In collaborazione con le Ambasciate in Italia di Cuba, Bolivia e Venezuela e con l'Università Sapienza di Roma.

Mercoledì 13 aprile ancora una volta un importante e molto significativa attività internazionale  con partecipazione di studenti, intellettuali del Capitolo Italiano della Rete in Difesa dell’Umanità, diplomatici, giovani militanti  dei collettivi universitari , attivisti della solidarietà con rivoluzione Bolívariana del Venezuela. Nel seminario Internazionale "Il petrolio sulla scacchiera geopolitica mondiale", alla Sapienza Università di Roma, con interventi di alto spessore politico culturale  e informativo del Professor Luciano Vasapollo e dell'Ambasciatore Isaias  Rodriguez .

Il Seminario è stato organizzato nell’ambito delle lezioni del Prof. L. Vasapollo (Metodi Di Analisi Economica Dei Problemi Dello Sviluppo per il Corso di Laurea Magistrale in Scienza dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale), e in  collaborazione con Ambasciata della  Repubblica Bolivariana del Venezuela presso la Repubblica Italiana   e il Capitolo Italiano Della Rete di Intellettuali in Difesa dell’Umanità.

 

Venerdì 15 aprile, una conferenza di altissimo livello istituzionale nell'aula del Rettorato della Sapienza, Università di Roma, per l'occasione piena con un folto pubblico anche in piedi e fuori dall'aula, con studenti, dottorandi, molti docenti universitari, associazioni della solidarietà, collettivi studenteschi, esponenti del mondo cattolico, di centri studi, dell'informazione anche alternativa e dei movimenti sociali, e con la presenza della governance Sapienza ai massimi livelli. La conferenza (Cuba oggi: una pagina nuova delle relazioni internazionali ) ha visto confrontarsi in un fitto interscambio culturale di alto livello e di grande rispetto politico , l'università Sapienza con l'intervento del Rettore Eugenio Gaudio e di Luciano Vasapollo, delegato del Rettore per i rapporti con i paesi dell'America Latina e Caraibi , e dell'Ambasciatore di Cuba Alba Soto Pimentel, e di Antonio Tarzia, padre Paolino, presidente del Centro Studi Cassiodoro. In tutti gli interventi è stato evidenziato come la Sapienza con anche L apporto di molti centri studi ed intellettuali ,abbia già da molti anni intrapreso la strada irrinunciabile per far sì che la cultura sia strumento prioritario per l'amicizia tra i popoli, e come con le istituzioni accademiche, formative e culturali di Cuba da oltre 15 anni ci sia un attivo interscambio di relazioni nell'ambito della didattica, della ricerca in moltissimi campi  della scienza sociale umanistica e applicativa;  l'obiettivo comune delle istituzioni cubane e della Sapienza è stato quello di rafforzare sempre più queste relazioni in maniera propositiva e vincolanti.

Si sono anche evidenziati gli aspetti relativi alla nuova pagina delle relazioni tra Stati Uniti e Cuba , che per essere efficaci e giungere nel tempo davvero ad una normalizzazione, dovranno sempre più basarsi sul rispetto e sulla pari dignità e condizioni a partire da una immediata  cessazione del blocco, i cui effetti ricadono pesantemente da oltre 55 anni sulla vita quotidiana del popolo cubano e  dei suoi percorsi di  autodeterminazione.

Tutti gli interventi hanno sottolineato il ruolo importante del Vaticano in questo riavvicinamento con il piccolo ma davvero sentito slancio di solidarietà  nel loro modesto ma entusiastico contributo, che il professor Vasapollo e Padre Tarzia  hanno dato, in particolare nelle generose attività culturali, sociali, della solidarietà e nel mondo cristiano, a partire dall’onore avuto dall’essere ricevuti in udienze negli incontri con Papa Benedetto XVI e Papa Francesco, per ottenere una parola di speranza sui temi della liberazione dei cinque agenti antiterroristi cubani, del blocco e di un riavvicinamento tra i governi USA e di Cuba.

Si è conclusa la emozionante, partecipata e profondamente sentita conferenza,con l'auspicio di continuare queste attività con le istituzioni cubane di ampio e aperto respiro culturale e politico.

 

Un davvero emozionante lungo incontro  di venerdì 15  sera a Roma, con la sempre più viva amicizia e fratellanza con il Presidente Evo Morales e con il cancelliere David Choquehuanca ,ci ha permesso di avere un importante scambio di idee e proposte politico culturali . Abbiamo anche potuto consegnare al Presidente , davvero entusiasta, il libro della sua biografia -tradotto in italiano- "Mi vida", appena pubblicato a cura dell’università Sapienza  di Roma, e una lettera di piena e attiva solidarietà internazionalista a lui e al suo Governo a nome del Capitolo Italiano della Rete in Difesa dell'Umanità, con le firme di adesione di dirigenti del sindacato USB, FSM ,di associazioni e organizzazioni  come CESTES, Nuestra America, Rete dei Comunisti, Radio città aperta, ecc. e professori, intellettuali militanti artisti e movimenti sociali. Il presidente e caro nostro fratello Evo ha espresso grande soddisfazione politica per questa nostra dimostrazione di solidarietà e ci ha ringraziato concordando prossime attività insieme in Italia.

 

La mattina di sabato 16 aprile ,il Presidente dello Stato Plurinazionale della Bolivia Evo Morales , ha tenuto a Roma una conferenza stampa alla quale hanno partecipato vari giornalisti di testate  locali , nazionali e di paesi europei e di America Latina, agenzie di stampa, radio, riviste, televisioni; tra gli altri  erano presenti: il giornale Contropiano on line, Adia  Tv - Brasile , la rivista Nuestra America, Radio città Aperta, il settore informazione e comunicazione del Capitolo Italiano della Rete in Difesa dell'Umanità, Contropiano, rivista della Rete dei Comunisti. Il Presidente Evo rispondendo alle molteplici domande, ha parlato dei tanti temi affrontati nella sua visita al Papa e della piena sintonia di analisi e preoccupazione sui pericoli per  l’umanità determinati dalle guerre tra potenze per il dominio, della delicata situazione in America Latina  che è sotto un gravissimo  attacco economico, mediatico e politico e del tentativo costante di rovesciare i governi progressisti da parte dell'impero e degli interessi delle multinazionali. Rispondendo in particolare alle domande dei giornalisti di Contropiano e di Adia TV il Presidente si è soffermato sulla fondamentale necessità di evidenziare come la finanza speculativa internazionale sia elemento assolutamente di appoggio e consenso ai poteri forti antipopolari, ed anche sottolineando la forte ripresa  delle mobilitazioni sociali di pieno appoggio a lui, al suo Governo contro le operazioni dell’estrema destra e dell’oligarchia, che con ingerenze sempre più pressanti dei potentati internazionali e una campagna  di disinformazione e diffamatoria ha potuto prevalere nel voto referendario per la nuova presentazione nel 2019 della candidatura di Evo a presidente, ma ciò non ha certo mutato i rapporti di forza e il consenso popolare al governo Morales.

Le diverse strutture dell’informazione e comunicazione che operano nel Capitolo Italiano della Rete in Difesa dell'Umanità esprimono piena disponibilità politica a continuare la battaglia di idee contro le campagne di menzogna costruite contro i governi progressisti e rivoluzionari in America Latina e a difesa della corretta informazione che difenda i processi antimperialisti e anticapitalista in atto, esprimendo in maniera militante la assoluta vicinanza e appoggio  al presidente Evo, al suo governo e al popolo boliviano.

 

Il Capitolo Italiano della Rete in Difesa dell'Umanità avrebbe dovuto avere un importante incontro all'ambasciata dell'Ecuador consegnando una lettera di solidarietà politica al presidente Correa contro gli attacchi continui dell’imperialismo e delle oligarchie in una durissima guerra massmediatica, politico economica scatenata contro lui è il suo governo, ma a causa delle tragiche notizie arrivate per le conseguenze del tremendo terremoto che ha colpito il paese, il Presidente Correa e il ministro degli Esteri sono dovuti rientrare immediatamente in patria. Nell'esprimere la nostra completa solidarietà ci rendiamo disponibili a tutti i livelli necessari e per noi possibili.

 

Come avviene ormai da circa 12 anni, quindi fin dall'inizio delle attività della Rete Internazionale in Difesa dell'Umanità, di cui siamo stati tra gli entusiasti fondatori, anche in questi ultimi giorni , abbiamo voluto e saputo organizzare e praticare piena solidarietà internazionalista , nella certezza che la lotta rivoluzionaria di autodeterminazione dei popoli continua e che "la vittoria è inevitabile". HASTA LA VICTORIA, SIEMPRE !!!

