ASSOC. E RIVISTA NUESTRA AMERICA

 

La politica estera statunitense, anche per questioni di vicinanza geografica, da sempre è stata piuttosto interessata alle ricchezze di suoli e sottosuoli dell’America Latina, e l’ha considerata come una sua “pertinenza” . Ogni volta che ha visto mettere in pericolo la sua supremazia su quei territori è ricorsa qualsiasi mezzo pur di non perdere terreno utile per i suoi interessi economici.

 

È quindi naturale che negli anni ‘70 abbia elaborato e messo in atto una politica per affossare i governi, specie quelli eletti democraticamente, e quindi con l’appoggio popolare, che si opponevano ai suoi interessi diretti con nazionalizzazioni e lavoro recupero di risorse e industrie strategiche a tutto vantaggio dei ceti che li avevano eletti.

 

Il caso più emblematico è stato quello del Cile, dove, avendo tentato più volte inutilmente di far cadere il Governo e di organizzare golpe abortiti (“Tanquetazo” del giugno 1973), era ormai vitale per gli USA stroncare quell’esempio troppo pericoloso di socialismo. Ed ecco quindi il sanguinoso golpe dell’11 settembre del 1973, naturalmente finanziato e supportato dalla CIA, sempre in prima linea nella difesa dei grandi capitali statunitensi nel mondo.

 

Impossessarsi un potere ampiamente condiviso dalla popolazione come quello esercitato da Salvador Allende in Cile comportava necessariamente l’utilizzo di tattiche e tecniche militari che stroncassero l’appoggio territoriale, sociale, logistico e persino affettivo di cui godevano coloro che collaboravano con il Presidente. I generali, addestrati alla Scuola delle Americhe (1), avevano già sufficienti conoscenze nel campo, ma a loro supporto venivano anche le esperienze di antiguerriglia e controinsurrezione usate nella famosa battaglia di Algeri del 1957 in cui circa 30.000 algerini sparirono e la città fu terrorizzata.

 

E, a questo proposito, ricordiamo che la giornalista francese Maria-Monique Robin, nel 2004, scoprì negli archivi del ministero degli esteri francese le carte che documentano un preciso accordo tra Parigi e Buenos Aires su una “missione francese permanente” che sistematizzasse in Argentina la repressione militare in ambito urbano. E infatti molti ufficiali sudamericani vennero addestrati all’Ecole Militaire di Parigi, fino al 1981, anno in cui fu eletto presidente Mitterrand.

 

Tutti gli anni ’70 e ’80 sono stati infatti marcati, in America Latina, da una grandiosa operazione di repressione denominata Operazione Condor che va a totale supporto delle politiche economiche imperialista nell’area e che smantellò lo stato sociale, abolì sindacati e pensioni, facendo diventare merce a poco prezzo i lavoratori del continente. (2)

 

Le medesime tecniche, che prevedevano l’uso sistematico della tortura e dell’omicidio politico, erano messe in atto anche al di là dei confini nazionali e con la collaborazione fattiva di personaggi di spicco protetti da vari servizi segreti, come è il caso del fascista Stefano delle Chiaie, che fu tra gli organizzatori dell’attentato a Bernardo Leighton (3) a Roma nel 1976.

 

Il lavoro interno al continente sudamericano era però quello prioritario dell’Operazione e tendeva a raggiungere i risultati di totale asservimento delle classi lavoratrici agli interessi del capitale e del potere mediante strumenti che creassero un terrore generalizzato che paralizzasse i processi di resistenza. Perciò non si limitavano a prendere ed uccidere nelle maniere più barbare, previa tortura, solo i militanti politici (MIR e PC in Cile e Montoneros in Argentina), ma si accanivano ed estendevano il trattamento del sequestro, della carcerazione e della tortura a sindacalisti, professori (4), studenti, medici, indios mapuche (5)

 

Questo lavoro infame e certosino ha ottenuto risultati veramente deleteri e profondi nel tessuto sociale cileno che, fino a pochi anni fa, era ancora prostrato e atterrito delle forme bestiali di repressione che aveva subito. Si è dovuta attendere la prima generazione che non aveva visto nulla di quell’orrore per poter avere segnali di reazione concreti e incisivi. (6)

 

In Argentina, invece, vista la forte reazione negativa che si era innescata a livello di organizzazioni internazionali di diritti umani dopo il sanguinario golpe cileno, sono state poste in atto modalità differenti per raggiungere i medesimi risultati. Doveva essere mantenuta una certa invisibilità delle operazioni, pur ottenendo lo stesso grado di “immobilizzazione” della resistenza collettiva. Misero perciò a regime il sistema delle sparizioni delle persone, che anche in Cile era stato utilizzato, ma non in quantità industriale come fecero in Argentina fin dal primo momento. Il sistema funzionò perché il mondo ci mise alcuni anni prima di accorgersi di quello che era successo in Argentina il 24 marzo del 1976.

 

Già altre volte la vita democratica dell’Argentina era stata interrotta e fin dal novembre del 1974 il governo era stato costretto a decretare lo stato d’assedio. A febbraio del 1975 si fecero ulteriori passi in questo senso, intervenendo contro un’area tenuta dalla guerriglia a Tucuman. A fine luglio dello stesso anno i militari tolsero di mezzo, cari­candolo su un aereo per il Brasile, l'uomo forte del governo di Isabel Perón: Lopez Rega. A metà agosto una sommossa obbligò la Perón a mandare in pensione il comandante del­l'Esercito, considerato troppo moderato e al suo posto venne nominato il generale Videla. Il 6 settembre i militari ottenne­ro la formazione di un Consiglio interno di sicurezza per tut­to ciò che riguardava la lotta antisovversiva. Il 18 novembre, infine, si assicurarono ufficialmente il comando delle azioni contro i "delinquenti sovversivi".

