venezuela dopo il fallito colpo di Stato del 2202 -, le antenne dell’imperialismo orientano le forze del liberismo che non riescono ad affermarsi attraverso libere e democratiche elezioni, a praticare l’opposizione ad oltranza, fin tanto che la manipolazione mediatica riesce a far avanzar e giustificare la richiesta di un impeachment.

Una formula che ha avuto successo prima in Honduras per deporre il presidente Manuel Zelaya e poi in Paraguay per realizzare un vergognoso “golpe blanco” contro il presidente Fernando Lugo.

Quasi tutti, oggi riconoscono che l’impeachment è diventato un caso politico, però pochi affermano che il principale beneficiario della deposizione di Dilma Roussef sarebbe proprio il governo degli Stati Uniti del democratico Barak Obama. Infatti, il cambio nel “Palacio do Planalto” permetterebbe al governo degli Stati Uniti di liberarsi dell’ingombrante presenza di un governo progressista, molto influente in America Latina ed anche in Africa, amico dei governi dei paesi dell’ALBA e, quindi poco disposto ad accettare tutti i diktat della Casa Bianca.

Nello stesso tempo il cambio politico provocato con l’impeachment arresterebbe lo sviluppo delle relazioni commerciali del Brasile con la Cina e con la Russia, che negli ultimi otto anni hanno in pratica preso il posto occupato in precedenza dalle industrie statunitensi. In pratica, l’impeachment permetterebbe alle “eccellenze” di Washington di deporre silenziosamente un presidente eletto democraticamente da 53 milioni di persone e squalificare un partito come il PT (il Partito dei Lavoratori), che nell’immaginario emozionale della maggioranza della popolazione brasiliana è tuttora considerato l’unico partito capace di poter cambiare il Brasile per il meglio!  

 

Gli USA e l’imbroglio dell’Impeachment

 

Negli ultimi sei mesi, nessun membro dello staff di Barak Obama ha pubblicamente commentato quello che stava succedendo in Brasile. Lo stesso Obama, quando si è incontrato con Macri non ha detto una sola parola sull’operato del governo del Brasile, mentre ha “sparlato” su quello del Venezuela, della Bolivia, dell’Equador, del Nicaragua, di Cuba, dell’Uruguay, arrivando, comunque a proferire minacce nei confronti di coloro che non vogliono accettare le regole del mercato e della competizione globale. Regole, che in realtà sarebbero quelle imposte dagli USA e dai conglomerati di Wall Street.

Un silenzio diplomatico che non è passato inosservato, anzi ha moltiplicato la curiosità. Così, dopo aver attentamente analizzato i media statunitensi e le informazione di Wikileaks, si è capito che il principale motivo di questo silenzio, era evitare che la sinistra brasiliana e le fonti stampa legate al governo del PT, dopo quello che era successo in Argentina con la vittoria di Maurizio Macri, associassero la campagna mediatica della TV Globo in favore dell’impeachment, con gli sforzi della Casa Bianca di ricondurre il Brasile sotto le ali dell’aquila imperiale.

Per questo il NSA, ha ampliato le sue attività spionando non solo i membri del governo brasiliano, i sindacalisti e i dirigenti della sinistra, ma anche gli alti ufficiali dell’esercito, gli industriali, i ricercatori e i professori universitari professionalmente impegnati nella difesa della sovranità politica ed economica.

Un’attività che, alla fine del 2015, dimostrò l’interesse degli USA di voler promuovere un cambio politico in Brasile. Un’interferenza che risultò evidente quando scoppiò lo scandalo sulla corruzione nella Petrobrás, che la Polizia Federale realizzò con “L’Operazione Lavaggio a Gettito” (Operaçao Lava Jato) messa a punto, grazie, anche, a certe informazione riservate fornite dalle antenne della CIA, via il NSA.

Dopo questo scandalo, la Casa Bianca ammetteva che le relazioni con il Brasile erano divenute sempre più “complicate”, non solo perché la presidentessa non aveva mai perdonato alla Casa Bianca lo spionaggio delle sue telefonate da parte del NSA. Ma perché nell’ottobre del 2015, la Commissione della Verità cominciò a voler investigare il ruolo strategico della CIA e del Pentagono nel colpo di stato del 1964, per poi indagar anche i meccanismi dell’addestramento dei torturatori brasiliani e il suo uso “tout court” nell’Operazione Condor (1).

Sempre nell’ambito del confronto geo-politico Brasile/Stati Uniti, non possiamo dimenticare l’importanza geo-strategica della richiesta da parte del Brasile di occupare una poltrona nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Una rivendicazione che è divenuta costante fin dai tempi del primo governo di Lula e che dopo quattordici anni doveva essere soddisfatta proprio durante il secondo governo di Dilma Roussef.  Una richiesta che le “eccellenze” della Casa Bianca hanno sempre considerato “rischiosa per gli equilibri esistenti nel Consiglio di Sicurezza, perché il Brasile negli ultimi quattro anni aveva rafforzato le sue relazioni politiche con la Russia e la Cina attraverso la creazione dei BRICS”.

Questo era un ulteriore motivo per le “eccellenze” della Casa Bianca – subito dopo i risultati elettorali in Argentina e in Venezuela -, rompere tutti gli indugi e autorizzare la CIA a portare a termine “ una silenziosa azione eversiva” nei confronti del governo di Dilma Roussef, utilizzando, però “le componenti esterne e parallele”. Vale a dire i gruppi lobbisti, le strutture legate ai centri di ricerca, le fondazioni politiche, le ONGs e le numerose sette pentecostali statunitensi. Componenti di una struttura para-militare invisibile che ufficialmente non compromette il governo degli Stati Uniti, anche se esegue con efficacia cabalista gli orientamenti geo-strategici e geo-politici della Casa Bianca, riuscendo, per questo a minare, con maggiore facilità, la stabilità del governo di Dilma Roussef. Un’azione che si sviluppa monitorizzando i lider dei gruppi politici, disposti a scendere in campo contro il governo del PT e contro la candidatura di Inàzio Lula da Silva per le elezioni presidenziali del 2018.

 

Il ruolo delle “Organizaçoes Globo”

 

E’ in questo scenario politico che la famiglia Marinho, proprietaria del gruppo mediatico “Organizaçoes Globo”, decide di intervenire investendo tutto il suo potenziale mediatico (giornale, riviste, agenzie stampa, radio e televisione) per veicolare una grande campagna di manipolazione in favore dell’impeachment contro la Presidentessa Dilma Roussef, contro il PT e, quindi, contro la candidatura di Lula. Bisogna dire che la famiglia Marinho non avrebbe mai accettato il rischio di perdere i contratti di pubblicità e il patrocinio culturale del governo federale, della Petrobrás, dell’Eletrobras, delle altre imprese pubbliche federali, ben come i contratti pubblicitari con i governi dei 25 stati e le migliaia di comuni, che garantiscono 72% del suo budget, senza avere le spalle coperte dalla sponsorizzazione politica della Casa Bianca e la garanzia dei banchieri di Wall Street.

A questo proposito è imperativo ricordare che quando la Casa Bianca, nel 1992, si è voluta disfare del corrotto e incapace presidente Fernando Collor de Mello, si è rivolta alla famiglia Marinho per mettere in piedi una campagna stampa in favore dell’impeachment. Nello stesso tempo la CIA consegnava alla Polizia Federale il dossier con le prove dei reati di i corruzione, evasione fiscale ed esportazione di valuta, di modo che in soli quattro mesi Collor de Mello fu deposto, per poi il suo consigliere truffaldino, Fernando Paulo César Farias, essere “misteriosamente” ucciso insieme alla fidanzata Susanna Marcolino.

Il link “Made in Usa” tra il gruppo “Organizaçoes Globo” e le “eccellenze” della Casa Bianca - sia esse repubblicane o democratiche -, è una relazione di lunga data, che si rafforzò nel 1963, quando il giornale “O Globo” fu il primo e il più incisivo a promuovere la campagna politica in favore del colpo di stato contro il presidente progressista, Joao Goulart, e l’unico che notiziò con dettagli la cronaca del colpo di stato che i militari sferrarono il 31 marzo del 1964 con l’appoggio della CIA e del Pentagono nell’ambito “dell’Operazione Brother Sam” (2).