 

Per il Capitolo Italiano della Rete in Difesa dell'Umanità, i Coordinatori Rita Martufi e Luciano Vasapollo

 

Di seguito il link della Conferenza Stampa del Presidente Evo Morales

https://youtu.be/rzP4k3_v0ik

 

 

Il 31 marzo, i media europei e dell’America Latina informavano che il governo colombiano avrebbe iniziato i negoziati anche con l’ELN, facendo, poi credere che anche i negoziati con le FARC stessero in fase di conclusione e che, quindi, l’ingarbugliata situazione politica della Colombia, caratterizzata dal conflitto insorgenza/paramilitari/esercito, stava, in pratica, in fase di risoluzione definitiva. Anche la rivista “l’Internazionale”, entrava nella logica del “…Vogliamoci bene, saluti e figli maschi!...” liquidando il contesto colombiano con una frase, poco riflessiva, ma estremamente mediatica, che sottolineava”…questo processo di pace affianca quello quasi terminato con le FARC e potrebbe chiudere la guerra interna che ha causato otto milioni di vittime in cinquanta anni…”.

In realtà, Nicolás Rodríguez, “Gabino”, Comandante dell’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) – l’organizzazione guerrigliera marxista creata da Camillo Torres (1) – aspettava questa risposta dal presidente della Colombia, Juan Manuel Santos (generale dell’esercito ed ex-ministro della Difesa del presidente Uribe), fin dal 2012. Epoca in cui erano in corso i primi contatti tra il governo e le FARC-EP per iniziare, nel 2013, le trattative nella capitale cubana, Avana.

Quindi, la prima domanda che si pone è la seguente: Perché il presidente Santos e il suo “Assessore per la Sicurezza Nazionale”, Sergio Jamarillo Caro, hanno deciso di accogliere, solo nel marzo del 2016, la proposta dell’ELN, che, come le FARC, avevano   proclamato un cessar-il-fuoco unilaterale nel mese di ottobre del 2012?

Innanzitutto, è imperativo ricordare che il “Richelieu della Colombia”, vale a dire Sergio Jamarillo avrebbe suggerito al presidente Santos di accettare la proposta dell’ELN, realizzando i negoziati in tavoli separati. Cioè con le FARC le trattative continuavano  a Cuba, mentre quelle con l’ELN si realizzeranno in Equador.

 Una separazione che risponde a una predisposizione tattica, subdola e maliziosa, che Sergio Jaramillo avrebbe messo in piedi con la speranza di: a) poter creare eventuali contraddizioni tra le due delegazioni dell’insorgenza, impegnate  nelle trattative in locali separati e con una tempistica differente ; b) guadagnare tempo, cercando di protrarre l’agenda dei negoziati con le FARC-EP fino al 2018, anno di nuove elezioni, dove Uribe potrebbe tornare a spadroneggiare nella presidenza della Colombia; c) verificare le intenzioni del successore di Obama, avendo in prospettiva l’incertezza di quello che potrebbe succedere in Venezuela, dove il governo di Maduro - principale sostenitore delle FARC-EP – non ha più la maggioranza in Parlamento. 

 Oggi la prima conclusione è che dopo quasi tre anni di snervanti incontri in Avana con i membri della delegazione colombiana (2), i membri della delegazione delle FARC-EP, con molta pazienza e con un grande senso di realismo politico, sono riusciti a mantenere in piedi i negoziati, dando una concreta continuità a tutte le commissioni predisposte dall’agenda delle trattative, definita nel dicembre del 2012, nonostante i tentativi, da parte di Jamarillo e di Henrique Santos di paralizzare  le trattative oltre a voler tentare di spoliticizzare il processo di negoziazione. 

 

Le trattative con le FARC-EP a che punto stanno?

Per il presidente Juan Manuel Santos, è di fondamentale importanza poter dire alla stampa che i negoziati con le FARC-EP, per la definizione di un “l’Acuerdo General” (Accordo Generale), anche se lentamente, stanno avanzando e che la delegazione delle FARC-EP, gradualmente, starebbe accettando tutte le condizioni del governo.

Un contesto che tutti i giornali e le televisioni, europee e sudamericane – hanno trasmesso massivamente, facendo, appunto credere che, in definitiva, le trattative si stiano concludendo e che prima o poi le FARC-EP firmeranno. Però, i media non dicono se effettivamente le due delegazioni sono arrivate a delineare definitive conclusioni con cui proclamare la fine della guerra.

Il motivo principale di questa “svista editoriale” è una conseguenza del lavoro di manipolazione, realizzato durante gli ultimi dieci anni, in cui quasi tutti i media dicevano che le FARC-EP erano un bando di ex-comunisti che intrattenevano oscure relazioni con il narcotraffico. Alcuni, come Omero Ciai, di Repubblica, accusavano addirittura le FARC-EP di essere parte integrante del narco-traffico.

Per questo “grande  prensa” (la grande stampa) si “dimentica” di dire che il capo della commissione della delegazione delle FARC-EP (3), Rodrigo Gandra, sta negoziando con il governo colombiano la formazione di un’Assemblea Nazionale Costituente, formata da 141 membri. Se lo facesse, tutti riconoscerebbero  i livelli di manipolazione applicati nei confronti delle FARC-EP e del conflitto insorgente colombiano. Inoltre, i media, non si riferiscono alle difficoltà dei negoziati in corso per evitare di riconoscere lo status politico delle FARC-EP.

Infatti, alcune commissioni hanno, finalmente, potuto annunciare l’intesa tra le due parti soltanto su alcuni punti delle trattative. Ciò non significa che l’intesa è stata raggiunta su tutte le altre questioni, come per esempio il disarmo dei contingenti delle FARC-EP, il futuro giuridico dei guerriglieri, la possibilità di trasformare l’oggettività delle FARC-EP in un uno o più partiti, la questione del risarcimento alle vittime e l’argomento più spinoso che riguarda l’amnistia per i 9.443 prigionieri politici e la riforma delle Forze Armate e della Polizia (4) che, in funzione della guerra all’insorgenza, oggi sommano 423.500 uomini in armi.  A questi, poi si aggiungono gli 8.000 mercenari dei gruppi paramilitari delle Autodifese Unite della Colombia -AUC (5) e i 100.000 “agenti civili informatori”, pagati con i fondi segreti del “Plan Colombia-2”, che il presidente Uribe, ribattezzò “Seguridad Democratica”.

Innanzitutto bisogna riconoscere che l’argomento che le trattative hanno affrontato con una relativa facilità è stato il primo, relativo alla “Politica dello Sviluppo Agricolo Integrale (Política de desarrollo agrario integral), in cui resta da definire se i membri delle FARC-EP potranno integrare le proprietà collettive dei “territorios campesinos”, che dovranno occupare otto milioni di ettari, di cui sei destinati  alla produzione di alimenti. Infatti, è necessario ricordare che nell’ambito delle  attività di contro-guerriglia, operate dai battaglioni speciali dell’esercito e poi dai gruppi delle AUC, nel sud e nel sud-est della Colombia è stato realizzato un autentico sfollamento forzato con l’abbandono e distruzione  di 74.900 comunità agricole. Il che corrisponde all’esodo forzato  di quasi due milioni e mezzo di contadini, conosciuti oggi con il nome di “Desplazados o Sien Terra”.

Il secondo punto dedicato alla partecipazione politica, (Participación Política) in principio prevede la formazione di circoscrizioni speciali in cui gli uomini delle FARC-EP possono partecipare alle attività politiche trasformando le FARC-EP in un partito o creandone altri. Definite le caratteristiche generali della partecipazione, la discussione si è poi arenata sulle forme giuridiche che lo stato dovrebbe garantire agli ex- guerriglieri e alla rispettiva rappresentazione politica. Infatti, la Magistratura e alcuni settori del Congresso hanno fatto sapere che la reintegrazione dei guerriglieri nella politica si scontra con le norme dello “Statuto di Roma”, in base alla quale chi è condannato di reati di Lesa Umanità, non può partecipare a nessun tipo di riorganizzazione politica. Visto la Colombia è firmataria di questo Statuto e perché l’ex-presidente Avaro Uribe, subito dopo essere stato eletto nel 2002, fece approvare nel Congresso una legge speciale che dichiarava “fuorilegge” tutti i membri delle FARC-EP e dell’ELN, in pratica nessun guerrigliero potrebbe essere reintegrato, senza una nuova sentenza liberatoria che Procuratore Generale, Alejandro Ordonez – essendo legato all’ex presidente Alvaro Uribe – si nega di firmare.

