10 GENNAIO 2014

 Per  un nuovo modello di cooperazione e sviluppo solidale e complementare

Intervista al prof.  Vasapollo

In questa sostanziosa e  incalzante intervista discutiamo con il Professor  Luciano Vasapollo[1] dell' "Alianza Bolivariana Para los Pueblos de Nuestra America": un processo d'integrazione regionale tra paesi che stanno attuando diverse vie al socialismo in America  Latina. Quando, nel 2004,  i governi di Cuba e Venezuela danno vita all'ALBA identificano i problemi dell'area con i modelli di sviluppo imposti dall'imperialismo, con l'attività economica delle grandi imprese multinazionali e transnazionali ed in particolare con le riforme strutturali neoliberiste imposte negli anni del Consenso di Washington. Come vedremo nell'intervista, l'Alternativa Bolivariana non rompe solamente con i precedenti modelli d'integrazione regionale di matrice keynesiana o neoliberista, bensì propone un modello altro di relazioni economiche internazionali  anticapitaliste, in cui la solidarietà rimpiazza la competizione e in cui il fine ultimo è promuovere la socializzazione dei modelli produttivi. A oggi fanno parte del processo, oltre  a Cuba e Venezuela, Bolivia, Nicaragua, Ecuador, San Vincent y Las Granadinas, Antigua y Barbados e Dominica.

Iniziamo da quelle che sono le radici storiche e politiche dell'ALBA. Nel 1989 il tonfo per il crollo del muro di Berlino rimbombò  anche sull'America Latina.  Si passò da un mondo bipolare ad uno in cui gli USA restavano come unica potenza mondiale  e  l'economia di mercato l'unico modello da seguire. Molti paesi del  cosiddetto Terzo Mondo, che s'ispiravano all'Unione Sovietica come modello socialista in contrapposizione al capitalismo, furono obbligati ad abbracciare il sistema neoliberale, a tutti noto come globalizzazione.  In questi anni, a livello internazionale,  il governo cubano consolida il cammino socialista facendosi esempio e punto di riferimento dell’antimperialismo e della resistenza al modello neoliberista. All'interno della società cubana, infine , si apre un processo   molto partecipato di perfezionamento e attualizzazione della pianificazione nel mantenimento e rafforzamento di quello che può definirsi socialismo possibile,  in cui una parziale apertura al mercato senza l’accettazione delle leggi del profitto -  e quindi senza rinunciare al socialismo - diventa necessaria per garantire la sostenibilità coerente della rivoluzione cubana.

Negli anni 90 e fino alla  metà del primo decennio duemila, viaggiatori occidentali in Latinoamerica, e anche giornalsiti o turisti, potevano vedere le stazioni televisive locali dei vari Paesi e se accedevano al servizio internazionale con antenna parabolica (per esempio negli alberghi) potevano vedere altre reti, molte statunitensi e pure una selezione di programmi tv italiani su "Rai International". Ma a farla da padrona, in fatto di notizie e cronache del continente latinoamericano dal Messico e Centroamerica e Caraibi e poi lungo tutto il cono sur del contimnente, era la "Cnn en espanol". Sì, proprio la filiazione diretta della celebre e più nota Cnn di Atlanta, Stati Uniti. Con l'edizione in lingua spagnola della Cnn, gli Usa potevano diffondere " le loro versioni" sui fatti nazionali e internazionali a decine di milioni di telespettatori latinoamericani. Anche perchè sin dagli anni  80 gli Usa avevao stretto "allenaze politiche e di libero commercio" (Alca) con molte delle oligarchie governanti loro strette alleate. Ma erano altri tempi  per la dominazione e i forti interessi Usa in Latinoamerica . Questo facile e  comodo servizio informativo è durato fino al 2005 perchè nel luglio di quell'anno ha iniziato a trasmettere "Telesur", anch'essa emittente internazionale in tutto il continente latinoamericano e ancora più potente in quanto il suo segnale raggiunge anche l'Europa e il NordAfrica. Telesur si è ben presto imposta come emittente leader in tutta l'Americalatina anche perchè le notizie non provenivano più esclusivamente da fonti di "yankees o gringos",ma dagli stessi Paesi centro e sudamericani tra l'altro in rapida e diffusa fase di cambiamenti politici orientati a sinistra.  