Vale la pena ricordare che subito dopo il colpo di stato la direzione del Banco do Brasil autorizzò un super-prestito alle “Organizaçoes Globo” e il 25 luglio del 1965,dal nulla, nasceva la TV Globo, che diventava il “portavoce televisivo del governo militare” e di tutte le componenti oligarchiche della destra brasiliana. Per questo, i venti anni di dittatura militare hanno permesso alla TV Globo di diventare la quarta televisione del mondo, con un’affluenza di 120 milioni di telespettatori, grazie, soprattutto alle novelas!

 

L’attacco dei liberisti del PSDB

 

Bisogna riconoscere che l’interferenza politica delle “eccellenze” della Casa Bianca è una conseguenza delle pressioni esercitate dagli uomini di Wall Street che non tollerano più il modello economico lanciato nel 2003 dal presidente Lula. Per i conglomerati di Wall Street chiudere la fase del “desenvolvimentismo” è di estrema importanza perché significa permettere alle banche statunitensi e a quelle europee di spartirsi il favoloso mercato delle grandi banche pubbliche federali con la privatizzazione del Banco do Brasil e della Caxia Economica. Significa dare alle multinazionali energetiche la possibilità di appropriarsi del gigante petrochimico Petrobrás (3), della mastodontica diga Itaipu Binacional (4) , e, quindi privatizzare tutte le imprese che gestiscono la distribuzione dell’acqua e dell’energia elettrica, quali, per esempio l’Elettrobras e Furnas Centrais Eletricas. Inoltre con la fine del “novo desenvolvimento” tutte le multinazionali statunitensi legate all’agro-business, tra cui la Monsanto e la Cargill e quelle dell’industria dei beni di consumo, potrebbero recuperare quelle aree di mercato brasiliano che, in questi ultimi anni, avevano perso a causa della concorrenza cinese e, soprattutto, in funzione della nuova legislazione del governo petista che nei contratti firmati con il governo federale e le entità locali da priorità alle industrie nazionali.

Uno scenario che ha permesso al PSDB dell’ex-presidente Fernando Henrique Cardoso, di diventare il portaparola politico degli interessi delle multinazionali statunitensi in Brasile. Per esempio, l’ex governatore di Sao Paulo, José Serra, avrebbe già negoziato con la Exxon e la Chevron le nuove regole per lo sfruttamento dei blocchi Off-Shore. Una nuova normativa che praticamente disarma la legislazione sovrana che difende il settore petrolifero e che permetterà alle multinazionali di operare nel Pré Sal Atlantico in “condizioni più che favorevoli” e senza la necessaria collaborazione della Petrobrás.

E’ evidente che l’ex-governatore di Sao Paulo del PSDB ed anche ex-candidato alla presidenza, José Serra non avrebbe mai potuto proporre ai rappresentanti delle multinazionali il sezionamento dell’Off-Shore petrolifero brasiliano, senza avere la certezza che la campagna della TV Globo in favore dell’impeachment, era parte integrante di un progetto voluto dalla Casa Bianca per destabilizzazione il governo di Dilma Roussef.

Comunque, la certezza che la campagna mediatica e i falsi procedimenti giuridici per l’impeachment erano, in realtà, strumenti di un progetto eversivo disegnato in Washington e non speculazioni giornalistiche è apparsa, 24 ore dopo la votazione nella Camera dei Deputati, quando il senatore del PSDB, Aloysio Nunes - attuale presidente della Commissione del Senato per la Difesa – ha usato un jet privato per atterrare a Washington, dove era atteso dai direttori delle “componenti esterne e parallele”. Cioè i direttori dell’impresa lobbista Albright Stonebridge Group (5).

Questi, durante tre giorni, hanno condotto il senatore Aloysio Nunes in numerose riunioni, di cui si ha effettiva conoscenza di quelle realizzate con: a) il presidente e un membro del Comitato di Relazioni Internazionali del Senato, Bob Corker (repubblicano) e Ben Cardin (democratico);b) con il Sottosegretario di Stato e ex-ambasciatore degli USA in Brasile, Thomas Shannon; c) con la propria Madaleine Albright, ex Segretaria del Dipartimento Stato di Bill Clinton; d) con Carlos Gutierres, ex-Segretario per Commercio nel governo Bush.

Probabilmente, il viaggio del senatore Aloysio Nunes negli USA è stato il tassello definitivo del puzzle eversivo che gli USA hanno silenziosamente costruito in Brasile negli ultimi otto mesi. Infatti quando il giornalista statunitense di The Intercept, Glenn Greenwald, rivelava i tempi dell’agenda dei lobbisti dell’Albright Stonebridge Group, immediatamente il vice-presidente di Dilma, Michel Temer, ne prendeva le difese dichiarando al giornale “Folha de Sao Paulo” che “…Io ho inviato Aloysio Nunes negli USA per realizzare una controffensiva a livello di relazioni pubbliche prima che il sentimento anti-impeachment possa demoralizzare le istituzioni brasiliane…” .

Un comunicato che conferma il tradimento dei 59 deputati del PMDB e dello stesso vice-presidente Michel Temer, che nel mese di marzo affermò che non approvava la richiesta di impeachment formulata dal suo collega di partito, Eduardo Cunha, motivo per cui si sarebbe dimesso. Oggi, invece Michel Temer dimostra il contrario, rivalutando l’operato di Eduardo Cunha e cominciando a definire con Fernando Henrique e José Serra i termini di un’alleanza del PMDB con il PSDB, con cui convocare un nuovo governo capace di guidare il Brasile fin tanto che il presidente del Senato non deciderà se accettare o no, l’esito della votazione della Camera dei Deputati. Un governo “ad interim” che dovrebbe governare massimo 180 giorni , cioè il periodo in cui si dovrebbero realizzare le sedute dell’accusa e della difesa per permettere ai senatori di votare a favore o contro l’impeachment nei confronti di Dilma Roussef.  

 

“Cunha, vocè è um gangster!”

 

E ‘in questo modo che il deputato del PSOL (6) Grauber Braga ha commentato il suo voto, ripetendo, tra l’altro quello che i corrispondenti del “The New York Times” e del “Financial Times” avevano scritto alcuni giorni prima della votazione “…l’impeachment è eseguito per motivi politici e non corrisponde a quelle norme giuridiche del diritto costituzionale brasiliano che stabiliscono come e quando questo meccanismo deve intervenire nei confronti della presidentessa Dilma..”

Anche i principali giornali francesi, Le Monde e Liberacion ricordavano che dei 367 deputati che hanno votato  per l’impeachment, 111 sono attualmente implicati in indagini della polizia federale per corruzione e lavaggio di denaro e che grazie allo “status” di parlamentare non sono stati arrestati!

Basta pensare che il relatore dell’Impeachment, Eduardo Cunha – anche lui come Michel Temer ex-alleato del PT e di Dilma Roussef – nel mese di marzo è stato condannato dal Tribunale Superiore Federale per corruzione, mentre la Polizia Federale, in questi giorni ha scoperto che Cunha, oltre ad avere 3 conti correnti segreti in Svizzera, appare nella lista degli evasori fiscali legati allo schema del Panama Papers.

Dulcis in fundo: sempre secondo il The New York Times, “…il vice-presidente Michel Temer, è attualmente indagato per aver ricevuto una lauta percentuale per la vendita illegale di etanolo  a imprese statunitensi….”. Mentre l’emissario del PSDB negli USA , il senatore Aloysio Nunes, “…è stato denunciato da un industriale che afferma di aver depositato, in cambio di contratti con la Petrobrás, 500.000 reali  (circa 320.000 euro) nel c/c della campagna elettorale di Aloysio Nunes, che però nella dichiarazione dei redditi ne ha dichiarato solo 200.000…”. Per questo il “The Globe and Mail”,  nell’articolo del 19 aprile ricordava che”... dei 594 deputati , 318 sono stati accusati di corruzione mentre alla presidentessa Dilma non è stata rilevata nessuna accusa di corruzione…”.