A questo punto la trattativa si è fermata, anche perché manca il parere della Magistratura sul concetto di reintegrazione e di fine del conflitto. Un argomento che occupa la parte centrale della terza questione, relativa alla “Fine del Conflitto”, (Fin del Conflicto) dove, per il momento, non esistono punti in comune, giacché il governo esige il disarmamento totale e incondizionato dei guerriglieri, che a sua volta dovrebbero accettare sottoporsi a eventuali processi intentati dalla magistratura sulle accuse formulate dalla Polizia o dall’Esercito. E’ evidente che nessun guerrigliero accetterà di scendere dalle montagne per fasi arrestare e marcire in carcere per una decina di anni. Per questo le FARC-EP e i movimenti popolari che appoggiano i negoziati per la pace hanno richiesto un’amnistia da parte del presidente che è stata subito contestata dalla magistratura e dallo stesso Congresso, permettendo all’ex-Presidente Alvaro Uribe di mobilizzare i partiti di destra e di centro-destra per la sua re-elezione nel 2018.

Le FARC-EP sostengono che oltre alle necessarie soluzioni giuridiche per definire l’Accordo Generale è necessario fissare i termini per la ristrutturazione delle Forze Armate. Infatti, il capo della delegazione delle FARC-EP, Ivan Marques, ha più volte ricordato che gli effettivi delle Forze Armate si sono triplicati in funzione della guerra contro l’insorgenza. Quindi, con la fine delle azioni armate da parte dell’insorgenza, anche l’apparato “anti-insurrezionale” dovrebbe  essere smobilizzato o per lo meno ridotto al minimo coefficiente.

Una richiesta che Ivan Marques ha sottolineato, per evitare la ripetizione della triste  esperienza del 1984/85, quando le FARC-EP, dopo aver firmato gli “Accordi dell’Uribe” con il presidente Belisario Betancourt, formarono il partito “Union Patriottica” per partecipare alle  elezioni del 1985. Furono eletti quattordici deputati, decine di sindaci e centinaia di consiglieri comunali che, subito dopo le  elezioni furono “tutti” assassinati dall’esercito e dalla polizia. Secondo le FARC-EP la smilitarizzazione delle FARC-EP deve essere contemporanea con quella dei gruppi paramilitari e la riduzione delle unità speciali di anti-guerriglia.

Invece sulla quarta questione relativa a come alla “fine del problema delle droghe illecite”,  (Solución al problema de las drogas ilícitas), i punti in comune sono molti, visto che il governo e le FARC-EP sono d’accordo nell’implementazione di nuovi processi produttivi che sostituiscono la coltivazione della foglia di coca, del papavero oppiaceo e della marujana.  Le soluzioni alternative contano, fin d’ora con un fondo di 100 milioni di dollari offerti dalla Germania e da altri fondi in preparazione nell’Unione Europea.

Anche sulla quinta questione “Determinare le vittime del conflitto armato”, (Determinar quiénes son víctimas del conflicto armado),  ci sono molti punti in comune, perché il Presidente Santos, nel 2011 fece approvare dal Congresso la legge “Norme sulle Vittime e la Restituzioni delle terre”( Ley de Víctimas y Restitución de Tierras), in cui si prevedeva la creazione di una “Commissione della Verità” che ancora non si sa come dovrebbe operare, visto che le alte  sfere delle Forze Armate e della Polizia hanno fatto sapere che loro non si considerano colpevoli e non permetteranno l’apertura degli archivi segreti.

Un’impunità difficile da giustificare nel 2016, giacché la magistratura colombiana negli ultimi dieci anni ha rilevato 173.183 casi di “omicidio politico”, che mettono in causa l’operato dei battaglioni speciali  di “contro-insurrezione”, dei reparti speciali della Polizia nazionale  e dei gruppi dell’AUC. Quest’ultimi, poi, sono stati dichiarati responsabili di 34.467 sequestri , 1.597 massacri oltre al sequestro e al reclutamento forzato di 3.557 minori.

A complicare ancor più la presunta “estraneità” dei battaglioni speciali  di “contro-insurrezione”, nel 2002, il Tribunale di Bogotá scoprì nei pressi del villaggio La Macarena, una fossa comune con circa 2.018 corpi in decomposizione, tutti orribilmente mutilati e fucilati. Nell’inchiesta del Tribunale si rivela l’esistenza di per lo meno altre 100 fosse comune, di cui la maggior parte sarebbero localizzate nel Dipartimento di Meta, a 200 chilometri dalla capitale, Bogotá.  Un’altra questione che inchioda giuridicamente gli ufficiali e i sottoufficiali dei battaglioni speciali  di “contro-insurrezione è la questione dei “Falsos Positivos”. Vale a dire le centinaia di contadini, sindacalisti o studenti, che dopo essere stati torturati e giustiziati furono vestiti con le uniformi dei guerriglieri delle FARC-EP e presentati alla stampa, che pubblicò a caratteri cubitali le vicende d’immaginari combattimenti sostenuti con quei falsi guerriglieri, ossia i “falsi positivi”.

L’ultimo punto “Meccanismi per legittimare l’Accordo Generale” (Mecanismos de refrendación de los acuerdos) è ancora in fase di dibattito, poiché le FARC-EP propongono che lo stesso sia approvato da una nuova Assemblea Nazionale Costituente formata da 141 membri. Mentre il governo – che non vuole fare a meno di un Congresso ben controllato -  propone un Plebiscito e della revisione della fattibilità degli accordi da parte della Corte Costituzionale. Per cui, dire che il “processo di pace con le FARC sia quasi terminato” è un eufemismo retorico che solo la rivista “l’Internazionale” si può permettere!

 

La questione dei prigionieri politici

 Secondo le ultime informazioni, oggi in Colombia ci sarebbero 9.443 “guerriglieri”, condannati per reati attinenti al conflitto armato.  Però, le fonti legate al movimento sindacale e alla commissione creata dall’ex senatrice Piedad Cordoba Ruiz, sottolineano che 5.567 prigionieri politici, in realtà non sarebbero guerriglieri, ma militanti della sinistra, sindacalisti, difensori dei diritti umani, che sarebbero altrettanti casi di “Falsos Positivos”. Infatti, nei processi realizzati contro questi 5.567 “terroristas” le testimonianze sarebbero state fornite dagli agenti informatori della rete formatasi durante il “Plan Colombia” e poi con “Seguridad Democratica”. Mentre le armi e i documenti che hanno certificato l’appartenenza alla guerriglia delle FARC-EP o dell’ELN sarebbe stati presentati dagli “investigatori” della Polizia e dei nuclei dell’Intelligenza dall’Esercito .

Processi che hanno creato migliaia di “rei” colpevoli di integrare bande armate, realizzare attentati, sequestri e terrorismo in generale. “Rei” che, in realtà, non sarebbero altro che quadri politici dell’opposizione, in gran parte sindacalisti e distaccati capi di villaggio che avevano difeso i contadini dalle angherie dei narcotrafficanti o dai ricatti dei latifondiari. Per questo  furono arrestati dalla polizia o dall’esercito e immancabilmente  torturati, per poi i tribunali condannarli a pesanti pene perché “terroristi delle FARC-EP o dell’ELN”.

A questo proposito, l’ex senatrice Piedad Cordoba Ruiz ha ricordato che nella dinamica delle operazioni anti-guerriglia, l’esercito non raccoglieva i guerriglieri feriti, che  erano subito giustiziati. Invece i guerriglieri che  erano catturati vivi, se non decidevano di collaborare spontaneamente, erano sottoposti a terribili torture dopo di che erano giustiziati per non lasciare le  evidenze delle torture effettuate.

Per questo le FARC-EP e anche l’ELN, ribadiscono che tutti i 9.443 prigionieri politici devono essere liberati attraverso l’istituzione di un’amnistia speciale.

Per dimostrare la propria posizione contraria e influenzare  il Congresso, i gruppi paramilitari hanno effettuato in sette provincie un “Paro Armado” (Blocchi stradali con armi). Nello stesso tempo l’ex-presidente Alvaro Uribe mobilizzava la maggior parte dei parlamentari del partito Conservatore e del “Centro Democratico” per organizzare una serie di manifestazioni nelle principali città della Colombia, contro l’Accordo con le FARC-EP.

In realtà, Uribe - che nel 2006 tentò negoziare prima con le FARC-EP e poi con l’ELN – sta preparando la sua campagna elettorale per le  elezioni presidenziali del 2018, cercando di unificare tutti i gruppi della destra e del centro-destra nel cosiddetto “Centro Democratico”. Per questo l’opposizione all’amnistia per i guerriglieri e gli eventuali indennizzi  sono diventati i cavalli di battaglia della sua  campagna elettorale visto che la Costituzione non permette a  Juan Manuel Santos un  terzo mandato.

 Note:

(1)Nel 1962, Camillo Torres, “el cura rojo” (il prete rosso), organizzò il Fronte Popolare Unito, avvicinando il marxismo alle teorie della Teologia della Liberazione. Nel 1964, partecipò nella fondazione dell’organizzazione marxista ELN (Ejército de Liberación Nacional), ideologicamente molto legato ai concetti rivoluzionari di Che Guevara e con un severo sguardo critico nei confronti dell’URSS. Posizioni ideologiche che alimentarono i conflitti con le FARC-EP di Manuel Marulanda e logicamente con il PCC (il Partito Comunista Colombiano).

