Non necessitiamo regali dall’impero. I nostri sforzi saranno legali e pacifici, perchè è il nostro impegno con la pace e la fraternità di tutti gli esseri umani che viviamo in questo pianeta.

I re di Spagna ci portarono i conquistatori e padroni, le cui impronte sono restate negli appezzamenti circolari di terra assegnati ai cercatori d’oro nelle sabbie dei fiumi, una forma abusiva e vergognosa di sfruttamento, le cui vestigia si possono intravedere dall’aria in molti luoghi del paese.

Il turismo oggi in gran parte consiste nel mostrare le delizie dei paesaggi e degustare le squisitezze alimentari dei nostri mari e sempre condividendo con il capitale privato delle grandi corporazioni straniere, i cui guadagno se non raggiungono le migliaia di milioni di dollari pro capite non sono degni di alcuna attenzione.

Già che mi vedo obbligato a citare il tema, devo aggiungere principalmente per i giovani che poche persone si rendono conto dell’importanza di tale condizione in questo momento singolare della storia umana.

Non dirò che il tempo si è perduto, ma non dubito nell’affermare che non siamo sufficientemente informati, né voi nè noi sulle conoscenze e le coscienze che dovremmo avere per affrontare le realtà che ci sfidano.

La prima cosa da considerare è che le nostre vite sono una frazione storica di secondo che dobbiamo condividere con le necessità vitali di ogni essere umano. Una delle caratteristiche di questi è la tendenza alla super valutazione del suo ruolo, cosa che contrasta da un altro lato con il numero straordinario di persone che incarnano i sogni più elevati.

Nessuno di noi, senza dubbio, è buono o cattivo in sè stesso. Nessuno di noi è disegnato per il ruolo che deve assumere nella società rivoluzionaria.

In parte i cubani abbiamo il privilegio di contare con l’esempio di Martí.

Mi chiedo anche se doveva morire a Dos Ríos, quando disse “per me è ora”, e caricò contro le forze spagnole trincerate in una solida linea di fuoco.

Non voleva ritornare negli Stati Uniti e non aveva chi l’avrebbe fatto tornare. Qualcuno strappò alcuni fogli del suo diario.

Chi fece sua questa perfida colpa, che fu senza dubbio opera di qualche intrigante senza scrupoli? Si conoscono differenze tra i capi, ma mai indiscipline.

“Chi tenta d’appropriarsi di Cuba raccoglierà la polvere del suo suolo annegato nel sangue, se non muore nella lotta”. dichiarò il glorioso leader negro Antonio Maceo. Si riconosce ugualmente in Máximo Gómez, il capo militare più disciplinato e discreto della nostra storia.

Guardando da un altro angolo, come non ammirare l’indignazione di Bonifacio Byrne quando, dalla distante imbarcazione che lo portava di ritorno a Cuba, vedendo un’altra bandiera con quella della stella solitaria, dichiaró: “La mia bandiera è quella che non è mai stata mercenaria…” per aggiungere immediatamente una delle frasi più belle che ho mai ascoltato.

“Se la mia bandiera un giorno fosse lacerata in minuscoli pezzi … i nostri morti alzando le braccia la sapranno difendere tuttavia! ....

Non dimenticherò nemmeno le accese parole di Camilo Cienfuegos

quella notte, quando diverse a decine di metri, bazooka e mitragliatrici d’origine nordamericana nelle mani dei controrivoluzionari puntavano sulla terrazza dove stavamo in piedi.

Obama è nato nell’agosto del 1961 come ha spiegato lui stesso.

È strascorso più di mezzo secolo da quel momento.

Vediamo senza dubbi come pensa oggi il nostro illustra visitatore:

“Sono venuto qui per lasciare indietro le ultime vestigia della guerra fredda nelle Americhe. Sono venuto qui stendendo le mani dell’amicizia al popolo cubano”.

Immediatamente un diluvio di concetti assolutamente nuovi per la maggioranza tra noi: “Tutti e due viviamo in un nuovo mondo colonizzato dagli europei”.

Poi il presidente nordamericano ha proseguito: “Cuba, come gli Stati Uniti, è stata costituta da schiavi portati dell’ Africa, come gli Stati Uniti il popolo cubano ha eredità di schiavi e di schiavisti”.

Le popolazioni native non esistono per niente nella mente di Obama. E non dice nemmeno che la discriminazione razziale è stata spazzata via dalla Rivoluzione; che la pensione e il salario di tutti i cubani sono stati decretati da questa, prima che il Signor Barack Obama compisse dieci anni.

L’odioso costume borghese e razzista di assumere sbirri perchè i cittadini negri fossero espulsi dai centri di ricreazione fu spazzato via dalla Rivoluzione cubana. Questo passerà alla storia come la battaglia che liberò l’Angola contro l’apartheid, mettendo fine alla presenza di armi nucleari in un continente con più di mille milioni di abitanti. Non era quello l’obiettivo della nostra solidarietà, ma aiutare i pppoli di Angola, Mozambique, Guinea Bissau e altri del dominio coloniale

fascista del Portogallo.

Nel 1961, appena un anno e tre mesi dopo il Trionfo della Rivoluzione, una forza mercenaria con cannoni e fanteria blindata, equipaggiata con aerei e addestrata e accompagnata da navi da guerra e portaerei degli Stati Uniti attaccò a sorpresa il nostro paese.

Nessuno potrà giustificare quel perfido attacco che costò al nostro paese centinaia di vittime, tra morti e feriti. Della brigata d’assalto yankee da nessuna parte consta che avrebbe potuto evacuare un solo mercenario.

Gli aerei yankee da combattimento furono presentati presso le Nazioni Unite come apparecchi cubani sottratti.

L’esperienza militare e il potere di questo paese sono anche troppo conosciuti.

In Africa credettero ugualmente che la Cuba rivoluzionaria sarebbe stata messa fuori combattimento facilmente. L’attacco nel sud dell’Angola da parte delle brigate motorizzate del Sudafrica razzista ci portò sino alle vicinanze di Luanda, la capitale del paese, e lì iniziò una lotta che si prolungò per non meno di 15 anni.

Non parlerei nemmeno di questo senza il dovere elementare di rispondere al discorso di Obama nel Gran Teatro de La Habana Alicia Alonso.

Non tenterò nemmeno di scendere in dettagli, ma solo di sottolineare che lì è stata scritta una pagina d’onore della lotta per la liberazione dell’essere umano.

In una certa forma io desideravo che la condotta di Obama fosse corretta.

La sua origine umile e la sua intelligenza naturale sono evidenti.

Mandela era recluso a vita e si era trasformato in un gigante della lotta per la dignità umana. Un giorno giunse nelle mie mani una copia del libro in cui si narra una parte della vita di Mandela e, oh sorpresa! Il prologo era di Barack Obama.

Gli diedi un’occhiata rapidamente. Era incredibile la misura delle minuscole lettere di Mandela precisando dati…

Vale la pena aver conosciuto uomini come quello.

Sull’episodio del Sudafrica devo segnalare altre esperienze. Io ero realmente interessato e volevo conoscere più dettagli sulla forma in cui i sudafricani avevano acquisito le armi nucleari.

Avevo solo l’informazione molto precisa che non erano più di 10 o 12 bombe. Una fonte sicura era il professore e investigatore Piero Gleijeses, che aveva scritto il testo “Missioni in conflitto: L’Avana, Washington e l’Africa 1959-1976”, un lavoro eccellente.

Io sapevo che lui era la fonte più sicura su quanto era accaduto e glielo comunicai. Mi rispose che lui non aveva mai parlato del tema, perchè nel testo aveva risposto alle domande del compagno Jorge Risquet, che era stato ambasciatore e collaboratore cubano in Angola, ed era un suo grande amico.

