In omaggio agli eroi e martiri della classe operaia e delle campagne popolari nella loro giusta lotta antioligarchica e antimperialista per la liberazione nazionale e sociale, il PCB definisce la sua posizione politica e di principio davanti alla congiuntura nazionale.

 

1. Le richieste dei diversi settori sociali il cui contenuto si riferisce a rivendicazioni socio economiche, devono trovare una risposta degna dello Stato Plurinazionale, nel quadro delle reali possibilità attraverso il dialogo sostenuto e trasparente, senza ulteriori dilazioni che generano situazioni d’incertezza e tensione nella società civile.

 

2. Le misure di pressione che si confrontano in queste settimane, non possono intendersi solo dalla prospettiva della popolazione coinvolta, ma a partire dal contesto che attraversa il paese. In questo senso, chiamiamo alla riflessione specialmente i lavoratori, i cui dirigenti spesso non sono all’altezza delle circostanze e delle responsabilità che devono assumersi, come nel periodi della UDP.

 

3. in questo momento compete alla COB esaminare con criterio responsabile e strategico il cammino da percorrere e gli obiettivi da raggiungere, preservando l’unità della classe lavoratrice nel suo insieme senza dare priorità ad aspetti settoriali. La cosa fondamentale è non contaminare la legittimità della lotta salariale con la tiritera radicaloide e avventurista che preconizza la necessità di sostituire l’Esecutivo facendo, obiettivamente, il gioco di forze della destra e della reazione.

 

4. Allertiamo sulla chiara tendenza, auspicata dall’imperialismo, verso la collusione di gruppi infiltrati, di filiazione oppositrice, tra gli scioperanti, tra coloro che marciano e tra i manifestanti tanto nel settore della salute come tra gli indigeni delle terre basse, uniti nella loro pretesa di logorare il processo di cambiamento, preparare le condizioni di un’uscita elettorale e/o violenta che stronchi la volontà maggioritaria dei boliviani, dando priorità ad azioni di destabilizzazione.

 

5. Sottolineiamo che l’approfondimento del processo passa per la risoluzione della contraddizione fondamentale, e non per la proliferazione di fuochi di conflitto secondari, identificando con precisione qual è il nemico principale del popolo boliviano e le azioni per rafforzare l’organizzazione, la direzione e la coscienza rivoluzionaria delle masse, garanzia di unità e vittoria. Vale a dire: non cadere nella tentazione di fare da cassa di risonanza delle manovre diversive.

 

6.  Nell’anniversario del Massacro di Chicago, il nostro Partito – fedele alla sua linea di principi – ratifica il suo impegno di fronteggiare in modo solidale i problemi socio economici, chiamando il Governo, la Centrale Operaia Boliviana e gli imprenditori progressisti a unire gli sforzi in direzione dello sviluppo produttivo della Patria e della giustizia sociale.

 


CON IL POPOLO PER IL RESCATTO DLLA PATRIA, VERSO IL SOCIALISMO!

La Paz, maggio 2012
Commisione Politica del Partito Comunista di Bolivia

 

 

Vengono momenti difficili. Ma non bisogna indietreggiare.

 

Non si è ancora concluso del tutto il conflitto originato dalla marcia degli indigeni che si opponevano al progetto dell’autostrada che doveva passare per il TIPNIS, che già se ne annunciano altri.

Questo non deve meravigliare chi conosca minimamente le dinamiche della politica boliviana. Si sa che anche prima che si insediasse alla presidenza Evo Morales, erano già pronti piani destinati a frustrare il lavoro di questo governo.

Questa è la cosa più normale in queste situazioni. E, inoltre, è successa in tutte le parti del mondo. Dove emergeva un governo popolare o rivoluzionario e dove governi democratici sostituivano dittature, la resistenza esplodeva precocemente; era, virtualmente, un’azione di riflesso delle classi spodestate e dei loro sostenitori, generalmente esterni, manipolatori che muovono i fili dalla metropoli.

Non è forse successo così dopo la Rivoluzione Russa del 1917? 14 paesi intervennero cercando, come disse un politico britannico, di soffocare in culla la creatura. Non è successo così pure con la Rivoluzione Cubana e l’intervento yankee alla Baia dei porci? Non è successo così con molte altre rivoluzioni che non erano necessariamente di orientamento socialista?