(2) Humberto de la Calle, vice-presidente e capo della delegazione, Sergio Jaramillo Caro, successore di Frank Pearl, Luis Carlos Villegas, presidente della Confindustria Colombiana, ANDI, Jorge Enrique Mora e Oscar Naranjo, generali nella riserva dell’Esercito e della Polizia e Henrique Santos, fratello del presidente ed ex-direttore della rivista Tiempo.

(3) Luciano Marín Arango “Ivan Marques” è il capo della delegazione delle FARC-EP composta dai comandanti Seusis Pausivas Hernandez “Jesus Santrich”, Jesús Emilio Carvajalino “Andrés Paris”, Luis Alberto Albán Burbano “Marcos Calarcà, “Pablo Catatumbo”, Tanja Nijmeijer “Alexandra Narinno” e Mauricio Jamarillo “Sargento Pascuas”. Oltre a Rodrigo Granda e Simon Trinidad, attualmente imprigionato negli Stati Uniti.

(4) L’Esercito è cresciuto fino a 235.000 effettivi , la Marina ha 35.500 militari e la Forza Aerea 9.000, totalizzando un effettivo di 280.000 uomini. A questi si devono sommare i 143.500 uomini della Polizia Nazionale. Oggi la Colombia ha un esercito e una struttura di polizia uguale a quella del Brasile che è dieci volte maggior della Colombia.

(5) Nel 1997, i gruppi fascisti (Las Agulhas Negras) e gli anti-comunisti fondano le Autodifese Unite della Colombia –AUC. Il finanziamento degli stipendi per i mercenari - che nel 2002 contano 17.000 uomini - è in grande parte garantito dai clan del narcotraffico e da molte “donazioni ” di multinazionali, industriali e latifondiari. L’armamento è, praticamente garantito dai servizi di intelligenza  dell’esercito, che usano i gruppi delle AUC per fare i “lavori sporchi”, nei territori dove opera la guerriglia, cioè fare i massacri e i sequestri dei civili considerati “amici dei guerriglieri”.

 

12 apr (Prensa Latina) L'Unione delle Nazioni Sud-americane (Unasur) espose oggi la sua preoccupazione per la sicurezza giuridica del Brasile e della regione, davanti alla decisione in questo paese di avanzare nel processo di destituzione della presidentessa Dilma Rousseff. 

 
La Commissione della Camera dei Deputati del Brasile ha deciso ieri di fare questo passo nonostante, secondo l’Unasur, non esista fino al momento una prova che incrimini la mandataria in maniera personale e diretta di aver commesso un delitto. 
 
Questa decisione si trasforma in un motivo di una preoccupazione seria per la sicurezza giuridica del Brasile e della regione, afferma un comunicato dell'entità divulgato questo martedì. 
 
Unasur, composta da 12 paesi della regione sud-americana, ha la sua sede in Ecuador, a 14 chilometri al nord di questa capitale, nel complesso Città alla Metà del Mondo. 
 
La presidentessa può essere solo processata e destituita -revocando il mandato popolare che la scelse - per delitti criminali nei quali si verifichi la sua partecipazione dolosa ed attiva, afferma il comunicato. 
 
Accettare che una mandataria possa essere separata dal suo incarico per supposti errori in atti di carattere amministrativo porterebbe alla pericolosa criminalizzazione dell'esercizio del governo per ragioni di indole semplicemente politiche, conclude. 
 
L'Unasur è stata costituita nel 2008 e l'integrano Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Guyana, Paraguay, Perù, Suriname, Uruguay e Venezuela. 
 
Ig/msm       
   

Dopo il ritorno geostrategico degli Stati Uniti in America Latina, la borghesia imperialista in Brasile usa l’impeachment per determinare la rottura istituzionale, mentre a Cuba Obama parla di “democrazia”.

La visita di Barak Obama ad Avana, ha evidenziato il colpo basso che l’imperialismo statunitense ha voluto mettere a segno contro il governo cubano nell’ambito dei negoziati che dovrebbero disciplinare le relazioni tra i due paesi dopo cinquantatré anni di conflittualità latente. Purtroppo, le principali rivendicazioni storiche (il blocco economico e l’occupazione del territorio di Guantánamo) sono state ”dimenticate” dal presidente degli Stati Uniti, che, invece, ha pronunciato una retorica cantilena sulla democrazia degli Stati Uniti, nel tentativo di imporre a Raul Castro il diktat imperiale alla stessa maniera di come Obama inquadrò il collaborazionista presidente del Peru, Ollanta Humala.

Pere questo i negoziati si presentano sempre più lunghi e difficili, visto che Obama e John Kerry non sono riusciti a smuovere di un solo millimetro le posizioni originali del governo cubano, nonostante i giornalisti statunitensi, accorsi nella capitale cubana, abbino cercato in mille maniere di mettere in difficoltà il presidente Raul Castro con la storia dei prigionieri politici.

 

Una situazione monopolizzata dalla CNN che – seguendo le orientazioni delle eccellenze della Casa Bianca - ha tentato di trasformare la conferenza stampa dei due presidenti in un processo mediatico dove Raul Castro era il personaggio “fuck poor spirited” (vile farabutto N.d.R.) mentre Obama era l’angelo americano piombato in Avana per dare una lezione di democrazia.

La conferma che questi negoziati saranno lunghi e al limite dell’esaustione, è stata data dal professore Luciano Vasapollo in un’intervista a Radio Onda D’Urto (http://www.radiondadurto.org/2016/03/24/la-visita-di-obama-a-cusa-lanalisi-di-luciano-vasapollo)  che in funzione del suo privilegiato link informativo ha riassunto nella suddetta intervista le analisi e i commentari ricevuti da dirigenti del Comitato Centrale del Partito Comunista Cubano, ricercatori di centri studi cubani, membri del governo e di istituzioni importanti della rivoluzione cubana.

Da sottolineare che Luciano Vasapollo, in quanto membro della segreteria nazionale della Rete dei Comunisti e coordinatore con Rita Martufi del capitolo italiano della Rete Internazionale di Intellettuali, Artisti e Movimenti Sociali in difesa dell’Umanità, subito dopo la conferenza stampa di Obama e Raul Castro aveva denunciato  l’assoluto fracasso della manovra semantica introdotta prima da John Kerry e poi finalizzata da Obama davanti ai giornalisti. 

 

Nello stesso tempo, mentre una gran parte degli intellettuali restavano muti dopo lo show mediatico di Obana, Luciano Vasapollo pove l’accento sulla posizione univoca manifestata da tutti i membri della delegazione cubana che, sempre rispettando le regole della diplomazia, hanno rigettato tutti i tentativi di manipolazione che, invece, i membri della delegazione della Casa Bianca hanno usato per circoscrivere le trattative  sulle questioni determinanti: il Blocco Economico e lo smantellamento della base/prigione di Guantànamo.

 

Una messa in scena che, in realtà, non ha minimamente impressionato il popolo cubano, ma che però è servita  a confondere gli elettori statunitensi, facendogli dimenticare, per un instante, le sconfitte militari e diplomatiche che gli USA hanno  sofferto in Medio Oriente, in Africa del Nord e in Europa Asia. Infatti, quasi tutti gli editoriali della stampa statunitense, hanno servilmente  sottoscritto la strategia della Casa Bianca, affermando che  “…i negoziati con Cuba potrebbero rappresentare un qualcosa di positivo per il futuro degli Stati Uniti…”.

 

In pratica, lo staff del National Security Council ha preparato un palinsesto che riecheggia quello di John Kennedy, facendo rivivere  negli elettori statunitensi la sognata democratizzazione di Cuba “Made in USA” e che è di estrema importanza per evitare numerosi settori del Partito Democratico, abbandonino la candidatura di Hillary Clinton, che in questo momento vive una tremenda situazione di insicurezza e di contestazione dentro e fuori del partito.

Le vicende politico-diplomatiche  relazionate con le trattative di Cuba con gli USA, hanno prodotto un’interessante riflessione analitica sul futuro dell’America Latina, elaborata insieme al professore Luciano Vasapollo nell’ambito della preparazione dei testi e delle interviste per il settimo programma di WebTV “Contrappunto Internazionale” e la rispettiva versione in spagnolo “Contrapunto Internacional. Una riflessione che indica, chiaramente, come il ritorno geostrategico degli Stati Uniti in America Latina e in America Centrale non è limitato a un solo paese, bensì a tutto il continente. Per questo, dopo il fallimento delle “Mission” in Afghanistan, Iraq, Siria e Libia, Barak Obama e tutto il suo staff nella Casa Bianca sono ossessionati dalla necessità di tornare a controllare, in tempi brevi, il continente latino-americano per riproporre al mondo intero l’efficienza di un rinnovato potere imperiale che, oggi, vuole mostrare la sua presenza bellicosa, realizzando pericolose interferenze, politiche e mediatiche, in quasi tutti i paesi del continente latino-americano, ad esclusione, per l’appunto di Cuba.

