[1 dicembre 2015]
Rafael Correa: «La crescita economica illimitata è indesiderabile e impossibile»

Il presidente della Bolivia, Evo Morales, è intervenuto alla seduta inaugurale della Conferenza delle parti Unfccc di Parigi con una forte denuncia dei fallimenti dei colloqui sul clima degli ultimi e mettendo nuovamente in guardia sul pericolo per il pianeta rappresentato dall’attuale modello di sviluppo e consumo. «Se continuiamo nel cammino tracciato dal capitalismo, siamo condannati a sparire».

Il presidente socialista della Bolivia ha definito la Conferenza di Parigi «storica e unica», ma ha avvertuito che questo «Implica responsabilità verso la vitae la Madre Tierra, la quale si avvicina pericolosamente al crepuscolo del suo ciclo vitale».

Secondo  Morales, «Il sistema capitalista ha scatenato una forza sviluppista e distruttrice in nome della libertà di mercato cado, che ha avuto significative conseguenze sul pianeta. Il capitalismo ha convertito tutto in merce a beneficio di pochi. Non avvertire con chiarezza le cause dell’origine del cambiamento climatico, sarebbe un atto di tradimento della vita e della Madre Tierra. Siamo presenti qui per esprimere le cause del riscaldamento globale a nome dei movimenti sociali del mondo,  per consegnare le conclusioni della conferencia mundial sobre el cambio climático celebrata a Cochabamba, con delegati dei cinque continenti»

Morales ha detto ai delegati della COP21: «Dobbiamo ascoltare i popoli, gli scienziati per salvare la vita. Partecipiamo a questo vertice per esprimere la nostra profonda preoccupazione per i drammatici effetti del cambiamento climatico e consegnare il manifesto che abbiamo chiamato  “Salvar la Madre Tierra para salvar la vida”. Chiediamo la cessazione dell’irreversibile distruzione del pianeta e ricordiamo che il capitalismo ha sviluppato una forza travolgente e distruttiva della vita, ispirato dalla produzione di beni di consumo che distruggono la natura, con guerre e conquiste. Non possiamo mantenere il silenzio complice, né parlare di prudenza quando siamo alla soglia della distruzione della vita. Negli ultimi due secoli il capitalismo ha convertito tutto in merce. Oggi osserviamo con angustia che centinaia di popoli e culture sono scomparsi e altri stanno scomparendo e che milioni di persone muoiono come conseguenza della fame e delle malattie e che la storia del mondo è piena di massacri, sangue, orrore e ingiustizie».

Morales ha concluso: «L’individualismo, il consumismo sono una piaga che condanna l’umanità a sparire».

In una conferenza stampa a margine della COP21 Morales ha detto: «Possiamo parlare di un grado, due o meno di un grado e della responsabilità condivisa,  di finanziamenti, di trasferimenti condivisi, però se non aggrediamo le cause del riscaldamento globale nessuno risolverà il problema del cambiamento climatico, nessuno avrà risolto il problema».

Il presidente boliviano ha ricordato che «Con meno di un grado muoiono migliaia di persone nel mondo e non si trova acqua nei pozzi», per questo «Bisogna attaccare alla radice il problema, che riguarda il sistema capitalista dei Paesi esageratamente industrializzati. La causa del riscaldamento globale è il sistema capitalista. Un sistema che ha distrutto un modello economico e che non ha risolto nessun problema».

Alla COP21 è intervenuto, anche come presidente de la Comunidad de Estados Latinoamericanos y del Caribe,  un altro esponente della sinistra sudamericana, il presidente dell’Ecuador Rafael Correa, che ha ricordato che «La crescita economica illimitata è indesiderabile e impossibile. E’ indesiderabile perché gli aumenti del PIL  per abitante, a partire da un certo limite, non ha relazione con il sentimento di felicità di un popolo, il che è conosciuto come “paradosso di Easterlin”, definito oltre 30 anni fa. Però, soprattutto, la crescita economica illimitata è impossibile. La tecnologia e l’efficienza ampliano i limiti, però on li eliminano. L’effetto consumo domina l’effetto efficienza.  Il consumo de energia è amentato a un tasso medio annuo del 2.5% tra gli anni 1971 e 2012. La domanda non è s possiamo continuare a crescere, ma quando si fermerà la crescitra economica nel mondo: una decisione concertata tra gli abitanti della Terra o la reazione del pianeta che convertirà questo sogno di avidità nel peggiore degli incubi».

Correa ha ripreso il tema delle responsabilità comuni ma differenziate tanto caro al G77 + Cina e ha ricordato che «Un abitante dei paesi ricchi emette 38 volte più CO2 di un abitante dei Paesi poveri. Questo non vuol dire che non ci sono effetti ambientali legati alla povertà come l’erosione dei suoli o la mancanza di trattamento dei rifiuti solidi. Inoltre, la differenza dell’efficienza energetica tra i Paesi ricchi e poveri è abissale e si è incrementata da 4,.2 a 5,1 volte tra il 1971 e il 2011. La scienza e la tecnologia sono  rivali del consumo, di conseguenza, più persone le utilizzino meglio è. Questa è l’idea centrale di quella che in Ecuador abbiamo chiamato l’ecnomia sociale della conoscenza. Al contrario, quando un bene diventa scarso o si distrugge mentre viene consumato, come la natura, è allora che bisogna limitare il suo consumo, per evitare quello che Garret Hardin nel suo celebre articolo del 1968 chiamò “la tragedia dei beni comuni”».