La politica economica mondiale è un mosaico di correnti che si incrociano: decadenza nazionale e arricchimento delle élites, nuove risorse per grandi profitti e disincanto politico sempre più profondo, standard di vita in declino per molti e lusso per pochi, perdite militari da una parte e recuperi imperialisti dall’altra. Ci sono rivendicazioni di una unipolare, multipolare ma anche non polare configurazione del potere mondiale. Dove, quando, in che misura e sotto quali contingenze tali rivendicazioni possono risultare valide?

Profitti e perdite vanno e vengono – ma parliamo di chi ne trae beneficio: coloro che creano i problemi sono gli stessi che ne raccolgono i frutti, e le loro vittime non hanno voce in capitolo. L’economia dell’inganno e lo stato criminale prosperano cercando di distruggere la cultura e l’alfabetizzazione. Il giornalismo investigativo e i reportage di spionaggio sono ormai di gran moda. Il mondo del potere è fuori controllo: come esso sta per declinare, i poteri principali dichiarano il loro “O le nostre regole, o la rovina di tutti!”

 

Configurazioni globali del potere

Il potere è una relazione tra classi, Stati, e istituzioni militari ed ideologiche. Ogni configurazione del potere è contingente alle guerre del passato e del presente, e riflette correlazioni mutevoli di forze. Le strutture e le risorse fisiche, come la concentrazione di benessere, le armi e i media questionano molto;  essi definiscono il quadro in cui i detentori di potere principali sono incorporati. Ma le strategie per conservare o conquistare il potere dipendono dalla garanzia delle alleanze, dall’impegno nelle guerre e dalle negoziazioni di pace. Ma soprattutto, il potere mondiale dipende dalla forza delle fondazioni nazionali. Ciò richiede un’economia produttiva dinamica, uno stato indipendente libero da coinvolgimenti stranieri pregiudizievoli e una classe dirigente in grado di sfruttare risorse globali per acquistare il consenso interno della maggioranza.

Per esaminare la posizione degli Stati Uniti nella configurazione mondiale del potere è necessario analizzare il suo cambiamento economico e le sue relazioni politiche su due livelli: per regione e per sfera di potere. La storia non si muove secondo un modello lineare o secondo cicli ricorrenti: sconfitte militari e politiche in alcune regioni possono essere accompagnate da vittorie significative in altre. Il declino economico in alcune sfere e in alcuni paesi possono essere compensate da forti progressi in altri settori economici e regioni.

In ultima analisi, la questione non è ottenere una “buona pagella”, aggiungere vittorie o sottrarre perdite, ma tradurre i risultati regionali e settoriali nella comprensione delle strutture emergenti della configurazione del potere globale. Cominceremo esaminando il risultato di guerre recenti sulla potenza economica, militare e sulla politica globale degli Stati Uniti.

 