Localizzai Risquet, già in altre importanti occupazioni. Stava terminando un corso a cui mancano alcune settimane dal termine. Quell’impegno coincise con un viaggio abbastanza recente di Piero nel nostro paese. Io lo avevo avvertito che Risquet aveva già un certa età e che la sua salute non era ottima. Pochi giorni dopo accadde quello che temevo. Risquet peggiorò e morì. Quando Piero giunse non c’era nulla da fare se non promesse, ma io avevo già ottenuto le informazioni su quello che aveva relazioni con quell’arma e sugli aiuti che il Sudafrica razzista aveva ricevuto da Reagan e Israele.

Non so cosa avrà da dire adesso Obama su questa storia. Ignoro che sapesse o meno, anche se dubito che non sapesse assolutamente nulla. Il mio modesto suggerimento è che rifletta e non cerchi adesso d’elaborare teorie sulla politica cubana.

C’è una questione importante:

Obama ha pronunciato un discorso nel quale utilizza le parole più sdolcinate per sostenere: “È già ora di dimenticate il passato; lasciamo il passato; guardiamo il futuro, guardiamolo insieme, un futuro che dà speranza, e non sarà facile, ci sono diffrenze e a queste dobbiamo dare tempo, ma la mia presenza qui mi dà più speranze in questo di quello che possiamo fare insieme come amici, come famiglia, come vicini, insieme”.

Si suppone che ognuno di noi abbia corso il rischio di un infarto ascoltando queste parole del presidente degli Stati Uniti. Dopo un blocco spietato che dura da quasi 60 anni e quelli che sono morti negli attacchi mercenari alle navi e nei porti cubani, un aereo di linea pieno di passeggeri, fatto esplodere in volo, le invasioni mercenarie, i molteplici attacchi di violenza e di forza?

Nessuno può illudersi che il popolo di questo nobile e abnegato paese rinuncerà alla gloria, ai diritti, e alla ricchezza spirituale che ha guadagnato con lo sviluppo dell’ educazione, la scienza e la cultura.

Avverto anche che siamo capaci di produrre alimenti e le ricchezze materiali che necessitiamo con lo sforzo dell’intelligenza del nostro popolo.

Non necessitiamo regali dall’impero. I nostri sforzi saranno legali e pacifici, perché è il nostro impegno con la pace e la fraternità di tutti gli esseri umani che viviamo in questo pianeta.

Ore 22.25 (Traduzione Gioia Minuti)

Fidel Castro Ruz

27 Marzo del 2016

 

Sbobinamento  e revisione dell’intervista (24 marzo 2016) di Radio Onda d’Urto (ROD) a Luciano Vasapollo

La visita di Obama a Cuba.

Il mercato del capitale sui diritti umani

LA SUPERIORITÀ STORICA DELLA DEMOCRAZIA SOCIALISTA

L’imperialismo ora più di ieri ha subito una nuova lezione dalla rivoluzione cubana: nella democrazia partecipativa, popolare socialista i diritti umani sono indivisibili, inviolabili, inalienabili.

ROD: Siamo con Luciano Vasapollo, direttore scientifico del CESTES, Centro Studi dell’Unione Sindacale di Base USB e della rivista Nuestra America, professore universitario di Metodi di Analisi  dei Sistemi Economici all’Università Sapienza di Roma, uno dei massimi esperti di politica economica e sociale dell’America Latina; con lui oggi parleremo della conclusa visita di Barak Obama a Cuba. Buongiorno professore, grazie di essere con noi.

L.V: Grazie a voi che siete sempre così disponibili e gentili, per la vostra sensibilità per una informazione libera e indipendente dai poteri forti.

ROD: Prima di tutto inizierei la nostra intervista con i risultati di questa visita: cerchiamo di capire che prospettive può aver portato questo incontro per il futuro dell'isla, di Cuba.

L.V:  Come punto di primaria importanza  c’è da dire che il processo rivoluzionario di Cuba non ha bisogno di interlocuzioni da parte degli Stati Uniti che insegnino quali siano le regole della democrazia , perché questo è un vivo percorso socialista che va avanti con sacrificio, con senso di responsabilità e con grandi risultati da oltre 55 anni. Cuba non deve imparare da nessuno qual è la democrazia e quali sono le forme di governo e le forme elettorali.

Fatta questa premessa, voglio dire che il risultato della visita è estremamente positivo per il governo e per il popolo cubano. L’utilità politica di questo incontro storico sta nel fatto che è una vittoria della diplomazia cubana, una vittoria del popolo cubano, una vittoria della rivoluzione, perché se Obama, il presidente del più grande paese imperialista e capitalista del mondo, che ha oppresso Cuba per 57 anni non solo con il blocco ma con aggressioni e con morti, per la sola colpa di essersi autodeterminata  in un processo socialista, arriva nella grande isola e viene ricevuto in maniera educata e rispettosa, come sempre i cubani sanno fare anche con governi ostili e nemici, questa è una vittoria diplomatica e politica di Cuba, perché significa che finalmente l'impero statunitense accetta di sedersi ad un tavolo di trattative da pari a pari, riconoscendo di fatto la piena legittimità della rivoluzione. Obama ha riconosciuto che le politiche del blocco sono state un errore, quindi si può affermare che positivamente da un anno e mezzo continua la negoziazione per tentare di giungere alla normalizzazione dei rapporti, al contrario di quello che sostengono la maggior parte  dei mass media che parlano come se il blocco fosse già  finito. Normalizzazione e negoziazione sono due termini completamente differenti;  negoziare in questo caso vuol dire che ha avuto inizio una trattativa dura, difficile, lunga; normalizzare i rapporti significa che Cuba sarebbe trattata nelle relazioni internazionali come qualsiasi altro paese al mondo, ma non è affatto così.

Queste trattative in corso  hanno portato all'apertura delle ambasciate, al riconoscimento degli errori nelle relazioni  degli Stati Uniti, al fatto che Obama dichiari ancora una volta che si farà portatore nel Congresso della proposta della fine del blocco. Bisogna considerare che per 24 anni di seguito le Nazioni Unite si sono espresse con un voto quasi unanime, perché si sono quasi sempre avuti 187 voti contro il blocco, e due voti per la continuità, quello degli Stati Uniti e di Israele; secondo la logica dell’ONU però, 187 o 188 voti , non hanno avuto alcun  valore perché c'è il potere di veto da parte degli USA. In ogni caso da quindici mesi sono cominciate le trattative, ed anche sulle possibilità di alcuni investimenti, con capitale statunitense, ma sempre con la maggioranza del capitale cubano.

Ci sono state delle aperture anche per quanto riguarda internet per l'immissione della banda larga, la regolarizzazione, almeno in parte, di quelli che sono  i viaggi degli statunitensi. Sta quindi iniziando una nuova epoca, nonostante un difficile confronto che a mio parere sembrerebbe caratterizzato anche dalla modalità e continuità di  una serie di dichiarazioni dello stesso Obama per una ingerenza USA sulle dinamiche interne tese a destabilizzare il processo democratico socialista.

 

ROD: Nello specifico di questa trattativa, come possiamo interpretare  la posizione degli Stati Uniti d'America? Si parlava del voto alle Nazioni Unite sul bloqueo che riconoscono ormai da 24 anni che il  blocco deve terminare, ma che la tracotanza degli USA impone ancora. Quale potrebbe essere il motivo reale di questa posizione statunitense?