Correa chiede quindi un accordo mondiale che dichiari le tecnologie per la mitigazione del cambiamento climatico “beni pubblici” e che ne garantisca il libero accesso. Chiede invece un accordo vincolante per «evitare il consumo gratuito di beni ambientali. Una risposta è rendere vincolante il  Protocollo di Kioto ed ampliaro per compewnsare le Emissioni nette evitare. Le ENE sono le emissioni che potendo essere realizzate non sono emesse, o le emissioni che, esistendo nell’economia di ogni Paese, vengono ridotte. ENE è il concetto esaustivo richiesto per completare Kioto, perché implica compensazioni per le azioni e le astensioni e ingloba tutte le attività economiche che coinvolgono lo sfruttamento, l’uso e l’approvvigionamento di risorse rinnovabili e non rinnovabili. Questi sono incentivi per evitare flussi di emissioni. Però esiste anche un debito ecologiche deve essere pagato e che, soprattutto, non deve continuare ad aumentare».

il presidente dell’Ecuador ha poi sottolineato che «E’ qui che c’è un’indea fondamentale per qualsiasi dibattito slla sostenibilità e la conservazione nei Paesi poveri: non sarà possibile se non produrrà miglioramenti chiari e diretti nel livello di vita della loro popolazione. Papa Francesco, nella sua recente enciclica Laudato Si, ci ricorda che nei Paesi in via di sviluppo ci sono le più importanti riserve della biosfera  e che con quelle si continua ad alimentare lo sviluppo dei paesi più ricchi».

Per Correa è necessario realizzare la Declaración Universal de los Derechos de la Naturaleza, contenuti nella Costituzione dell’Ecuador e «Il principale diritto universale della natura dovrebbe essere quello che possa continuare a esistere, per essere fonte di vita, però anche perché possa offrire i mezzi necessari perché le nostre società possano raggiungere il buen vivir. Da qui un’altra idea per evitare certi fondamentalismi: l’essere umano non è l’unico importante in natura, però continua ad essere il più importante».

Correa ha concluso sottolineando che «La principale risposta per la lotta contro il cambiamento climatico è, quindi, creare la Corte Internazionale di Giustizia Ambientale, la quale dovrebbe sanzionare gli attentati contro i diritti della ntura e stabilire gli obblighi riguardo al debito ecologico e al consumo dei beni ambentali. Niente giustifica il fatto che abbiamo tribunali per proteggere gli investimenti, per obbligare a pagare debiti finanziari, però non per proteggere la natura e obbligare a pagare i debiti ambientali. Si tratta solo della perversa logica di “privatizzare i benefici e socializzare le perdite”, pero il pianeta non la regge più. Le nostre proposte si possono riassumere in una frease magica: Giustizia ambientale, però, come diceva Trasimaco più di duemila anni fa nel suo dialogo con Socrate, “la giustizia è solo la convenienza del più forte”».

Sbobinamento di Silvia Orri su intervista audio a Radio Onda Urto a Luciano Vasapollo su Elezioni Argentina e ricadute in America Latina e internazionali

http://www.radioondadurto.org/wp-content/uploaps/2015/11/VASAPOLLO-INTERO.mp3

 

Professore, la prima domanda che le faccio è: partiamo ovviamente da questo risultato argentino, un commento sulla vittoria di Macri e la sconfitta di Scioli.

Innanzitutto i dati nelle prime ore dopo lo spoglio fa davano una differenza sostanziale, una vittoria di Maurizio Macri e dell' Alleanza Cambiemos del 54 % e il 46 % invece dei voti a Daniel Scioli. Gli ultimi dati, poco più del 51% al vincitore. Questo ovviamente non cambia le questioni di prospettiva, ha vinto comunque, va riconosciuto, il candidato del centro destra, però il margine è molto più ristretto di quello che anche i giornali italiani e vari siti davano prima dei risultati definitivi. Sicuramente una cosa da sottolineare, sempre con molta oggettività nell'analisi, questo risultato interrompe un filone di 3 vittorie consecutive per il Fronte per la Vittoria, che era partito nel 2003 con Nestor Kirchner alla Casa Rosada e poi Cristina nelle ultime due elezioni. Ovviamente il fatto che non potesse Cristina presentarsi ad una terza elezione ha fatto scegliere un candidato che onestamente, lo dico con molto rispetto di tutti, era estremamente debole.

Sappiamo, perché questa è la prima considerazione, che in America Latina, ci piaccia o meno, la leadership anche personale, l'individuare un leader, ha un'estrema importanza, molto maggiore di quella che può avere in Europa. Consideriamo che anche le democrazie partecipative, quelle a me molto care come la stessa Cuba, la Bolivia di Evo Morales, il Venezuela di Chavez e poi di Maduro, l'Ecuador di Correa, individuano nella leadership e quindi nella persona, nel compagno, nell'uomo che ha carisma e comunque rappresenta quelle che sono le volontà, le dinamiche, le contraddizioni ed i bisogni del suo popolo, estremamente importante.