Sostenere l'impero USA: Sconfitte, Ritirata, Avanzamenti e Vittorie

La visione dominante fra le maggior parte degli analisti critici è che nello scorso decennio l’impero statunitense abbia sofferto una serie di sconfitte militari, vissuto un declino economico, e che al momento si trovi ad affrontare una forte concorrenza e la prospettiva di ulteriori perdite militari. L’evidenza è impressionante: gli Stati Uniti hanno dovuto ritirare le truppe dall'Iraq, dopo un’occupazione militare decennale estremamente costosa, lasciando in atto un regime più strettamente legato all’Iran, avversario regionale degli Stati Uniti. La guerra in Iraq impoverì l'economia, privò le società americane della ricchezza petrolifera, aumentò pesantemente i deficit commerciali e di bilancio di Washington e ridusse il tenore di vita dei cittadini degli Stati Uniti. La guerra in Afghanistan ha portato a un risultato simile, con costi elevati nella politica estera, ritiro militare, Stati clienti fragili, malcontento nazionale e trasferimenti a breve o medio termine di ricchezza (saccheggio imperiale) al Tesoro degli Stati Uniti o a società private. La guerra libica ha portato alla distruzione totale di un'economia moderna e petrolifera in Nord Africa, alla totale dissoluzione dello Stato e della società civile, e all'emergere di armate tribali e milizie fondamentaliste in opposizione ai regimi clientelari statunitensi ed europei nell’Africa del Nord, subsahariana e anche oltre. Invece di continuare a trarre profitto dai redditizi accordi sul petrolio e sul gas instaurati col conciliante regime di Gheddafi, Washington si mosse per un “cambiamento di regime”, impegnandosi in una guerra che rovinò la Libia e distrusse ogni possibile governo centrale.

L'attuale "guerra sostitutiva" siriana ha rafforzato i signori della guerra islamici, ha distrutto l'economia di Damasco e aggiunto una massiccia pressione di profughi che si vanno ad aggiungere ai milioni delle guerre in Iraq e in Libia. Le guerre imperialiste degli Stati Uniti hanno provocato perdite economiche, instabilità politica e regionale, e guadagni militari per gli avversari islamici.

L'America Latina ha respinto in modo schiacciante gli sforzi degli Stati Uniti per rovesciare il governo venezuelano. Il mondo intero - tranne Israele e Washington - respinge il blocco di Cuba. Le organizzazioni d'integrazione regionale, che escludono gli Stati Uniti, si sono moltiplicate. Le azioni commerciali degli Stati Uniti sono diminuite, in quanto l’Asia sta ormai sostituendo gli USA nel mercato latino-americano.

In Asia, la Cina approfondisce ed estende i suoi legami economici con tutti i paesi chiave, mentre il “fulcro” degli Stati Uniti risiede nell’accerchiamento di basi militari in Giappone, in Australia e nelle Filippine. In altre parole, la Cina è più importante degli Stati Uniti per l'espansione economica asiatica, e il finanziamento cinese degli squilibri commerciali degli Stati Uniti sorregge l'economia americana.

In Africa, le operazioni di comando militare statunitense promuovono principalmente conflitti armati e portano ad una maggiore instabilità. Nel frattempo i capitalisti asiatici, profondamente impegnati nei paesi africani strategici, stanno raccogliendo i benefici del boom delle materie prime, dell’espansione dei mercati e del deflusso dei profitti.

L’esposizione della rete di spionaggio globale della National Security Agency statunitense ha seriamente minato l’intelligence globale e le operazioni clandestine. Se da una parte possono aver aiutato le privilegiate società private, i massicci investimenti statunitensi nel cyber-imperialismo sembrano aver generato tornaconti diplomatici e operativi negativi per lo Stato imperialista.

In sintesi, la panoramica globale attuale dipinge un quadro di gravi sconfitte militari e diplomatiche nelle politiche imperialiste, di perdite sostanziali per il Tesoro statunitense e di erosione del sostegno pubblico. Nondimeno tale prospettiva ha gravi carenze, in particolare per quanto riguarda i rapporti con gli altri paesi, le relazioni internazionali e i settori di attività economica. Ma le strutture fondamentali dell’ “impero” rimangono intatte.

La NATO, la più grande alleanza militare, guidata dal Pentagono statunitense, sta aumentando il numero delle adesioni e sta accrescendo il proprio settore di attività. Gli Stati baltici, in particolare l'Estonia, sono il luogo di grandi esercitazioni militari, che si tengono a pochi minuti dalle principali città russe. L’Europa centrale e orientale fornisce basi missilistiche che mirano alla Russia. Fino a poco tempo fa, l'Ucraina si era mossa verso l'adesione all'Unione europea ed era a un passo dall’aderire alla NATO.