 

Il passaggio del 24 marzo del 1976 non richiese quindi carri armati o scene di sangue nelle strade. Le Ford Falcon di colore scuro che già da prima del 24 marzo destavano terrore alla sola vista nella popolazione (che sapeva che erano usate per sequestrare gente che poi nessuno più rivedeva) avevano solo cambiato dei dettagli: dai gruppi paramilitari della “Tripla A” erano passati ad essere gruppi clandestini della dittatura. Molti dei sequestrati finivano nell’ESMA, la Scuola di Meccanica dell’Esercito, dove venivano torturati a morte. Altri venivano gettati nel Rio de La Plata o nell’Oceano von i “voli della morte” affinché i loro corpi non fossero più ritrovati.(7) Tristemente famoso con il nome “Notte delle matite spezzate” è stato il sequestro di sei studenti a Buenos Aires appartenenti all’Unione Studentesca Secondaria il 16 settembre del 1976 e mai più rivisti.

 

Ci fu anche un piano sistematico di appropriazione dei bambini delle donne sequestrate per darli in adozione segretamente a famiglie di militari. Era un’ulteriore modo per negare l’identità dei “ribelli”

 

Comincia il cosiddetto Processo di Riorganizzazione Nazionale (meglio noto come “Guerra Sporca”) che tra il 1976 e il 1983 le giunte militari di Videla, Viola e Galtieri hanno portato avanti in Argentina con conseguenze umane inestimabili (oltre 30.000 persone assassinate e almeno altrettante scomparse), ma anche economiche: altissimo debito estero, distruzione dell’industria nazionale, dell’istruzione pubblica e degli ospedali. ( 8)

 

In questo contesto nasce, già nel 1997, l’associazione delle Madri della Piazza di Maggio, donne coraggiose che, a rischio della vita, tutte le settimane (con una puntualità determinata e inamovibile negli anni) chiedevano ai militari che destino avessero avuto i propri figli scomparsi e che, anche dopo la fine della dittatura, con ostinata perseveranza hanno sempre chiesto luce e giustizia circa la sorte dei loro cari. Peraltro tre delle fondatrici dell’associazione sono stata esse stesse arrestate e sono poi scomparse nello stesso 1977.

 

Anche l’associazione delle Nonne della Piazza di Maggio è nata nel 1977, ma con lo scopo di identificare e restituire alle famiglie i neonati sottratti o partoriti in carcere dalle donne imprigionate.

 

A queste donne Madri e Nonne si deve in gran parte se l’Argentina ha potuto far conoscere la sua tragedia ed ha trovato il coraggio di affrontare la ricerca dei responsabili delle migliaia di casi di desaparecidos nella Commissione Nazionale sulla Scomparsa di Persone (CONADEP) detta anche Commissione Sabato dal nome del suo presidente, voluta dal presidente Raul Alfonsine che però poi, nel 1986, promulga la Legge del Punto Finale, con la quale si stabilisce che non era più possibile fare nuove denunce e, successivamente, ne promulga un’altra (Legge di Obbedienza Dovuta) con cui assolve addirittura da crimini già documentati. Dal 1989 il presidente Menem continua l’opera di assoluzione collettiva dei militari.

 

E proprio nel 1986, a seguito della Legge del Punto Finale, l’associazione delle Madri della Piazza di maggio si scisse in “Linea Fundadora” e quella di “Hebe Bonafini”. Mentre La Linea Fundadora si limitava a tenere rapporti di dialogo con l’autorità, quella presieduta dalla Bonafini partecipa più attivamente alla vita politica e mostra simpatie per il movimento zapatista del Chapas e per il Che Gevara, ma entrambe hanno continuato infaticabilmente a perseguire l’obiettivo della ricerca e giustizia per i propri figli scomparsi.

 

Le “Locas” (pazze) della Piazza di Maggio di tutte e due le associazioni hanno sempre e comunque, con tutti i governi, testardamente continuato a chiedere conto e ragione di quanto era successo ai loro figli. Non potevano assecondare la volontà di cancellare identità e storia, come le giunte militari avevano imposto al paese e come alcuni dei governi successivi stavano provando a insinuare per legge.

 

Bisogna arrivare al 2003, all’elezione di Nestor Kirchner a Presidente perché i governanti comincino a riconoscere in modo concreto l’orrore del passato. In lui le Madri e Le Nonne della Piazza di Maggio trovano finalmente un interlocutore attento. Per questo l’associazione di Hebe Bonafini, fino allora critica anche nei confronti di Kirchner, ne prende decisamente le parti (in occasione dei 150 giorni di governo) apprezzandone la posizione in difesa dei diritti umani e la deroga da lui applicata alle leggi assolutorie nei confronti dei militari, fatte dai governi Alfonsine e Menem.

 

La medesima politica sui diritti umani è stata portata avanti da Cristina Fernandez, moglie di Nestor Kirchner, che è stata riconfermata per la seconda volta Presidente dell’Argentina con uno spettacolare 54% dei voti a novembre del 2011.

 

Anche nei suoi confronti le Madres di Hebe Bonafini si sono pronunciate con grande entusiasmo e condivisione anche in occasione della nazionalizzazione della YPF Repsol dello scorso aprile. E la Fernandez ricambia, con il suo fare sempre molto caloroso e familiare, la stima e l’affetto che le Madri le danno con grande convinzione.

 

Infatti, durante il suo discorso in occasione dei 25 anni del periodico Pagina12 al quale era invitata (9), Cristina fa un lungo e bell’excursus della sua storia politica citando parecchie volte le Madri. Nel suo discorso la Kirchner ricorda di quando ancora senatrice, anche con l’appoggio dei giornalisti di Pagina12, votò l’annullamento e l’incostituzionalità delle leggi che regalavano l’impunità ai criminali delle giunte militari.

 

E prosegue rivendicando il recupero del concetto di “patria”, “nazione” proprio come riscatto popolare della democrazia in contrasto con il vissuto dittatoriale precedente. Inscrive questo recupero nell’ambito di un progetto di riparazione di diritti e valori che le “è costato molto caro, in termini personali”, le è costato, dice, l’odio da parte di molti. E a questo punto la Kirchner esprime ammirazione per l’incredibile capacità delle Madri della Piazza di Maggio a perseverare nella loro richiesta di verità e giustizia senza mai ricorrere a forme gridate e, meno ancora, alla richiesta della pena di morte, come ci sarebbe stato da aspettarsi, per i criminali che avevano torturato e fatto sparire i loro figli. Ricorda quindi la celebre frase del marito, Nestor, nella quale lei si riconosce a pieno: “Siamo figli e nipoti delle Nonne e delle Madri della Piazza di Maggio” con evidente riferimento alla rinascita del paese alla democrazia.

