ORA BISOGNA COSTRUIRE UNA NUOVA DURA TAPPA DELLA RIVOLUZIONE CHAVISTA CON PROFONDI CAMBIAMENTI POLITICI ECON UNA DECISA  DIVESIFICAZIONE PRODUTTIVA CHE SCONFIGGA LA GUERRA ECONOMICA E PSICOLOGICA NELL’ ATTUALIZZAZIONEDI UNA REALE PIANIFICAZIONE SOCIALISTA

Sbobinamento di Silvia Orri dell’intervista a Radio Onda d'Urto di Luciano Vasapollo e corretta per questa versione scritta

http://www.radiondadurto.org/2015/12/07/venezuela-la-destra-vince-le-legislative-quale-futuro-per-la-rivoluzione-bolivariana/

http://www.nuestra-america.it/index.php/it/articoli/venezuela/item/1279-venezuela-interviste-al-profvasapollo-da-radio-onda-durto-e-radio-citt%C3%A0-aperta-dopo-le-elezioni-del-6-dicembre

 

Professor Vasapollo, innanzitutto le chiedo di dirci qual è secondo lei la causa di questo risultato in Venezuela e come possiamo ascriverlo all'interno di tutto il processo rivoluzionario venezuelano portato avanti negli ultimi 16 anni.

Da parte di un marxista, un'intellettuale militante come me, fortemente schierato con il governo rivoluzionario venezuelano, essendo anche loro collaboratore sulle questioni della pianificazione economica, sono ovviamente dispiaciuto e politicamente profondamente preoccupato, è chiaro. La reazione emotiva è quella di sofferenza politica ed umana, per la sincera amicizia rivoluzionaria  verso un governo della transizione socialista , onesto, che in 16 anni ha dato tutto al popolo venezuelano: istruzione, sanità, missioni,pubbliche, gratuite ha invertito decisamente il corso della storia del Venezuela, e non solo.

Ci sono stati eventi positivi e negativi in questo lungo lasso di tempo e bisogna analizzarli.

Sicuramente vanno considerati gli errori, i limiti, le contraddizioni del governo che hanno portato a questo risultato. Qualsiasi processo rivoluzionario, anche il più sano, corretto e lungimirante come quello chavista ,che è stato creativo ed un punto di riferimento non solo per il Venezuela ed il Sud America ma per l'intera umanità, in quanto ne  ha cambiato il volto e le prospettive, è portato avanti da uomini e quindi ha le sue contraddizioni e limiti. In questa intervista vorrei mettere in evidenza anche questo aspetto, dicendo le cose onestamente.

Partiamo però da prima. Mi viene da pensare, per iniziare, al  momento della morte del comandante Chavez, sulla quale ancora si sta indagando; sono ancora aperte le prospettive e le possibilità di indagine se quella morte non sia avvenuta per malattia accidentale, e se sia potuta essere stata una morte indotta attraverso avvelenamenti durante lungo tempo. Siamo abituati al fatto che l'imperialismo agisca in varie determinate maniere e convergenti; solo a titolo di supposizioni da indagare però, negli anni precedenti ci sono stati sei presidenti rivoluzionari, progressisti e democratici in America Latina che sono stati colpiti da un tumore. E’ quindi una verifica a margine ma va fatta.

 

Torniamo al 13 aprile 2013, eravate là, come sempre, per le elezioni, come accompagnatori elettorali; vince Maduro per pochi voti con 250.000 voti di differenza, con meno del 51%. Quale può essere stato l'effetto?

 

Ovviamente il Venezuela, come tutti i Paesi latinoamericani, impostano la politica di massa molto sulla leadership, come punto di riferimento sul compagno, sul rappresentante del popolo. Ognuno ha la sua cultura, noi non possiamo scandalizzarci e dire:  "Ma come? Sono così legati ad una sorta di populismo?"; no, in America Latina si crede in maniera carismatica al grande leader, è avvenuto con tanti leader rivoluzionari e non solo.

La morte di Chavez porta allo sconforto, una parte dei chavisti non va a votare, oppure annullano la scheda, c'è una prospettiva rivoluzionaria ma un po' ci si disinnamora e per cui si realizza questa vittoria ristretta.

Detto questo, nei giorni successivi alle votazioni, cioè dal lunedì al giovedì, c’è stato un tentativo di colpo di Stato della controrivoluzione; ormai è storia, immediatamente l'opposizione filo-USA, fascista, oligarchica, scende in piazza armata dall’imperialismo. 11 morti, poi successivamente diventati 43 in 3 giorni, oltre 80 feriti, sparatorie, mascherati incendiando case, uffici, con le pistole e le mitragliette che sparavano sui policlinici cubani e sulla folla.

Non è un'opposizione democratica, c’è una fetta consistente che è fatta da mercenari, paramilitari, con infiltrazioni fasciste europee, che si presta ai giochi della CIA con continui tentativi di golpe.