L.V:  Innanzitutto bisogna considerare la  strategia e le nuove debolezze degli Stati Uniti sul piano internazionale. Un mese fa e non oltre il presidente Obama al Congresso ha dichiarato terminata l'epoca della loro  leadership unipolare del mondo. Oggi gli Stati Uniti devono fare i conti con altri competitori sulla scacchiera internazionale, la UE, i BRICS, e quindi di uno scenario che è completamente diverso rispetto agli ultimi anni. Questo perché ovviamente la crisi sistemica del capitale a livello internazionale si è trasformata in una durissima competizione globale, sia a livello microeconomico, cioè di singole imprese, poiché quando la crisi si fa più forte e potente ovviamente ognuno cerca, nei piccoli spazi di mercato e di espansione, di rendere la concorrenza più dura e diretta. Questo fenomeno di agguerrita competizione avviene anche tra Stati, ma  coinvolge intere aree, o blocchi geoeconomici. Insomma si acutizza la guerra interimperialista.

La debolezza degli Stati Uniti è rappresentata dal fatto  che è un paese fortemente indebitato per garantire il livello di importazioni, un paese che vive sicuramente al di sopra delle proprie possibilità economiche e che quindi ha sempre più  bisogno di mantenere il dollaro come moneta di riferimento a livello internazionale; si tratta di un paese che ha anche necessità di imporsi nei mercati e rilanciarsi attraverso il cosiddetto  Keynesismo bellico e del privato, finanziando a livello internazionale il grande apparato industriale degli armamenti e quindi scaricando bombe in giro per il mondo.

Queste sono le modalità con le quali i paesi a capitalismo maturi  vorrebbero uscire dalla propria crisi, e quella militare è solo una delle opzioni di guerra che gli imperialismi USA e UE portano avanti da anni.

Per quanto riguarda il livello militare, gli Stati Uniti devono prestare attenzione alle forze di altri concorrenti; ad esempio Putin - che non è sicuramente un socialista ma come potenza capitalista ha bisogno di controllare i suoi confini e di avere anche i suoi mercati a livello internazionale - non si fa certo accerchiare, come si vede chiaramente da quello che sta succedendo in Ucraina o in Siria.  La guerra del petrolio è ormai una guerra generalizzata . La Cina è una potenza internazionale con cui bisogna fare i conti, perché ormai da anni svolge un ruolo di comando strategico non solo sul piano geoeconomico.

Le guerre sono anche guerre sociali come quelle che subiamo in Europa contro il movimento dei lavoratori, e ci sono le guerre economiche come quelle create con il blocco a Cuba o contro il Venezuela; esistono le guerre ambientali, le guerre per l'alimentazione (secondo le dichiarazioni della FAO si producono alimenti per 13-14 miliardi di persone, e gran parte del cibo viene gettato via perché il ciclo  del valore di questi alimenti non riesce a raggiungere i livelli di profitto desiderati), la guerra contro lo stesso stati di  diritto (gli attacchi continui al diritto al lavoro, il diritto allo sciopero, il diritto a manifestare, il diritto alla casa, il diritto alla parola antisistema). Purtroppo c'è una guerra globale che quindi evidenzia una vera e propria guerra di civiltà.

Gli Stati Uniti non hanno più la leadership finanziaria e monetaria di qualche anno fa, perché ormai molti paesi cercano di rappresentarsi con altre monete. L’euro vuole un suo ruolo ma anche la Cina ha la sua moneta molto forte, ognuno  cerca ovviamente degli spazi,  perché controllare la riserva internazionale di moneta significa determinare le dinamiche speculative oltre che del mercato dei cambi anche il mercato finanziario e il mercato del petrolio. 

E in questo contesto anche la piccola Cuba per gli USA rappresenta un problema, perché nonostante i 57 anni di aggressione, di terrorismo,  di bioterrorismo, di assassinii, di blocco economico, di blocco finanziario, di blocco commerciale, di sanzioni che sono state inflitte a tutti i livelli ed hanno portato ad una perdita di almeno 120 miliardi dollari all'economia cubana, l’isola continua a resistere e a rappresentare per tutti i Sud del mondo il più alto punto di riferimento di autodeterminazione ed esempio rivoluzionario!

Cuba è stata dichiarata terra di pace, di mediazione e di conciliazione a livello internazionale da Papa Francesco, così come dal Patriarca russo e prima ancora da Papa Benedetto XVI. E' li che Papa Francesco è andato prima ancora di andare in Argentina, e ed è a Cuba che c'è stata la riconciliazione delle chiese cristiane, cioè quella  cattolica e quella ortodossa e da oltre due anni sono a l’Avana le sedi di trattative fra governo e FARC per la pace in Colombia.

Sarebbe stato scomodo per Obama chiudere la sua presidenza senza lasciare un segno, che in realtà cerca di nascondere la guerra militare che ancora Obama  e il suo governo stanno portando avanti in tutto il mondo.

Gli Stati Uniti hanno anche un altro grande problema: dopo la caduta dell'Unione Sovietica hanno cercato di dimostrare che era possibile la guida unipolare e che il mondo cosiddetto “libero” non avrebbe avuto più i nemici comunisti e quindi si sarebbe vissuta l’era di normalizzazione e pace. Allora il governo statunitense si è potuto dedicare a cercare di convertire la Russia e tutti i paesi dell'ex blocco socialista in paesi complici e subordinati agli interessi delle multinazionali, agli interessi del governo degli USA, alle regole infami del capitalismo selvaggio. Inoltre insieme all’imperialismo UE hanno anche dato inizio ad una guerra permanente contro tutto il Medio Oriente, trascurando in parte quello che era il loro “giardino di casa”. Così facendo non si sono accorti che in America Latina, intorno a Cuba nascevano le grandi democrazie popolari, il grande progetto del socialismo del XXI secolo di Chavez; nasceva il Venezuela  bolivariano socialista, la Bolivia del socialismo comunitario, nasceva l'Ecuador della rivoluzione cittadina, e paesi che anche con progetti rivoluzionari e socialisti differenti però hanno fatto risorgere la democrazia di base, la democrazia popolare, la democrazia partecipativa dell’ALBA, con una grande caratterizzazione antimperialista e anticapitalista. Gli USA non si sono accorti che anche altri paesi a guida progressista , in particolare il Brasile che fa parte dei BRICS e la stessa Argentina, hanno assunto negli anni una caratterizzazione completamente antimperialista, una dinamica politico-economica alternativa che si esprime da subito attraverso l’appoggio concreto all'ALBA, non permettendo lo sviluppo dell'ALCA.

Per questo motivo gli Stati Uniti, pur senza abbandonare i progetti in Medio Oriente e nel resto del mondo, stanno cercando di rimettere piede in America Latina, quindi al mercato delle risorse naturali primarie, in particolare attraverso il ruolo veramente strategico assunto dalle ONG; la maggior parte di queste sono state usate e messe a disposizione dell’imperialismo USA per cercare di far entrare le multinazionali e le transnazionali con il pretesto della solidarietà umanitaria internazionale, con una guerra massmediatica che fa passare la Bolivia come la dittatura andina, o Maduro, e prima Chavez  come il grande dittatore dell'America Latina. Stesso trattamento viene riservato a Cuba!

Durante il suo discorso il Presidente Obama per ben tre volte ha nominato gli esiliati cubani, usando questo appellativo per indicare invece delinquenti, mafia cubana, lobby anticastriste che fanno comodo per guadagnare voti.

 

ROD:  Quest'aspetto è fondamentale anche per riuscire a capire bene, nelle prossime elezioni americane, quello che si sta giocando anche su Cuba.

L.V: Sono un militante marxista, prima che un professore universitario, un militante che lavora da tanto tempo molto vicino alla rivoluzione cubana e penso di poter esprimere garbatamente quelli che sono dei giudizi su tale questione.