Qualsiasi cosa che dico oggi non è giustificativa della sconfitta del Kirchnerismo, partiamo comunque dal fatto che c'è una durissima sconfitta del fronte democratico progressista in Argentina che potrà avere delle ricadute non solo in Argentina ma sull'intera America Latina.

Diciamo che ci sono comunque una serie di fattori che dobbiamo poi considerare; in Argentina hanno votato 11 milioni di argentini per il candidato del Fronte per la Vittoria e sicuramente ha ragione Cristina quando dice "ho lasciato un' Argentina in cui si è ridotto notevolmente il peso del debito esterno", ci sono dei risultati estremamente positivi nell'educazione, nella salute pubblica e nell'innovazione e ricerca, quindi anche nella scienza e tecnologia, questo a dimostrazione che il paese di questi ultimi anni, con le sue contraddizioni, ha guardato comunque fortemente al sociale, ha guardato all'economia pubblica ma ha guardato ovviamente anche a quelli che poi erano i dati di questa economia basata sull' indicatore maledetto del PIL. Un dato chiaramente importante, il governo di Cristina ha imposto la nazionalizzazione della grandissima impresa del petrolio , la YPF (Yacimientos Petroliferos Fiscales) e sono sorte una serie di imprese nazionalizzate pubbliche che hanno contribuito secondo me in maniera notevole a quello che poi è stato lo sviluppo dell'Argentina e l' uscita da una crisi tremenda , come quella del 2001 che è un po' la crisi che stanno vivendo i nostri PIGS, cioè l'area mediterranea, Portogallo, Italia, Grecia e Spagna.

 

Le chiedo poi secondo lei cosa dovremmo aspettarci, prima però le cause di questa sconfitta; Innanzitutto se ci troviamo di fronte alla fine del ciclo kirchnerista oppure un po' un annunciato cambio, frutto delle logiche , figlie delle politica dell'alternanza, per intenderci; e quali sono un po' le cause profonde, quindi oltre che la candidatura di una figura come Scioli di cui ci parlava prima, quali sono le altre cause che hanno portato alla fine a questa sconfitta?

Sempre con estrema onestà, perché ovviamente amo profondamente le democrazie partecipative, i processi di transizione socialisti per l'ALBA e ovviamente potrei riportare una posizione estremamente di parte (a parte che essere partigiano ed essere schierati non è assolutamente un male), però voglio essere sincero fino in fondo su alcuni passaggi, vista la vostra gentilezza e attenzione in questa intervista.

Sicuramente conta il candidato, sicuramente conta l'effetto logorante del potere, voglio dire del potere nel senso anche nobile del termine, non intendiamo il potere all'occidentale, il fattore governo, chiamiamolo così, di una società. Pongo sempre un problema, cioè che governare un paese non è assumere il potere del paese. Facciamo un esempio a me molto caro: sono stato in questi mesi ben 5 volte in Venezuela, ma la frequento dai tempi della vittoria di Chavez; lì governa il chavismo, governa Maduro, un governo sicuramente rivoluzionario, ma  che non ha ancora preso il potere. Quando dico che non ha preso il potere, significa che la minoranza, l'oligarchia, i fascisti, i mercenari, l'interesse delle multinazionali, l'interesse dei grandi privati, l'interesse dell' imperialismo economico e militare internazionale non è stato profondamente sconfitto. La stessa cosa potrei dire dell'Argentina, ha fatto dei passi notevoli;  è innegabile ovviamente ciò che si chiama l'era "K" ha portato profondi cambiamenti, ma in effetti i passaggi fondamentali sull'industria privata, sul ruolo di potere da parte delle classi subalterne, sulla democrazia attiva, di base partecipativa, la battaglia fino in fondo contro le multinazionali e di rottura con quelli che sono i dettami dell'economia capitalista fino in fondo, non ci sono stati. Il candidato Scioli secondo me ha pressato il fianco per due motivi: uno perché non era la Kirchner, e questo è il patto di una leardership fortemente rappresentativa che sul suo popolo incide, e poi stiamo parlando del 51% e 49% quindi basta spostare un 1,5% ed avrebbe vinto ovviamente il candidato Kirchnerista peronista (quando dico peronista chiaramente faccio riferimento al peronismo democratico, di sinistra ecc.). Però Scioli ha fatto una campagna elettorale veramente contraddittoria , cioè da una parte ha voluto dare peso a quelle che erano le politiche sociali e verso i poveri sulle orme di Cristina, dall'altra parte si è aperto moltissimo all'appoggio delle imprese private, ha fatto l'occhiolino alle multinazionali ed a nuove alleanze in America Latina; questo alla fine scontenta perché l’elettore moderato di sinistra si sente poco rappresentato rispetto a quelle che possono essere misure per agganciare un capitalismo dell’etica individualista del profitto, che per quanto possa essere democratico e sociale, non deve cambiare gli equilibri e non deve avvicinarsi troppo a Cuba ed al Venezuela, all'ALBA; dall'altra parte, invece, chi porta avanti l'ipotesi di cambiamento, non per forza rivoluzionario, ma di cambiamento radicale, comincia a sospettare sulla continuità di queste politiche. D'altra parte Maurizio Macri ha rappresentato una rottura, una discontinuità; ricordiamo che è stato sindaco della capitale argentina, di Buenos Aires, e la sua coalizione vince considerevolmente in questa area vince per un mandato addirittura di 4 anni, il primo ballottaggio nella storia dell'Argentina ed il governo uscente di Cristina non ne esce completamente sconfitto ma c'è comunque un cambio radicale conservatore.