 

Sempre durante il suo lungo discorso, la Presidente, si dice emozionata al ricordare come nell’anniversario della patria (il 24 a Bariloche) vedendo il palazzo della YPF finalmente rivestito dei colori bianco celesti della bandiera nazionale, ha sentito di aver fatto qualcosa di veramente grande.

 

Ed effettivamente questo orgoglio è del tutto giustificabile e condivisibile perché si inserisce in un quadro generale in cui l’America Latina sta faticosamente costruendo i suoi spazi di autonomia di Patria Grande a dispetto delle brame, sempre più fameliche e disperate, dell’Impero che, ovviamente, continua ad attaccarsi con le unghie e coi denti ad ogni possibilità di mantenere il controllo delle economie e delle risorse del continente.

 

Pur nelle consistenti differenze che esistono tra le ideologie che informano i governanti dei diversi paesi dell’America Latina, si evidenziano dei tratti comuni che li rendono alleati di un blocco unico contro il potere storicamente consolidato del capitale straniero. È di venerdì scorso (8 giugno) la notizia che quattro paesi dell’ALBA (Bolivia, Ecuador, Nicaragua e Venezuela) sono ufficialmente usciti dal Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca (TIAR), firmato nel 1947 dopo la seconda guerra mondiale. L’Argentina, pur non facendo parte dell’ALBA, partecipa di fatto alle politiche economiche e comunicazionali che cercano di rendere indipendente il Sud America, e sembra esserci, in particolare con il Venezuela, un feeling che potrebbe portare a risvolti molto interessanti.

 

Infatti, sempre nel succitato discorso per il 25° di Pagina12, Cristina Kirchner ammette che “Il mondo oggi è in ebollizione.” E, con il suo modo di esprimersi a volte molto volutamente casareccio, continua dicendo: “Non so che tipo di mangiare verrà fuori, se la minestra sarà buona o cattiva, ma è in ebollizione a si sta cucinando qualcosa. Non ci sono dubbi che siamo di fronte a un cambiamento di epoca senza precedenti o con i precedenti che abbiamo conosciuto nella storia. Sapere interpretare, decodificare e, fondamentalmente, continuare a rappresentare i grandi interessi, che molte volte sono gli interessi dell’assoluta maggioranza e molte volte anche, come ho detto in altre occasioni, persino gli interessi di chi non è d’accordo per pregiudizi culturali.”

 

Si potrebbe leggere qui proprio un’allusione alle forme concrete di collaborazione che da alcuni mesi sta portando avanti con Hugo Chavez sull’anello di fibra ottica che renderebbe indipendente le comunicazioni internet dell’America Latina dagli Stati Uniti (da dove, incredibilmente, attualmente devono passare). O forse le comunicazioni per mezzo della TV digitale, messe in cantiere lo scorso marzo, sempre in collaborazione con il Venezuela di Chavez.

 

Chissà a quante cose avranno voluto fare riferimento queste parole… e altre che non ha potuto pronunciare in quel contesto perché riferite a decisioni che solo alcuni giorni dopo sarebbero diventate ufficiali, come, ad esempio, la cancellazione di accordi fatti dal governatore del Chaco con il Comando Sur dell’Esercito degli Stati Uniti per l’istallazione di una base la copertura (ormai inflazionata) di centro di aiuti umanitari per far fronte a catastrofi naturali o epidemie. (10) (11)

La base doveva essere inaugurata a fine maggio, ma Cristina, su incentivo della popolazione del Chaco, che si è ribellata, ha rovinato la festa al governatore della regione Jorge Capitanich, e gli ha tirato le orecchie perché quell’accordo andava assolutamente contro la posizione assunta dall’Argentina nel Mercato Comune del Sud (Mercosur), nell’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasur) e nella Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (Celac), blocchi regionali che escludono gli Stati Uniti.

 

È vero che tante cose stanno accadendo ed altre devono accadere e quindi è tutto “in ebollizione”. E’ però cosa certa che Cristina Fernandez de Kirchner, in questa fase della sua presidenza, ha la chiara percezione di vivere, insieme agli altri dell’area, un momento molto particolare e impegnativo e sta dando il giusto valore alle alleanze economiche e di collaborazione con gli altri paesi della stessa area, anche, come dice lei, ”accettando la differenza”, che non è la tolleranza, perché, continua “A me la parola ‘tolleranza’ non piace, mi suona tipo ‘ti sopporto perché non posso fare diversamente’. Capito? Accettare che ci sono differenze, che pensano in modo diverso e che questo non li cambia in nemici, ma in qualcosa di buono che arricchisce pure noi” .

 

 

 

 

 

 

Note e fonti:

(1) La Escuela de las Americas, nata nel 1946 durante il clima della guerra fredda, nel 1950 è stata rinominata Scuola Caraibica dell'Esercito degli Stati Uniti (United States Army Caribbean School) e, nel 2001, è stata ribattezzata “Istituto dell'Emisfero Occidentale per la Cooperazione alla Sicurezza”. Le sue funzioni di addestramento alla repressione sociale e politica, che includono pratiche più o meno raffinate di tortura, sono però rimasta intatte nel tempo, a dispetto del cambiamento di denominazione e delle dichiarazioni d’intenti.

(2) Mentre scriviamo ci rendiamo conto che le stesse parole potremmo usare oggi per il processo in atto nell’Unione Europea. Sembra di parlare della colonizzazione tedesca della Grecia e dell’Europa dell’Est invece che di Stati Uniti, Argentina, Cile ecc. Naturalmente le modalità di esecuzione sono diverse, è fuor di dubbio, ma l’intento è fin troppo evidentemente sovrapponibile.

(3) Bernardo Leighton: ex vicepresidente del Cile durante il Governo di Salvador Allende.