Obama nel suo discorso durante la visita ufficiale riconosce gli errori dell'approccio imperialista di oltre 55 anni degli Stati Uniti verso Cuba; riconosce che per quanto riguarda Cuba nessuno può dire nulla sulle grandi conquiste sociali.; riconosce all’isola il suo compito di solidarietà internazionale in campo medico e di istruzione; riconosce ovviamente una società che è in evoluzione, quindi un fermento democratico partecipativo attivo anche nella risoluzione di alcuni problemi economici. Ma non si trattiene dal rilasciare, seppur con maniera elegante e accattivante, dichiarazioni sul fatto che Cuba soltanto una democrazia con un solo  partito,  mentre gli USA sono una democrazia con il pluripartitismo, che riconosce tutti i diritti civili, che guarda all'individuo a differenza di quello che accade a Cuba, che guarda allo Stato, e quindi si rivolge al popolo e non al singolo, fino alla frase ipocrita ad effetto “In quale altro paese un nero, proveniente da una famiglia povera sarebbe diventato un presidente?”.

Davanti a tutto ciò, ci sono molte cose da specificare: il Presidente fa riferimento alla libertà di espressione, quando sono tantissime le violazioni di libertà civili e di abusi di diritti umani negli Stati Uniti. Il governo "democratico" di Obama e i principali mezzi di informazione sono nelle mani dell’autorità centrali e alle multinazionali della comunicazione e non sono affatto trasparenti; se la stampa cerca di creare una condizione di “libertà” viene immediatamente attaccata. Obama parla di elezioni libere, ma non dice che esiste un'ampia documentazione di organismi internazionali democratici sulle grandissime irregolarità del sistema elettorale statunitense (negli USA una piccola condanna preclude il diritto di voto; inoltre, i voti spesso non sono contati in tutti gli Stati e i casi di corruzione perseguiti dalla legge durante le elezioni sono estremamente alti, tanto che in questo Paese si elegge il Presidente della Repubblica con meno del 40% dei votanti, in quanto le comunità più povere, quindi quelle più arrabbiate socialmente, si astengono dall’andare a votare.

Obama ha anche fatto riferimento a forme di repressione di polizia a Cuba, forse perché 20 persone, le cosiddette “dame bianche”, corrotte e pagate, il giorno che è arrivato il Presidente USA con al seguito un codazzo interminabile sono scese in piazza per dire no a quella che loro chiamano la “dittatura” cubana in un momento in cui si potevano determinare problemi per la sicurezza pubblica, motivo per cui sono state fermate, ma immediatamente rilasciate dopo l'identificazione. Se in questo caso si parla di repressione, che dire della violenza poliziesca negli Stati Uniti, dove solo nel 2015 sono morte 1145 persone per mano della polizia. Inoltre ogni anno viene presentata una fitta documentazione da parte anche di organismi internazionali di episodi di tortura e di uso indebito della forza; ci sono attacchi brutali in continuazione da parte della polizia contro manifestazioni che si possono tenere sui marciapiedi soltanto camminando e senza mai fermarsi, perché se ci si ferma sui marciapiedi si viene immediatamente attaccati dalla polizia.

Obama ha poi parlato dei detenuti politici a Cuba: a me non risulta che nell’isola ci sia alcun detenuto politico, perché in carcere ci sono solo persone che hanno commesso reati comuni. Gli Stati Uniti invece sono il paese che ha il più alto numero di detenuti che sono in attesa di giudizio; molte delle carceri statunitensi inoltre, secondo quanto attestano organismi internazionali,  sono dei veri e propri campi di concentramento  e ci sono  tantissimi detenuti politici negli Stati Uniti, che sono in attesa di giudizio da 14 anni  o 15 anni. Per non parlare della tortura, dato che moltissimi funzionari della magistratura statunitense hanno perseguito reati per tecniche di tortura proibite dal diritto internazionale e non solo nella base di Guantanamo.

Obama auspica una società di rispetto reciproco: perché allora nella sua visita ufficiale ha portato con sé, oltre alla moglie, oltre ai ministri ed alle figlie, 1200 agenti dei servizi segreti?! A che serviva questo sperpero di denaro e questa mostra di forza nel paese al mondo con il più basso tasso di criminalità?

Negli Stati Uniti molti cittadini muoiono ogni giorno per l'uso di armi da fuoco e Amnesty International considera questa l’area dove c'è una molto più alta crisi dei diritti umani. Obama quindi prima di parlare della democrazia e dei diritti bisognerebbe chiedergli a quale democrazia e diritti ci si riferisce. Nel suo discorso, ad un certo punto, sempre con il sorriso e sempre con l'aria accattivante, Obama afferma che la democrazia statunitense accetta il dissenso, guardandosi bene però dal dire sfacciatamente che  Cuba non lo fa, ma usando comunque toni più o meno velatamente provocatori sulla democrazia cubana controllata e ridotta.

Bisogna poi ricordare le condizioni dei tanti detenuti politici nelle carceri USA, come il leader dei portoricani Oscar Lopez Rivera che è in carcere negli Stati Uniti da 34 anni senza aver commesso un reato di sangue. Le carceri statunitensi sono invivibili, gli Stati Uniti sono il paese al mondo con il numero più alto in assoluto di detenuti, ce ne sono 270.000 nelle carceri e di questi almeno 100.000 sono ancora in isolamento. Obama dice che negli USA ci sono i diritti per gli omosessuali: è facile per le democrazie occidentali parlare di diritti civili, ma non si parla mai dei diritti sociali. Ovviamente il riconoscimento di tutti i diritti civili è indispensabile, ma la democrazia si misura in termini di diritti sociali, cioè di diritto al lavoro, di diritto all'abitare, di diritto alla salute. I diritti sono indivisibili, un tutt’uno e inalienabili

Vogliamo parlare dei diritti del lavoro? In grandissime aree degli Stati Uniti non si rispettano il diritto allo sciopero,il diritto alla sindacalizzazione, si violano tutte quelle che sono le norme per la salute, e la sicurezza sul lavoro e ci sono centinaia di migliaia di lavoratori, specialmente dell'agricoltura, a cui non è riconosciuto nemmeno il diritto al salario minimo. In questi settori dell'agricoltura c'è il maggior livello di sfruttamento di cittadini di nazionalità sudamericana.

L'obiettivo del governo degli Stati Uniti è quello, secondo me, di sobillare la sovversione controrivoluzionaria a Cuba, ipotizzando ipocritamente in qualche maniera un processo di transizione alla democrazia borghese e capitalista, perché più volte Obama ripete che gli USA sono un paese democratico da imitare e tenere come esempio.

Bisognerebbe domandarsi di quale democrazia stiamo parlando e se lui sa che esistono nel mondo oltre che la democrazia rappresentativa - quella che poi non rappresenta nulla visto che vota sempre meno gente anche qui in Italia ed in Europa – anche la democrazia popolare, la democrazia partecipativa, la democrazia socialista e di base che si esprime per esempio con i CDR (Comitati di Difesa della Rivoluzione), dove tutta la popolazione si riunisce quotidianamente per gestire i quartieri, per gestire la sicurezza, la sanità, la democrazia partecipativa, per dire quali sono i candidati alle elezioni, per fare la revoca dei candidati dopo sei mesi se non mantengono gli impegni elettorali.

Per quanto riguarda l'economia, Obama fa l'appello al mercato capitalista, infatti ha fatto delle aperture a quella che lui chiama l'economia privata che si sta portando avanti a Cuba. Ma nell’Isla Grande  non c'è nessuna forma di economia privata, a Cuba sono state fatte delle attualizzazioni e perfezionamenti sulla pianificazione al VI° Congresso del Partito Comunista del 2011, ed è la settima volta, in cinquant'anni, che si modifica  il modello di pianificazione perché i cubani sono assolutamente flessibili.  E come ha espresso chiaramente il Comandante Fidel nel suo discorso del 1° maggio del 2001, "Revolucion es el sentido del momento historico" cioè la “rivoluzione è il senso del momento storico”, bisogna saper modificare i modelli di riferimento, sempre rimanendo fedeli alla strategia socialista, e quindi cambiare a seconda di quelli che sono i rapporti di forza nelle relazioni internazionali. Cuba ha cercato in questi anni semplicemente di rendere più efficiente l'economia, e questo argomento verrà ripreso al VII° Congresso ora ad Aprile, dopo cinque anni, come era stato promesso dal Partito Comunista, inserendo anche forme di lavoro individuale sui servizi non strategici.