La Trans-Pacific Partnership guidata dagli Usa ha ampliato l'adesione tra i paesi andini, Cile, Perù e Colombia. Essa funge da trampolino di lancio per indebolire blocchi commerciali regionali come il MERCOSUR e l’ALBA, che escludono Washington. Nel frattempo, la CIA, il Dipartimento di Stato e le loro ONG sono impegnati in un sabotaggio economico a tutto campo e ad una campagna politica di destabilizzazione per indebolire il governo nazionalista del Venezuela. I banchieri e i capitalisti sostenuti dagli USA hanno lavorato per sabotare l'economia, provocando inflazione (50%), carenza di elementi essenziali di consumo e cadute di potere. Il loro controllo su gran parte dei mass media del Venezuela ha permesso loro di sfruttare il malcontento popolare incolpando della crisi economica l’ “inefficienza” del governo.

Nel complesso, l'offensiva degli Stati Uniti in America Latina si è concentrata su un colpo di Stato militare in Honduras, nel continuo sabotaggio economico in Venezuela, in campagne elettorali e mediatiche in Argentina, in una guerra informatica in Brasile, e nello sviluppo di una più stretta collaborazione con i regimi neo-liberisti conformi eletti di recente in Messico, Colombia, Cile, Panama, Guatemala e Repubblica Dominicana. Sebbene Washington abbia perso influenza in America Latina durante il primo decennio del 21° secolo, ha anche parzialmente recuperato i suoi clienti e partner.

Il recupero relativo di influenza degli Stati Uniti illustra il fatto che i “cambiamenti di regime” e un calo della quota di mercato, non hanno diminuito i legami finanziari e societari che collegano anche i paesi progressisti ai potenti interessi degli Stati Uniti. La continua presenza di potenti alleati politici, anche quelli “fuori dal governo” - fornisce un trampolino per riconquistare l’influenza degli Stati Uniti. Politiche nazionaliste e nuovi progetti di integrazione regionale rimangono vulnerabili ai contrattacchi degli Stati Uniti.

Se gli Stati Uniti hanno perduto la loro influenza su alcuni Stati produttori di petrolio, è tuttavia diminuita la loro dipendenza dalle importazioni di petrolio e di gas grazie ad un notevole aumento della produzione di energia domestica e ad altre tecnologie estrattive intense. Una maggiore autosufficienza locale significa minori costi energetici per i produttori nazionali, e aumento della loro competitività nei mercati mondiali, con la possibilità per gli Stati Uniti di riguadagnare quote di mercato per le sue esportazioni.

L’apparente declino dell’influenza imperialista degli Stati Uniti nel mondo arabo a seguito delle rivolte popolari della cosiddetta “primavera araba” è stato bloccato e sembra essere stato invertito. Il colpo di Stato militare in Egitto e l’installazione e consolidamento della dittatura militare al Cairo ha soppresso le mobilitazioni di massa nazional-popolari. L’Egitto è tornato nell’orbita Usa-Israele. In Algeria, Marocco e Tunisia i vecchi e nuovi governanti stanno reprimendo qualsiasi protesta anti-imperialista. In Libia, la forza aerea USA-NATO ha distrutto il regime nazional-popolare di  Gheddafi, eliminando un modello di welfare alternativo al saccheggio neo-coloniale, ma finora non è riuscito a consolidare un regime clientelare neo-liberalista a Tripoli. Invece bande armate rivali islamiste, monarchiche e gruppi etnici teppisti saccheggiano e devastano il paese. Distruggere un regime anti-imperialista non ha prodotto uno stato clientelare pro-imperialista.