Non ci inventiamo niente. Sono fatti scritti nelle pagine della storia universale. Bisogna tenerne conto in ogni momento. È dovere elementare di sicurezza. Questo non vuol dire che non si deve correggere tutto ciò che è necessario e criticare le carenze in maniera costruttiva, anche severamente, se è il caso.

Le rivoluzioni e colpi di stato che si sono susseguiti in America Latina contro governi progressisti di orientamento socialista o popolare sono anche storia conosciuta e molto lunga per ripeterla.

Nostra intenzione è solo risvegliare i ricordi del lettore. Da prima e dopo gennaio del 2006, sono numerosi i fatti che rivelano la presenza di resistenze di diverso ordine. Sempre, la destra e l’imperialismo, sapevano dove andare a fare leva, dove si doveva seminare zizania, dove dovevano mantenere i loro agenti e collaboratori, dove infiltrare i loro operatori, quando usare come leva gli errori dell’avversario, le sue carenze visibili e, infine, trasformare tutto questo in un articolato sistema di cospirazione.

A volte i piani sono esplosi come schegge di disordini, scioperi cittadini, alcuni di grandi proporzioni, come quelli di Sucre, Santa Cruz, el Beni e Pando.

Fortunatamente alcuni di questi episodi hanno provocato tale rifiuto nell’opinione pubblica che hanno ricevuto una condanna unanime non solo nazionale, ma del mondo. Ci riferiamo alle vessazioni contro i contadini quechua, costituenti e l’attacco alle istallazioni ed equipaggiamenti della polizia, ecc. ecc. a Sucre nel 2008. Il piano più fortemente elaborato è stato quello con il quale ha operato il Commando capeggiato dal mercenario boliviano-ungherese Eduardo Rózsa Flores. Questi portava la “tecnica” del terrorismo-guerra civile- secessione del paese. “Tecnica” inventata dai pianificatori della CIA e messa in pratica in Kossovo da…. (guarda caso!) l’ambasciatore statunitense espulso dal nostro paese Philip Goldberg. Questi ha “agganciato” lì Rózsa e poi se l’è portato nel paese. Il complotto è stato opportunamente mandato all’aria, provocando i rimbrotti della destra e dai media maneggiati da questa, che ebbero persino la faccia tosta di negare le prove schiaccianti a carico di molti cospiratori, soprattutto orientali.

Hanno anche saputo utilizzare, o sarebbe meglio dire “mascherare”, sotto l’apparenza di innocenti richieste o giuste cause, a organizzazioni sociali e sindacali, comunità indigene. Il caso della marcia del TIPNIS è, in questo senso, molto eloquente. Per cominciare si deve insistere in qualcosa che fu chiaro fin dall’inizio: i dirigenti della marcia, impegnati e sostenuti da delle ONG e da un ente come USAID, del governo USA, non hanno mai voluto giungere a un accordo né discutere e appianare le possibili differenze che potevano esserci nel trattare l’argomento.

Il loro obiettivo era deteriorare l’immagine del presidente, simulare la difesa dell’ambiente, del Parco nazionale Isiboro Sécure e con questa bandiera arrivare alla sede del governo. Con una concertazione e insistenza degne di migliori propositi, i mezzi di comunicazione, lanciando immagini e discorsi in gran quantità, sono riusciti a sensibilizzare l’opinione pubblica. Hanno sommato, senza sforzo, lo schiamazzo oppositore della destra, dell’ultrasinistra e degli scontenti. Hanno raggiunto il loro obiettivo di arrivare a La Paz circondati da un alone da vincitori. Il governo ha commesso errori di trattamento e ha fatto alcune concessioni. E questo gli è valsa perdita di autorità e la diserzione soprattutto delle classi sociali medie. A chiusura della storia ancora i dirigenti della CIDOB (quelli della marcia) giocano con i termini, facendo pietra di paragone dei problemi l’interpretazione del termine INTANGIBILITA’.