Obama ha poi fatto riferimento alla nuova regolamentazione del turismo secondo la quale qualsiasi cittadino americano può recarsi a Cuba, quando invece in realtà se si analizzano le leggi degli Stati Uniti, anche dopo il 17 dicembre del 2014, si dice che qualsiasi cittadino americano può andare a Cuba sempre e soltanto se il suo viaggio sia effettuato in un programma a tempo pieno per attività di intercambio educativo, per migliorare il contatto con il popolo cubano e con la società civile, e per promuovere l'indipendenza del popolo cubano dalle autorità del paese. Non mi sembra una grande libertà di movimento!

Per quanto riguarda la questione Guantanamo, Obama continua a dire che quello è territorio statunitense ed il vero motivo di questa limitazione della sovranità territoriale di Cuba è imposta, perché quello spazio serve agli Stati Uniti per mantenere il controllo militare su Cuba.

Sul blocco non è stato preso alcun provvedimento, la questione non è stata toccata perché quello che ha voluto evidenziare Obama è che risolvere il problema non è suo compito; si appellerà al congresso, ma non dipenderà da lui l’esito dei risultati politici.

Una considerazione non ufficiale: personalmente ho visto giusta diffidenza e  freddezza verso la molta ipocrisia ostentata nei discorsi di Obama. Anche nel momento in cui Obama è andato via; con la solita cortesia i cubani gli hanno stretto la mano, gli hanno sorriso, ma se si guardano i filmati, è chiaro che c'è stato un momento di imbarazzo quando Obama per simpatia e per il suo ruolo accattivante è andato da Raul Castro ed ha tentato di abbracciarlo, e Raul in maniera cortese e con il sorriso gli ha dato semplicemente la mano sollevando quella del Presidente USA.

La cosa più volte fatta ben intendere da Obama è stata che a suo parere nei suoi otto anni di governo è stato un portatore, un'interprete, un testimone della pace. Come si può affermare ciò, davanti all’evidenza che in questi otto anni non c’è mai stato un mese di pace?! Ci sono ancora tantissimi conflitti aperti dall'imperialismo statunitense. Un uomo di chiesa, sicuramente democratico e progressista, come Frei Betto, ha messo in evidenza in maniera chiara che c'è da parte  degli Stati Uniti un'annessione simbolica che avviene nel mondo attraverso i mezzi di comunicazione, il commercio, la discriminazione, il dominio culturale, e ne è testimonianza la conclusione del discorso di Obama con "se puede" … certo che si può, ma si può fare cosa? E per che cosa?! Si è appellato al popolo cubano dicendo che gli americani saranno soci dei nuovi imprenditori cubani, però sarebbe bello che pensasse anche che oltre a questi pochi piccoli imprenditori rampanti, a Cuba c'è un popolo che è rappresentato dalla società civile che è il sindacato dei lavoratori, il partito, che sono i CDR, che sono le associazioni delle donne, che sono le associazioni dei cittadini, per la gestione dei quartieri, per l’amicizia e la solidarietà, ecc. Quando si appella al popolo cubano dovrebbe sapere che oltre ad esistere delle differenze tra i due governi statunitense e cubano, in tema di diritti umani bisogna anche ricordare come ha detto Raul che “i diritti umani sono indivisibili”, è una torta di cui non si può assolutamente prendere e far finta di assaporare una sola fetta. Quando Raul Castro ha detto che distruggere un ponte è molto facile ma ricostruirlo in maniera forte e solida è un compito molto lungo e difficile,  mi sembra che abbia voluto dire che si ringrazia il Presidente Obama per gli sforzi e i passi avanti compiuti in questi 15 mesi, dal dicembre del 2014, ma che non si possono adottare forme ipocrite  di comodo sulla democrazia incentrata sui diritti  come finzione e sul blocco e poi non fare un passo avanti per chiudere questa infame pagina di brutale guerra economica.

Raul Castro ha anche ripetuto in maniera chiara che la restituzione del territorio di Guantanamo, dove si trova la base navale nordamericana, e la fine del blocco sono elementi ineludibili per normalizzare le relazioni; ha poi voluto ricordare le sue decise parole più volte decisamente enunciate in Parlamento, sul divenire storico di Cuba che certamente può cambiare e perfezionare il suo modello  ma rimarrà sempre all'interno di un sistema socialista, e l'esclusività della sovranità e dell'autodeterminazione spetta e spetterà esclusivamente al popolo cubano. Questo significa riaffermare che si vuole una relazione con gli USA di una pacifica e rispettosa convivenza, ma che ognuno rimane sul suo percorso politico-sociale e che le differenze politiche enormi permangono proprio sul modello di società. Penso che riconoscere questo sarà estremamente importante.

Il Presidente Raul ha ribadito che il processo di normalizzazione dei legami bilaterali è appena iniziato, ma sarà lungo e difficile che si è arrivati a questo punto per la volontà di entrambi i Paesi. Obama ha trovato un paese vivo di democrazia sostanziale che contribuisce attivamente alla pace nel mondo, alla stabilità dell'America Latina, con un ruolo fondamentale non solo nell'ALBA, ma anche nella CELAC  e nell’UNASUR, Il concetto martiano della diffusione della cultura rivoluzionaria da parte di Cuba è un principio fondamentale, l'offerta generosa del suo popolo di amicizia e dignità ha sempre caratterizzato questo Paese nella pratica della solidarietà internazionale.

Voglio anche ricordare alcune parole del Comandante Fidel Castro dopo l'11 settembre del 2001: "Oggi è un giorno tragico per gli Stati Uniti e voi lo sapete bene perché qui non è mai stato seminato odio contro il popolo statunitense proprio per la sua cultura e la mancanza di complessi; siccome siamo uomini completamente liberi abbiamo una patria e non abbiamo padroni, Cuba è il paese dove i cittadini statunitensi sono trattati con più rispetto , non abbiamo mai praticato nessun genere di odio, né cose simili al fanatismo, per questo siamo forti, la rivoluzione è forte, basiamo la nostra condotta sui principi, sulle idee e trattiamo con gran rispetto tutti i cittadini statunitensi che visitano il nostro paese"…

E con lo stesso rispetto è stato trattato Obama senza però concedere nulla sulle scelte di governo, di società che la rivoluzione ha saputo darsi consolidando nella pratica quotidiana la superiorità politica della democrazia socialista, rispetto  alla brutale democrazia del profitto.

La speranza è che la visita del Presidente degli Stati Uniti, che sembra più di facciata che di contenuti, si possa trasformare concretamente in una scelta di percorso reale verso la normalizzazione ma sempre nel rispetto del processo socialista e dell'autodeterminazione del governo e del popolo cubano.

 

ROD: E' la speranza con la quale ci uniamo. Con queste parole di Fidel noi ci salutiamo con Luciano, ringraziandoti per questa intervista che è stata una vera e propria lezione di carattere economico sociale e politico rispetto a quello che sta accadendo a Cuba nei rapporti con gli Stati Uniti . Visto che hai parlato tanto di diritti umani mi permetto in conclusione di ricordare  un aspetto riguardo alla trasparenza: basterebbe parlare del caso Snowden rispetto ai casi di spionaggio degli Stati Uniti per avere un'idea di come essi agiscano; e tu hai ricordato giustamente Oscar Lopez Rivera, quindi dedichiamo a tutti i purtroppo reali detenuti politici questa chiacchierata intelligente!