In Medio Oriente Israele continua a privare i Palestinesi della loro terra e dell’acqua. Gli Stati Uniti continuano la loro escalation di manovre militari e continuano ad imporre sempre di più sanzioni economiche contro l'Iran – indebolendo Teheran ma anche diminuendo la ricchezza e l’influenza degli Usa a causa della perdita del redditizio mercato iraniano. Allo stesso modo in Siria, gli USA e i loro alleati della NATO hanno distrutto l'economia locale e la sua complessa società, ma nonostante ciò non saranno loro a trarne giovamento. Mercenari islamici hanno acquisito le basi delle operazioni mentre Hezbollah ha consolidato la sua posizione come un significativo attore regionale. I negoziati in corso con l'Iran hanno aperto agli Stati Uniti la possibilità di tagliare le perdite e di ridurre la minaccia regionale di una nuova costosa guerra, ma questi colloqui sono stati bloccati da un “alleanza” fra il governo sionista-militarista di Israele, quello monarchico dell’Arabia Saudita e quello “socialista” in Francia.

Washington ha perso influenza economica in Asia con la Cina, ma sta installando una controffensiva regionale sulla base della sua rete di basi militari in Giappone, Filippine e Australia. Sta quindi promuovendo un nuovo accordo economico Pan-Pacifico che esclude la Cina. Tutto ciò dimostra la capacità di intervento statunitense e l’abilità nel gestire gli interessi imperialisti. Tuttavia annunciare nuove politiche e forme di organizzazione non significa anche trovare nuovi contenuti. L’accerchiamento militare della Cina da parte di Washington è controbilanciato dal debito multimiliardario del Tesoro statunitense verso Pechino. Un aggressivo accerchiamento militare statunitense della Cina potrebbe tradursi in una massiccia svendita cinese dei titoli del Tesoro USA, e cinquecento multinazionali leader negli Stati Uniti potrebbero ritrovare i propri investimenti in pericolo!

La condivisione del potere tra una potenza globale emergente, come la Cina, e gli Stati Uniti, non può essere “negoziata” attraverso la superiorità militare statunitense. Minacce e cavilli diplomatici conducono a mere vittorie propagandistiche, ma solo avanzamenti economici a lungo termine potrebbero creare, come col Cavallo di Troia, il bisogno nazionale di erodere la crescita dinamica della Cina. Ancora oggi, le élites cinesi spendono somme ingenti per educare i loro figli in “prestigiose” università statunitensi e britanniche, dove vengono insegnate le dottrine economiche del libero mercato e imperialiste. Negli ultimi dieci anni, i leader politici cinesi e le aziende più ricche hanno inviato decine di miliardi di dollari in fondi leciti e illeciti su conti bancari all'estero, investendo nel settore immobiliare in Nord America e in Europa, e spedendo miliardi in paradisi fiscali. Oggi, vi è un potente fazione di economisti e consulenti finanziari dell'élite cinese che spinge per una maggiore “liberalizzazione finanziaria”, per esempio tramite la penetrazione delle case di speculazione di Wall Street e della City of London. Mentre le industrie cinesi possono essere vincenti nella competizione per i mercati esteri, gli Stati Uniti hanno guadagnato e stanno guadagnando potenti punti di forza sulla struttura finanziaria della Cina.

La quota del commercio latino-americana degli Stati Uniti può essere in declino ma il valore assoluto del dollaro nel commercio è cresciuto più volte nell’ultimo decennio. Gli Stati Uniti possono aver perso clienti nei regimi di destra dell’America Latina, ma i nuovi regimi di centro-sinistra stanno attivamente collaborando con la maggior parte delle importanti compagnie minerarie e agro-business degli Stati Uniti e Canadesi, e con le case di commercio delle materie prime.

Il Pentagono non è stato in grado di progettare colpi di stato militari, tranne la patetica eccezione dell’Honduras, ma conserva ancora i suoi stretti rapporti di lavoro con l’esercito latino-americano in vari modi: 1) la sua polizia regionale che gestisce “terrorismo”, “narcotici” e “migrazione”; 2) formazione tecnica e indottrinamento politico attraverso i programmi “educativi” militari d'oltremare e 3) impegno in esercitazioni militari congiunte.