Riguardo a questo punto lei ha ragione , c'è un cambio d'epoca, perché il fatto che Macri, dopo la sua vittoria, dica: "Ho messo fine a 12 anni di peronismo, kirchenista e di sinistra", significa dire agli argentini "guardate cambiamo pagina complessivamente da quello che è accaduto dal 2003/2007 con Nestor e poi con Cristina dal 2007/2015".

Che cosa può promettere il capo conservatore? E' ovvio che per tenersi buona la parte dei disperati, o comunque dei miserabili o dei poveri, nel suo primo discorso dice che metterà tutta la sua energia per costruire "l'Argentina che sogniamo".questo è il sogno sempre argentino e latinoamericano, e dov'è su cui punta? Sulla fame zero ma in particolare sul programma di povertà zero. Macri fa anche un piccola apertura, ma ovviamente è contraddittoria, dicendo: "Mi rivolgo ai fratelli dell'America Latina, vogliamo avere buone relazioni con tutti, vogliamo lavorare con tutti", poi però aggiunge: "Rottura quasi totale con il Venezuela di Maduro e piena apertura e schieramento per migliori rapporti con gli Stati Uniti". Questo non è un caso, è il doppio gioco degli Stati Uniti, quel doppio gioco che aveva visto fino ad ora da una parte una trattativa, una negoziazione (non normalizzazione) dei rapporti con Cuba. Qualche settimana fa c'è stato di nuovo il voto dell'ONU contro il blocco, i paesi dell'ONU hanno votato compatti con 187 voti a favore di Cuba e contro il blocco, questa volta senza nessun astenuto. Chi vota per proseguire il blocco è Israele e gli Stati Uniti, e ancora una volta che con il potere di veto fanno sì che il blocco non venga ancora assolutamente toccato; però la vergogna di 50 del blocco e di relazioni poco convenienti, anche per gli industriali e comunque per l'immagine degli Stati Uniti, si cerca di moderarlo con Obama attraverso questa negoziazione. Dall'altra parte però gli Stati Uniti hanno inasprito una guerra tremenda, militare, con i mercenari e con i paramilitari alla frontiera del Venezuela con la Colombia, con il ruolo dei narcotrafficanti alla frontiera a cui ormai non conviene quasi più commerciare la cocaina in quanto fanno dei guadagni molto più larghi con la commercializzazione di prodotti venezuelani, cioè questi ultimi vengono praticamente rubati al governo venezuelano e portati in Colombia, dopodiché vengono riesportati in Venezuela però dollarizzati portando il cambio bolivar/dollaro, ufficialmente al 6.30, con il cambio al nero che sta intorno ormai ai 750.

Questa è la guerra economica che si rafforza con la guerra imperiale massmediatica e psicologica. Si parla di oltre 120/130 volte, mettendo chiaramente in seria difficoltà il popolo del Venezuela che ovviamente deve comprare oggetti di prima necessità al mercato nero con il dollaro in queste condizioni. Poi è facile accollare queste disfunzioni, questa crisi, a Maduro.

Ricordiamo che il 6 di dicembre ci sono le elezioni in Venezuela, a grande rischio perché oltre alla guerra militare, la guerra finanziario-economica ha anche l'aspetto di una guerra psicologica e di una guerra massmediatica. Questo è estremamente importante perché una vittoria di questa opposizione fascistoide filoimperialista potrebbe creare dei seri problemi al Venezuela che si ritroverebbe con un Governo rivoluzionario come quello di Maduro e invece un Parlamento in mano al centro-destra che se, disgraziatamente, dovesse vincere bloccherebbe tutte le leggi a favore del sociale e contro le ingerenze imperialiste.

Faccio questo passaggio perché la guerra massmediatica ha giocato un ruolo fondamentale anche in questa elezione. E il ruolo anche degli Stati Uniti e dell'opposizione mercenaria venezuelana si è fatta sentire. Pensate che nella sede, ieri sera, di Cambiemos a Buenos Aires c'era Lilian Tintori che è la moglie di Leopoldo López quello che viene chiamato uno dei maggiori oppositori del Venezuela, che è attualmente in carcere, e invece è il fascista che ha guidato direttamente le rivolte anti Maduro in questi anni, provocando nell'ultima fase ben 43 morti. Il Governo indipendente e la sovranità della Magistratura venezuelana gli infligge una condanna giusta secondo me assai lieve, 13 anni per concorso morale per 43 morti (e la Magistratura dovrà verificare se il concorso è solo morale, perché lui era nella piazza). Dopodiché se ne fa una vittima della democrazia dicendo che non deve stare in carcere, sono state aperte delle campagne anche da parte del Pd qui in Italia su questo.