L.V: Questa trasmissione la dedichiamo al popolo cubano, alla rivoluzione socialista e come dici tu non solo ai prigionieri politici negli Stati Uniti, ma a tutti i prigionieri politici che sono nelle carceri dell'imperialismo e del capitalismo solo perché  vogliono dire che un altro mondo è possibile perché  è necessario.

 

 

Per i riferimenti e ulteriori approfondimenti anche ai temi trattati in questa intervista si possono vedere le  tre fondamentali riflessioni di Fidel Castro, Raul Castro e Bruno Rodriguez.si veda il sito

www.nuestra-america.it

 

 

Ascolta o scarica l'intervista

Fonte: Radio Onda d'Urto

Nell’aeroporto internazionale José Martí è stato ricevuto dal cancelliere cubano Bruno Rodríguez Parrilla, dall’ambasciatore cubano negli Stati Uniti, José Ramón Cabañas e dall’incaricato agli Affari dell’ambasciata degli USA, Jeffrey DeLaurentis

 20 marzo 2016 17:03:10

Il presidente degli Stati uniti d’America, Barack H. Obama, è arrivato a Cuba in visita ufficiale al Terminal 1 dell’Aeroporto Internazionale José Martí.

 Nell’aeroporto internazionale José Martí è stato ricevuto dal cancelliere cubano Bruno Rodríguez Parrilla, dall’ambasciatore cubano negli Stati Uniti, José Ramón Cabañas e dall’incaricato agli affari dell’ambasciata degli USA, Jeffrey DeLaurentis

 Il presidente statunitense è venuto a Cuba accompagnato dalla moglie Michelle e dalle due figlie, Malia y Sasha, da membri del suo gabinetto e da senatori repubblicani e democratici.

 In questa forma Barack Obama diventa il primo presidente che visita la nazione delle Antille dopo 88 anni. Prima lo aveva fatto solo Calvin Coolidge, che sbarcò a Lavana nel gennaio del 1928 per partecipare alla VI Conferenza Panamericana.

 Il suo arrivo a Cuba avviene 15 mesi dopo l’annuncio del processo di ristabilimento delle relazioni tra i due paesi, avvenuto il 17 dicembre del 2014, del presidente cubano Raúl Castro e del mandatario statunitense Barack Obama.

 Bruno Rodríguez Parrilla a Washington, el 20 de julio del 2015, y la del secretario de Estado John Kerry a Cuba, el 14 de agosto de ese mismo año.

 Tra alcune visiste di alto livello che sonoavvenute da questa data sino ad oggi, ci sono il minstro cubano degli Esteri, Bruno Rodríguez Parrilla a Washington, il 20 luglio del 2015, e quella del segretario di Stato John Kerry a Cuba, il 14 agosto dello stesso anno.

 Altre imporanti figure come la segretaria al Commercio Penny Pritzker e il segretario dell’Agricoltura, Tom Vilsack, governatori d’ importanti Stati e imprenditori statunitensi sono arrivati a Cuba tra il 2015 e il 2016.

 Il 44º presidente degli USA realizzerà nell’Isola un’agenda che comprende oggi un incontro con il personale dell’ambasciata del suo paese, la visita della Cattedrale de L’Avana dove sarà ricevuto dal cardinale Jaime Ortega Alamino, Arcivescovo dell’ arcivescovado de L’Avana, di piazza de Armas, del Museo della Città, la Plaza Vieja e la Plaza di San Francisco de Asís.

 Durante la sua visita il mandatario visiterà il Memoriale José Martí, si riunirà con imprenditori e lavoratori in proprio cubani, sosterrà conversazioni ufficiali con il Generale d’Esercito Raúl Castro Ruz, Presidente dei Consigli di Stato e dei Ministri, nel Palazzo della Rivoluzione.

 Nell’ultima giornata Obama offrirà un discorso nel Gran Teatro Alicia Alonso – già Gran Teatro de L’Avana - e forse assisterà alla partita di baseball tra la squadra Tampa Bay Rays delle Grandi Leghe degli Stati Uniti la squadra nazionale di Cuba nello Stadio Latinoamericano.

Il presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, effettuerà una visita ufficiale a Cuba dal 20 al 22 marzo.

Sarà la seconda occasione in cui un mandatario statunitense arriva nel nostro arcipelago. Prima, lo aveva fatto solo Calvin Coolidge, che sbarcò a L’Avana nel gennaio del 1928. Giunse a bordo di una nave da guerra per assistere alla VI Conferenza Panamericana che si stava svolgendo in quei giorni con il patrocinio di un personaggio locale di infausta memoria, Gerardo Machado. Questa sarà la prima volta che un Presidente degli Stati Uniti giunge in una Cuba padrona della propria sovranità e con una Rivoluzione al potere capeggiata dalla sua leadership storica.

Questo fatto si inserisce nel processo iniziato il 17 dicembre del 2014, quando il presidente del Consiglio di Stato e dei Ministri di Cuba, Generale di Esercito Raúl Castro Ruz, ed il presidente Barack Obama annunciarono simultaneamente la decisione di ristabilire le relazioni diplomatiche, rotte dagli Stati Uniti quasi 54 anni prima. Fa parte del complesso processo verso la normalizzazione dei legami bilaterali appena iniziato e che è andato avanti sull’unico terreno possibile e giusto: il rispetto, l’uguaglianza, la reciprocità ed il riconoscimento della legittimità del nostro governo.

Si è arrivati a questo momento, in primissimo luogo, come risultato dell’eroica resistenza del popolo cubano e della sua lealtà verso i principi, la difesa dell’indipendenza e della sovranità nazionali. Tali valori, non negoziati nel corso di otre 50 anni, hanno condotto l’attuale governo degli Stati Uniti a riconoscere i gravi danni  che il blocco ha causato alla nostra popolazione ed al riconoscimento del fallimento della politica di aperta ostilità nei confronti della Rivoluzione. Né la forza, né la coercizione economica, né l’isolamento sono riusciti ad imporre a Cuba una condizione contraria alle sue aspirazioni temprate in quasi un secolo e mezzo di eroiche lotte.

Nell’attuale processo con gli Stati Uniti è stato possibile anche grazie alla incrollabile solidarietà internazionale, in particolare dei governi e popoli latinoamericani e caraibici che hanno collocato gli Stati Uniti in una situazione di isolamento insostenibile. “Come l’argento nelle radici delle Ande –come ebbe modo di esprimere il nostro Eroe Nazionale José Martí nel suo saggio “Nuestra America”- L’America Latina e i Caraibi, fortemente uniti, reclamarono il cambiamento della politica verso Cuba. Questa richiesta regionale venne resa evidente in modo inequivocabile nei Vertici delle Americhe di Puerto España, Trinidad e Tobago nel 2009, e di Cartagena, Colombia nel 2012, quando tutti i paesi della regione reclamarono unanimemente e in maniera categorica la eliminazione del blocco e la partecipazione del nostro paese al VII appuntamento emisferico di Panama nel 2015, alla quale per la prima volta asistette una delegazione cubana guidata da Raúl.

Dagli annunci del mese di dicembre del 2014, Cuba e gli Stati Uniti hanno compiuto passi verso il miglioramento del contesto bilaterale.

Il 20 luglio del 2015 furono ufficialmente ristabilite le relazioni diplomatiche, con l’impegno di svilupparle sulla base del rispetto, della cooperazione e dell’osservanza dei principi del Diritto Internazionale.

Hanno avuto luogo due incontri tra i Presidenti dei due Paesi, oltre a scambi di visite di ministri ed altri contatti di funzionari di alto livello. La cooperazione in diversi campi di reciproco beneficio progredisce e si aprono spazi di discussione che permettono un dialogo su temi d’interesse bilaterale e multilaterale, compresi quelli in cui abbiamo concezioni diverse.