 

Per questo, il nuovo scenario geostrategico che l’imperialismo vuole definire nel continente latino-americano per i prossimi tre anni, si avvale di un’esperienza eversiva che negli ultimi quattordici anni non si è mai fermata, tanto che Martin Almada – l’esiliato politico paraguaiano che ha scoperto una parte degli archivi dell’Operazione Condor, intervistato dal programma Contrappunto affermava “…l’Operazione Condor non si è mai fermata. Può aver rallentato la sua  azione sovversiva,  però non ha mai cessato di esistere dal punto di vista operativo…”.

 

 Un concetto che ci aiuta a capire il perché dei differenti momenti di destabilizzazione registrati in Amarica Latina, che dal 2002 si sono susseguiti fino al 2012.

In particolare: a) 11/04/2002  il colpo di stato in Venezuela;

 b) 24/02/2004: invasione di Haiti da parte dei “marines” e l’espatrio forzato in Africa del Sud del presidente Jean-Bernard Aristide;

c) 02/05/2006: la CIA promuove in Bolivia, la campagna per la secessione della “Mezza Luna”, nei dipartimenti di  Santa Cruz, Beni, Pando e Tarija;

d) 1/03/2008: la CIA, dalla base aereonavale di Manta ( sud-ovest di Equador), coordina l’attacco aereo dell’aviazione colombiana, per bombardare nella provincia di Sucumbias ”l’accampamento diplomatico” delle FARC, dove Raul Reys, con l’appoggio dei paesi dell’ALBA, stava promovendo i contatti  internazionali per iniziare i negoziati di pace;

e) 13/08/ 2006: la CIA organizza in Venezuela la fuga del golpista Carlos Alfonso Ortega Carvajal dal carcere militare Ramo Verde, nello stato di Miranda, facendolo arrivare indenne in Perù, dove il nuovo governo di Alan Garcia subito gli concede l’asilo umanitario;

f) 26/06/2009: Hillary Clinton incarica la CIA di realizzare il colpo di stato in Honduras per deporre il presidente Manuel Zelayas, reo di aver sottoscritto un accordo commerciale con il Venezuela per la fornitura del petrolio a prezzi politici;

g) 6/11/2009: Fallisce il colpo di stato organizzato dalla CIA contro il presidente del Paraguay, Fernando Lugo, reo di aver negato l’istallazione di un comando militare degli USA con 500 “marines” nel dipartimento di Chaco per “proteggere i volontari dell’USAID”;

h) 20/01/2011: L’ambasciatore degli USA in Peru, Rose Mc Carteney Likins inquadra il nuovo presidente, il “nazionalista” Ollanta Humala, per imporre  l’aumento del contingente “straordinario” degli USA  in nove  basi militari del Perù, la manutenzione di tutti gli accordi commerciali e l’autorizzazione della 4° Flotta a usare i porti peruviani come base di appoggio;

i) 28/06/2012: sempre in Paraguay la CIA e le oligarchie del Partito Colorado realizzano un “golpe branco” facendo votare l’impeachment contro il presidente progressista Fernando Lugo.

 

L’agenda dei “progetti eversivi” realizzati dall’imperialismo in America Latina negli ultimi quattordici anni ripropone l’attualità della tesi di Luciano  Vasapollo, Joaquim Arriola e Rita Martufi (in “Il risveglio dei maiali,PIIGS”, Jaca Book 2011) in cui si denunciava l’affermazione di un parallelismo operativo tra l’imperialismo statunitense e quello dell’Unione Europea rappresentato dall’asse franco-tedesco. Un parallelismo che ha messo a punto non solo le nuove strategia di guerra ma, anche le nuove metodologie di conflittualità che permettono all’imperialismo di imporre le condizioni “sine qua non” della competizione globale,  con la quale pretendono rilanciare una nuova fase del Keynesismo bellico e finanziario e, quindi, guadagnare una boccata di ossigeno con cui poter allungare l’agonia del sistema capitalista, soffocato dalla lenta ma tragica crisi sistemica.

 

E’ su questa base che i principali scienziati politici dell’America Latina stanno orientando le proprie analisi, considerandoo che nell’arco degli ultimi sei mesi le eccellenze dell’imperialismo sono riuscite a produrre dei “fatti nuovi” che possono alterare pericolosamente la stabilità del continente latino-americano, visto che, come giustamente Rafael Correa, presidente dell’Equador, “…l’America latina si deve preparare per affrontare e sconfiggere un nuovo Piano Operativo Condor”.  Infatti, l’attenta analisi dei “fatti nuovi che si sono succeduti nel continente dalla fine del 2015 dimostra che:

a) in Venezuela, è in atto una guerra economica per provocare l’implosione del governo rivoluzionario chavista di Nicolas Maduro;

b) In Equador, sono in corso attacchi sovversivi per mettere in difficoltà la Rivoluzione Ciudadana e quindi preparare un forte blocco elettorale con cui sconfiggere Rafael Correea nelle prossime elezioni;

c) in Bolivia, le “antenne della CIA” ha riversato fiumi di dollari per creare una seconda verità nella disputa del referendum riuscendo a non far passare il referendum richiesto da Evo Morales;

d) in Argentina abbiamo assistito ad uno squallido show mediatico in cui la destra, sfruttando gli errori tattici del FRV di Cristina Kikcner è riuscito a eleggere presidente il neo-liberista Maurizio Macri;

e) in Brasile la TV Globo, sta veicolando le stesse tecniche di manipolazione mediatica che il gruppo Clarin ha usato in Argentina per eleggere Macri,  con l’obbiettivo di far passare in Parlamento la votazione dell’impeachmente contro la presidentessa Dilma Roussef.

 

E, “dulcis in fundo” non possiamo dimenticare la sfrontatezza politica e morale di Barak Obama con cui ha affrontato il delicato capitolo storico del regime di dipendenza degli USA, imposto a ferro e fuoco dai governi della “Junta Militar” di Videla, Viola e Gualtieri, e le assurde “relaciones carnais” con gli USA, che il peronista Carlos Menem introdusse in Argentina, provocando la bancarotta del paese, dopo aver venduto a prezzi di banana alle multinazionale statunitensi e  europee tutte le imprese pubbliche argentine. Una situazione, che da parte di Obama, avrebbe meritato un rispettoso silenzio, soprattutto perché il ricordo dei 33.000 desaparecidos e dei dieci milioni di nuovi poveri ,frutto delle privatizzazioni e dei fallimenti nei differenti settori industriali, è ancora vivo in Argentina.

 

Purtroppo, per festeggiare il ritorno della destra in Argentina e il ritorno di questo paese nel “curral” (gallinaio) statunitense, Obama non ha avuto scrupoli, offendendo la memoria degli argentini, vittime del regime militare e poi quella  della demenza di Menem e Cavallo, con la proposta di dimenticare un passato criminale di cui gli Stati Uniti furono il principale inspiratore e beneficiario!

 

Questa agenda di progetti eversivi dimostra la continuità dell’evoluzione geostrategica dell’imperialismo che, oggi, muove contro gli stati sovrani del continente latino-americano nuovi attacchi ricorrendo a una metodologia sempre più sofisticata per realizzare una rottura istituzionale nei paesi con governi progressisti, senza dover arrivare al trogloditico uso delle dittature militari. 

 

Un contesto che, oggi, obbliga i movimenti popolari dell’America Latina a:

1) difendere le libertà costituzionali; 2) sostenere le istituzioni democratiche; 3) proteggere  l’autonomia economica e produttiva; 4) sostenere la sovranità nazionale”.  Argomenti che non promuovono la Rivoluzione proletaria ma che, però i rivoluzionari del continente difendono perché, in questo momento, sono le principali rivendicazioni che il movimento popolare può portare avanti.

 

Un concetto più volte esposto da Attilio Boron - noto scienziato politico argentino, presidente dell’ istituto di ricerca socio-politico argentino, CLACSO – secondo il quale e in linea con Luciano Vasapollo (Contrappunto Internazionale 3 e 4) “…il ritorno geostrategico dell’imperialismo in America Latina si è fatto sentire soprattutto in quei paesi dove l’anti-imperialismo aveva assunto posizioni importanti anche nelle istituzioni. Per questo, la vittoria della destra in Argentina con l’elezione di Maurizio Macri,  è appena una componente regionale dell’attacco che l’imperialismo sta muovendo in tutta America Latina, per fermare l’affermazione del progetto dell’ALBA bolivariana, per contrastare l’intensificazione del processo di integrazione regionale attraverso l’Unasul, la CELAC  e il Mercosul  e per impedire l’affermazione  dei progetti formulati dai BRICS in America Latina, creando una situazione caotica dal punto di vista economico e istituzionale in Brasile…”.