(4) si sa che la cultura è pericolosa perché apre gli occhi e loro gli occhi della gente li volevano ben chiusi

(5) Allende stava operando una riforma agraria con la quale restituiva ai Mapuche le terre loro sottratte dai ricchi latifondisti che ora si vendicano operando speciali persecuzioni nei confronti dei contadini indigeni dopo il golpe.

(6) Nel 2006 cominciano di nuovo le manifestazioni e le espressioni di protesta. Si tratta della “Revolucion Pinguina” cioè dei liceali, che sono gli stessi che dal 2011 stanno portando avanti una opposizione molto determinata al sistema neoliberista, oltre che al governo, oggi più che mai insieme a tante altre realtà sociali del paese.

(7) Questi voli facevano parte dell’Operazione Condor sia dell’Argentina che del Cile perché c’era un vero e proprio coordinamento delle operazioni a livello continentale.

(8) per avere un quadro abbastanza chiaro della situazione è consigliabile leggere un articolo comparso su Contropiano online alla fine del 2011: http://www.contropiano.org/it/esteri/item/5595-argentina-il-collasso-e-la-rinascita

(9) Pagina12 è un periodico argentino molto attento alle questioni legate ai diritti umani.

(10) E’ utile sapere che il Chaco è una delle zone più fertili dell’America Latina, molto ambita perciò in questa fase in cui le potenze mondiali cercano spazi e risorse anche alimentari. Ci riesce difficile invece immaginarla come zona soggetta a tali catastrofi naturali da necessitare un apposito comando in loco…

(11) Questa politica di “intrufolamento” degli USA che cercano di passare attraverso le autonomie delle regioni dei singoli stati nazionali, è in piena applicazione proprio in questo momento in Bolivia nella Regione del TIPNIS dove, con la scusa del rispetto delle popolazioni locali, stanno cercando di far passare la possibilità che il governo regionale sfrutti e negozi le proprie risorse anche con stati stranieri senza rendere conto al governo centrale, che deve invece gestire le risorse a beneficio di tutti, anche delle zone meno ricche del paese.

 

 