Il mandatario statunitense sarà ricevuto dal Governo di Cuba e dal suo popolo con l’ospitalità che li distingue e sarà trattato con ogni considerazione e rispetto come Capo di Stato.

Sarà questa un’opportunità affinché il Presidente degli Stati Uniti possa apprezzare direttamente una nazione concentrata nel suo sviluppo economico e sociale, e nel miglioramento del benessere dei suoi cittadini. Questo popolo  gode di diritti e può esibire risultati, che rappresentano una chimera per molti paesi del mondo, nonostante le limitazioni che derivano dalla sua condizione di paese sottoposto a blocco e sottosviluppato, per cui si è meritato il riconoscimento ed il rispetto internazionali.

Personalità di statura mondiale come il Papa Francesco ed il Patriarca Kirill hanno descritto quest’isola, nella loro dichiarazione congiunta emessa a L’Avana a febbraio, come “un simbolo di speranza del Nuovo Mondo”. Il Presidente francese Hollande ha affermato recentemente che “Cuba è rispettata e ascoltata in tutta l’America Latina”  ed ha elogiato la sua capacità di resistenza di fronte alle più difficili prove. Il leader sudafricano Nelson Mandela ha avuto sempre per Cuba parole di profonda gratitudine: “Noi, in Africa – disse a Matanzas il 26 luglio del 1991- siamo abituati ad essere vittime di altri paesi che vogliono fare a pezzi il nostro territorio o a sovvertire la nostra sovranità. Nella storia dell’Africa non esiste un altro caso di un popolo (come quello cubano) che si sia levato in difesa di uno di noi”.

Obama troverà un paese che contribuisce attivamente alla pace e alla stabilità regionale e mondiale, e che condivide con altri popoli non il sovrappiù ma le modeste risorse sui cui può contare, facendo della solidarietà un elemento essenziale della sua ragione d’essere e del benessere dell’umanità, come ci ha tramandato Martí, uno degli obiettivi fondamentali della sua politica internazionale.

Avrà inoltre l’occasione per conoscere un popolo generoso, amichevole e degno, con un alto senso del patriottismo e dell’unità nazionale, che ha lottato sempre per un futuro migliore nonostante le avversità che ha dovuto affrontare. Il presidente degli Stati Uniti sarà ricevuto da un popolo rivoluzionario, con una profonda cultura politica, che è il risultato di una lunga tradizione di lotta per la sua vera e definitiva indipendenza, prima contro il colonialismo spagnolo e poi contro la dominazione imperialista degli Stati Uniti; una lotta nella quale i suoi migliori figli hanno sparso il loro sangue e assumendosi tutti i rischi. Un popolo che non vacillerà mai in difesa dei suoi principi e della vasta opera della sua Rivoluzione, che segue senza tentennamenti l’esempio, tra i molti altri, di Carlos Manuel de Céspedes, José Martí, Antonio Maceo, Julio Antonio Mella, Rubén Martínezs Villena, Antonio Guiteras ed Ernesto Che Guevana.

Questo è anche un popolo al quale lo legano vincoli storici, culturali e affettivi con quello statunitense, la cui figura paradigmatica, lo scrittore Ernest He­ming­way, ha ricevuto il Nobel della Letteratura per un romanzo ambientato a Cuba.

Un popolo che mostra gratitudine verso quei figli degli Stati Uniti come Thomas Jordan[1], Hen­ry Ree­ve[2], Win­chester Osgood [3] y Fre­derick Funs­ton [4], che hanno combattuto insieme all’Esercito Liberatore nelle nostre guerre d’indipendenza con la Spagna; e a coloro che, in epoca più recente, si sono opposti alle aggressioni contro Cuba, hanno sfidato il blocco, come il Reverendo  Lucius Walker, pur dir portare il suo aiuto solidale al nostro popolo e hanno sostenuto il ritorno in patria del bambino Elián González  e dei nostri Cinque Eroi.  Da Martí abbiamo appreso ad ammirare la patria di Lincoln e a ripudiare Cutting [5].

È opportuno ricordare le parole del Leader storico della Rivoluzione cubana, il Comandante in Capo Fidel Castro Ruz, l’11 settembre 2001, quando affermò:

“Oggi è un giorno tragico per gli Stati Uniti, voi sapete bene che qui non è mai stato seminato odio contro il popolo statunitense. Probabilmente, proprio per la sua cultura e la mancanza di complessi, sentendosi pienamente liberi, con una patria e senza padrone, Cuba è il paese dove i cittadini statunitensi sono trattati con più rispetto. Non abbiamo mai predicato nessun genere di odio nazionale, né cose simili al fanatismo, per questo siamo così forti, perché basiamo la nostra condotta sui principi e sulle idee e trattiamo con grande rispetto – e loro si rendono conto di questo – tutti i cittadini statunitensi che visitano il nostro paese.

Questo è il popolo che riceverà Barack Obama, orgoglioso della sua storia, delle sue radici, della sua cultura nazionale e fiducioso che un futuro migliore è possibile. Una nazione che prende atto con serenità e determinazione della tappa attuale delle relazioni con gli Stati Uniti che riconosce le opportunità e anche i problemi non risolti fra entrambi i Paesi.

La visita del Presidente degli Stati Uniti sarà un passo importante nel processo di normalizzazione delle relazioni bilaterali. Bisogna ricordare che Obama, come ha fatto in precedenza James Carter, nell’esercizio delle sue facoltà presidenziali, si è proposto di lavorare per normalizzare i legami con Cuba e, di conseguenza, ha realizzato azioni concrete in tale direzione. 

Tuttavia, per arrivare alla normalizzazione rimane ancora un lungo e complesso cammino da fare, che richiederà la soluzione di temi chiave che si sono accumulati per più di cinque decadi e che hanno reso più profondo nei legami tra i due paesi il carattere di confronto.

Tali problemi non si risolveranno di punto in bianco, né con una visita presidenziale. 

Per normalizzare le relazioni con gli Stati Uniti sarà determinante l’eliminazione del blocco economico, commerciale e finanziario che provoca privazioni al popolo cubano e rappresenta il principale ostacolo allo sviluppo dell’economia del nostro Paese.

Va riconosciuta la posizione reiterata del presidente Barack Obama sul fatto che il blocco deve essere eliminato e i suoi appelli al Congresso a tale fine.

Questo è una richiesta sempre più forte e crescente dell’opinione pubblica statunitense e quasi unanime della comunità internazionale che in 24 occasioni consecutive ha approvato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la risoluzione cubana “Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba”.

Il mandatario statunitense ha adottato misure per modificare l’applicazione di alcuni aspetti del blocco che sono positive. Alti funzionari del suo governo hanno detto che altre misure sono oggetto di studio. Tuttavia, non è stato possibile applicare una buona parte delle misure per la loro limitata portata, per la persistenza di altre regole e per gli effetti intimidatori del blocco nel suo insieme, che è stato applicato duramente da più di cinquant’anni.

Risulta paradossale che da una parte il governo prenda misure ma dall’altra inasprisca le sanzioni contro Cuba, che danneggiano la vita quotidiana del nostro popolo.

La realtà continua a mostrare che il blocco perdura ed è applicato con rigore e con una marcata portata extraterritoriale che ha effetti dissuasivi per le imprese e le banche degli Stati Uniti e di altri paesi. Un esempio sono le multe multimilionarie che continuano a imporre a compagnie e istituti bancari statunitensi e di altre nazionalità per aver avuto rapporti con Cuba, il diniego dei servizi e la chiusura delle operazioni finanziarie delle banche internazionali con il nostro paese e il congelamento dei trasferimenti legittimi di fondi verso e da Cuba, compresi quelli in valuta diversa dal dollaro statunitense.