Comunque la votazione dei 513 deputati ha dimostrato chiaramente il fallimento della teoria di “conciliaçao de classe” (conciliazione di classe) messa a punto da Lula. Infatti ,è sempre più evidente l’aperto tradimento di quei settori della borghesia e dei partiti politici che sono stati vicini al governo del PT e soltanto quando gli conveniva, nel cosiddetto periodo delle vacche grasse. Ai primi sentori di una crisi economica subito si sono gettati nelle braccia dell’imperialismo sperando di poter continuare ad avere maggiori privilegi e benefici!

I risultati della votazione nella Camera dei Deputati confermano questa tesi, giacché soltanto il PT, il PCdoB e il PSOL hanno votato in blocco contro l’impeachment. Dell’antica  alleanza fatta da Lula e poi rinnovata con l’elezione di Dilma Roussef, lo storico partito socialista (PSB) dell’ex-governatore Miguel Arraes - che rimase esiliato 10 anni in Algeri – 29 deputati hanno votato con la destra e 3 contro. Nel PDT, il partito del mitico governatore di Porto Alegre e poi di Rio de Janeiro, Leonel Brisola, 6 hanno accettato le mazzette di 100.000 reali offerte dai lobbisti della destra, mentre tredici hanno votato contro.  Nel PMDB, il partito del vice-presidente Michel Temer e del presidente della camera dei Deputati, Eduardo Cunha, 59 si sono allineati con la destra , 7 hanno votato contro e 1 si è astenuto.

 

Inutile dire che “TUTTI” i piccoli partiti regionali e quelli con deputati pentecostali che appoggiavano il governo hanno venduto il proprio voto alla Destra, ricevendo dai differenti lobbisti di gruppi industriali e di multinazionali il pagamento “cash” di 100.000 Reais (circa 30.000 euro). Secondo alcune stime i lobbisti, in meno di dodici ore, hanno depositato nei c/c dei deputati 26.000.000 di Reali equivalenti a 16.250.000 euro!

L’arma dello sciopero generale

Il 29 aprile, il Fronte Brasile Popolare e del Fronte Popolo Senza Paura realizzeranno in tutte le 25 capitali degli stati del Brasile delle manifestazioni per preparare la grande manifestazione del Primo maggio, in cui sarà deciso quando inizierà lo sciopero generale. Questo dovrebbe paralizzare il Brasile nei giorni in cui il presidente del Senato nominerà la commissione che dovrà decidere se accetta o no la relazione sul procedimento di impeachment votato nella Camera dei Deputati e quindi se considera validi  risultati di quella votazione.

Secondo Joao Pedro Stedile, lider del Movimento dei Sen Terra (MST): “…il Senato potrebbe rigettare la votazione della Camera dei Deputati perché la maggior parte dei senatori del PMDB, capitanati dall’ex-governatore dello stato di Paranà,  Roberto Requiao de Mello e Silva, sanno che la rottura con il governo di Dilma Roussef oltre a provocare una pericolosa crisi istituzionale, potrà mettere in moto una situazione di maggiore instabilità sociale. Fattori che secondo Requiao appesantiscono ancor più la crisi economica…”.

Comunque lo sciopero generale non si presenta facile, dal momento che durante 12 anni i governi del PT hanno fatto solo promesse ai lavoratori, silenziando i sindacati mentre soddisfacevano le richieste degli impresari. E’ vero, comunque che con i governi del PT la povertà assoluta è diminuita, però è anche vero che delle riforme economiche e sociali promesse nella campagne elettorali nessuna di queste è stata realizzata.

“Per cui il problema, - ha ricordato il dirigente del Movimento dei Sen Terra – oggi, è convincere i lavoratori a scendere in piazza, per difendere lo stato e le conquiste democratiche. Infatti Dilma e il PT potranno recuperare dignità e credibilità politica soltanto se faranno un governo di sinistra, realizzando le riforme promesse nella campagna elettorale. Questo è quello che abbiamo detto a Dilma nella riunione che abbiamo fatto due giorni fa. E su questo contiamo di poter mobilizzare i lavoratori per lo sciopero generale…”

Oggi, lo scontro di classe è sostenuto soprattutto dai i settori militanti e politicamente avanzati come il MST, le 7 confederazioni sindacali, i gruppi organizzati del movimento popolare, oltre che ai partiti contrari all’impeachment, le ultime manifestazioni hanno dimostrato che in Brasile esiste una militanza disposta a difendere le conquiste della democrazia ed a impedire il ritorno del liberismo.

In questo conturbato contesto socio-politico ’interrogazione è sapere cosa faranno gli abitanti delle favelle delle megalopoli come Sao Paulo, Rio de Janeiro, Belo Orizonte, Porto Alegre, Salvador. Si tratta di milioni e milioni di persone, nella sua totalità lavoratori, disoccupati e sottoproletari, che sono continuamente corteggiati da tutti i pastori delle sette evangeliche, luterane, pentecostali, testimoni di Jowa, mormoni. Pastori che in questo momento stanno nelle favelas per divulgare nei propri fedeli “…la condanna di Dio a chi si unirà ai miscredenti del PT…”.

Uno scenario che ricorda il lontano 1964 quando il colpo di stato fu preceduto dalle manifestazioni degli integralisti cattolici che scesero in piazza invocando l’intervento dell’esercito“…per salvare Dio e la famiglia…”.

Una situazione che si rivela estremamente pericolosa per la democrazia e soprattutto per il movimento operaio, poiché se i pastori delle differenti sette evangeliche riusciranno a mantenere le favelle distanti dallo sciopero generale, poi i deputati evangelici che stanno in quasi tutti i partiti dell’opposizione, potranno rivendicare una maggiore presenza nel futuro governo della Destra per essere i nuovi garanti del controllo sociale e quindi usare l’integralismo pentecostale per imporre un nuovo ordine sociale di servitù al capitale “voluto da Dio”!

D’altra parte bisogna ricordare che il PT lulista ha delle grandi responsabilità nella crescita delle sette evangeliche all’interno dei partiti e soprattutto nelle favelas. In fatti nel 1998, Rio de Janeiro fu teatro di una degradante operazione politica del segretario del direttorio nazionale del PT, José Dirceu, appoggiata dallo stesso Lula. Infatti, le primarie del PT di Rio de Janeiro furono vinte dal candidato della sinistra, Wladimir Palmeira (7) che sconfiggeva la candidata di Lula, Benedita da Silva, afro-americana della favela Chapeu da Mangueira, legata alla setta evangelica dell’Assemblea di Dio.

Lula e Dirceu per accaparrarsi i voti degli evangelici  annullarono la votazione delle primarie, destituirono Wladimir Palmeira da candidato del PT a governatore dello stato di Rio de Janeiro per appoggiare il candidato del PDT, Anthony Garotinho, ugualmente legato all’Assemblea di Deus.

Un’operazione che ha contribuito a squalificare l’immagine del PT come partito della sinistra, rivelando i limiti della retorica lulista e quindi dell’opportunismo elettorale di José Dirceu. Elementi che in pochi anni diventarono una costante in tutto il PT, provocando l’uscita o l’abbandono del partito da parte dei militanti della sinistra. 

Altra nota negativa è l’atteggiamento infantile e anche provocatorio del partito trotskista-morenista PSTU e  della sua centrale sindacale Conlutas, poiché sono stati gli unici nella sinistra che hanno brindato alla vittoria del procedimento di impeachment nei confronti di Dilma Roussef. E’ difficile spiegare perché il PSTU si sia collocato  al di là della barricata. Purtroppo non è la prima volta, visto che in passato si è distinto per ingiustamente Hugo Chavez e l’esperienza dell’ALBA.

Il problema è che l’affermazione dell’estremismo del PSTU morenista è una conseguenza del silenzio ideologico che il PT, in funzione della sua maggioranza socialdemocratica, ha imposto a tutto il movimento popolare. Infatti durante i primi otto anni del governo di Lula e poi nei sei anni di Dilma, non è stato fatto assolutamente nulla che potesse contribuire alla formazione politica, ideologica e culturale dei lavoratori e dei giovani.