Questa strategia continua per almeno un anno, con morti ed attentati, fino a quando l’imperialismo, l’opposizione fascista controrivoluzionaria si accorgono che la strada armata non è possibile, in quanto il Governo del Venezuela con senso di responsabilità non da risposte repressive. La rivoluzione del Venezuela ottiene una grandissima solidarietà, per cui da parte di UNASUR, CELAC c'è la decisione unanime a favore del legittimo governo chavista, e contro questi progetti fascisti di destabilizzazione.

Per cui l'imperialismo sceglie un'altra strada, invece della guerra militare usa quella economica. In cosa consiste? Creare delle condizioni per affamare il popolo e dare poi la colpa ovviamente al governo.

In che cosa si è concretizzata? Per esempio sul contrabbando dei beni di prima necessità, cioè la produzione nazionale che era venduta in Venezuela a prezzi attraverso il bolivar (accessibili per tutto il popolo), viene dalla grande distribuzione in mano all'oligarchia, esportata in maniera clandestina ed illegale con l'aiuto dei narcotrafficanti alla frontiera, in Colombia. E' più di anno che va avanti questa storia e parliamo di beni di prima necessità, perché la gente deve convivere con la penuria sul mercato di ciò che serve, dalla carta igienica al formaggio, dentifricio, beni fondamentali. Entrano quindi in Colombia questi beni, vengono commercializzati da narcotrafficanti e mercenari prima in bolivar alla frontiera con 40/50 volte il loro prezzo oppure vengono riesportati; diventano quindi beni di produzione venezuelano che diventano importazioni e rientrano però dollarizzati (ne hai accesso solo attraverso la valuta USA). Questo fa sì che aumenti fortemente la domanda di dollari ed il suo  prezzo sale. Ancora oggi il cambio ufficiale bolivar-dollaro è un cambio ad 1/6.5, in un anno e mezzo è arrivato a 750 con il cambio a nero.

Raddoppia e triplica quindi l'inflazione speculativa ed indotta, si trova abbattuto il potere d'acquisto dei lavoratori, si hanno con uno stipendio medio circa 10 dollari al mese con il cambio al nero.

 

Quindi guerra economica significa assenza di prodotti voluta da un attacco imperialista e parallelamente inflazione, speculazione commerciale, economica e monetaria.

 

Ovviamente così parte anche la guerra psicologica, la maggior parte della popolazione, anche chavista o simpatizzante, vedendo una mancanza così forte di alcuni beni di prima necessità inizia a pensare che la colpa sia del governo, interessa poco il discorso dei narcotrafficanti, delle oligarchie o della guerra economica, perché è gente a cui manca il riso, la farina e vuole vivere meglio.

Si addossano quindi al governo responsabilità che non ha.

Questo si somma chiaramente alla guerra mass mediatica; consideriamo che in 15 anni di governo rivoluzionario l'oligarchia è rimasta forte nel controllo dei centri di potere. La parte della borghesia petroliera, si è trovata completamente spiazzata per il fatto che con Chavez e con il governo di Maduro si è ridistribuita socialmente verso il basso la rendita petrolifera: l'80% di questa è stato utilizzato per investimenti sociali; cioè  è andata all’economia pubblica, a strade, ospedali, istruzione, case, fognature, elettricità ecc. Ovviamente gli oligarchi hanno in mano oltre alla grande struttura finanziaria, produttiva e della distribuzione, anche l'informazione; il 90% dei giornali del Venezuela sono in mano al'opposizione per cui solo 3 o 4 giornali a tiratura nazionale sono filo-governativi, vicino al PSUV, a Chavez; l'informazione è fortemente controllato anche con la televisione, ci sono tantissime televisioni in Venezuela e solo una praticamente dà una informazione oggettiva e sincera sull’operato del Governo con Maduro e con il governo e poi fa il suo lavoro la gloriosa TeleSur.

C'è una disparità d'informazione e la guerra psicologica è indotta dalla guerra mediatica.

Detto questo, potete considerare come si è arrivati a queste elezioni, tra l'altro non lascerei in subordine l'ondata legata alla vittoria di Macri in Argentina, un centrodestra comunque filo-imperialista. Macri appena insediato ha giurato fedeltà agli USA, ha gridato  immediatamente vendetta e guerra all’ALBA dicendo fuori il Venezuela dal Mercosur.

Tutto questo ha sicuramente influito su molti elettori indecisi . Ha votato il popolo venezuelano è indubbio, nel senso ampio, il 75%, e Maduro ha ammesso questo immediatamente nel suo discorso alla Nazione riconoscendo la sconfitta durissima affermando  in pratica il ritorno deciso nella “calle”, tra la gente, rinvigoriamo il processo rivoluzionario, rimettiamoci in discussione ed al lavoro.

 

Questa nuova ondata contro i governi progressisti, democratici, rivoluzionari, si sente eccome.

 

Come si sente anche la crisi economica internazionale che ricade sul Venezuela e sull'ALBA. C'è la guerra del petrolio, tra le altre. Il prezzo cade del 60-70% in pochi giorni; perché? E' un effetto speculativo ed ha come obiettivo la Russia di Putin ed il Venezuela di Maduro perché sono tra i maggiori produttori di petrolio non controllati dagli USA; il Venezuela è il quinto produttore di petrolio al mondo ma il primo in quanto a riserve.