http://www.pagina12.com.ar/diario/especiales/18-195322-2012-05-31.html

http://www.edscuola.it/archivio/interlinea/notte_argentina.htm

http://www.aporrea.org/actualidad/n12761.htm

http://www.proceso.com.mx/?p=309423


PRÓLOGO DE ARMANDO HART
Centro de Estudios
CHE GUEVARA
Prólogo
EL CHE: LA SIERRA Y EL LLANO
Quienes lean las páginas de este libro, observarán que la heroicidad y la
entrega a un propósito de redención universal del hombre van unidos en el
Che a una excepcional capacidad intelectual, talento y gracia para describir
en detalle lo que otros hombres suelen pasar por alto, dejar en el olvido o en
un lugar recóndito de la memoria. Pero el Che, en su sinceridad sin límites,
solo comparable a la generosidad y solidaridad infinitas que poseen los espíritus
excepcionalmente dotados para asumir la verdad y la justicia de forma
radical, dejaba por escrito todo, o casi todo lo que pasaba por su inteligencia
cáustica y refinada.
Debemos agradecerle al argentino-cubano haber recreado su vida guerrillera
de forma tal que, en el futuro del cual somos parte y en la posteridad
más lejana de los que vivirán bien entrado el siglo XXI sea posible conocer y
disfrutar de las peripecias ocurridas en las montañas de Oriente durante los
años forjadores de la Cuba nueva que emergía de las entrañas de una vieja
historia: la de las glorias bolivarianas y martianas.
Algunos han escrito sobre el Che interpretándolo parcialmente, y en
muchos casos de forma caprichosa y ocultando o simplemente obviando los
matices, ofreciéndonos así una imagen caricaturesca de un pasado al que solo
es lícito recurrir con inteligencia y amor. Cuando no se tiene lo uno ni lo otro
se escapa lo esencial y, por tanto, se pierden el privilegio y la dicha íntima de
exaltar lo más noble y trascendente de esta historia.
Estuve en el centro de la trama de la Revolución que, desde su trinchera
guerrillera, describe el Che en estas memorias. Asumí sus vínculos más íntimos,
contradictorios y vitales, los hice parte medular de mi vida y los fundí
en mi propio corazón. Quienes así vivimos, amando esta historia, tenemos
6 DIARIO DE UN COMBATIENTE
una visión de ella que no se extravía en el laberinto de los hechos ni da cobija
a las interpretaciones tendenciosas. Aspiramos a revelar lo esencial.
En este texto aparecen, desde la visión del Che de entonces, polémicas
entre la Sierra y el Llano en las cuales tuve el honor de participar desde
las trincheras clandestinas de nuestras ciudades. Esto nos obliga a abordar
asuntos que hunden sus raíces en el proceso de gestación de la Revolución
Cubana, de la que el Che fue uno de sus grandes forjadores. Está en su cúspide
más alta junto a Fidel y Raúl.
Es para mí un honor y una dicha personal que el Centro de Estudios
Che Guevara me haya pedido unas notas a propósito de estos textos, pues
conocen bien mi relación con algunos de los hechos y apreciaciones que aquí
brinda el comandante guerrillero. Es grande y complicado el esfuerzo intelectual
que me lleva a exponer de manera adecuada y útil lo que tengo bien
articulado en mi corazón. Pero no puedo ni debo rehuir el compromiso, ya
que me siento depositario de verdades que resulta necesario revelar para
comprender mejor la grandeza del Che, la originalidad de Fidel y algunas de
las esencias de la Revolución Cubana.
En mi libro Aldabonazo menciono un incidente que resulta clave para
entender lo que estoy diciendo. Expreso allí:
[…] Aunque un principio de seguridad aconsejaba que cualquier documento
comprometedor fuera por distinta vía a la de los combatientes,
nosotros llevábamos una valiosísima carga de papeles y fotos, que fueron
ocupados por los guardias de la tiranía y de los cuales el régimen sacó
provecho.
Entre estos se encontraba el borrador manuscrito de una carta que preparaba
para el Che. Se la había leído a Fidel, quien me había orientado no
enviarla, pero de todas formas cometí la imprudencia de guardarla entre
aquellos papeles. Siempre me he recriminado haberla llevado encima y
que todo esto les causara molestias a Fidel y a Raúl.
Abordaba en esas cuartillas mi punto de vista sobre los criterios del
Che respecto a algunos dirigentes del Llano. El debate se relacionaba con
las ideas socialistas que en él ya habían cristalizado y que en muchos de
nosotros, los del Llano, estaban en proceso de formación, no exentas de
contradicciones y dudas.
A la vez, no podía dejar de influir el hecho de que para evaluar una
revolución nacional liberadora, la procedencia y posiciones de sus cuaPrólogo
7
dros, pesaban en el pensamiento socialista, a escala internacional, concepciones
que no se ajustaban a la realidad de nuestros países e historia.
Lo trascendente del asunto se halla en que gracias al genio de Fidel, la
Revolución Cubana, de la cual el Che fue uno de sus grandes artífices,
estaba ya en la práctica muy por encima de aquellas discusiones. Mientras
debatíamos el proceso revolucionario que juntos promovíamos, iba
dejando atrás las raíces de estos diferendos.
A pocos meses del triunfo de enero, el Che, con su talento excepcional,
entendió con mayor rigor que cualquiera de nosotros, los fundamentos
de los problemas por los que atravesaba el movimiento comunista internacional,
las maneras de enfrentarlo y enriquecerlo teóricamente con la
experiencia tercermundista y latinoamericana.
A partir de 1959, entre los más importantes colaboradores del Che estuvieron
compañeros de gran responsabilidad en el Llano.
Nunca estos matices afectaron el respeto que cada uno de nosotros sentía
por el Che; por el contrario, su prestigio fue creciendo con los años,
hasta que se convirtió en uno de los símbolos más altos de la lucha revolucionaria
en el mundo.
Recuerdo que cuando un funcionario del consulado nortea mericano en
Santiago de Cuba, con quien el Movimiento 26 de Julio tenía alguna relación,
leyó los párrafos de la carta a la que me referí anteriormente, y que
fue publicada por el Ejército, se dirigió a Haydée y le dijo: «¿María, cómo
Jacinto ha escrito esto?». Para aplacarlo, ella le respondió: «Pero si ataca a
Stalin…». Entonces, el norteamericano le señaló: «Eso no es el fondo de lo
que se dice, fíjate bien…» […].1
Ahora reproduzco párrafos de la carta que publicó entonces el Ejército de
Batista:
S. Maestra 25-dic 57
Mi admirado Che:
Te hago esta segunda nota luego de recibida copia de la que dirigiste a
Daniel y su respuesta. He lamentado más que nunca no haber salido a
verte hace días pero, créemelo, hemos tenido aquí que tratar mil asuntos y
mi presencia fuera se hace imprescindible.
1 Armando Hart Dávalos: Aldabonazo, Editorial Letras Cubanas, La Habana, 1997,
pp. 151-153.
8 DIARIO DE UN COMBATIENTE
Estoy seguro que una conversación nuestra resolvería mil problemas
y hasta tus propias y legítimas preocupaciones doctrinales con respecto a
nosotros.
Sí debo decirte que además de grosero has sido injusto. Que tú creas que
nosotros somos derechistas o salgamos de la pequeña burguesía criolla o
más propiamente la representemos, es cosa lógica que no me extraña en lo
más mínimo, ni mucho menos puede dolerme pues está a tono con tu interpretación
del proceso histórico de la Revolución Rusa. Y a fin de cuentas
a nosotros no nos ha quedado más remedio que hacer esta pequeña revolución
nacional, porque los guías del proletariado mundial convirtieron el
formidable estallido de 1917 en una Revolución Nacionalista que se planteó
antes que otra cosa —en algo muy legítimo para los rusos— en un movimiento
de liberación contra el feudalismo zarista, pero nos dejaron a los
pueblos situados fuera de ese país sin la oportunidad de desencadenar una
revolución universal que acaso hoy venga por caminos insospechados…
La fatalidad de todo esto es que Stalin no era francés, o inglés o alemán
y por tanto no rebasó los límites de un gobernante ruso. Si hubiera nacido
en París acaso hubiera visto el mundo por un prisma más amplio.
Te repito, nada de esto es culpa nuestra sino de la incapacidad política
para juzgarlo que tuvieron los verdaderos genios de la Revolución de
Octubre.
Lo que sí me pone un poco bravo es tu incomprensión para nuestra
actitud frente a un pacto que siempre hubimos de rechazar. Tan pronto llegue
a Santiago te enviaré todos los documentos sobre el particular. Quiero
decirte, querido Che, que si pueden existir discrepancias en el aspecto
internacional de la política revolucionaria, yo me cuento entre los más
radicales en cuanto al pensamiento político de nuestra Revolución.