Una massa di milioni e milioni di persone, in maggior parte afro-americani, giovani, lavoratori, studenti, che sono stati praticamente abbandonati nelle mani della TV Globo, che con le sue novelas e i suoi talk shows associati alla perenne capacità di manipolazione televisiva è riuscita a ristabilire il cosiddetto timore e rispetto canino per i signori “bianchi e ricchi” della Casagrande (8).

Una situazione che è peggiorata subito dopo la prima elezione di Lula quando il PT e la centrale sindacale CUT decisero di addormentare il conflitto di classe, lasciando alla TV Globo, alla TV Bandierante, al’SBT e alla Record (la TV della setta evangelica Assemblea di Dio) il monopolio incontrastato della comunicazione.

Oggi la TV pubblica, TV Brasil, continua ad essere l’anatroccolo nero dell’audiovisuale brasiliano, mentre le poche TV comunitarie sopravvivono solo in alcune grandi città e con estremi sacrifici .Quindi, come ha ricordato Joao Pedro Stedile “…Stiamo preparando uno sciopero generale, cercando di mobilitare  le masse dei lavoratori e di popolari che, durante anni e anni, sono stati ingannati con il consumismo e le manipolazioni mediatiche. Per questo non sarà facile farli scendere nelle strade, perché molti di loro hanno paura. Ma non ci arrendiamo e continueremo a lottare sicuri che poi, alla fine il liberalismo sarà nuovamente sconfitto!...”     

 

Note:

(1)    L’ Operazione Condor, -vale a dire la caccia agli oppositori in tutto il continente latino americano, ma anche negli Stati Uniti ed in Europa, ufficialmente cominciò nel 1974, subito dopo il colpo di stato in Cile. Però esistono documenti che dimostrano l’esistenza di accordi bilaterali tra i servizi segreti e le polizie di Brasile, Paraguay, Bolivia e Uruguay, per la cattura stragiudiziale degli oppositori in fuga. I torturatori brasiliani, sono stati i primi ad essere addestrati dagli specialisti della CIA, a partire dal 1965 – tal come rivelò Dom Mitrione nel processo popolare realizzato dai Tupamaros in Uruguay . Per questo erano normalmente prestati per “trasmettere le loro esperienze investigative” ai militari dell’Uruguay, dell’Argentina e del Paraguay..  

(2)    Nel 1962 cominciò l’Operazione Brother Sam con il graduale e silenzioso trasferimento nel nord-est e nel sud-est del Brasile di circa 5.000 militari con la qualifica di cooperanti  dell’USAID. In seguito, poco prima del golpe, la portaerei USS Forrestal  e due incrociatori attraccarono al largo del porto di Vittoria per dare appoggio logistico ai golpisti.

(3)    Nel 2011, la Petrobrás era considerata la quinta compagnia petrolifera nel ranking mondiale e la seconda in America Latina, con una produzione in Brasile di 2 milioni di barili al giorno, 21 raffinerie , un capitale valutato in 72 miliardi di dollari, un guadagno annuo di circa 11 miliardi, 81.111 lavoratori e la presenza in 25 paesi. Inoltre la Petrobrás detiene tutti gli studi geologici e il diritto di sfruttamento sull’Offshore del cosiddetto “Pre Sal Atlantico”, di cui le riserve calcolate superano il trilione di barili di petrolio e una quantità indefinita di gas.  

(4)    La diga di Itaipù fu costruita nel 1967, ed è la più grande del mondo, con 20 unità di produzione che erogano 100 miliardi di kilowatts all’ora.

(5)    La Albright Stonebridge Group è stata creata dall’ex Segretaria di Stato di Bill Clinton, Madeleine Albright, con la specifica funzione di fare da l link tra i rappresentanti politici dell’America latina, le “eccellenze” della Casa Bianca e  i differenti gruppi lobbistici che rappresentano gli interessi dei conglomerati, delle banche e delle multinazionali statunitensi. 

(6)    Nel novembre del 2003, il direttorio del PT, in maggioranza composto da elementi della tendenza lulista Articolazione (Articulaçao) espelle dal partito i quattro parlamentari della sinistra del PT,  la senatrice Heloisa Helena, e di deputati Luciana Genro, Babà e Joao Fontes. Nel 2004, iniziano le riunioni dentro e fuori del PT per decidere il futuro delle tendenze della sinistra petista e nel mese di luglio sono raccolte le firme in tutto il Brasile per definire la formazione del partito PSOL (Partito del Socialismo  e della Libertà) che sarà ufficializzato dal Tribunale  Elettorale nel 2005.

(7)    Wladimir Palmeira fu il dirigente del movimento studentesco di Rio de Janeiro che nel 1968 organizzò la più grande manifestazione contro la dittatura militare coinvolgendo 100.000 giovani a Rio de Janeiro, diventando, quindi, il principale dirigente nazionale della resistenza, insieme appunto a José Dirceu che operava a Sao Paulo. Arrestato e torturato dai militari, fu liberato quando i guerriglieri dell’ALN e del MR8 sequestrarono l’ambasciatore degli Stati Uniti ottenendo la liberazione di 70 prigionieri politici.

(8)    Nella storia politica del Brasile, la Casagrande rappresenta il potere dell’oligarchia coloniale che esercitò il suo potere nel territorio durante l’impero imponendo le dure condizioni della schiavitù. Poi con la Repubblica le oligarchie continuarono  ad esercitare il potere della casa grande soprattutto all’interno del Brasile, monopolizzando i partiti e quindi anche una parte del potere dello stato federale .         

 

Alla fine, quando in Italia era ormai notte fonda, il verdetto della Camera dei Deputati del Brasile è stato anche più netto di quanto fosse prevedibile. Al termine di un lunghissimo e infuocato dibattito, a favore della destituzione hanno votato ben 367 deputati (ne bastavano 342, i due terzi del totale), mentre i contrari sono stati solo 137.  

Le defezioni all’interno di quella che fino a ieri era stata un’ampia ma composita – oltre che contraddittoria e indefinita – maggioranza parlamentare guidata dal Partito dei Lavoratori sono state massicce ed hanno concesso i numeri agli ambienti reazionari per l’apertura di un vero e proprio processo politico nei confronti della presidente, Dilma Rousseff, e delle sinistre più in generale.
La palla adesso passa al Senato che sarà chiamato a votare, ma a maggioranza semplice, sulla messa in stato d’accusa della presidente. Se favorevole, il voto dell’11 maggio sospenderà Rousseff per 6 mesi dalle sue funzioni, in attesa del verdetto finale del Senato che dovrà passare con i due terzi dei componenti dell’assemblea. In tal caso, paradossalmente, la presidenza passerebbe a Michel Temer, attualmente vice della Rousseff, e leader del partito di centrodestra PMDB (Movimento Democratico del Brasile), ex alleato del PT e indagato per numerosi reati di corruzione.

Come già scritto nei giorni scorsi, la presidente non è accusata di corruzione ma di aver truccato i bilanci statali del 2014 nascondendo alcuni dati non proprio esaltanti sull’andamento dell’economia, un intervento ampiamente utilizzato dai governi di mezzo mondo. E comunque nei suoi confronti non è stata formalizzata alcuna accusa da parte della magistratura, ma la martellante campagna delle destre che invocano l’intervento salvifico dei militari e dei magistrati, supportata dal voltafaccia dei partiti centristi, ha inferto un colpo al PT che potrebbe rivelarsi mortale, ed avere enormi conseguenze su tutto il sistema di alleanze e di integrazione dell’America Latina costruito negli ultimi anni in alternativa, ed in competizione, con gli interessi statunitensi nell’area. La caduta del Brasile, dopo la vittoria delle destre iperliberiste in Argentina, quella dei golpisti in Venezuela e la sconfitta di Evo Morales nel referendum in Bolivia, rischierebbe di infliggere il colpo di grazie a decenni di processi progressisti e rivoluzionari in tutto il continente.