Ovviamente viene sferrato da parte dell'occidente un attacco contro questi due paesi perché essendo esportatori di petrolio abbassandogli il prezzo chiaramente si creano alti danni economici. Tra l'altro per poter sostenere questo abbassamento del prezzo devi avere un'offerta alta; se la domanda non diminuisce altrimenti come fai ad abbassare il prezzo? Devi aumentare fortemente l'offerta di petrolio. Chi si presta a questa operazione di immettere forti quantitativi nel mercato di petrolio? Le petromonarchie arabe, che sono quelle che finanziano proteggono e hanno grossi investimenti e legami militari con l'ISIS ed il terrorismo. L'Arabia quindi mette sul mercato un quantitativo enorme di petrolio ed anche l'Iran, costretto in qualche modo a pagare il prezzo sull'accordo del nucleare.

Lo scenario internazionale della crisi sistemica porta a tentativi di uscirne da parte del mondo occidentale attraverso la guerra militare, sociale, il clima sempre più militarizzato. I maledetti parametri di Maastricht, i mancati investimenti sociali; si negano le deroghe sulla spesa sociale invece si sforano i parametri solo per aumentare investimenti pubblici, ma non sociali, quelle militari in guerra, armamenti ecc.

Questo clima non può non ricadere sui Paesi dell'ALBA, la crisi si risente a livello dell’intera America Latina ed il paese più sotto attacco al potere capitalista e delle multinazionali è il Venezuela perché senza dubbio la forza economica dell'ALBA proviene prevalentemente dal Venezuela che sa ridistribuire socialmente i proventi dei suoi giacimenti di petrolio permettendo un afflusso di petrolio a Cuba ed ad altri paesi a prezzo politico ricevendo altri beni in cambio attraverso i mercati interni dell'ALBA, quelli compensativi; di complementarietà e solidarietà, ogni paese mette a disposizione ciò che può; Cuba avrà il petrolio a prezzo politico e mette a disposizione talento umano cioè migliaia di medici, insegnanti o si favorisce lo scambio complementare con altri prodotti del Nicaragua o della Bolivia.

 

Ovviamente non si può non parlare degli errori.

Ogni processo rivoluzionario commette degli errori; ad esempio secondo me si è troppo rimandato il discorso della diversificazione produttiva.

 E' vero che l'attacco speculativo e la guerra economica li avrebbero sferrati comunque però se ci fosse stata una maggiore attenzione alla diversificazione produttiva, che è lenta, ma dipendere meno dal petrolio e ripartire con industrie non soltanto petrolifere, ripartire con la piccola impresa, ridare un ruolo centrale all'agricoltura, abbassare la propensione all'import per lo meno per i beni di prima necessità; questo non è che manchi, ci si è lavorato molto in questi anni, con l'impresa socialista e statale, le cooperative, un maggior ruolo al potere popolare attraverso las comunas, le strutture politico-economiche all'interno del paese, ma necessita l'autodeterminazione non solo economica ma anche politica popolare.

Si è fatto molto ma su questi punti, e in particolare la diversificazione produttiva e la socializzazione sono marciate poco.

I primi anni Chavez trovandosi con un popolo analfabeta, senza lavoro, senza i servizi di prima necessità, con la sanità privata, senza casa, ovviamente ha nazionalizzato le imprese del petrolio e socializzato la rendita, invece che darla alle multinazionali la si tiene nel proprio paese e tutta l'entrata va ad investimenti sociali.

Negli anni si sono sviluppate le Missioni con gran investimento in case popolari, in un lavoro per tutti, abbattimento dell'analfabetismo, nell'università bolivariana, istruzione e sanità gratuita e pubblica, accesso gratuito alla medicina preventiva.

Poi ad un certo punto secondo me bisognava dare più impulso alla diversificazione economica, oltre a questo secondo me su alcuni settori andava spinta di più la socializzazione o almeno una più decisa nazionalizzazione, per esempio il controllo del tutto pubblico del sistema bancario. Un paese che vuole rendersi indipendente sempre più dalle politiche capitaliste ed imperialiste deve controllare assolutamente tutto il sistema finanziario e tutto il sistema bancario; perché ciò permette di nazionalizzare di più gli altri settori ma permette anche che quei settori o industrie nazionalizzati abbiano la normalità dei flussi creditizi. Se nazionalizzi e poi il sistema bancario internazionale ti chiude i flussi di credito, con che si sviluppa l'impresa pubblica statale? Altro discorso, hanno istituito in questi anni las comunas cioè una struttura di potere popolare di quartiere, in cui parallelamente all'istruzione, all'abitare, alla sanità ci sono forme di cooperative e di produzione autodeterminata dentro la comuna stessa. Questo percorso, che si basa parallelamente sull'impresa socialista e sull'impresa sociale, probabilmente doveva cominciare prima e con più determinazione.