Il popolo di Cuba spera che la visita del presidente statunitense consolidi la sua volontà di farsi coinvolgere attivamente in un dibattito a fondo con il Congresso per l’eliminazione del blocco e che nel frattempo, continui a fare uso delle sue prerogative esecutive per modificare nella misura del possibile, la sua applicazione, senza necessità  di un’azione legislativa.

Dovranno essere risolti altri temi che sono lesivi della sovranità cubana per poter giungere a relazioni normali tra i due paesi, il territorio occupato dalla Base Navale degli Stati Uniti a Guantanamo, contro la volontà del nostro governo e del nostro popolo, deve essere restituito a Cuba esaudendo il desiderio unanime dei cubani da più di cento anni. Devono essere eliminati i programmi d’ingerenza volti a provocare destabilizzazione e cambiamenti nell’ordine politico, economico e sociale nel nostro paese. La politica di “cambio di regime” deve essere definitivamente sepolta.

Comunque va abbandonata la pretesa di fabbricare un’opposizione politica interna suffragata con denaro dei contribuenti statunitensi. Si dovrà porre termine alle aggressioni radiofoniche e televisive contro Cuba, in sicura violazione del Diritto Internazionale, e all’uso illegittimo delle telecomunicazioni con obiettivi politici, riconoscendo che il fine non è esercitare una determinata influenza sulla società cubana, ma porre le tecnologie in funzione dello sviluppo e della conoscenza.

Il trattamento migratorio preferenziale che ricevono i nostri cittadini in virtù della Legge di Accomodamento Cubano e della “politica dei piedi asciutti, piedi bagnati”, provoca perdite di vite umane e fomenta l’emigrazione illegale e il traffico di persone, oltre a generare problemi a paesi terzi. Questa situazione deve essere modificata, come dovrebbe  cancellarsi il programma di “parole” per i professionisti cubani in medicina, che priva il paese di risorse umane vitali per garantire la salute del nostro popolo e danneggia i beneficiari  della cooperazione di Cuba con nazioni che la necessitano. Inoltre, va cambiata la politica che pone come condizione agli atleti cubani di rompere con il loro paese per poter giocare nelle Leghe degli Stati Uniti.

Queste politiche del passato sono incongruenti con la nuova fase che il governo degli USA ha iniziato con il nostro paese. Tutte sono iniziate prima del governo di Obama, ma lui può modificarne alcune per decisione esecutiva e altre eliminarle definitivamente.

Cuba è coinvolta nella costruzione di una nuova relazione con gli Stati Uniti nel pieno esercizio della sua sovranità e impegnata con i suoi ideali di giustizia sociale e di solidarietà. Nessuno può pretendere che per questo debba rinunciare ad uno solo dei suoi principi, cedere un apice in sua difesa, né abbandonare quanto proclamato nella Costituzione: “Le relazioni economiche, diplomatiche con qualsiasi altro Stato non saranno mai negoziate per aggressione, minaccia o coercizione di una potenza straniera”.

Non si può avere nemmeno il minimo dubbio della fedeltà assoluta di Cuba ai suoi ideali rivoluzionari e antimperialisti, e alla sua politica estera impegnata con le giuste cause del mondo, la difesa dell’autodeterminazione dei popoli e il tradizionale appoggio ai nostri paesi fratelli.

Come si legge nell’ultima Dichiarazione del Governo Rivoluzionario, è e sarà irremovibile la nostra solidarietà con la Repubblica Bolivariana del Venezuela, con il governo guidato dal presidente Nicolás Maduro e con il popolo bolivariano e chavista, che lotta per continuare il suo proprio cammino ed affronta sistematici tentativi di destabilizzazione e sanzioni unilaterali stabilite dall’Ordine Esecutivo infondato e ingiusto del marzo del 2015, condannato dall’America Latina e i Caraibi.

La notificazione emessa lo scorso 3 marzo, prorogando la cosiddetta “Emergenza Nazionale” e le sanzioni, è un’intromissione diretta e inaccettabile nei temi interni del Venezuela e nella sua sovranità. Quell’Ordine deve essere abolito e questo sarà un reclamo permanente e deciso di Cuba.

Come ha detto il Generale d’Esercito Raúl Castro: “Non rinunceremo ai nostri ideali d’indipendenza e giustizia sociale, né ci arrenderemo a uno solo dei nostri principi, né cederemo di un millimetro nella difesa della sovranità nazionale. Non permetteremo pressioni nelle nostre questioni interne. Ci siamo guadagnati questo diritto sovrano con grandi sacrifici e al prezzo dei più grandi rischi”.

Siamo arrivati fin qui, lo reiteriamo ancora una volta, per la difesa delle nostre convinzioni e perché la ragione e la giustizia ci sostengono.

Cuba ratifica la sua volontà di avanzare nelle relazioni con gli Stati Uniti, sulla base del rispetto dei principi e dei propositi della Carta delle Nazioni Unite e dei principi del Proclama dell’America Latina e dei Caraibi come Zona di Pace, firmato dai capi di Stato e di Governo della regione, che comprendono il rispetto assoluto della sua indipendenza e sovranità, il diritto inalienabile di ogni Stato di scegliere il sistema politico, economico, sociale e culturale senza ingerenze di alcuna forma; l’uguaglianza e la reciprocità.

Cuba reitera a sua volta, la piena disposizione a mantenere un dialogo rispettoso con il governo degli Stati Uniti e a sviluppare relazioni di convivenza civile. Convivere non significa dover rinunciare alle idee nelle quali crediamo e che ci hanno portato fino a qui, al nostro socialismo, alla nostra storia, alla nostra cultura.

Le profonde differenze di concezioni tra Cuba e gli Stati Uniti sui modelli politici, la democrazia, l’esercizio dei diritti umani, la giustizia sociale, le relazioni internazionali, la pace e la stabilità mondiale, tra l’altro, persisteranno.

Cuba difende l’indivisibilità, l’inter-dipendenza e l’universalità dei diritti umani, civili, politici, economici, sociali e culturali. Siamo convinti che sia obbligo dei governi difendere e garantire il diritto alla salute, all’educazione, la sicurezza sociale, il salario uguale a parità di lavoro, il diritto dei bambini, ed anche il diritto all’alimentazione e allo sviluppo. Rifiutiamo la manipolazione politica e la doppia facciata sui diritti umani, che deve cessare. Cuba che ha aderito a 44 strumenti internazionali in questa materia, mentre gli Stati Uniti ne hanno firmati solo 18, ha molto da dire, da difendere e da mostrare.

Per quel che riguarda i nostri vincoli con gli Stati Uniti, i due paesi devono rispettare le loro differenze e creare una relazione basata sul beneficio dei due popoli.

Indipendentemente dai passi avanti che si possano fare nei vincoli con gli Stati Uniti, il popolo cubano andrà avanti. Con i nostri propri sforzi e le nostre provate capacità e creatività, continueremo a lavorare per lo sviluppo del paese e il benessere dei cubani. Non desisteremo nella domanda d’eliminazione del blocco, che ha fatto tanto danno e continua a farne. Continueremo a portare avanti il processo d’attualizzazione del modello economico e sociale che abbiamo scelto, e di costruzione di un socialismo prospero e sostenibile per consolidare le conquiste della Rivoluzione. Un cammino sovranamente scelto e che sicuramente sarà ratificato nel VII Congresso del Partito Comunista, con Fidel e Raúl vittoriosi.

Questa è Cuba che offrirà un rispettoso benvenuto al presidente Obama.

 

http://www.cubadebate.cu/especiales/2016/03/08/editorial-del-diario-granma-la-visita-a-cuba-del-presidente-barack-obama/#.VuJ5o03SlI0

Realizzazione: Natura Avventura

Joomla Templates by Joomla51.com