Ieri milioni di persone hanno seguito in diverse piazze del paese l’andamento del dibattito parlamentare e poi del fatidico voto. Nelle ultime settimane, oltre ai sostenitori delle destre e dell’impeachment, a scendere in piazza in maniera crescente sono stati anche i settori popolari, i sindacati, i partiti e le organizzazioni di sinistra, che hanno reagito alla strategia golpista delle opposizioni ma senza mai smettere di criticare un governo che ha disatteso la maggior parte delle promesse di riforma strutturale – a partire da quella agraria – grazie alle quali il PT di Lula da Silva, e poi di Dilma Rousseff, ha avuto accesso al potere. A lungo i settori più moderati dello stesso PT hanno frenato la mobilitazione popolare, temendo controindicazioni nei confronti della sempre più stretta alleanza con settori significativi della media borghesia del paese e con l’agrobusiness internazionale, sperando di risolvere il contenzioso esclusivamente all’interno dell’aula parlamentare. Una strategia che si è rivelata perdente.

Al voto della maggioranza parlamentare di ieri ha reagito con un duro comunicato il Frente Brasil Popular, una coalizione di forze sociali, sindacali e politiche di sinistra che da giorni manifesta contro il golpe bianco.
“Non accettiamo il golpe contro la democrazia e i nostri diritti e sconfiggeremo i golpisti nelle strade – scrive il FBP – Questo 17 aprile, quando ricordiamo il massacro di Eldorado dos Carajás, entrerà di nuovo nella storia della nazione brasiliana come un giorno della vergogna. Questo accade perché una maggioranza spuria all’interno di una Camera dei deputati macchiata dalla corruzione si è permessa di autorizzare un processo politico fraudolento nei confronti della presidente della Repubblica, sulla quale non pesa alcun reato. Le forze economiche e politiche conservatrici e reazionarie che alimentano questa farsa hanno l’obiettivo di liquidare i diritti dei lavoratori e i diritti sociali del popolo brasiliano. Sono le imprese, politici come Eduardo Cunha, colpevole di corruzione, partiti sconfitti nelle urne come il PSDB (socialdemocratici, ndt), forze esterne al Brasile interessate a rapinare le nostre ricchezze e a privatizzare le aziende statali come Petrobras e a consegnare il Pré-sal alle multinazionali. Fanno ciò con il sostegno dei media golpisti riuniti attorno alla propaganda ideologica golpista di Rete Globo, e con la copertura di una operazione giuridico-poliziesca mirante a criminalizzare alcuni partiti. Per questo noi, il Fronte Brasile Popolare e il Fronte Popolo Senza Paura, facciamo appello ai lavoratori e alle lavoratrici delle città e delle campagne, alle forze democratiche e progressiste, ai giuristi, agli avvocati, agli artisti a scendere in piazza e a continuare ad opporsi contro il golpe attraverso tutte le forme di mobilitazione a disposizione all’interno e all’esterno del nostro paese. (…) Non riconosceremo la legittimità di un eventuale governo Temer, frutto di un golpe istituzionale, come invece pretende la maggioranza della Camera che ha approvato l’ammissibilità dell’impeachment golpista. Non riconosceremo e lotteremo contro un eventuale governo illegittimo, contrasteremo ognuna delle misure che esso adotterà contro i nostri posti di lavoro e contro i nostri salari, i programmi sociali, i diritti dei lavoratori duramente conquistati, in difesa della democrazia e della sovranità popolare. Non ci lasceremo intimidire dal voto, per quanto maggioritario, di una Camera formata dominata da corrotti il cui capo, Eduardo Cunha, è stato ritenuto colpevole eppure guida la farsa dell’impeachment contro Dilma. (…) La nostra lotta continuerà con scioperi, manifestazioni e occupazioni già nelle prossime settimane e con la realizzazione di una grande Assemblea Nazionale della Classe Lavoratrice indetta il prossimo Primo Maggio”.

 

In collaborazione con le Ambasciate in Italia di Cuba, Bolivia e Venezuela e con l'Università Sapienza di Roma.

Mercoledì 13 aprile ancora una volta un importante e molto significativa attività internazionale  con partecipazione di studenti, intellettuali del Capitolo Italiano della Rete in Difesa dell’Umanità, diplomatici, giovani militanti  dei collettivi universitari , attivisti della solidarietà con rivoluzione Bolívariana del Venezuela. Nel seminario Internazionale "Il petrolio sulla scacchiera geopolitica mondiale", alla Sapienza Università di Roma, con interventi di alto spessore politico culturale  e informativo del Professor Luciano Vasapollo e dell'Ambasciatore Isaias  Rodriguez .

Il Seminario è stato organizzato nell’ambito delle lezioni del Prof. L. Vasapollo (Metodi Di Analisi Economica Dei Problemi Dello Sviluppo per il Corso di Laurea Magistrale in Scienza dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale), e in  collaborazione con Ambasciata della  Repubblica Bolivariana del Venezuela presso la Repubblica Italiana   e il Capitolo Italiano Della Rete di Intellettuali in Difesa dell’Umanità.

 

Venerdì 15 aprile, una conferenza di altissimo livello istituzionale nell'aula del Rettorato della Sapienza, Università di Roma, per l'occasione piena con un folto pubblico anche in piedi e fuori dall'aula, con studenti, dottorandi, molti docenti universitari, associazioni della solidarietà, collettivi studenteschi, esponenti del mondo cattolico, di centri studi, dell'informazione anche alternativa e dei movimenti sociali, e con la presenza della governance Sapienza ai massimi livelli. La conferenza (Cuba oggi: una pagina nuova delle relazioni internazionali ) ha visto confrontarsi in un fitto interscambio culturale di alto livello e di grande rispetto politico , l'università Sapienza con l'intervento del Rettore Eugenio Gaudio e di Luciano Vasapollo, delegato del Rettore per i rapporti con i paesi dell'America Latina e Caraibi , e dell'Ambasciatore di Cuba Alba Soto Pimentel, e di Antonio Tarzia, padre Paolino, presidente del Centro Studi Cassiodoro. In tutti gli interventi è stato evidenziato come la Sapienza con anche L apporto di molti centri studi ed intellettuali ,abbia già da molti anni intrapreso la strada irrinunciabile per far sì che la cultura sia strumento prioritario per l'amicizia tra i popoli, e come con le istituzioni accademiche, formative e culturali di Cuba da oltre 15 anni ci sia un attivo interscambio di relazioni nell'ambito della didattica, della ricerca in moltissimi campi  della scienza sociale umanistica e applicativa;  l'obiettivo comune delle istituzioni cubane e della Sapienza è stato quello di rafforzare sempre più queste relazioni in maniera propositiva e vincolanti.

Si sono anche evidenziati gli aspetti relativi alla nuova pagina delle relazioni tra Stati Uniti e Cuba , che per essere efficaci e giungere nel tempo davvero ad una normalizzazione, dovranno sempre più basarsi sul rispetto e sulla pari dignità e condizioni a partire da una immediata  cessazione del blocco, i cui effetti ricadono pesantemente da oltre 55 anni sulla vita quotidiana del popolo cubano e  dei suoi percorsi di  autodeterminazione.

Tutti gli interventi hanno sottolineato il ruolo importante del Vaticano in questo riavvicinamento con il piccolo ma davvero sentito slancio di solidarietà  nel loro modesto ma entusiastico contributo, che il professor Vasapollo e Padre Tarzia  hanno dato, in particolare nelle generose attività culturali, sociali, della solidarietà e nel mondo cristiano, a partire dall’onore avuto dall’essere ricevuti in udienze negli incontri con Papa Benedetto XVI e Papa Francesco, per ottenere una parola di speranza sui temi della liberazione dei cinque agenti antiterroristi cubani, del blocco e di un riavvicinamento tra i governi USA e di Cuba.

Si è conclusa la emozionante, partecipata e profondamente sentita conferenza,con l'auspicio di continuare queste attività con le istituzioni cubane di ampio e aperto respiro culturale e politico.