L'impulso ora deve essere quello di socializzare maggiormente, dovrà esserci una presa di posizione netta anche sui distretti socialisti, sulla produzione distrettuale. E poi la diversificazione della pianificazione; cioè la pianificazione socialista dev'essere ovviamente centralizzata, le decisioni strategiche devono essere assolutamente centralizzate, però si deve cercare di coniugare questa con una serie di metodi alternativi di pianificazioni decentralizzate. Questo significa dare fiato ed ossigeno alle economie locali, non soltanto a livello settoriale ma anche a livello spaziale. Si devono cioè qualificare ed ottimizzare le risorse locali; è ovvio che  continuare a far riferimento al piano centrale economico ma bisogna diversificare la struttura economica con forme di pianificazione economica socialista e con forme che tengono conto della cultura, delle risorse, delle strutture del territorio locale.

Anche su questo bisognerà lavorare.

E’ quindi una sconfitta dura ma non definitiva. Il governo rimane in mano a Maduro; ma si è di fronte a una grande contraddizione perché ci sarà un governo rivoluzionario ed invece un parlamento che sarà ad ampia rappresentanza da parte dell'opposizione controrivoluzionaria.

 

Quale sarà l'ultimo fine destabilizzante delle politiche dell'opposizione?

 

Boicottare tutte le leggi, specialmente quelle a carattere sociale in maniera tale da incrementare il malcontento; la guerra economica questa volta ha il controllo istituzionale in maniera tale da fare ricadere sul governo di Maduro tutte quelle che sono le problematiche politico-economico-sociali  che il boicottaggio del parlamento farà verso le iniziative di governo ed inoltre c'è la possibilità del referendum revocatorio. Si crea in questa maniera una situazione di instabilità per un po’ di mesi, per poter poi dire che l'economia è allo sfascio, l’intera società è allo stremo politico decisionale e chiedere il referendum revocatorio della guida centrale del presidente Maduro. I controrivoluzionari, l’oligarchia si giocano la carta di avere poi in mano il parlamento ed il potere di fare le elezioni anticipate per il governo e dare il paese in mano a multinazionali ed imperialismi.

Sono certo che giocheranno questa carta, il parlamento della controrivoluzione è lì con l'unico fine di boicottare il governo. Purtroppo questo avverrà ed il fine ultimo sarà il referendum revocatorio.

Ma Marx ci insegna che è la dinamica della lotta di classe che decide  la determinazione del divenire storico.

 

 

 

 

 

 

L’attuale polemica per il regime di cambio è chiaramente una montatura ideologica finalizzata a forzare una mega-svalutazione.

Il regime di cambio e la politica cambiaria sono strumenti di politica economica, non politiche in sé. E a sua volta, la politica economica è uno strumento della politica in senso largo, cioè, del progetto di paese che la maggioranza democratica ha scelto. In tal senso, la valutazione della politica cambiaria, in particolare, e dell’economia in generale, va fatta alla luce degli effetti prodotti sull’economia reale e sulla vita delle persone, e solo una volta considerato ciò, rivedere il tutto in base ai risultati contabili sul bilancio dello Stato o alle tensioni eventualmente generate.

Questo è importante da ricordare perché la destra, nel quadro della guerra economica scatenata contro il paese, è stata molto abile a porre la questione cambiaria in maniera feticista, nel doppio significato del termine. Sia nel senso di attribuirle poteri magici e quasi sovrannaturali (come se di per sé la politica cambiaria avesse la facoltà di mettere a posto i vari problemi dell’economia venezuelana), sia nel senso di sussumere in essa tutta la politica economica, la politica e praticamente tutta la vita nazionale.

Stando così le cose, se la decisione politica presa per un progetto di paese determinato e ampiamente ratificato in termini democratici attraverso il voto della maggioranza, è crescere e continuare a crescere economicamente e socialmente generando posti di lavoro dignitosi, proteggendo i redditi della maggioranza delle persone, democratizzando il consumo e ampliando lo spettro dei diritti socioeconomici, il mercato dei cambi si deve regolare, così come i prezzi dei beni e dei servizi di consumo di massa. E questo ancora di più nel contesto di un paese che, come il nostro, ha ereditato un’economia con profonde disuguaglianze strutturali, con un apparato “produttivo” privato tecnologicamente arretrato, dove la maggior parte delle imprese sono straniere e quelle “nazionali” dipendono da input importati, e dove, come se niente fosse, il 90% delle divise che entrano sono prodotte dallo Stato, sono pubbliche.

In buona misura, la polemica attuale per il regime di cambio è chiaramente una montatura ideologica finalizzata a forzare una mega-svalutazione che finisca di sbaragliare il bolívar a favore del dollaro, castigando coloro che il dollaro non lo posseggono e la maggioranza salariata, premiando invece gli speculatori e i truffatori. Una svalutazione di questo tipo supporrebbe una storpiatura della politica economica e la compromissione del paese nei disegni delle agenzie finanziarie globali con le proprie ramificazione interne. Sotto il falso e semplicistico argomento di creare incentivi nel settore produttivo rendendolo competitivo e di rispondere alla diminuzione del reddito nazionale prodotto dalla caduta dei prezzi del petrolio, si cerca di premiare il capitale speculativo “legale” e illegale, così come si tenta di frustrare qualsiasi possibilità di democratizzare l’economia, per non parlare della transizione al socialismo.