Qui è dove si rivela il fondo del problema. I dirigenti della marcia hanno seri e “metallici” impegni con predatori di materie prime (legname ed altre), con agenzie straniere di turismo e avventura (ugualmente predatorie). Hanno proposto per il Decreto Supremo regolamentatore, un Art.8 che dice tutto: l’intangibilità si riferisce “alle minacce esterne, prodotte da terzi e/o dallo Stato”. L’Art.10 completa il quadro: “Lo sfruttamento esclusivo delle risorse… del TIPNIS da parte dei popoli che lo abitano”. È un’interpretazione, naturalmente, inaccettabile e incompatibile con gli interessi del popolo e dello Stato Plurinazionale di Bolivia.

La questione rimane molto più chiara quando prendiamo l’esperienza dell’estero. Comunità della CONAIE (indigeni dell’Equador) vollero negoziare direttamente con multinazionali petrolifere per aree con riserve provate di idrocarburi. Questo ha causato seri mal di testa allo Stato dell’Ecuador. Qui il signor F. Vargas è stato molto esplicito in questo senso. Ha dichiarato ai mass media che si doveva interpretare l’intangibilità come riferita esclusivamente allo Stato boliviano.

Tutto questo deve essere di monito per tutto quello che si sta pianificando. Stanno arrivando ore difficili. Si stanno facendo riunioni segrete e riservate che, sotto l’egida dello spionaggio straniero, si armano nuovi vespai di provocazione e azioni implicitamente violente.

Ma non bisogna arrendersi. L’appello a rinnovare l’agenda di ottobre e a farne una nuova ha due obiettivi: precisare la direzione dello sviluppo sociale e accentuare il suo contenuto rivoluzionario, di transizione, recuperando la correlazione di forze per il Cambiamento.

Il secondo è un problema di direzione e organizzazione. Non si può continuare senza strumenti organici di direzione e senza chiarezza nei metodi di azione. (3-II-2011)

(TRADUZIONE A CURA DELLA COMMISSIONE INTERNAZIONALE DELLA RETE DEI COMUNISTI)

La storia di Eduardo Rosza Flores, uno dei tre mercenari uccisi dalle forze di sicurezza boliviane dopo un violentissimo scontro a fuoco, è rivelatrice di scenari inquietanti che collegano i gruppi eversivi in America Latina con reti analoghe anche in Europa.

Eduardo Rosza Flores nasce in Bolivia nel ’60 da padre ebreo comunista ungherese e madre cattolica boliviana, dopo un passaggio in Cile e uno in Svezia, a 14 anni ritorna in Ungheria. A Budapest finisce gli studi e si arruola. Si specializza militarmente in Unione Sovietica, ma dopo meno di due anni si dimette. «Niente di più noioso che fare il soldato in tempo di pace», spiegherà. Vivrà per un periodo in Israele «alla ricerca delle radici».

Nel ’91 Flores era corrispondente per il quotidiano spagnolo Vanguardia e il giornale di Barcellona lo mandò a seguire gli albori del conflitto yugoslavo. Osservò due cose. «Che mi trovavo meglio con i soldati croati che con i miei colleghi» e che «i serbi sparavano deliberatamente sui giornalisti». Si licenziò con un telegramma, si arruolò direttamente nell’esercito croato, fondò la Brigata internazionale (Piv): una sorta di legione straniera di cui, col grado di colonnello, divenne il capo. Rosza Flores organizzò la fuga degli ebrei albanesi da un paese ormai in disfacimento. Operazione di certo gradita al Mossad. Più di recente, fu avvistato in Iraq; si presume col ‘gradimento’ della Cia. Di passaporti ne aveva diversi

Eduardo Rosza Flores è anche il protagonista del film "Chico. Una storia di guerra croata, ungherese ed ebrea" che ricevette alcuni premi nella Repubblica Ceca ed è il frutto di una coproduzione cilena, ungherese, croata, francese.
"Nel ’94, trascorsi un paio di giorni con lui - racconta sul Quotidiano Nazionale il giornalista italiano Andrea Cangini - e dopo l’uscita dell’intervista, fummo abbordati da un fotoreporter. Ci mise in guardia. Considerava Flores responsabile dell’assassinio di due giornalisti che indagavano su un traffico d’armi".