Rechazamos el pacto y exigimos que se cumplieran nuestras bases, no
lo hicimos público porque en aquel momento hubiera creado confusión
en el Pueblo, sino que esperamos que se agotara la posibilidad de que se
aceptaran nuestras bases para discutir con Fidel la necesidad del rechazo
público. Y cuánta satisfacción sentimos cuando vimos que Fidel planteaba
públicamente idénticas proposiciones a las nuestras. Cuánta satisfacción
sentimos cuando en Miami uno de los firmantes de la carta de la Sierra,
Raúl Chibás, dijo que nuestros planteamientos recogían sus planteamientos,
cuánta satisfacción al ver que había una completa identificación entre
el «líder izquierdista de la pequeña burguesía» y la propia pequeña burguesía
que tú dices nosotros encarnamos.
Prólogo 9
Sí quiero decirte que me siento muy contento con ser considerado
pequeño burgués, porque tengo la conciencia muy tranquila y sé que esos
clichés no me afectan. […] que me he empeñado en organizar a los obreros,
y que ellos sean fuerza determinante en nuestra Revolución. Si hemos
seguido mal el camino te ruego me indiques el más correcto […].
Te respeto
Jacinto
Como digo en el mencionado texto, muchos de nosotros estábamos en proceso
de formación y no exentos de «prejuicios» sobre el socialismo. Lo trágico está
en que los mismos venían confirmados por hechos oficialmente denunciados
en esa época por las informaciones críticas formuladas por el Partido Comunista
de la URSS en su 20mo. Congreso (1956). Sin embargo, aquellas críticas
no fueron al fondo del problema y tuvieron lugar, en esos años, los acontecimientos
bien conocidos de los tanques en Hungría.
Nunca olvidaré que Fidel me orientó en la Sierra que no enviase la carta
al comandante Guevara. Entonces era lo más unitario. Pero como el Ejército
la publicó y el Che hace referencia en su Diario a problemas de este carácter,
he recurrido al texto para mostrar que, no obstante estas dificultades, jamás
se quebró nuestra admiración por el argentino que se unió a Fidel en México,
desembarcó en el Granma y se convirtió en uno de los héroes más entrañables
de la historia de Cuba.
Hoy puedo asegurar a los que lean este Diario que los compañeros que el
Che menciona o pensaba que no éramos comunistas en aquel tiempo, y en
parte tenía alguna razón para ello, hemos estado junto a la revolución socialista
y a Fidel. Algunos de ellos murieron en combate y hubieran compartido
estas líneas conmigo.2
Entre ellos está René Ramos Latour (Daniel), uno de los más consecuentes
y leales dirigentes del Llano. Por esto emociona la descripción que hace el
Che en estas memorias, a propósito de su caída en combate el 30 de julio de
1958, cuando afirma:
[…] Profundas divergencias ideológicas me separaban de René Ramos y
éramos enemigos políticos, pero supo morir cumpliendo con su deber, en
2 Con excepción de Carlos Franqui, quien en esa época se presentaba como marxista.
10 DIARIO DE UN COMBATIENTE
la primera línea y quien muere así es porque siente un impulso interior
que yo le negara y que en esta hora rectifico […].3
Ese impulso interior fue lo que hizo grandes al Che y a Daniel. Hombres así
están unidos por la historia más allá de las diferencias coyunturales de la
política.
En Cuba, entre los que nos movíamos en el centro de tales discusiones,
abrazamos las ideas socialistas y queremos al Che como una de las más
grandes glorias de la humanidad en el siglo XX. Estos análisis son necesarios
para situar en su verdadera dimensión la originalidad de la obra de Fidel
y el hecho de que las diferencias de opiniones entre revolucionarios consecuentes,
los de la Sierra y el Llano, no afectaron la unidad indestructible de
la primera revolución socialista de América. Es un ejemplo que esperamos
sirva de enseñanza.
Hay algo más de suma importancia que aceleró el proceso de radicalización
de la generación del centenario: el imperialismo. Desde 1931 a diciembre
de 1958, tuvo siempre a Batista como su hombre fuerte en Cuba, lo protegió
en medio de los grandes crímenes que contemplábamos en las calles, en las
cárceles y en los campos de Cuba en la década de 1950. Era su garantía para
defender los intereses norteamericanos. Apoyaba con todas sus fuerzas al
tirano del 10 de marzo, quien actuaba criminal e ilegalmente contra nuestro
pueblo.
El Che no conocía entonces directamente a nuestro país, ni era lógico que
poseyera una visión inmediata de su historia como la que tuvo pocos meses
después. Él estaba empezando a conocer a Cuba y nosotros iniciando nuestro
conocimiento del socialismo, al cual llegamos por la vía de la cultura, por el
sentido de la justicia heredado de nuestros padres y abuelos.
Al publicarse el Diario del Che, en el cual aparecen estas referencias, me
siento en el deber, con la serenidad que dan los años y en homenaje a los
guerrilleros cubanos, de señalar que no fueron estas las únicas discrepancias
que existían entre los combatientes de la Sierra y el Llano.
Tales diferencias hay que analizarlas en el contexto de un movimiento de
cambios y ajustes prácticos, que se van reflejando en la visión de los revolucio-
3 Ernesto Che Guevara: Diario de un combatiente, p. 196.
Prólogo 11
narios que buscan un camino certero en la lucha contra el enemigo. En la Sierra,
la visión de los guerrilleros fue desarrollándose de una forma que condujo a
la victoria. En las ciudades, los cuadros y los combatientes fuimos generando
una concepción que nos llevó al desenlace de la huelga del 9 de abril.
Con independencia del énfasis que cada uno de los escenarios señalados
le daba a la acción, mediante la cual se produciría la victoria, para todos
estaba claro que eran la insurrección armada de las masas, la huelga general
revolucionaria, el programa del Movimiento 26 de Julio y el liderazgo indiscutible
de Fidel los que servían de fundamento a la Revolución.
Nuestros pueblos de América, ante la imposibilidad política de alcanzar
un objetivo inmediato, han desarrollado la conciencia histórica acerca de la
importancia ejemplarizante de pelear y morir si fuera necesario en defensa
de ese ideal. Nosotros —y se muestra de manera sublime en el Che—, sabemos
el valor histórico que tiene el ejemplo de sacrificio en la lucha por una
aspiración política y social más alta.
Ernesto Che Guevara recibió y enriqueció esa herencia espiritual, y decidió
forjar su carácter para asumir, con los hechos y con la consagración de
su vida, el compromiso que estimó irrenunciable de defender con su enorme
talento, valor y virtudes el derecho de los pobres de América y la aspiración
bolivariana y martiana de integración moral de las patrias latinoamericanas.
En el trasfondo espiritual de la sicología del patriota argentino-cubano y
latinoamericano andaban, de una forma u otra, en un grado u otro, las mismas
raíces éticas y culturales del pensamiento de Martí. Y esas raíces —que
el Che de niño y adolescente no pudo conocer en su expresión martiana—,
lo empujaban hacia el humanismo de los pobres. Trabajó como médico en
leprosorios tristes de nuestra América y entró en contacto con los que viven
en la miseria en diversos rincones de nuestro continente.
Estos sentimientos latinoamericanos y universales, expresados en la
cultura que servía a los intereses de los pobres, unieron a Fidel y al Che. Si
hubiera sido simplemente rebeldía podría haber sido transitoria esta alianza.
Fue en la rebeldía culta donde se hizo sólida la unión. Los nexos entre el Che
y la patria de Martí se forjaron indisolubles por la riqueza espiritual y moral,
hija de nuestra América, que estaba presente en los sentimientos de Guevara.
Fidel y el Che están unidos por una misma cultura, y esa raíz enlaza la pasión
12 DIARIO DE UN COMBATIENTE
por la justicia y la libertad humanas a un saber profundo que encierra todo
noble espíritu cultivado.
Desde aquellos tiempos lejanos, en que Antonio Ñico López (1955) me
habló de un médico argentino que conoció en Guatemala y quería presentárselo
a Fidel, vengo queriendo y admirando al Che, y ni un segundo, en
medio de aquellas discusiones, dejé de sentir esta devoción por él. Diferente
es la historia de otras revoluciones que, ante problemas que guardan paralelo
con estos debates, originaron disensiones de fatales consecuencias. Es que los
cubanos contamos con la gloria de tener una revolución dirigida por Fidel
que había asumido la tradición democrática al modo martiano, profundo,
radical y de valor universal.
Dr. Armando Hart Dávalos