In primo luogo dobbiamo essere chiari sul fatto che una svalutazione della moneta non garantisce un aumento della produttività locale o straniera. La prova: tutte le volte che in Venezuela si è svalutato, prima e durante il chavismo, senza ottenere gli effetti desiderati. E nel contesto attuale ci sono ancora meno garanzie che se ne ottengano. Per molte ragioni. La prima e più importante, è che tale affermazione potrebbe avere senso se si contasse su di un settore produttivo e competitivo dal punto di vista tecnologico. E la seconda, che non esiste attualmente – e tutto indica che non esisterà per molto tempo ancora – un contesto mondiale di domanda crescente che giustifichi di scommettere sul mercato estero.

Rispetto al primo punto, adesso che abbiamo visto che i nostri “impresari” privati non sono nemmeno capaci di coprire il mercato interno, che cosa potrebbe assicurarci che saranno capaci di produrre anche per il mercato estero, dove la competizione è molto maggiore e i tassi di profitto molto minori? È lo stesso che accade con gli investimenti privati esteri. È sotto gli occhi di tutti che nessun paese “sviluppato” abbia raggiunto tale status con gli investimenti stranieri. Oltretutto, in un contesto di precarizzazione salariale mondiale, questi investimenti funzionerebbero soltanto se si portassero i salari locali e il diritto del lavoro allo stesso livello dei paesi con salari più bassi e maggiore disoccupazione, poiché sarebbero le uniche ragioni che di fatto spingerebbero un’impresa straniera a scegliere il nostro paese. E perché investire in Venezuela dove ci sono salari alti rispetto alla media regionale e leggi protezioniste sulla tutela dei lavoratori e delle lavoratrici, potendolo fare in un altro paese in cui i lavoratori sono in balia di sé stessi e i salari minimi nemmeno esistono?

L’apprezzamento del cambio per via della liberalizzazione, dell'unificazione o di entrambi le cose contemporaneamente, inevitabilmente finirà per riflettersi sui prezzi interni impoverendo drasticamente la maggioranza dei lavoratori visto che, come dicevamo, diventerebbe un premio per tutti coloro che hanno speculato e che speculano contro l’economia nazionale. Il ragionamento secondo cui un tale effetto sui prezzi non si produrrebbe, perché nella pratica i commercianti già gonfiano i prezzi dei beni e dei servizi prendendo come punto di riferimento il prezzo illegale (ossia che la suddetta svalutazione già sia in atto e che bisognerebbe semplicemente renderla chiara), o è profondamente cinico o profondamente ingenuo. È un sofisma tecnocratico che non fa altro che far ricadere sulle spalle degli altri i costi sociali che causerebbe la subordinazione definitiva degli interessi nazionali a quelli speculativi.

Non c’è bisogno di essere un economista per capire che una svalutazione può, certamente, migliorare il risultato della bilancia commerciale attraverso la riduzione delle importazioni, e che però tale effetto sarebbe effimero e una mera illusione monetaria, visto che l’aumento dei costi dei beni che necessariamente bisogna importare (medicine, per esempio) agirebbe nella direzione contraria. Tutto questo senza contare che la contrazione del consumo scaturita implicherebbe una caduta del gettito fiscale e pertanto un aumento del deficit fiscale.

Lo scambio tra Lorenzo Mendoza e Ricardo Hausmann ci permette di aggiungere elementi per pronosticare la catastrofe assicurata che ci colpirebbe se il nostro paese venisse spinto in questa direzione. Da una parte, l’eliminazione dei sussidi annunciata per “correggere le distorsioni”, potrebbe portarci come beneficio immediato la sparizione del contrabbando da estrazione per effetto della contrazione del consumo provocata dall’aumento dei prezzi. Però il costo da pagare per questo sarebbe che la maggioranza della popolazione venezuelana si troverebbe ad affrontare una carestia da sottoconsumo, tanto o più grave di quella che soffrono i vicini colombiani, spingendola a cercare il cibo e i prodotti di base in altri posti. È inutile dire che suddetta eliminazione impatterebbe su tutta la catena dei prezzi, diffondendo ancora di più l’inflazione, impoverendo la maggioranza e approfondendo il deficit fiscale per via della già menzionata della caduta del gettito fiscale.

Se a questo cocktail esplosivo aggiungiamo l'indebitamento promesso (tra i 40 e i 60 mila milioni di dollari) e la privatizzazione di PDVSA, i risultati balzano agli occhi: quest'ultima misura farebbe scendere ancora di più il prezzo del petrolio (poiché abbandoneremmo la politica di difesa dei prezzi della OPEP) e, pertanto, i proventi della nostra unica fonte affidabile di divise. E come valutavamo prima, il peso del pagamento del debito diverrebbe insopportabile per le finanze pubbliche. La politica di aumento delle tasse nel mezzo della regressione provocata, non avrebbe buoni risultati. Perciò, per sdebitarsi, si dovrebbero abbandonare le missioni e cominciare un aggressivo processo di privatizzazione e vendita di beni nazionali; accendendo ceri a ogni santo per scongiurare la minaccia della FED di alzare i tassi di interesse dei buoni del tesoro. Non è una speculazione da parte nostra: è stato ciò che abbiamo vissuto negli anni 80 e 90 e ciò che vivono oggi la Grecia, Porto Rico, gli stessi Stati Uniti e praticamente tutta l'Unione Europea.