 

Un davvero emozionante lungo incontro  di venerdì 15  sera a Roma, con la sempre più viva amicizia e fratellanza con il Presidente Evo Morales e con il cancelliere David Choquehuanca ,ci ha permesso di avere un importante scambio di idee e proposte politico culturali . Abbiamo anche potuto consegnare al Presidente , davvero entusiasta, il libro della sua biografia -tradotto in italiano- "Mi vida", appena pubblicato a cura dell’università Sapienza  di Roma, e una lettera di piena e attiva solidarietà internazionalista a lui e al suo Governo a nome del Capitolo Italiano della Rete in Difesa dell'Umanità, con le firme di adesione di dirigenti del sindacato USB, FSM ,di associazioni e organizzazioni  come CESTES, Nuestra America, Rete dei Comunisti, Radio città aperta, ecc. e professori, intellettuali militanti artisti e movimenti sociali. Il presidente e caro nostro fratello Evo ha espresso grande soddisfazione politica per questa nostra dimostrazione di solidarietà e ci ha ringraziato concordando prossime attività insieme in Italia.

 

La mattina di sabato 16 aprile ,il Presidente dello Stato Plurinazionale della Bolivia Evo Morales , ha tenuto a Roma una conferenza stampa alla quale hanno partecipato vari giornalisti di testate  locali , nazionali e di paesi europei e di America Latina, agenzie di stampa, radio, riviste, televisioni; tra gli altri  erano presenti: il giornale Contropiano on line, Adia  Tv - Brasile , la rivista Nuestra America, Radio città Aperta, il settore informazione e comunicazione del Capitolo Italiano della Rete in Difesa dell'Umanità, Contropiano, rivista della Rete dei Comunisti. Il Presidente Evo rispondendo alle molteplici domande, ha parlato dei tanti temi affrontati nella sua visita al Papa e della piena sintonia di analisi e preoccupazione sui pericoli per  l’umanità determinati dalle guerre tra potenze per il dominio, della delicata situazione in America Latina  che è sotto un gravissimo  attacco economico, mediatico e politico e del tentativo costante di rovesciare i governi progressisti da parte dell'impero e degli interessi delle multinazionali. Rispondendo in particolare alle domande dei giornalisti di Contropiano e di Adia TV il Presidente si è soffermato sulla fondamentale necessità di evidenziare come la finanza speculativa internazionale sia elemento assolutamente di appoggio e consenso ai poteri forti antipopolari, ed anche sottolineando la forte ripresa  delle mobilitazioni sociali di pieno appoggio a lui, al suo Governo contro le operazioni dell’estrema destra e dell’oligarchia, che con ingerenze sempre più pressanti dei potentati internazionali e una campagna  di disinformazione e diffamatoria ha potuto prevalere nel voto referendario per la nuova presentazione nel 2019 della candidatura di Evo a presidente, ma ciò non ha certo mutato i rapporti di forza e il consenso popolare al governo Morales.

Le diverse strutture dell’informazione e comunicazione che operano nel Capitolo Italiano della Rete in Difesa dell'Umanità esprimono piena disponibilità politica a continuare la battaglia di idee contro le campagne di menzogna costruite contro i governi progressisti e rivoluzionari in America Latina e a difesa della corretta informazione che difenda i processi antimperialisti e anticapitalista in atto, esprimendo in maniera militante la assoluta vicinanza e appoggio  al presidente Evo, al suo governo e al popolo boliviano.

 

Il Capitolo Italiano della Rete in Difesa dell'Umanità avrebbe dovuto avere un importante incontro all'ambasciata dell'Ecuador consegnando una lettera di solidarietà politica al presidente Correa contro gli attacchi continui dell’imperialismo e delle oligarchie in una durissima guerra massmediatica, politico economica scatenata contro lui è il suo governo, ma a causa delle tragiche notizie arrivate per le conseguenze del tremendo terremoto che ha colpito il paese, il Presidente Correa e il ministro degli Esteri sono dovuti rientrare immediatamente in patria. Nell'esprimere la nostra completa solidarietà ci rendiamo disponibili a tutti i livelli necessari e per noi possibili.

 

Come avviene ormai da circa 12 anni, quindi fin dall'inizio delle attività della Rete Internazionale in Difesa dell'Umanità, di cui siamo stati tra gli entusiasti fondatori, anche in questi ultimi giorni , abbiamo voluto e saputo organizzare e praticare piena solidarietà internazionalista , nella certezza che la lotta rivoluzionaria di autodeterminazione dei popoli continua e che "la vittoria è inevitabile". HASTA LA VICTORIA, SIEMPRE !!!

 

Per il Capitolo Italiano della Rete in Difesa dell'Umanità, i Coordinatori Rita Martufi e Luciano Vasapollo

 

Di seguito il link della Conferenza Stampa del Presidente Evo Morales

https://youtu.be/rzP4k3_v0ik

 

 

Il 31 marzo, i media europei e dell’America Latina informavano che il governo colombiano avrebbe iniziato i negoziati anche con l’ELN, facendo, poi credere che anche i negoziati con le FARC stessero in fase di conclusione e che, quindi, l’ingarbugliata situazione politica della Colombia, caratterizzata dal conflitto insorgenza/paramilitari/esercito, stava, in pratica, in fase di risoluzione definitiva. Anche la rivista “l’Internazionale”, entrava nella logica del “…Vogliamoci bene, saluti e figli maschi!...” liquidando il contesto colombiano con una frase, poco riflessiva, ma estremamente mediatica, che sottolineava”…questo processo di pace affianca quello quasi terminato con le FARC e potrebbe chiudere la guerra interna che ha causato otto milioni di vittime in cinquanta anni…”.

In realtà, Nicolás Rodríguez, “Gabino”, Comandante dell’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) – l’organizzazione guerrigliera marxista creata da Camillo Torres (1) – aspettava questa risposta dal presidente della Colombia, Juan Manuel Santos (generale dell’esercito ed ex-ministro della Difesa del presidente Uribe), fin dal 2012. Epoca in cui erano in corso i primi contatti tra il governo e le FARC-EP per iniziare, nel 2013, le trattative nella capitale cubana, Avana.

Quindi, la prima domanda che si pone è la seguente: Perché il presidente Santos e il suo “Assessore per la Sicurezza Nazionale”, Sergio Jamarillo Caro, hanno deciso di accogliere, solo nel marzo del 2016, la proposta dell’ELN, che, come le FARC, avevano   proclamato un cessar-il-fuoco unilaterale nel mese di ottobre del 2012?

Innanzitutto, è imperativo ricordare che il “Richelieu della Colombia”, vale a dire Sergio Jamarillo avrebbe suggerito al presidente Santos di accettare la proposta dell’ELN, realizzando i negoziati in tavoli separati. Cioè con le FARC le trattative continuavano  a Cuba, mentre quelle con l’ELN si realizzeranno in Equador.

 Una separazione che risponde a una predisposizione tattica, subdola e maliziosa, che Sergio Jaramillo avrebbe messo in piedi con la speranza di: a) poter creare eventuali contraddizioni tra le due delegazioni dell’insorgenza, impegnate  nelle trattative in locali separati e con una tempistica differente ; b) guadagnare tempo, cercando di protrarre l’agenda dei negoziati con le FARC-EP fino al 2018, anno di nuove elezioni, dove Uribe potrebbe tornare a spadroneggiare nella presidenza della Colombia; c) verificare le intenzioni del successore di Obama, avendo in prospettiva l’incertezza di quello che potrebbe succedere in Venezuela, dove il governo di Maduro - principale sostenitore delle FARC-EP – non ha più la maggioranza in Parlamento. 

 Oggi la prima conclusione è che dopo quasi tre anni di snervanti incontri in Avana con i membri della delegazione colombiana (2), i membri della delegazione delle FARC-EP, con molta pazienza e con un grande senso di realismo politico, sono riusciti a mantenere in piedi i negoziati, dando una concreta continuità a tutte le commissioni predisposte dall’agenda delle trattative, definita nel dicembre del 2012, nonostante i tentativi, da parte di Jamarillo e di Henrique Santos di paralizzare  le trattative oltre a voler tentare di spoliticizzare il processo di negoziazione. 

 

Le trattative con le FARC-EP a che punto stanno?