In sintesi, le strutture dell'impero statunitense, aziendale, finanziaria, militare e politico-culturale, rimangono tutte pronte a riconquistare una posizione dominante se e quando dovessero sorgere opportunità politiche affinché ciò avvenga. Per esempio, un forte calo dei prezzi delle materie prime potrebbe probabilmente provocare una profonda crisi e intensificare i conflitti di classe tra i regimi di centro-sinistra, che dipendono dalle esportazioni agro-minerarie per il finanziamento dei loro programmi sociali. In ogni conseguente scontro, gli Stati Uniti lavorerebbero con e attraverso i  propri agenti scelti tra l'élite economica e militare per spodestare il regime in carica e re-imporre compiacenti Stati clientelari neo-liberisti.

La fase corrente di politiche post-neo-liberiste e di configurazione del potere è vulnerabile. Il relativo “declino dell’influenza e del potere statunitensi” può essere invertito, anche senza tornare alla sua precedente configurazione. Sul piano teorico finché le strutture imperialiste rimangono in piedi e i loro collaboratori all'estero mantengono posizioni strategiche, gli Stati Uniti possono ristabilire il loro primato nella configurazione mondiale del potere.

La recessione dell’imperialismo non ha bisogno delle “stesse vecchie facce”. Le nuove figure politiche, soprattutto quelle dal carattere progressista e con deboli sfumature di una ideologia “di inclusione sociale”, stanno già giocando un ruolo importante nelle nuove reti commerciali imperialista-centriche. Il neo-eletto Presidente “socialista” Michelle Bachelet in Cile, e il Presidente peruviano ex nazionalista Ollanta Humala sono i principali fautori della Partnership Trans-Pacifica di Washington, un blocco commerciale in competizione con quelli nazionalisti del MERCOSUR e dell’ALBA, e che esclude la Cina. In Messico, il Presidente Enrique Peña Nieto, cliente degli Stati Uniti, sta privatizzando il “gioiello” dell’economia messicana, la PEMEX, la gigantesca compagnia pubblica petrolifera - rafforzando la presa di Washington sulle risorse energetiche regionali, e aumentando l'indipendenza degli Stati Uniti dal petrolio del Medio Oriente. Il Presidente colombiano Santos, il “Presidente della pace”, sta negoziando attivamente per porre fine alla guerriglia così da ampliare lo sfruttamento multinazionale di risorse minerarie ed energetiche situate proprio nelle zone di guerriglia, prospettiva di cui per prime beneficeranno le compagnie petrolifere statunitensi. In Argentina, la compagnia statale petrolifera Yacimientos Petroliferos Fiscales (YPF) ha firmato un accordo con il gigante petrolifero Chevron, per sfruttare l’enorme giacimento di gas e petrolio conosciuto con il nome di Vaca Muerte (Mucca Morta). Ciò espanderà la presenza statunitense in Argentina per quanto riguarda la produzione energetica, accanto alle grandi incursioni fatte da Monsanto nel potente settore dell’agro-business.

Non ci sono dubbi che l’America Latina abbia diversificato i suoi commerci e che il capitale degli Stati Uniti sia relativamente diminuito. I governanti dell'America Latina non cercano più avidamente una “certificazione” da parte degli ambasciatori degli Stati Uniti prima di annunciare la propria candidatura politica. Gli Usa sono totalmente soli nel portare avanti il loro boicottaggio verso Cuba. L'Organizzazione degli Stati americani non è più il paradiso degli Stati Uniti. Ma ci sono controtendenze, che si riflettono in nuovi patti come il TPP. Nuovi siti di sfruttamento economico, non controllati unicamente dagli Usa, ora servono come trampolino di lancio per una maggiore potenza imperialista.