In merito alla politica cambiaria del chavismo possono farsi le stesse osservazioni valide per la politica dei prezzi. Così come il controllo dei prezzi non è la causa dell'inflazione e della scarsità dei beni, ma la conseguenza di queste, il controllo del cambio è nato come risposta del Presidente Chávez alla speculazione dei settori economici nazionali, transnazionali e alla fuga dei capitali; ragion per cui è rimasto invariato nonostante tutti i tentativi di una sua cessazione. E checché se ne dica, è stata una politica di successo considerando i miglioramenti economici degli ultimi anni. Se attualmente non funziona come si sperava, è perché ci sono problemi nell'applicazione, nel disegno, nel completamento, affronta un contesto avverso o è fortemente attaccato, bisogna migliorarlo, rafforzarlo, attualizzarlo, etc., però non tagliarlo, perché così non si risolverebbe il problema. Le ragioni amministrative e congiunturali non possono sussumere le politiche strutturali. Se la politica cambiaria e monetaria non viene controllata dallo Stato per il bene della maggioranza, come è successo negli ultimi 12 anni, sarà controllata dagli speculatori a scapito di tutti e tutte, come già ci hano dimostrato.

 

Traduzione Margherita Mariani – Collettivo di ricerca Nuestra-América in difesa dell'Umanità.

L’ultima tappa della guerra economica scatenata dall’imperialismo sulla frontiera tra Venezuela e Colombia, è stata consumata martedì 20 Ottobre, quando il Governo di Nicolás Maduro ha prorogato per altri due mesi lo stato di eccezione, decretato ad Agosto, in quattro municipi dello Stato di Táchira al confine con la Colombia[1].

 

Questa guerra imperialista alla frontiera tra Venezuela e Colombia si è evoluta durante tutta l’estate ed ha costretto ad un progressivo aumento delle misure straordinarie da parte del governo bolivariano. Il 20 Agosto scorso, il presidente Nicolás Maduro aveva ordinato la chiusura di un settore della frontiera (inizialmente per 72 ore) sempre nello Stato di Táchira, in seguito ad un’imboscata realizzata su quel territorio da “ignoti”, la quale ha provocato tre feriti, di cui un civile e due militari[2]; il 22 Agosto e per la prima volta da quando è in vigore la Costituzione venezuelana del 1999, aveva decretato uno stato di eccezione per 60 giorni[3], che aveva in seguito prorogato ed esteso ad altre due regioni, Zulia ed Apure (per un totale di 23 municipi) e che è stato rinnovato l’ultimo provvedimento; infine il 28 Agosto entrambi i paesi avevano ritirato gli ambasciatori dalle sedi diplomatiche.

 

Eppure il 21 Settembre si era giunti a un primo punto di svolta con il vertice di Quito (Ecuador) tra Santos e Maduro, con la mediazione della UNASUR e della CELAC, nel quale il Venezuela si è dichiarato disponibile a facilitare il rientro dei colombiani evacuati a causa delle prime misure restrittive[4]. L’accordo raggiunto dai due Presidenti è finalizzato alla normalizzazione della situazione di frontiera attraverso il dialogo bilaterale (tanto che prevede il ristabilimento degli ambasciatori nelle rispettive sedi diplomatiche) con la mediazione dell’Uruguay e dell’Ecuador, ed alla ricerca di una soluzione radicale i problemi di criminalità comuni ad entrambi i paesi.

 

Il Venezuela e la Colombia, infatti, condividono una frontiera di 2.219 km, lungo la quale si svolgono le attività di gruppi guerriglieri, paramilitari, narcotrafficanti e contrabbandieri di combustibile ed altri prodotti primari che il governo venezuelano sovvenziona a prezzo politico controllato alla propria popolazione.

 

Tali attività criminali sono portate avanti da organizzazioni legate alle oligarchie di entrambi i paesi, che solo formalmente possono essere considerate colombiane o venezuelane, poiché in realtà appartengono al sistema imperialista transnazionale[5]. E sono la causa di una grave situazione di guerra economica finalizzata alla destabilizzazione sociale ed economica che investe il Venezuela rivoluzionario. Mentre la Colombia è classificato come uno dei paesi più disuguali, il Venezuela dedica il 60% della spesa pubblica agli interventi sociali, che includono sussidi per l’acquisto di beni di prima necessità, cosa che ha permesso di ridurre il divario tra la popolazione povera e quella ricca[6].