Per il presidente Juan Manuel Santos, è di fondamentale importanza poter dire alla stampa che i negoziati con le FARC-EP, per la definizione di un “l’Acuerdo General” (Accordo Generale), anche se lentamente, stanno avanzando e che la delegazione delle FARC-EP, gradualmente, starebbe accettando tutte le condizioni del governo.

Un contesto che tutti i giornali e le televisioni, europee e sudamericane – hanno trasmesso massivamente, facendo, appunto credere che, in definitiva, le trattative si stiano concludendo e che prima o poi le FARC-EP firmeranno. Però, i media non dicono se effettivamente le due delegazioni sono arrivate a delineare definitive conclusioni con cui proclamare la fine della guerra.

Il motivo principale di questa “svista editoriale” è una conseguenza del lavoro di manipolazione, realizzato durante gli ultimi dieci anni, in cui quasi tutti i media dicevano che le FARC-EP erano un bando di ex-comunisti che intrattenevano oscure relazioni con il narcotraffico. Alcuni, come Omero Ciai, di Repubblica, accusavano addirittura le FARC-EP di essere parte integrante del narco-traffico.

Per questo “grande  prensa” (la grande stampa) si “dimentica” di dire che il capo della commissione della delegazione delle FARC-EP (3), Rodrigo Gandra, sta negoziando con il governo colombiano la formazione di un’Assemblea Nazionale Costituente, formata da 141 membri. Se lo facesse, tutti riconoscerebbero  i livelli di manipolazione applicati nei confronti delle FARC-EP e del conflitto insorgente colombiano. Inoltre, i media, non si riferiscono alle difficoltà dei negoziati in corso per evitare di riconoscere lo status politico delle FARC-EP.

Infatti, alcune commissioni hanno, finalmente, potuto annunciare l’intesa tra le due parti soltanto su alcuni punti delle trattative. Ciò non significa che l’intesa è stata raggiunta su tutte le altre questioni, come per esempio il disarmo dei contingenti delle FARC-EP, il futuro giuridico dei guerriglieri, la possibilità di trasformare l’oggettività delle FARC-EP in un uno o più partiti, la questione del risarcimento alle vittime e l’argomento più spinoso che riguarda l’amnistia per i 9.443 prigionieri politici e la riforma delle Forze Armate e della Polizia (4) che, in funzione della guerra all’insorgenza, oggi sommano 423.500 uomini in armi.  A questi, poi si aggiungono gli 8.000 mercenari dei gruppi paramilitari delle Autodifese Unite della Colombia -AUC (5) e i 100.000 “agenti civili informatori”, pagati con i fondi segreti del “Plan Colombia-2”, che il presidente Uribe, ribattezzò “Seguridad Democratica”.

Innanzitutto bisogna riconoscere che l’argomento che le trattative hanno affrontato con una relativa facilità è stato il primo, relativo alla “Politica dello Sviluppo Agricolo Integrale (Política de desarrollo agrario integral), in cui resta da definire se i membri delle FARC-EP potranno integrare le proprietà collettive dei “territorios campesinos”, che dovranno occupare otto milioni di ettari, di cui sei destinati  alla produzione di alimenti. Infatti, è necessario ricordare che nell’ambito delle  attività di contro-guerriglia, operate dai battaglioni speciali dell’esercito e poi dai gruppi delle AUC, nel sud e nel sud-est della Colombia è stato realizzato un autentico sfollamento forzato con l’abbandono e distruzione  di 74.900 comunità agricole. Il che corrisponde all’esodo forzato  di quasi due milioni e mezzo di contadini, conosciuti oggi con il nome di “Desplazados o Sien Terra”.

Il secondo punto dedicato alla partecipazione politica, (Participación Política) in principio prevede la formazione di circoscrizioni speciali in cui gli uomini delle FARC-EP possono partecipare alle attività politiche trasformando le FARC-EP in un partito o creandone altri. Definite le caratteristiche generali della partecipazione, la discussione si è poi arenata sulle forme giuridiche che lo stato dovrebbe garantire agli ex- guerriglieri e alla rispettiva rappresentazione politica. Infatti, la Magistratura e alcuni settori del Congresso hanno fatto sapere che la reintegrazione dei guerriglieri nella politica si scontra con le norme dello “Statuto di Roma”, in base alla quale chi è condannato di reati di Lesa Umanità, non può partecipare a nessun tipo di riorganizzazione politica. Visto la Colombia è firmataria di questo Statuto e perché l’ex-presidente Avaro Uribe, subito dopo essere stato eletto nel 2002, fece approvare nel Congresso una legge speciale che dichiarava “fuorilegge” tutti i membri delle FARC-EP e dell’ELN, in pratica nessun guerrigliero potrebbe essere reintegrato, senza una nuova sentenza liberatoria che Procuratore Generale, Alejandro Ordonez – essendo legato all’ex presidente Alvaro Uribe – si nega di firmare.

A questo punto la trattativa si è fermata, anche perché manca il parere della Magistratura sul concetto di reintegrazione e di fine del conflitto. Un argomento che occupa la parte centrale della terza questione, relativa alla “Fine del Conflitto”, (Fin del Conflicto) dove, per il momento, non esistono punti in comune, giacché il governo esige il disarmamento totale e incondizionato dei guerriglieri, che a sua volta dovrebbero accettare sottoporsi a eventuali processi intentati dalla magistratura sulle accuse formulate dalla Polizia o dall’Esercito. E’ evidente che nessun guerrigliero accetterà di scendere dalle montagne per fasi arrestare e marcire in carcere per una decina di anni. Per questo le FARC-EP e i movimenti popolari che appoggiano i negoziati per la pace hanno richiesto un’amnistia da parte del presidente che è stata subito contestata dalla magistratura e dallo stesso Congresso, permettendo all’ex-Presidente Alvaro Uribe di mobilizzare i partiti di destra e di centro-destra per la sua re-elezione nel 2018.

Le FARC-EP sostengono che oltre alle necessarie soluzioni giuridiche per definire l’Accordo Generale è necessario fissare i termini per la ristrutturazione delle Forze Armate. Infatti, il capo della delegazione delle FARC-EP, Ivan Marques, ha più volte ricordato che gli effettivi delle Forze Armate si sono triplicati in funzione della guerra contro l’insorgenza. Quindi, con la fine delle azioni armate da parte dell’insorgenza, anche l’apparato “anti-insurrezionale” dovrebbe  essere smobilizzato o per lo meno ridotto al minimo coefficiente.

Una richiesta che Ivan Marques ha sottolineato, per evitare la ripetizione della triste  esperienza del 1984/85, quando le FARC-EP, dopo aver firmato gli “Accordi dell’Uribe” con il presidente Belisario Betancourt, formarono il partito “Union Patriottica” per partecipare alle  elezioni del 1985. Furono eletti quattordici deputati, decine di sindaci e centinaia di consiglieri comunali che, subito dopo le  elezioni furono “tutti” assassinati dall’esercito e dalla polizia. Secondo le FARC-EP la smilitarizzazione delle FARC-EP deve essere contemporanea con quella dei gruppi paramilitari e la riduzione delle unità speciali di anti-guerriglia.

Invece sulla quarta questione relativa a come alla “fine del problema delle droghe illecite”,  (Solución al problema de las drogas ilícitas), i punti in comune sono molti, visto che il governo e le FARC-EP sono d’accordo nell’implementazione di nuovi processi produttivi che sostituiscono la coltivazione della foglia di coca, del papavero oppiaceo e della marujana.  Le soluzioni alternative contano, fin d’ora con un fondo di 100 milioni di dollari offerti dalla Germania e da altri fondi in preparazione nell’Unione Europea.

Anche sulla quinta questione “Determinare le vittime del conflitto armato”, (Determinar quiénes son víctimas del conflicto armado),  ci sono molti punti in comune, perché il Presidente Santos, nel 2011 fece approvare dal Congresso la legge “Norme sulle Vittime e la Restituzioni delle terre”( Ley de Víctimas y Restitución de Tierras), in cui si prevedeva la creazione di una “Commissione della Verità” che ancora non si sa come dovrebbe operare, visto che le alte  sfere delle Forze Armate e della Polizia hanno fatto sapere che loro non si considerano colpevoli e non permetteranno l’apertura degli archivi segreti.