 

Un contesto complicato e difficile che non è capito da un’infima minoranza della sinistra chi nei suoi roboanti articoli comunicati dice Raul Castro si prepara a svendere Cuba, che Lula ha fatto carte false per farsi eleggere presidente, che Dilma è una traditora, che Cristina Kikcner è solo un’incompetente vedova allegre, che Maduro non sa come affrontare l’opposizione e che Evo Morales, dopo aver perso il referendum, si avvia sul cammino del definitivo declino politico etc. etc. Accuse da autentico giornalettismo che evidenziano la mancanza di profonde conoscenze analitiche, programmatiche e perché no anche storiche, sull’evoluzione del contesto geostrategico dell’America Latina, dei suoi conflitti di classe nazionali, delle relazioni conflittuali con l’imperialismo statunitense e del regime di dipendenza imposto dal FMI e dalla Banca Mondiale.  

 

La dinamica interclassista del lulismo  e le speranze del movimento

 

Nella riflessione collettiva realizzata insieme al professore Luciano Vasapollo, nell’ambito del programma Contrappunto Internazionale, risulta evidente che il principale obbiettivo del lulismo riguarda il rafforzamento della centralità dello Stato Federale e della sua capacità di attenuare le differenze sociali, promuovendo forme di assistenza sociale per i settori popolari più carenti (12% della popolazione) e il credito al consumo anche per i settori popolari (carte di credito controllate). In questo modo le grandi riforme strutturali (agraria, del   lavoro, trasporti, edilizia popolare, piccola e media impresa, difesa della natura, etc. etc.) restarono archiviate nel cassetto delle buone intenzioni durante i primi due governi di Lula e così pure in quelli di Dilma.

 

Il riferimento storico al 1964 – l’anno del colpo di stato civico-militare – non è casuale e tantomeno è un titolo retorico per promuovere la difesa del PT o dello stesso ex-presidente Inàzio Lula da Silva, oggi al centro di pesanti manipolazione promosse dalla TV Globo e valorizzate dall’ala politica della Magistratura e dalla poderosa “Policia Federal”. Infatti, la crisi politica brasiliana, che “i Grandi Media” europei datano erroneamente nel 2014, in occasione dei Mondiali di Calcio, in realtà, cominciò alla fine del secondo governo di  Lula, cioè nel 2011, quando il ciclo benefico del “lulismo” e quindi del relativo modello economico, conosciuto per  “desenvolvimentismo programmatico” (nuovo sviluppo programmato), si eclissarono rapidamente, lasciando, in un mare di guai il proprio PT e, soprattutto, il successore di Lula, Dilma Roussef.

 

Prima di entrare nel merito dell’attuale crisi politica, che può sconvolgere il cosiddetto “Ordem e Progresso” del Brasile con una possibile soluzione autoritaria, è necessario ricordare che il modello politico promosso da Lula nel 2003 con il documento “Carta aos Brasileiros” (che in realtà era il compromesso del nuovo governo con  gli impresari), non prevedeva nessun tipo di rottura politica con il mercato e, tantomeno con la struttura politica oligarchica che aveva governato il Brasile fin dai tempi dell’Impero. In poche parole, il lulismo proponeva al capitalismo brasiliano di rafforzare lo stato, riordinando le relazione tra impresa e forza di lavoro occupata, per poi risolvere il problema della povertà assoluta e promuovere l’apertura economica conquistando “politicamente” nuovi mercati, soprattutto in Africa e in America Latina. Un’opportunità per il capitalismo brasiliano liberarsi dalle limitazioni imposte dal mercato statunitense e dall’OMC (WTC - World Trade Organization). 

 

Il lulismo - trasformato da Josè Dirceu, Andrè Singer e Luis Gonzaga Belluzzo in teoria politica - è, in pratica il sinonimo di un pragmatismo politico che, da una parte ripropone in chiave tropicale, alcuni elementi del modello interclassista inventato dalla socialdemocrazia tedesca e da quella olandese, presenti anche  nella formazione della centrale sindacale CUT e poi dello stesso PT. Dall’altra, utilizza numerosi concetti dei sindacati gialli statunitensi, tra cui quello dell’interdipendenza degli interessi tra lavoratori e padroni nei momenti di crisi e della separazione tra rivendicazioni prettamente economiche e quelle di stampo socio-politiche.

 

L’analisi collettiva realizzata  con il professore Luciano Vasapollo sottolineava che gli  elementi formativi sono stati determinanti per definire l’affermazione del pragmatismo lulista nei primi otto anni di governo del PT, anche se poi questo pragmatismo ha dato vita a molteplici e contradditorie  relazioni di collaborazione con le principali componenti della borghesia brasiliana. Infatti, in cambio di una governabilità stabile, Lula e il PT garantivano agli impresari, ai commercianti, ai banchieri e ai latifondisti una pace sociale duratura esercitando un pressante controllo dei movimenti popolari e sindacali. In secondo luogo, il governo trasformava il BNDES (banca pubblica per lo sviluppo) in un’agenzia finanziaria per gli impresari cui offriva generosi prestiti applicando tassi sussidiati per gli investimenti produttivi. Inoltre il BNDES passava a finanziare tutta una serie di programmi di assistenza sociale che nel tempo hanno determinato incalcolabili benefici finanziari e commerciali grazie all’esplosione del consumismo  popolare.  

La grande problematica del lulismo è che sia  Lula e poi Dilma, nelle campagne elettorali hanno sempre promesso al movimento popolare programmi di riforme interessanti dal punto di vista politico. Programmi di governo che proponevano la realizzazione di un concreto programma di riforme strutturali, grazie al quale il PT ha potuto vincere quattro elezioni presidenziali consecutive ed eleggere più di dieci governatori. Il dramma è che né Lula e soprattutto Dilma non hanno realizzato nemmeno il 20% di quei programmi!

A questo punto chi non conosce la storia del PT e non ha vissuto “da dentro” la lotta tra le tendenze per il controllo e la definizione della strategia politica del PT, certamente sale sul podio per accusa Lula e Dilma di tradimento, di revisionismo etc. etc. come se il PT fosse un partito socialista e il lulismo una tendenza comunista. Purtroppo il “non sapere”, gioca brutti scherzi, giacché Lula non ha mai seguito un corso di formazione socialista, il che non vuol dire che abbia un grande rispetto per Cuba e per Fidel Castro!

 

La formazione sindacale di Lula fu fatta nell’ambito dei programmi di formazione che il ministero del lavoro del governo militare realizzò con i sindacati gialli statunitensi. Dopo di che seguì l’ideale interclassista della socialdemocrazia tedesca intrattenendo strette relazioni con i teorici della SPD che, in Germania proponevano una “Grande Coalizione” per entrare nel governo. 

 

Un contesto che è stato sempre molto chiaro nella lotta interna del PT, al punto che più volte è stata sfiorata  la rottura con le grandi tendenze della sinistra del partito (la trotskista Democrazia Socialista, la leninista Forza Socialista, la cattolica progressista Articolazione di Sinistra e il Refazendo di Wladimir Palmeira). Tendenze, che però non sono mai riuscite a rappresentare più del 38% del PT e che solo in momenti particolari (1996/2004)  Democrazia Socialista governò la città di Porto Alegre, mentre Forza Socialista divenne egemone in Belèm, capitale dello stato amazzonico di Parà. Dei più di cinquecento sindaci e dei dieci governatori eletti dal PT, 90% di questi erano legati alle tre tendenze di orientazione  progressista che Lula, unificò nel 1996 nella super-tendenza “Articolazione”, con la quale Lula ha potuto essere l’indiscusso segretario del PT, dominare la centrale sindacale CUT, la federazione dei sindacato dei petrolieri FUP e  tutte le federazioni rappresentanti le associazione dei consumatori e quelle di quartiere. In realtà la tendenza “Articolazione” è sempre stata il vero PT, tanto che poi nel 2003, dopo i primi mesi di governo, Lula e la direzione del PT espulsero i quattro deputati e l’unica senatrice della sinistra, Heloisa Elena, che in seguito crearono il PSOL (Partito per il Socialismo e la Libertà). Un partito di classe che però non ha mai raggiunto il 10% dell’elettorato. 

 

Dire oggi che Dilma è una traditrice degli interessi di classe non ha senso, perché Dilma Rousseff, dopo gli anni di carcere e soprattutto dopo le torture sofferte, ha fatto una severa autocritica sul suo passato guerrigliero, per poi integrarsi interamente nel sistema capitalista e militare nel PDT, il partito di Brizola, la cui referenza politica europea era il laburismo inglese e l’Internazionale Socialista di Mitterrand e Schröder. Fu, quindi in questo partito e non nel PT, che Dilma Roussef iniziò la sua scalata politica, arrivando a essere nominata segretaria per l’energia, nel governo dello stato di Rio Grande do Sul, durante il governo di Collares (PDT) ed essere la prima, in Brasile, a mettere in pratica il social-neoliberismo ed anche ad autorizzare le prime privatizzazioni nel settore dell’energia elettrica!