 

Inoltre il paese bolivariano ospita l’85% di quei colombiani fuggiti dalla propria patria per via della cattiva situazione economica e del conflitto interno provocato dai diversi governi avvicendatisi a cui si è opposta la guerriglia delle FARC. Il governo venezuelano ha costruito e assegnato, negli ultimi, anni circa 800.000 abitazioni popolari, il 25% delle quali a cittadini colombiani. Si conoscono molti casi di migrazioni finalizzate espressamente al godimento di quei benefici sociali (in particolare cure mediche) che il governo venezuelano eroga indistintamente ai suoi cittadini come a quelli colombiani[7].

 

Trovare delle soluzioni ai bisogni della popolazione dovrebbe essere la principale occupazione del governo colombiano, come combattere attivamente tutte quelle attività di contrabbando e di traffico illecito che hanno portato sia all'acuirsi della crisi politica alla frontiera sia anche della guerra economica contro il bolívar.

 

Nel frattempo, per fare fronte ad un'inflazione che ha ormai raggiunto l'80%, il presidente del Venezuela ha deciso di riformare la Ley de Precios Justos, che stabilisce un margine massimo di utile del 30% sulla vendita dei prodotti, e di ampliare il controllo a tutti i beni e servizi offerti nel Paese stabilendo un Prezzo Massimo di Vendita al Pubblico; ha inoltre aumentato del 30% il salario dei dipendenti della Pubblica Amministrazione e delle Forze Armate[8].

 

L'ultima proroga dello stato di eccezione a cui è stato costretto il presidente Maduro, avrà effetto per tutto il periodo della campagna elettorale e fino al giorno delle elezioni parlamentari, che in Venezuela si terranno il 6 Dicembre.

 

Nonostante questo e nonostante i vari problemi interni che angustiano entrambi i Paesi – il Venezuela alle prese con la campagna elettorale e con una opposizione sostenuta dalle multinazionali e dai poteri forti dell’imperialismo, oltre alle accuse di repressione nei confronti dei dissidenti; la Colombia le delicate trattative di pace con le FARC e la disastrosa situazione socio-economica dei suoi cittadini, ma anche le elezioni regionali e comunali sulle quali incombe l'ombra del crimine paramilitarista –, questi sembrano essere d'accordo sul miglioramento della situazione alla frontiera. Secondo i calcoli del governatore di Táchira, José Vielma Mora, da quando ne è stata ordinata la chiusura, il livello di criminalità si sarebbe abbassato vertiginosamente e sarebbero stati catturati 47 paramilitari e 250 contrabbandieri.

 

Da parte sua, la Colombia fa sapere tramite una dichiarazione del ministro della Difesa, Luis Carlos Villegas, che durante lo stesso periodo, la parte occidentale della frontiera sarebbe diventata più sicura[9].

 

 

 

12 Novembre 2015

 



[1]    http://internacional.elpais.com/internacional/2015/10/20/actualidad/1445365536_309155.html

[2]    http://caracol.com.co/radio/2015/08/20/internacional/1440048955_370739.html

[3]    internacional.elpais.com/internacional/2015/08/22/actualidad/1440213301_872512.html

[4]    http://www.aporrea.org/contraloria/n278356.html

[5]    http://www.alainet.org/es/articulo/172316

[6]    http://www.alainet.org/es/articulo/172211

[7]    http://www.alainet.org/es/articulo/172211

[8]    http://internacional.elpais.com/internacional/2015/10/21/america/1445463835_176459.html

[9]    http://internacional.elpais.com/internacional/2015/10/20/actualidad/1445365536_309155.html

 

Il mondo senza guerre, senza fame, senza disuguaglianze, senza discriminazioni, senza ingiustizia, è il mondo desiderato dal Nostro Comandante Eterno .

“Per la prima volta nella storia, non solo venezuelana ma delle Nazioni Unite, un programma di governo è scientificamente e metodologicamente allineato con gli obiettivi dell'umanità” , ha evidenziato il Presidente Nicolas Maduro nel Consiglio dei Ministri dove ha fatto un bilancio della sua partecipazione in nome del popolo venezuelano alla 70esima Assemblea delle Nazioni Unite.

Il presidente venezuelano ha esortato la sua amministrazione ad allineare la pianificazione strategica venezuelana, che segue i precetti del Piano della Patria, agli obiettivi delle Nazioni Unite, per un periodo di 15 anni, così da superare la povertà e le disuguaglianze che prevalgono oggi nel mondo.

Il Piano della Patria rappresenta il proseguo della proposta bolivariana ideata dalla spiritualità e dal pensiero del comandante Hugo Chávez, come ha fatto notare il Presidente Maduro, ed ha una validità indiscutibile per tutte le nazioni rappresentate nel sistema Nazioni Unite nel progetto degli obiettivi del millennio .

Tutto il nostro popolo, come ha detto il Capo di Stato, deve sentirsi partecipe nell'attività di gestione politica e di governo che si andrà a completare nei prossimi anni, con i nuovi obiettivi stabiliti per il 2030.

 

Solo in pace

Il presidente venezuelano Nicolas Maduro, durante l’intervento nella settantesima Assemblea Generale dell’ONU, ha dichiarato “che solo in un mondo di pace si possono realizzare questi nobili obiettivi prefissati”.