Un’impunità difficile da giustificare nel 2016, giacché la magistratura colombiana negli ultimi dieci anni ha rilevato 173.183 casi di “omicidio politico”, che mettono in causa l’operato dei battaglioni speciali  di “contro-insurrezione”, dei reparti speciali della Polizia nazionale  e dei gruppi dell’AUC. Quest’ultimi, poi, sono stati dichiarati responsabili di 34.467 sequestri , 1.597 massacri oltre al sequestro e al reclutamento forzato di 3.557 minori.

A complicare ancor più la presunta “estraneità” dei battaglioni speciali  di “contro-insurrezione”, nel 2002, il Tribunale di Bogotá scoprì nei pressi del villaggio La Macarena, una fossa comune con circa 2.018 corpi in decomposizione, tutti orribilmente mutilati e fucilati. Nell’inchiesta del Tribunale si rivela l’esistenza di per lo meno altre 100 fosse comune, di cui la maggior parte sarebbero localizzate nel Dipartimento di Meta, a 200 chilometri dalla capitale, Bogotá.  Un’altra questione che inchioda giuridicamente gli ufficiali e i sottoufficiali dei battaglioni speciali  di “contro-insurrezione è la questione dei “Falsos Positivos”. Vale a dire le centinaia di contadini, sindacalisti o studenti, che dopo essere stati torturati e giustiziati furono vestiti con le uniformi dei guerriglieri delle FARC-EP e presentati alla stampa, che pubblicò a caratteri cubitali le vicende d’immaginari combattimenti sostenuti con quei falsi guerriglieri, ossia i “falsi positivi”.

L’ultimo punto “Meccanismi per legittimare l’Accordo Generale” (Mecanismos de refrendación de los acuerdos) è ancora in fase di dibattito, poiché le FARC-EP propongono che lo stesso sia approvato da una nuova Assemblea Nazionale Costituente formata da 141 membri. Mentre il governo – che non vuole fare a meno di un Congresso ben controllato -  propone un Plebiscito e della revisione della fattibilità degli accordi da parte della Corte Costituzionale. Per cui, dire che il “processo di pace con le FARC sia quasi terminato” è un eufemismo retorico che solo la rivista “l’Internazionale” si può permettere!

 

La questione dei prigionieri politici

 Secondo le ultime informazioni, oggi in Colombia ci sarebbero 9.443 “guerriglieri”, condannati per reati attinenti al conflitto armato.  Però, le fonti legate al movimento sindacale e alla commissione creata dall’ex senatrice Piedad Cordoba Ruiz, sottolineano che 5.567 prigionieri politici, in realtà non sarebbero guerriglieri, ma militanti della sinistra, sindacalisti, difensori dei diritti umani, che sarebbero altrettanti casi di “Falsos Positivos”. Infatti, nei processi realizzati contro questi 5.567 “terroristas” le testimonianze sarebbero state fornite dagli agenti informatori della rete formatasi durante il “Plan Colombia” e poi con “Seguridad Democratica”. Mentre le armi e i documenti che hanno certificato l’appartenenza alla guerriglia delle FARC-EP o dell’ELN sarebbe stati presentati dagli “investigatori” della Polizia e dei nuclei dell’Intelligenza dall’Esercito .

Processi che hanno creato migliaia di “rei” colpevoli di integrare bande armate, realizzare attentati, sequestri e terrorismo in generale. “Rei” che, in realtà, non sarebbero altro che quadri politici dell’opposizione, in gran parte sindacalisti e distaccati capi di villaggio che avevano difeso i contadini dalle angherie dei narcotrafficanti o dai ricatti dei latifondiari. Per questo  furono arrestati dalla polizia o dall’esercito e immancabilmente  torturati, per poi i tribunali condannarli a pesanti pene perché “terroristi delle FARC-EP o dell’ELN”.

A questo proposito, l’ex senatrice Piedad Cordoba Ruiz ha ricordato che nella dinamica delle operazioni anti-guerriglia, l’esercito non raccoglieva i guerriglieri feriti, che  erano subito giustiziati. Invece i guerriglieri che  erano catturati vivi, se non decidevano di collaborare spontaneamente, erano sottoposti a terribili torture dopo di che erano giustiziati per non lasciare le  evidenze delle torture effettuate.

Per questo le FARC-EP e anche l’ELN, ribadiscono che tutti i 9.443 prigionieri politici devono essere liberati attraverso l’istituzione di un’amnistia speciale.

Per dimostrare la propria posizione contraria e influenzare  il Congresso, i gruppi paramilitari hanno effettuato in sette provincie un “Paro Armado” (Blocchi stradali con armi). Nello stesso tempo l’ex-presidente Alvaro Uribe mobilizzava la maggior parte dei parlamentari del partito Conservatore e del “Centro Democratico” per organizzare una serie di manifestazioni nelle principali città della Colombia, contro l’Accordo con le FARC-EP.

In realtà, Uribe - che nel 2006 tentò negoziare prima con le FARC-EP e poi con l’ELN – sta preparando la sua campagna elettorale per le  elezioni presidenziali del 2018, cercando di unificare tutti i gruppi della destra e del centro-destra nel cosiddetto “Centro Democratico”. Per questo l’opposizione all’amnistia per i guerriglieri e gli eventuali indennizzi  sono diventati i cavalli di battaglia della sua  campagna elettorale visto che la Costituzione non permette a  Juan Manuel Santos un  terzo mandato.

 Note:

(1)Nel 1962, Camillo Torres, “el cura rojo” (il prete rosso), organizzò il Fronte Popolare Unito, avvicinando il marxismo alle teorie della Teologia della Liberazione. Nel 1964, partecipò nella fondazione dell’organizzazione marxista ELN (Ejército de Liberación Nacional), ideologicamente molto legato ai concetti rivoluzionari di Che Guevara e con un severo sguardo critico nei confronti dell’URSS. Posizioni ideologiche che alimentarono i conflitti con le FARC-EP di Manuel Marulanda e logicamente con il PCC (il Partito Comunista Colombiano).

(2) Humberto de la Calle, vice-presidente e capo della delegazione, Sergio Jaramillo Caro, successore di Frank Pearl, Luis Carlos Villegas, presidente della Confindustria Colombiana, ANDI, Jorge Enrique Mora e Oscar Naranjo, generali nella riserva dell’Esercito e della Polizia e Henrique Santos, fratello del presidente ed ex-direttore della rivista Tiempo.

(3) Luciano Marín Arango “Ivan Marques” è il capo della delegazione delle FARC-EP composta dai comandanti Seusis Pausivas Hernandez “Jesus Santrich”, Jesús Emilio Carvajalino “Andrés Paris”, Luis Alberto Albán Burbano “Marcos Calarcà, “Pablo Catatumbo”, Tanja Nijmeijer “Alexandra Narinno” e Mauricio Jamarillo “Sargento Pascuas”. Oltre a Rodrigo Granda e Simon Trinidad, attualmente imprigionato negli Stati Uniti.

(4) L’Esercito è cresciuto fino a 235.000 effettivi , la Marina ha 35.500 militari e la Forza Aerea 9.000, totalizzando un effettivo di 280.000 uomini. A questi si devono sommare i 143.500 uomini della Polizia Nazionale. Oggi la Colombia ha un esercito e una struttura di polizia uguale a quella del Brasile che è dieci volte maggior della Colombia.

(5) Nel 1997, i gruppi fascisti (Las Agulhas Negras) e gli anti-comunisti fondano le Autodifese Unite della Colombia –AUC. Il finanziamento degli stipendi per i mercenari - che nel 2002 contano 17.000 uomini - è in grande parte garantito dai clan del narcotraffico e da molte “donazioni ” di multinazionali, industriali e latifondiari. L’armamento è, praticamente garantito dai servizi di intelligenza  dell’esercito, che usano i gruppi delle AUC per fare i “lavori sporchi”, nei territori dove opera la guerriglia, cioè fare i massacri e i sequestri dei civili considerati “amici dei guerriglieri”.

 

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