 

Con questa biografia politica si capisce perché Lula, dopo che i suoi fedeli delfini, Josè Dirceu e Josè Genoino,  furono condannati per lo scandalo del “Mensalao” (compra dei voti dei parlamentari con i fondi delle imprese pubbliche), scelse Dilma Roussef come successore.

 

 Il “desenvolvimentismo” a confronto con la “razza padrona” 

 

I tre elementi centrali e positivi del “desenvolvimentismo lulista” furono: 1) la massificazione dell’assistenza sociale. 2) il rafforzamento dello stato federativo, con cui Lula riuscì a smontare la tesi dello “Stato Minimo” che l’FMI e la Banca Mondiale avevano introdotto in Brasile con il presidente Fernando Henrique Cardoso (PSDB) e  prima di lui con Fernando Collor (PRN), per legittimare lo smantellamento delle imprese pubbliche e la rispettiva privatizzazione – logicamente a prezzi di banana - in favore di multinazionali europee e statunitensi. 3) essere riuscito a impedire la revisione di quelle leggi del lavoro, che i parlamentari della razza padrona non avevano fatto in tempo a rimodellare durante i due governi di Fernando Henrique.

 

D’altra parte Lula sapeva che se avesse ceduto sul fronte del lavoro, poi  il PT avrebbe perso tutte le elezioni, da quella presidenziale alle comunali,  visto che 72% dei suoi elettori erano lavoratori, urbani e rurali. Inoltre il governo Lula stabili che tutti i prodotti dei programmi di assistenza sociale dovevano essere al 100% originari delle industrie brasiliane. In questo modo l’occupazione aumentò e in certi momenti la crescita dell’industria arrivò a toccare un tasso record di 7,2% l’anno.

 

E’ opportuno ricordare che i governi del PT ha conquistato la maggioranza per eleggere presidenti  Lula e poi Dilma, però non ha mai avuto la maggioranza nella Camera dei Deputati e soprattutto nel Senato. Per questo il PT ha dovuto contrarre  un’alleanza ampia che contemplava a sinistra il PCdoB e il PSB, al centro il PMDB e nel centro-destra i piccoli partiti legati alle chiese evangeliche e pentecostali, che, in maggioranza, erano formati da elementi opportunisti che votavano le leggi del governo solo se in cambio ricevevano  innumerevoli favori, soprattutto nelle proprie regioni elettorali.

 

Un’altra importante considerazione elaborata con il professore Luciano Vasapollo riguarda il tema della gestione e della programmazione dello sviluppo che il “desenvolvimentismo” lulista operò una momentanea frattura  con le multinazionali e con quei settori ”internazionalizzati” della borghesia, da sempre favorevoli alla totale apertura con gli Stati Uniti e l’Unione Europea e quindi desiderosi di gettare l’economia del Brasile nelle mani dei conglomerati e dei gruppi transnazionali. Per questo i primi quattro anni del governo Lula si caratterizzarono per una euforia generalizzata, alimentata  dagli alti tassi di sviluppo (dal 5,5% fino al 7,2%) e da una poderosa crescita  dell’industria petrolifera (1 milione di barili il giorno) avvalorata dalle continue scoperte di giacimenti di petrolio e di gas nell’Off-Shore del “Pre Sal” atlantico.

 

Però, nonostante la pace sociale, nonostante lo sfrenato consumismo e nonostante i guadagni che il “desenvolvimentismo” di Lula garantiva, alle banche, ai settori industriali e ai commercianti, in alcuni settori della borghesia e nell’alta classe media covava un grande sentimento di ripulsa nei confronti del lulismo e quindi del PT.

 

Secondo Virginia Fontes – la teorica marxista brasiliana molto vicina al MST – la “…razza padrona, incastellata nei suoi uffici dell’Avenida Paulista, in Sao Paulo, non ha mai smesso di teorizzare la sua ostilità nei confronti  dei nuovi inquilini del Palazzo del  Planalto di Brasilia, cioè Lula e i suoi ministri del PT.  Un’ostilità, che si è immediatamente materializzata dal 2010,  quando risultò evidente la fine del ciclo del “desenvolvimentismo. Motivo per cui il conflitto storico classista, con l’avvicinarsi della crisi  economica  si trasformò in un conflitto permanente nella Camera dei Deputati, nel Senato Federale in Brasilia, nei parlamenti dei venticinque stati ed  anche in quelli delle grandi metropoli, in particolare Sao Paulo, Rio de Janeiro, Porto Alegre, Curitiba e Belo Horizonte….”.

 

L’evoluzione di questo conflitto ha praticamente disarmato l’efficienza e il concetto di “compromesso storico tropicale” idealizzato da Lula, disarmando per completo il PT, il governo e lo stesso presidente Lula e poi la sua successore Dilma Roussef. A questo punto e dal momento in cui ricominciavano le manifestazione  e le proteste per le mancate riforme del movimento popolare, Dilma e il PT non avevano più argomenti validi per interloquire con i vari settori della borghesia, dell’oligarchia politica e quindi con gli industriali perché i settori della borghesia internazionalizzata e vicina  agli USA, scendeva in piazza per denunciare la corruzione del PT appoggiando le indagini della magistratura. 

 

Impeachment per Dilma, rinuncia di Michel Temer e prigione per Lula?

 

Le manifestazioni per l’impeachment nei confronti della presidentessa Dilma Rousseff, che a gennaio avevano agitato alcune metropoli brasiliane, in particolare Sao Paulo,  oggi si sono spostate nella capitale federale, Brasilia. Innanzitutto per evitare lo scontro con le centinaia di migliaia di manifestanti mobilizzati dal Fronte Popolare del Brasile a Sao Paulo e a Rio de Janeiro, e poi per mantenere sotto pressione i deputati e i senatori, che il 15 aprile dovrebbero  votare la richiesta di impeachment, formulata dal presidente della Camera dei Deputati ed ex-alleato del PT, Eduardo Cunha. 

 

Nonostante l’impeachment sia sprovvisto di fondamento giuridico, lo stesso è diventato nozione giuridica in base alla lettura politica di alcuni fatti accaduti durante l’ultimo governo di Lula e il primo di Dilma. Fatti criminosi che però, se effettivamente provati, dovrebbero essere giudicati dai giudici del Tribunale  Superiore Federale (con funzioni equivalenti alla nostra Corte di Cassazione e Corte Costituzionale) e non dai parlamentari.

 

Questa alterazione nella procedura giuridica si deve al fatto che la proposta dell’impeachment è divenuta un “presupposto di ordine giuridico”, quando il gruppo mediatico Globo, della famiglia Marinho, ha cominciato a veicolare, a livello nazionale e in tutti i suoi organi (Agenzia Globo News, TV Globo, Radio Globo, Journal O Globo), articoli, editoriali, reportages e soprattutto testimonianze di parte che anticipavano la colpevolezza della presidentessa Dilma Roussef, dell’ex presidente Lula e logicamente del PT. Una condanna mediatica che presentava Dilma e Lula come gli unici responsabili di un miliardario giro di affari, alimentato dai differenti centri di corruzione, quasi tutti controllati da uomini legati all'opposizione del  PSDB e anche del PMDB. 

 

In realtà la direzione della televisione TV Globo - che con le sue famose “novelas” raggiunge il 72% delle udienze in tutto il Brasile -  seguendo l’esempio delle televisioni del Venezuela e dell’Argentina ha realizzato un autentico golpe mediatico nei confronti del governo di Dilma Roussef, fin dal mese di agosto dell’anno passato, appoggiando la proposta dell’ impeachment. Cosa che il movimento popolare subito denunciò, nella speranza che il governo di Dilma si difendesse assumendo una posizione politica aggressiva e di sinistra, soprattutto nei confronti della TV Globo. Invece,  l’assurdità e il senso anacronistico del governo Dilma e dello stesso Direttorio Nazionale del PT prevalsero nuovamente, con il governo che rinnovava tutti i contratti di pubblicità e di  patrocinio culturale con la TV Globo, nella speranza di ottenere dalla direzione del gruppo Globo un ridimensionamento degli attacchi mediatici sofferti.

 

In realtà, la vittoria della TV Globo e il golpe mediatico realizzato nei confronti del governo  federale e del PT dimostrarono, chiaramente, che la proposta dell’impeachment poteva diventare l’arma fatale che la borghesia internazionalizzata stava ricercando per ribaltare, in primo luogo e in suo favore, la lotta per il potere all’interno delle differenti componenti della borghesia brasiliana. In secondo luogo, la campagna per l’impeachment permetteva alle eccellenze della borghesia internazionalizzata di unificare il potenziale anti-PT  e quindi tentare promuovere l’intervento delle forze armate, anch’esse estremamente divise sul rispetto della legalità e dell’ordine costituzionale. 