Si sono svolte ieri le elezioni dei nuovi rappresentanti degli studenti universitari del Cile.

Nell’Universidad de Chile ha vinto Gabriel Boric della lista “Creando Izquierda” (Creando Sinistra), studente di Diritto ed è diventato il nuovo presidente della FECH (Federación de Estudiantes de la Universidad de Chile) al posto di Camilla Vallejo (della JJCC- PC), che sarà vicepresidente. Segretario sarà Felipe Ramírez (del Frente de Estudiantes Libertarios FEL), rappresentante della lista  “Luchar, creando universidad popular” che è arrivato al terzo posto.

Boric ha ottenuto una grande maggioranza di voti, cosa molto soddisfacente anche in considerazione del fatto che c’è stata una altissima partecipazione degli studenti al voto (14.400 contro i circa 9.000 delle ultime elezioni).

La lista Creando Izquierda è composta da due collettivi: Izquierda Autónoma e il colectivo Arrebol. Quest’ultimo ha lunga esperienza di lavoro nell’istruzione popolare a livello di territorio, mentre la Izquierda Autónoma viene dalla SurDa degli anni ’90.

In un’intervista a Radio UChile, Boris dice con chiarezza che la loro sfida è quella di “diventare un referente nazionale, un’alternativa politica che renda conto del malessere che esiste nelle strade e che non si sente rappresentato dall’asse destra-Concertacion”. Costruire forza politica, non solo sociale è l’obiettivo della nuova presidenza.

Scopo della SurDa, da cui deriva, è quello di mettere in comunicazione e far interagire diversi attori sociali con lo scopo di non essere più costretti a delegare nulla ai politici di ieri. “Siamo arrivati per restarci” dice il SurDa nel suo Facebook e sul suo sito.

Il nuovo presidente FECH, pur dando atto del buon lavoro svolto da Camilla Vallejo, ci tiene a precisare che il loro modo di lavorare è diverso da quello del PC. È, piuttosto, necessario costruirsi nuovi referenti con chi crede nell’azione collettiva come strumento di trasformazione della realtà, e creare insieme alle altre realtà sociali, che hanno urgenza di partecipazione, l’opportunità di uno spazio politico. Spazio politico che non necessariamente è un partito, e che, sicuramente, non può essere rappresentato dai vecchi partiti e non può essere limitato agli studenti, ma vede l’unione di lavoratori, popoli originari, ecologisti ecc. insomma tutti quelli che lottano “contro l’ingiustizia, l’ineguaglianza, la discriminazione”.

Dichiarazioni analoghe a quelle di Boric aveva fatto anche Felipe Ramírez, eletto nella Fech con la lista “Luchar, creando universidad popular” sul sito http://www.sentidoscomunes.cl

Persino nell’Università Cattolica ha perso alla grande la lista “Solidaridad” che, malgrado il nome rassicurante,  è la rappresentanza universitaria del Partito della UDI (destra estrema legata a personaggi della dittatura). Gli studenti della Cattolica hanno detto no alle discriminazioni e all’anticomunismo terroristico dando il voto a Nueva  Acción Universitaria, movimento di sinistra, rappresentato da Noam Titelman  che continua sulla strada del predecessore Giorgio Jackson nella FEUC.

C’è già qualcuno che vuol vedere nella vittoria schiacciante delle sinistre universitarie un segnale per le prossime elezioni politiche che dovrebbero essere una catastrofe per la destra. Questo, forse al momento è un po’ troppo ottimistico e non ci sembra, peraltro, dalle dichiarazioni degli interessati, che prevedano di creare nell’immediato un partito per presentarsi alle prossime elezioni.

Quello che, invece, sembra emergere con chiarezza, è che gli studenti cileni  sanno di far parte di un insieme di realtà in lotta alle quali vogliono dar voce e quasi fare da raccordo, da ponte tra queste. Potrebbe essere una buona opportunità. E in questo ci sentiamo di fare il tifo per loro...!

 

Redazione di NUESTRA AMERICA

 http://elecciones.fech.cl/

http://www.elmostrador.cl/noticias/pais/2011/12/07/la-derrota-del-pc-camila-vallejo-pierde-la-reeleccion-en-la-fech/

http://radio.uchile.cl/noticias/133035/

http://www.eldivisadero.cl/noticias/?task=show&id=27865  

www.surda.cl

http://radio.uchile.cl/noticias/133054/

http://www.sentidoscomunes.cl/diario/2011/12/elecciones-fech-luchar-creando-universidad-popular-felipe-ramirez/

http://www.lanacion.cl/anarquista-en-la-fech-aboga-por-universidad-popular/noticias/2011-12-07/101847.html

 

di  Nuestra America - R.d.C

I processi di integrazione regionale latinoamericano procedono in modo significativo. Dall’Alba a Unasur al Celac che si sta riunendo in Venezuela, i paesi dell’America Latina rafforzano la cooperazione e si   rendono indipendenti dal Washington Consensus. Una rivoluzione praticamente.