Il coinvolgimento di mercenari europei, già attivi nelle milizie di destra all’interno della guerre che hanno dilaniato la Jugoslavia negli anni Novanta, rivelano all’opinione pubblica internazionale l’esistenza di una rete terrorista neofascista ancora attiva e che trova nelle forze reazionarie ancora dominanti in alcune regioni boliviane, un inquietante centro di complicità. Lo scenario disegnato dagli attentati contro il Presidente e il Vicepresidente della Bolivia e contro il cardinale di Santa Cruz appare estremamente grave e preoccupante non solo per la Bolivia ma per tutte le forze democratiche e progressiste dell’America Latina e del mondo.

I democratici e i progressisti italiani non possono rimanere indifferenti di fronte alla gravità dei fatti accaduti in Bolivia. Non solo per la simpatia e la solidarietà verso il primo presidente indigeno nella storia recente dell’America Latina e della Bolivia o per il processo democratico e popolare che la nuova Costituzione boliviana sta realizzando. Quanto accaduto in Bolivia concretizza agli occhi dell’opinione pubblica l’esistenza ancora attiva di quella rete terroristica neofascista che ha insanguinato con attentati e stragi anche la storia recente dell’Italia e che ha trovato storicamente rifugio e complicità proprio negli ambienti della destra boliviana che oggi si oppone violentemente al cambiamento democratico in corso in Bolivia. Non è irrilevante ricordare che il fascista italiano Stefano Delle Chiaie collaborò insieme al nazista tedesco Klaus Barbie nel golpe militare del 1980 in Bolivia e assunse incarichi di consigliere nel regime emerso dal golpe o che - molto più recentemente - un altro fascista italiano rifugiatosi in Bolivia, Marco Marino Diodato, è coinvolto nella strage degli indios sostenitori di Evo Morales avvenuto a Pando nel settembre 2008 e fondatore nel '94 dell'organizzazione paramilitare FRIE, la Fuerza de Reacion Immediata del Ejercito

Esprimendo la nostra piena solidarietà al Presidente Evo Morales, al suo governo e al popolo boliviano intendiamo esprimere anche la nostra determinazione nel combattere in ogni angolo del mondo il terrorismo neofascista che intende sbarrare la strada al protagonismo popolare nei processi di cambiamento democratico, in Bolivia come in Europa.

la redazione di Contropiano
la redazione di Nuestra America

 La nuova politica educativa inaugurata nello Stato Plurinazionale da Evo Morales mira ad applicare un nuovo modello di istruzione/educazione, in particolare nell’Educazione Alternativa e Speciale

  In Bolivia, a La Paz, è iniziato martedì 15 novembre il secondo Incontro Internazionale di Educazione Alternativa e Speciale con esperti invitati provenienti da Cuba, Colombia, Argentina, Equador e Bolivia.

Si sono aperti i lavori con un forum sull’Educazione Popolare, Comunitaria e Integrata secondo una prospettiva latinoamericana con la partecipazione di noti professionisti come Marco Raúl Mejía (Colombia), Fernando Lázaro (Argentina) e Alberto Guillén (Cuba).

Cuba, in particolare, ha ricevuto riconoscimenti da più parti circa la validità del suo modello educativo (in particolare quello relativo all’apprendimento di persone con disabilità o difficoltà) considerato superiore anche a quello degli USA.

L’Incontro Internazionale di Educazione Alternativa e Speciale è proseguito mercoledì con laboratori tematici contemporanei dedicati all’istruzione dei giovani e degli adulti, all’educazione Permanente, Speciale e all’alfabetizzazione e post alfabetizzazione.

Questo Incontro Internazionale punta a rafforzare la nuova politica educativa inaugurata nello Stato Plurinazionale da Evo Morales che mira ad applicare un nuovo modello di istruzione/educazione in particolare nell’Educazione Alternativa e Speciale. Il suo governo ha già permesso di rendere visibile la popolazione disabile e mira al pieno esercizio dei suoi diritti ed alla sua partecipazione nella comunità, nella famiglia e nella società. Prima del 2006 la stessa istruzione in Bolivia non era accessibile, mentre l’obiettivo che si pone l’attuale governo è quello di un’istruzione plurale, trasformatrice della società e integrata.

 A cura della Commissione Internazionale della Rete dei Comunisti

Pagina 7 di 8

Realizzazione: Natura Avventura

Joomla Templates by Joomla51.com