Il Fronte per la Vittoria del presidente, di Cristina, ha dovuto naturalmente congratularsi democraticamente con Macri, dicendo che comunque rispetteranno, ovviamente, la volontà del popolo. Anche se questa notte ci sono state, vivaddio ne sono contento, una serie di manifestazioni da parte dei peronisti di sinistra da parte di tanti compagni dei movimenti sociali e sindacali e del Fronte per la Vittoria contro questa elezione di Mauricio Macri, perché si dovrà vedere se, è reale questo piccolo margine così basso, ci sono state anche delle frodi elettorali.

 Chi è Macri? Perché dobbiamo dirlo. È di origine italiana, non tutti sanno che suo padre è stato un grande industriale, lui è un industriale, e il nonno, per chi ha una memoria un po' lunga, i capelli bianchi come me, è stato uno dei maggiori leader nelle elezioni del dopoguerra, di quella coalizione fascista che si chiamava Uomo Qualunque e che cercava di coprire i fascisti che erano stati messi dalla Costituzione fuori legge. E la lista dell'Uomo Qualunque era quanto di più fascista e reazionario si presentò in quegli anni in Italia contro il Fronte Democratico e contro il Fronte Socialista e Comunista. Questo non significa che ognuno si deve portare le colpe del nonno o del padre, però lui rivendica le sue origini calabresi... vi sta parlando un calabrese, per cui quando io dico le origini calabresi non intendo del popolo contadino pulito e democratico della Calabria, ma in Calabria sapete ci sono anche evidenti e forti infiltrazioni mafiose della 'ndrangheta, ecc.. E quindi, voglio dire, bisognerebbe stare attenti anche a questo.Voi sapete che gli elettori italiani in Argentina sono moltissimi perché c'è stata una grande emigrazione italiana e spesso gli italiani rappresentano, purtroppo, anche interessi economici criminali che interessano anche borghesia e nuova borghesia di rendita in Argentina. E a volte, con molta onestà anche qui, il popolo dell'Argentina, anche quello dei lavoratori, da queste campagne massmediatiche, da chi ha in mano fortemente la comunicazione è, ovviamente, assolutamente, condizionato.

Qualcosa, se vuole, anche sul perché si chiude il ciclo...

 

Sì sì, il perché si chiude il ciclo credo lo abbiamo capito da diversi punti di vista: ingerenza degli Usa, la situazione contingente argentina... Io allargherei proprio il campo all'intero continente professore. Questo risultato, sul fronte generale del processo progressista in America Latina, questa sconfitta secondo lei è un segnale preoccupante,  oppure lo ritiene ancora circoscritto alla specificità della situazione argentina?

Essendo profondamente marxista, coerentemente schierato con i paesi dell'Alba, completamente di parte, potrei sottovalutare questo risultato in maniera ipocrita, dicendo è un passaggio congiunturale, è momentanea, è il 51% , 52% che vuole che sia?

No. Da marxista, da critico dell'economia capitalistica quale io sono, bisogna guardare un pochettino al di là del proprio naso. Questa vittoria pone comunque l'Argentina, uno dei colossi dell'America Latina insieme al Brasile, in una condizione di essere governato da un polo conservatore molto vicino agli Stati Uniti e sicuramente nemico dell'Alba e dei paesi progressisti dell'America Latina e di questa grande stagione di rivoluzioni democratiche, di rottura, che si sono verificate a partire dalla vittoria di Chávez, dal 1998 fino ad oggi in America Latina, contro ovviamente la resistenza eroica del popolo e del Governo cubano. Per cui, in assoluta sincerità, Macri, che è un neoliberista nel senso radicale del termine, è un fautore dei programmi marcatamente di austerità, di quelle stesse che stiamo conoscendo anche con la Troika qui in Europa e quindi con il ruolo dell'Ue, del Fmi e della Commissione Europea. Macri rilancia quelle politiche che per lunghi anni sono state sviluppate dall'altra Troika, la Banca Mondiale, Fmi e Usa in America Latina, cioè il “giardino di casa” degli Stati Uniti, che oggi contava principalmente su Perù, Colombia e Cile e oggi può contare su un colosso come quello dell'Argentina.

Per cui che vuole che le dica? Sono non solo dispiaciuto politicamente, ma sono preoccupato di questo risultato estremamente negativo, secondo me, per il popolo dell'Argentina e per il polo progressista in America Latina. È un ko del peronismo, anche se del 51%. E dove avviene questo? E questo mi preoccupa più di ogni altra cosa, che avviene nel cuore economico dell’Argentina, cioè nella provincia di Buenos Aires dove è nato e si è sviluppato il cosiddetto Macrismo. La sorpresa di questa tornata elettorale potrebbe essere ancora più dura. Ci sono cinque i distretti chiave, produttivi ed economici del paese che potrebbero finire nelle mani del Macrismo  più duro ed economicamente spregiudicato oltre a Buenos Aires, si parla di Mendoza, Cordoba, Santa Fe, dove il governo del kirchnerismo, anche regionale, rischia di scomparire e questo significherebbe una sconfitta ancor più dura per il polo democratico progressivo. In questo momento storico si ha la necessità di ricercare una nuova leadership non solo personale, ma si tratta di perseguire una scelta definitiva su politiche progressiste e di classe, andando così a comprendere quali siano i reali interessi del popolo, dei lavoratori e dei disoccupati argentini lasciando fuori i politicismi. Questi dodici anni hanno avuto molte luci con la famiglia Kirchner tra cui molti successi nell’ambito della giustizia, basti pensare alla cattura e reclusione dei generali colpevoli dell’assassinio contro i cosiddetti Desaparecidos, un vero e proprio massacro di comunisti durante l’atroce dittatura.