La prima riunione della Cupola dell’America Latina e dei Caraibi (CALC) che lanciò l’idea di creare la Comunità degli Stati Latino-Americani e Caraibici (CELAC), si tenne nel 2008 a Salvador de Bahia, Brasile. Nel 2010 a Cancún in Messico, si è tenuta la seconda riunione nella quale i leader politici decisero di creare la CELAC, a partire dalla fusione della CALC e del Gruppo di Rio, entità che inglobavano i leader politici disposti a cercare un’integrazione della regione, per liberarsi dell'influenza statunitense.

L’America Latina e i Caraibi concretizzeranno il sogno del Libertador Simon Bolivar, cioè il progetto storico di unità della Patria Grande, per garantire al popolo “la maggior somma di felicità possibile, la maggior somma di sicurezza sociale e la maggior somma di stabilità politica”(1) , quando  si celebrerà a Caracas il 2 e 3 dicembre la nascita della CELAC, la Comunità degli Stati dell'America Latina e Caraibi, alla presenza di 33 presidenti e capi di governo, esclusi USA e Canada. “È il progetto di Bolívar contro Monroe. È il sogno dell'unità continentale contro le interferenze dei paesi imperialisti. Il sogno di  seppellire l'OSA, l’Organizzazione degli Stati Americani, ottemperando nel bicentenario indipendentista a un ideale di complementarità, di solidarietà, di sovranità e di giustizia sociale.” (2)

Il presidente dell’Ecuador Rafael Correa ha dichiarato che il paese parteciperà all’evento con molte aspettative e con l’aspirazione che la CELAC sostituisca l’OSA di cui ha stigmatizzato diverse azioni a favore degli interessi statunitensi e contro la sovranità dei popoli latino-americani, come il caso della guerra delle Malvinas, quando gli Stati Uniti non appoggiarono l’Argentina, uno dei suoi stati membri, ma la Gran Bretagna, un paese extra-continentale, violando il Trattato Interamericano di Protezione Reciproca.

 Il segretario generale dell’Associazione Latinoamericana di Integrazione (Aladi), Carlos Álvarez, ritiene che la CELAC rappresenti “il simbolo più potente e più forte della volontà politica di costruire autonomie nazionali e regionali….Non vogliamo essere più il patio trasero di nessuno. Le politiche dell’America Latina le risolvono i latinoamericani e questo è un avanzamento straordinario”. Soprattutto in un momento come quello che stiamo vivendo oggi, in cui assistiamo al crollo, sotto tutti i punti di vista, di un mondo iniziato negli anni settanta, basato sulla concentrazione della ricchezza e la diseguaglianza, e all’affermarsi sullo scenario mondiale di nuovi paesi, come l’America Latina che per la prima volta cominciano a costituirsi non più “come oggetto della storia, ma come soggetti di un divenire e di una intenzione di costruire una globalizzazione dal volto umano e più giusta.” (3)    

In un interessantissimo articolo su AVN Agencia Venezolana de Noticias - Dalla crisi globale alla CELAC - Sergio Rodriguez Gelfenstein si chiede se la crisi che stiamo vivendo sia la crisi del sistema capitalista che governa il mondo da poco più di 150 anni, oppure sia la crisi del modello di civiltà occidentale nato in Europa più di 25 secoli fa e che poi si è diffuso a prezzo di conquiste, guerre, schiavitù e sterminio di centinaia di milioni di persone. Il capitalismo e l’imperialismo in fin dei conti sono solo le ultime due fasi di questo modello.

Siamo arrivati a un punto tale di declino e decadenza dei principi costituzionali e del diritto internazionale, che questi stessi sono sottomessi al beneficio del profitto: la Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione dei Diritti Umani Universali sono diventati carta straccia, per cui assistiamo impotenti alle dimostrazioni di forza muscolare degli Stati Uniti contro Afghanistan e Iraq, della Nato contro la Libia, o alle minacce di aggressione contro la Siria e l’Iran per esportare la democrazia occidentale in Medio Oriente.

In Europa la crisi sistemica del capitalismo non solo induce i governi di destra e di sinistra ad accelerare i processi di trasformazione del debito privato in debito pubblico a prezzo di impressionanti tagli al welfare, lasciando esenti da qualsiasi sacrificio le grandi ricchezze finanziarie e patrimoniali; ma addirittura, con coercizioni che rasentano i colpi di stato, induce la Banca Centrale Europea e la UEM a imporre banchieri per sostituire i politici nella guida dei governi, come è successo in Grecia e in Italia.

Oggi alle negoziazioni di Durban assistiamo al seppellimento del Protocollo di Kioto, e anche dello spirito della Convenzione dell’ONU sul cambiamento climatico, perché anche questo è sacrificato al profitto.

In questo desolante panorama, appare evidente che “la crisi che stiamo affrontando è molto più profonda di un semplice stato comatoso dell'economia e del sistema capitalistico mondiale, per profonda che sia. La crisi è di civiltà e questo ci obbliga alla scelta di salvarsi e salvare tutti oppure perire incarcerati dalla bestialità senza limiti ostentata dal potere mondiale…..Il prossimo vertice a Caracas della CELAC farà in modo che si smetta di parlare di "sogno del Liberatore Simon Bolivar" per iniziare a parlare del "Piano del Liberatore Simon Bolivar". Questo piano deve concretizzarsi partendo dalle nostre asimmetrie, dalle nostre differenze e distanze, sia geografiche che politiche. Questa è la sfida per progredire e vincere.

Solo così, cittadini di questa nostra America, avremo un futuro e potremo superare questa profonda crisi di civiltà che ha nel capitalismo e l'imperialismo, la sua ultima fase terminale.” (4)

(1) http://www.alianzabolivariana.org/modules.php?name=Content&pa=showpage&pid=2080

(2) M. Forti  http://www.alianzabolivariana.org/modules.php?name=Content&pa=showpage&pid=2080

(3) http://www.granma.cubaweb.cu/2011/11/30/interna/artic24.html

(4) http://www.avn.info.ve/node/88710 Traduzione a cura di www.resistenze.org   

 A cura della Commissione Internazionale della Rete dei Comunisti

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