 

L’unico neo di questo scenario è rappresentato dall’alleanza che il gruppo Globo e le  eccellenze della borghesia internazionalizzata hanno dovuto contrarre con Eduardo Cunha, una specie di Verdini brasiliano, diventato il “Big Boss” della Camera dei Deputati, grazie agli innumerevoli atti di corruzione, suborno e ricatti, con i quali è riuscito a comprare il voto dei deputati dei piccoli partiti di ambito regionale e di una parte di quelli del PMDB e del PSDB. Infatti, il 3 marzo il Supremo Tribunale Federale condannava Eduardo Cunha Federale per corruzione  passiva e lavaggio di denaro!

 

Una condanna che per le eccellenze della borghesia paulistana, cioè dello stato di Sao Paulo e della sua omonima capitale, (una megalopoli con sedici milioni di abitanti in cui si concentra 38% del parco industriale nazionale), non è determinante per rinunciare al progetto di impeachment. Per questo non hanno avuto dubbi e ricorrendo al machiavellico teorema “il principia giustifica i mezzi”, hanno trasformato l’impeachment di Eduardo Cunha nel manifesto per “…la liberazione dalla dittatura e dalla corruzione del PT !”… 

 

C’è da dire che la richiesta dell’impeachment formulato da Eduardo Cunha nei primi mesi del 2015 è nato da un contesto completamente differente. Infatti, alcuni giornalisti vicini al PT nell’ottobre del 2014 cominciano a pubblicare alcune inchieste che smascheravano il sistema di corruzione che Eduardo Cunha aveva impiantato nello stato di Minas Gerais.  In risposta, Eduardo Cunha, credendosi attaccato direttamente dalla presidentessa, Dilma Rousseff, contrattaccò con la proposta di impeachment contro la presidentessa Dilma!

 

E’ evidente che dietro  questo scenario di cronaca nera c’è pure la smisurata ambizione personale di Eduardo Cunha che  con l’impeachment, sogna di diventare presidente “ad interim”, caso il Parlamento voterà a favore del suo impeachment. Un sogno che potrebbe realizzarsi,  poiché Infatti l’attuale vice-presidente, Michel Temer, lider nazionale del PMDB, venuto a conoscenza della richiesta di impeachment dichiarò che se la presidentessa Dilma sarebbe deposta, anche lui si dimetterà. In questo modo per Eduardo Cunha si aprirebbero le porte del “Palacio do Planalto “, cioè la Presidenza.

 

Apparentemente tutto ciò potrebbe sembrare un gioco di carte marcate elaborato, all’interno del PMDB, da Eduardo Cunha e dal vice-presidente Michel Temer. Invece non è così, poiché Michel Temer, ex-presidente del PMDB  (Partito del Movimento Democratico Brasiliano) sa che se lui assume la presidenza a causa dell’impeachment contro Dilma, il PMDB rischia un serio problema di disgregazione politica con i nutriti gruppi di associazioni regionali di impresari e commercianti che abbraccerebbero  il cammino dell’astensionismo. In secondo luogo, i settori popolari che rappresentano il 40% del partito si frantumerebbero emigrando nel PT e nel PSB. Per questo, Michel Temer ha subito annunciato la sua rinuncia preventiva, per evitare una drammatica spaccatura all’interno del PMDB e quindi impedire che il partito – o quello che resterebbe del PMDB – potesse essere controllato dal gruppo di Eduardo Cunha, notoriamente legato all’ex-presidente Fernando Collor e soprattutto alle poderose chiese evangeliche e sette pentecostali di Rio de Janeiro e Sao Paulo.

 

Un’altra importante riflessione fatta da Luciano Vasapollo sull’annunciata rinuncia di Michel Temer è legata al futuro del PMDB nelle elezioni del 2018. Infatti, se Temer rinuncia nel 2016 alla nomina di presidente non può, poi, ripresentarsi nel 2018 come candidato del PMDB e chiedere agli elettori di essere eletto presidente e chiamare il PT nella coalizione di governo!

 

Per questo abbiamo un nuovo scenario con l’attuale governo di Dilma Roussef, che continuerà immobilizzato dalla destra, nella speranza di poter concludere il mandato. Di conseguenza, nel mese di gennaio a candidatura di Lula era data vincente con un 64% poiché prometteva realizzare (per la terza volta) tutto quello che la destra aveva  impedito che Dilma facesse,  vale a dire le riforme strutturali e un programma di crescita economica sostentata.

Una emozionante promessa ha subito riconquistato le speranze frustrate nella maggioranza degli elettori del movimento popolare. Ciò permetterebbe al PT di governare per altri otto anni, lasciando al PMDB nuovamente l’insignificante incarico di vice –presidente e l’onere politico di dover assecondare le leggi presentate dal PT!

 

E’ evidente che se Michel Temer e la direzione nazionale del PMDB vogliono vincere le elezioni presidenziali del 2018 devono sperare che Dilma Roussef continui governando i prossimi due anni sempre nella difensiva e che  il giudice Sergio Moro della Procuratoria di Curitiba e i giudici Gilmar Mendes e Joaquim Barbosa del Tribunale Supremo Federale continuino a distruggere l’immagine politica di Lula, impedendo la sua candidatura con l’accusa di corruzione.

 

Una situazione che accontenta tutti, dalle eccellenze della Casa Bianca, ai rappresentanti della razza padrona paulistana, senza dimenticare i vari “pastori” delle chiese evangeliche. Però per le elezioni del 2018, non è da escludere la formazione di una nuova coalizione governativa tra  il PMDB e il  PSDB dell’ex-presidente Fernando Henrique Cardoso, da sempre suggerita da Obama per favorire  il ritorno della logica del mercato e del liberismo in Brasile. Un’ipotesi che  la lotta di classe, con scioperi, manifestazioni e scontri violenti con la polizia nelle università, nelle favelas, nelle città e nei campi all’interno agricolo del paese, rompendo l’inadeguata pace sociale del lulismo.

 

E il Colpo di Stato chi lo fa?

 

Tutti sanno che la vittoria dell’Impeachment e la nomina di presidente ad interim di Eduardo Cunha provocherebbe una profonda crisi di rappresentanza politica, in funzione della quale il movimento popolare potrebbe riguadagnare una consistente unità per poi, nel 2018  andare alle elezioni con i necessari cinquantadue milioni di voti per avere un  governo maggioritario senza più l’intermediazione del PMDB e dei piccoli partiti  regionali.

Su questa base che sorge l’interrogazione marxista formulata dall’economista  Luciano Vasapollo: secondo cui “…L’imperialismo permetterà l’affermazione di un governo di sinistra dopo essere riuscito a deporne uno di tendenza più o meno socialdemocratica e che non ha mai messo in discussione l’essenza del capitalismo?”

 

E’ evidente che l’impeachment è il prologo del colpo di stato che la borghesia  imperialista reclama per  “…riportare ordine nel paese”, ma che l’imperialismo sta preparando per introdurre un nuovo ciclo economico. Anche nel 1964 il colpo di stato civico-militare fu preceduto da una turbolenta movimentazione parlamentare provocata prima dalla rinuncia del presidente Janio Quadros e poi da un radicale programma di riforme di sinistra  che il successore, Joao Goulart, pretendeva implementare nel Brasile con l’appoggio del movimento popolare, dei sindacati, delle leghe contadine e logicamente dei partiti di sinistra, primo fra tutti il Partito Comunista. Nel 1964, come oggi l’essenza politica del 1964, il colpo di stato si muove unicamente per riaffermare gli interessi economici dei conglomerati “globalizzati” e per imporre la geo-strategia dell’imperialismo.

 

Il 1 marzo Il Fronte Brasile Popolare e gli altri quattro movimenti hanno pubblicato un manifesto per mobilizzare il popolo brasiliano contro l’impeachment, lanciando, quindi, un appello alla direzione del PT (Partito dei Lavoratori) per ricollocare questo partito nel solco tracciato dal movimento popolare di cui l’obbiettivo centrale è; 1) la realizzazione di un autentico programma di riforme  strutturali; 2) la difesa della democrazia riconquistata dopo ventiquattro anni di dittatura militare; 3) il mantenimento delle conquiste socio-economiche; 4) l’affermazione della sovranità del Brasile.

 

Achille Lollo è corrispondente in Italia del giornale “Brasil De Fato”, articolista internazionale del giornale web “Correio da Cidadania”, Editor dei programmi di WEbTV “Quadrante Informativo” e “Contrappunto Internazionale”. Collabora con  la rivista “Nuestra America”.

 

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