Quindi è vero, va riconosciuto il dramma perché reale, così come va riconosciuto il miglioramento delle condizioni di vita, della sanità e dell’istruzione. La contraddizione più grande è stata quella di non aver saputo controllare gli alti prezzi delle materie prime, soprattutto di quelle agricole che sono quelle che poi sfamano il popolo; una recessione di quattro anni che ovviamente non si può imputare solamente al governo della Kirchner, che ha risentito drasticamente della crisi sistemica del capitale internazionale; ma si deve anche al ruolo svolto dalla Banca Mondiale che ha portato le riserve ai minimi, facilitando così il ruolo delle multinazionali agricole del paese.

Dico questo perché questa spiacevole sopresa della vittoria di Macri può peggiorare ulteriormente le condizioni degli altri paesi progressisti e rivoluzionari dell’America Latina; come ad esempio Ecuador e Venezuela. Proprio quest’ultimo paese rivoluzionario è un grande esportatore di petrolio ma dipende dalle importazioni di prodotti agricoli; quindi lasciando la produzione e distribuzione commerciale dei prodotti dell’agricoltura completamente in mano alle multinazionali la situazione non può far altro che peggiorare. Per non parlare poi di come in questo modo si faciliterà l’inserimento dell’imperialismo statunitense, come anche di quello europeo che potrebbe vedere nell’Argentina un territorio favorevole per il proprio mercato e per le proprie esportazioni; in più, terrei conto anche della variabile cinese che punta fortemente sull’America Latina ed un conto è puntare su delle relazioni distensive con il paese, un conto è puntare su una relazione con l’Argentina dei conservatori.

Se lei a freddo mi chiede che incidenza questa vittoria può avere tutto questo sui paesi dell’America Latina io sinceramente le dico che si avranno ripercussioni pesanti, che mi auguro vengano controllate e frenate. Deve essere rafforzata l’alleanza dell’ALBA come anche quella con i paesi BRICS che oggi sono un forte elemento di contraddizione. Gli squilibri internazionali provocati dal conflitto tra Stati Uniti e Europa, tra area del dollaro e area dell’Euro, le pressioni degli Stati Uniti sul Venezuela ed i progetti destabilizzanti in Ecuador e Bolivia sono preoccupanti, e risultano ancor peggio se si relazionano al ruolo geopolitico e geo-economico dell’Argentina.

 

In conclusione professore le faccio un’ultima domanda: In che ruolo dovranno giocare i partiti politici in questo progetto rivoluzionario; e che ruolo dovranno invece avere i movimenti sociali in questo stesso processo per riuscire ad arginare in qualche modo questa preoccupante deriva?

Io penso che i partiti, in particolare il Fronte della Vittoria, abbiano bisogno di una nuova leadership politica ancor più di sinistra, che sia orientata a risolvere i problemi sociali dando quindi concretezza allo schieramento progressista democratico, mantenendo rapporti di inimicizia con il polo imperialista degli Stati Uniti e consolidando invece oltre ai rapporti con Alba, rapporti con i BRICS, di cooperazione e complementarietà  e non di “sfruttamento” dell’Argentina attraverso alleanze con Macri. E penso anche che, un ruolo fondamentale lo debbano svolgere i movimenti sociali ancor più dei partiti politici, quei movimenti di quartiere che si muovono localmente ma in una prospettiva ampia. Il vero tessuto del conflitto argentino penso che passi prima di tutto tra i movimenti sociali, anche se non politicizzati in termini di adesioni allo schieramento storico ufficiale dei partiti, ma una unità di lotta tra i soggetti del lavoro e del lavoro negato, disoccupati e poveri. Bisogna quindi rafforzare i movimenti di classe perché è da lì che parte la reale opposizione, è da lì che si rivendicano i bisogni reali e si creano contraddizioni al Macrismo, che risulta essere più indirizzato agli interessi statunitensi che a quelli del popolo argentino.

Lo squilibrio di genere della popolazione globale esiste a causa delle discriminazioni nei confronti delle donne

Sulla base degli ultimi dati dell'ONU (United Nations. DESA.World Population Prospects, the 2015 Revisions), in questo momento sulla terra ci sono più uomini che donne: per ogni 100 donne ci sono, infatti, 101,8 uomini (in totale: 3,64 miliardi di donne contro 3,7 miliardi di uomini). Si stima che la popolazione mondiale sia diventata a maggioranza maschile a partire dal 1962. Da allora il divario di genere (a svantaggio del sesso femminile) si è sempre più allargato. Nel 2013 gli uomini superavano le donne di 58 milioni. Il fatto che ci siano più maschi che femmine è il risultato di vari fattori, di cui il principale è la discriminazione contro le donne.Tenuto conto che la maggior parte dei Paesi del mondo ha più donne che uomini (se non altro per il fatto che, in genere, le donne vivono più a lungo degli uomini), lo squilibrio mondiale di genere esiste soprattutto a causa di due Paesi e delle loro politiche "eugenetiche": la Cina e l'India, due regioni molto popolose, dove sono diffusi gli aborti selettivi e l'infanticidio delle neonate. La Cina ha quasi 50 milioni di uomini in più rispetto alle donne e l'India 43 milioni.