 

Conclusioni

L'economia degli Stati Uniti è stagnante, e non è riuscita a ri-guadagnare slancio a causa della sua ricerca di guerre imperialiste “seriali”. Ma in Medio Oriente, il declino degli Stati Uniti, rispetto al passato, non è stato accompagnato dall’ascesa dei suoi vecchi rivali. L'Europa è in profonda crisi, con un vasto numero di disoccupati, crescita negativa cronica, e pochi segnali di ripresa nel futuro prossimo. Persino la Cina, la nuova potenza globale emergente, sta rallentando con la sua crescita scesa da oltre l'11% al 7% nel decennio in corso. Pechino deve affrontare un crescente malcontento interno. L’India, come la Cina, sta liberalizzando i suoi sistemi finanziari, aprendoli alla penetrazione e all’influenza dal capitale finanziario statunitense.

Le principali forze anti-imperialiste in Asia e in Africa non sono composte da movimenti progressisti, profani, democratici e socialisti. Al contrario, l’impero si trova di fronte movimenti religiosi, etnici, misogini e autoritari, con tendenze irredentiste. Le vecchie voci laiche e socialiste hanno perso l'orientamento, e forniscono «giustificazioni» perverse per le guerre imperialiste di aggressione in Libia, Mali e Siria. I socialisti francesi, che si erano opposti alla guerra in Iraq nel 2003, ora vedono il loro presidente Francoise Hollande scimmiottare il brutale militarismo del signore della guerra israeliano, Netanyahu.

Il punto è che la tesi del “declino dell’impero statunitense” e del suo corollario, e “le crisi degli Usa”, sono sopravvalutate, limitate nel tempo e mancano di specificità. In realtà non ci sono alternative imperialiste, o moderne tendenze anti-imperialiste nell’immediato orizzonte. Se è vero che il capitalismo occidentale è in crisi, la recente ascesa del capitalismo asiatico della Cina e dell’India affronta una crisi diversa, risultante dal loro selvaggio sfruttamento di classe e dalle omicide relazioni di casta. Se le condizioni oggettive sono di “maturazione per il socialismo”, i socialisti – almeno quelli che mantengono una presenza politica - sono comodamente integrati con i rispettivi regimi imperialisti. I Marxisti e i Socialisti in Egitto, si sono uniti con i militari per rovesciare l’eletto regime islamista conservatore, portando al restauro del clientelismo imperialista al Cairo. I “Marxisti francesi ed inglesi” hanno supportato la NATO nella distruzione della Libia e della Siria. Numerosi Stati “progressisti” e “socialisti”, in Europa e in Nord America, sostengono i signori della guerra di Israele e/o rimangono in silenzio di fronte al potere sionista nazionale nei rami esecutivi e legislativi.

Se l'imperialismo è in declino, è però questo il presente anti-imperialismo. Se il capitalismo è in crisi, gli anti-capitalisti esistenti sono in ritirata. Se i capitalisti cercano nuovi volti e ideologi per far rivivere le loro fortune, non è forse questo il momento in cui gli anti-imperialisti e gli anti-capitalisti stanno facendo altrettanto?

Traduzione Viviana Vasapollo

Relazione dell'Osservatorio Elettorale sulle Elezioni Generali in Honduras del 24 novembre 2013

Fondazione “Juan Bosch”

Tegucigalpa, Honduras, 27 novembre 2013

 Introduzione

 In occasione delle elezioni generali in Honduras, per la votazione del Presidente della Repubblica, di 128 deputati del Congresso e dei rappresentanti municipali, la Fondazione “Juan Bosch”, invitata dal Partito Libertad y Refundación (Libre) come osservatore internazionale, realizza questa relazione per lasciare traccia di tutte le fasi del processo elettorale a cui abbiamo assistito dal 21 al 28 novembre del 2013.

Abbiamo ricevuto l'invito da diversi settori della vita nazionale honduregna che avevano l'interesse che il processo elettorale avvenisse in un contesto di totale trasparenza e legalità, in modo che il risultato finale fosse l'espressione libera e legittima della volontà popolare.

Realizzazione: Natura Avventura

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