Tuttavia, uomini e donne sono diversamente distribuiti nelle diverse parti del mondo. Nei Paesi Europei, ma soprattutto in quelli dell'ex Unione Sovietica, per esempio, ci sono molte più donne che uomini (Paesi superati soltanto da una piccola isola "francese" delle Antille, la Martinica, dove ci sono 84,5 uomini su 100 donne). Al contrario, il numero più alto di uomini in rapporto a quello delle donne lo si trova negli Emirati Arabi Uniti, in Paesi densamente popolati come India e Cina, e nel Western Sahara(Nord Africa). Negli USA, la divisione della popolazione in base al sesso è quasi paritaria, con un leggero squilibrio a favore delle donne (98,3 uomini ogni 100 donne). Questo dato è più o meno stabile dal 1950. Le quattro grandi economie emergenti che fanno parte dei BRIC si dividono in tre gruppi. Cina e India hanno un forte squilibrio verso gli uomini, la Russia verso le donne, mentre Brasile e Sud Africa sono nel mezzo. A rilevare tutte queste informazioni è una mappa elaborata dal "Pew Research Center" (gender ratios in 2015) sulla base dei dati ONU 2015


Immagine 1: "Dove le donne superano in numero gli uomini, e dove no" (uomini ogni 100 donne)

Ma perché negli ex Paesi sovietici ci sono più donne che uomini? Nell'ampio territorio, conosciuto come ex URSS, la popolazione è prevalentemente femminile da almeno la Seconda Guerra Mondiale, e cioè da quando molti uomini sovietici morirono in battaglia o lasciarono l'Unione Sovietica per andare a combattere altrove (quasi il 15% della popolazione maschile in età riproduttiva perse la vita durante le guerra). Ad esempio, nella Russia sovietica, nel 1950, c'erano 76,6 uomini ogni 100 donne, mentre nel 1959, quasi quindici anni dopo la fine della Grande Guerra Patriottica, erano rimasti solo 81,9 uomini ogni 100 donne. La distanza era ancora più ampia in altri Paesi dell'ex URSS coinvolti direttamente nella guerra come, ad esempio, in Ucraina, dove c'erano 79,7 uomini ogni 100 donne. Quel rapporto sbilanciato era andato, tuttavia, nei decenni successivi, equilibrandosi costantemente (attestandosi, per esempio, nella Russia di Gorbachev a 88,4 uomini ogni 100 donne), per poi mostrare dalla dissoluzione dell'URSS un'inversione di tendenza. Negli anni '90, comuni indicatori demografici dei Paesi transizionali dell'ex URSS, a seguito del passaggio dall'economia pianificata a quella di mercato, erano stati l'alta mortalità degli adulti maschi e la brusca caduta della speranza di vita sia per uomini che per donne (nella nuova Russia indipendente,fra il 1991 e il 1994, l'aspettativa di vita media era scesa di sei anni per gli uomini e di tre per le donne).
Oggi (dato 2015), il gender ratio (uomini ogni 100 donne) nella Federazione Russa è di 86,8 uomini ogni 100 donne. Anche in altri ex Paesi sovietici si registrano rapporti di genere simili: in Lettonia (84,8), Ucraina (86,3), Armenia (86,5), Bielorussia (86,8), Lituania (85,3) ed Estonia (88,0).


Immagine 2: "Più donne che uomini nell'ex URSS" (uomini ogni 100 donne)


Immagine 3: "Ex Paesi Sovietici: numero di uomini ogni 100 donne"

La maggior parte di questi Stati ha bassi tassi di fertilità rispetto alla media globale. Questo fattore è causa nel tempo di uno squilibrio di genere della popolazione, poiché gli anziani hanno maggiori probabilità di essere di sesso femminile, mentre i giovani di essere di sesso maschile (tendenza, peraltro, riscontrabile anche a livello globale


Immagine 4: "Le persone più giovani sono maschi, le più vecchie sono femmine" (dato espresso in milioni)

In più, i giovani maschi adulti hanno un tasso insolitamente alto di mortalità, e la speranza di vita maschile è più breve rispetto a quella femminile.
Ecco perché Lituania, Lettonia, Kazakistan, Bielorussia, Russia, Estonia e Ucraina sono fra i Paesi al mondo con una più elevata popolazione femminile e con il maggior divario nell'aspettativa di vita fra uomini e donne. Un esempio per tutti: in Bielorussia ci sono 86,8 uomini ogni 100 donne; quest'ultime hanno un'aspettativa di vita di 77,0 anni, mentre gli uomini - di 65,3 anni, con una differenza di 11,7 anni (Immagini 3 e 5).


Immagine 5: "Le donne sopravvivono agli uomini nell'ex URSS" (gap nell'aspettativa di vita - espresso in anni)

Molti uomini perdono la propria vita per incidenti dovuti al tasso eccessivo di alcol, suicidi e malattie. Com'è noto, il consumo di vodka, soprattutto da parte dei giovani, è stato a lungo un problema nell'ex Unione Sovietica, ed è ancora oggi una delle principali cause di morti precoci. Solo la Siria, dove da quattro anni è in corso una guerra devastante, supera, per tutt'altre ragioni, i Paesi ex sovietici, con un life-expectancy gap di ben 12,3 anni (maschi: 64,0; femmine: 76,3). In conclusione, gli ex Paesi sovietici occupano 7 dei dieci posti con la più alta quota di donne tra i 126 Paesi del mondo mappati con più donne che uomini.
Nei Paesi sviluppati dell'Europa occidentale, il rapporto tra popolazione femminile e maschile è più equilibrato (rispetto all'Est europeo), anche se le donne sono quasi sempre in numero maggiore rispetto agli uomini. Nel nostro Paese (Italia), ci sono 94,6 uomini ogni 100 donne, un dato vicino a quello rilevato in Francia (94,8) e comparabile a quello di Germania, Grecia e Serbia. Qui il fattore che gioca a favore del genere femminile è la speranza di vita media solitamente più alta nelle donne che negli uomini. In generale, in questi Paesi, il divario di genere si è nel tempo ridotto in gran parte a causa di stili di vita e condizioni tra uomini e donne sempre più simili. Gli unici Paesi europei dove sono presenti (seppure in numero statisticamente irrilevante) più uomini che donne sono Islanda, Norvegia e Lussemburgo).
In Cina e India ci sono più uomini che donne. Questi due Paesi sono noti per le loro pratiche di "femminicidio infantile". In Cina, ci sono attualmente 106,3 uomini ogni 100 donne; in India - 107,6 uomini ogni 100 donne. Le politiche di riduzione della natalità di questi Paesi ha fatto sì che le prime rappresentanti dell'eugenetica per fini economici (oltre che demografici) fossero le madri: le figlie femmine sono un costo (dote), un peso (se non si sposano), non sono adatte per il lavoro pesante (campi, miniere, ecc.) e non tramandano il cognome e i beni di famiglia. Ecografie, amniocentesi e altri esami servono a quelle popolazioni per stabilire il destino di un feto: se è femmina, verrà sacrificata. Le autorità cinesi stanno ora provando a ridurre il divario numerico fra uomini e donne inasprendo le pene per gli aborti selettivi (quelli che si basano sul sesso del feto) e istituendo bonus per i genitori delle bambine nelle zone rurali del Paese.
Chiudiamo con i Paesi del Medio Oriente (Arabia Saudita, Oman, Qatar ed Emirati Arabi Uniti), dove la sproporzione tra uomini e donne, a sfavore di quest'ultime, è assai sensibile. Il Qatar è abitato, ad esempio, da 265,5 uomini ogni 100 donne, mentre gli Emirati Arabi Uniti - da 274 uomini ogni 100 donne (quasi tre volte di più - Immagine 1).

In quest'ultimo Paese (e in altri Stati limitrofi), sono arrivati negli ultimi anni molti lavoratori stranieri maschi (soprattutto dall'Asia meridionale), che sono stati impiegati nelle industrie e a cui non è stato consentito di portare con sé la propria famiglia. Infine, proprio in Medio Oriente - dove le donne sono pesantemente sottoposte al controllo comunitario e ai divieti religiosi - si evidenziano ben 6 Paesi con il maggior divario di genere tra i 69 Paesi del mondo mappati con più uomini che donne.

ll viceministro delle Relazioni Estere di Cuba, Abelardo Moreno, ha considerato da Bruxelles che la situazione in Venezuela è "la più sensibile" che devono affrontare i paesi dell’Unione Europea e della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (CELAC) nel Vertice del 10 e 11 giugno.

il viceministro delle Relazioni Estere di Cuba, Abelardo Moreno, ha considerato da Bruxelles che la situazione in Venezuela è "la più sensibile" che devono affrontare i paesi dell’Unione Europea e della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (CELAC) nel Vertice del 10 e 11 giugno.

"Con la UE, il tema più sensibile gira attorno alla situazione del Venezuela, ha detto Moreno a un piccolo gruppo di giornalisti nella capitale del Belgio, dove si realizzerà la riunione.

“I paesi della CELAC abbiamo una chiara visione a propositi di quel che sta succedendo in Venezuela, abbiamo respinto l’ordine esecutivo del governo degli USA contro il Venezuela e consideriamo che dev’essere cancellato”, ha spiegato il vice ministro.

“Questa posizione apparentemente la UE non la condivide e quindi in questo momento le due regioni stiamo sviluppando un processo di negoziato”, ha aggiunto, ed ha indicato che ci sono altri aspetti contenziosi tra i membri della CELAC e la UE, relazionati con il cambio climatico e il disarmo nucleare.

“Ci isono punti di frizione che stiamo cercando di limare tra oggi e domani, per cercare durante il Vertice d’avere testi puliti che possano essere approvati dai capi di Stato e di Governo”.

Moreno ha spiegato che nel Vertice si approverà una dichiarazione politica breve, la detta Dichiarazione di Bruxelles più voluminosa, con la posizione delle due regioni sui principali temi d’interesse comuni e un piano d’azione con le attività concrete che si realizzeranno in questo Vertice e nel seguente che si terrà in America Latina nel 2017.

( Frammento/ Traduzione GM - Granma Int.)

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