 Egli ha anche enfatizzato il fatto che per realizzare tali obiettivi è necessaria la trasformazione politica delle Nazioni Unite come meccanismo.

“Il mondo necessita di un altro tipo di Nazioni Unite, necessita di una trasformazione politica, una nuova geopolitica di equilibrio e rispetto dei nuovi regionalismi; un mondo dove s’imponga la verità dei popoli, e in quindici anni, nel 2030, quando si completerà il ciclo che oggi stiamo proponendo contro la disuguaglianza e la povertà, staremo celebrando l’esistenza di una nuova politica di pace e la ricostruzione di un popolo distrutto dalle guerre imperialiste”, ha detto.

Inoltre ha segnalato l’indispensabile creazione di una normativa “ per sottomettere chiunque pensi di poter governare di diritto gli altri popoli e creda di potersi imporre egemonicamente su altri paesi”.

Come disse tempo fa Hugo Chávez , Nicolas Maduro ha denunciato che le guerre ingiuste, provocate per il petrolio, per interessi imperialisti in Afghanistan, in Iraq, in Libia porteranno alla distruzione dei principi originali del Sistema delle Nazioni Unite.

“Ancora sono vive le parole del Comandante Hugo Chávez sulle bugie con le quali s'incoraggiò la distruzione della Libia. A nessuno è permesso né dalla legislazione dell’ONU né da nessun altro organo, di giudicare e pregiudicare il regime politico di un paese e pretendere di cambiare il regime di un governo o sistema” ha denunciato Maduro durante il foro internazionale, ricevendo molti applausi.

È tempo di fermare una tragedia di civiltà “e lo diciamo con dolore perché amiamo i popoli arabi e musulmani, ammiriamo la loro cultura millenaria. Quel che è successo in Libia è stato un crimine, si è distrutto un paese che a sua volta stava salvaguardando la stabilità della regione. Chi è che pagherà per i crimini commessi in questi paesi?”

Il Presidente ha chiamato i paesi a discutere degli orrori in Siria.

“In Siria il sistema delle Nazioni Unite è ancora in tempo per fermare una tragedia significativa per tutta l’umanità. Si può creare una nuova alleanza per la pace” e non ha vacillato nel catalogare quel che succede in Siria come una tragedia della civiltà che pesa molto di più delle frontiere su tutti i popoli del pianeta.

Per questo ha ribadito che è obbligatorio “proibire l’uso di metodi d’intervento che vadano a

terrorizzare popoli dichiarati indesiderabili dalle elite del mondo”.

 

 

Dalla Carta Giamaicana al Piano della Patria

 

Il Presidente Nicolas Maduro ha ricordato che il Piano Socialista di Hugo Chávez, sul quale si basa il Governo bolivariano e il progetto della Patria che vogliono la maggioranza delle venezuelane e venezuelani, ha la sua origine nel pensiero visionario di Simon Bolívar, Nostro Padre Liberatore.

Per questo motivo, ha ricordato il bicentenario di questo documento di portata universale, la Carta Giamaicana, dove il genio di Bolívar auspicò la necessaria costruzione di una geopolitica americana anticolonialista ed antimperialista. “È da lì che si estrassero gli elementi fondamentali della tesi che rivendichiamo oggi in Venezuela, un mondo di giustizia, di pace, di equilibrio dell’universo”.

“ Di un nuovo mondo necessità l’umanità; una politica di convivenza, di pace con giustizia ed uguaglianza, che rigetta tutti gli intenti di egemonizzare in qualsiasi modo il mondo” ha aggiunto.

“A duecento anni dalla Carta Giamaicana, diciamo con Bolívar che il mondo necessità di una nuova geopolitica. La pace è il nostro sogno di oggi, ricostruire quel sistema che nacque come sogno di pace 70 anni fa” ha detto riferendosi alle intenzioni dei principi fondamentali dell’organizzazione creata senza risultati per evitare le guerre.

Ha richiamato l’attenzione sulla costruzione di una nuova etica nell’ambito politico. “Passiamo da un mondo bipolare ad uno unipolare, dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica e l’imposizione di un unico pensiero, quello neoliberista. Richiediamo un mondo di rispetto che riconosca i nuovi regionalismi, un mondo che possa far valere la Carta fondamentale dell’ONU, un mondo multipolare e policentrico”, ha indicato.

L’America Latina è un esempio

“Solo la pace può garantire la viabilità del piano per il 2030 e la viabilità delle relazioni  internazionali del nostro pianeta. In America Latina abbiamo buone possibilità, abbiamo iniziato il

cammino di unione e indipendenza ed oggi possiamo dire di aver consolidato l’unità della  Comunità degli Stati Latino Americani e Caraibici (CELAC), dichiarata zona di pace”, prosegue.

Ha menzionato i meccanismi subregionali come Petrocaribe, Unasur, l’Alba, meccanismi che hanno permesso di intravedere un nuovo orizzonte in Nuestra America. Ha messo in risalto le  negoziazioni per la pace in Colombia e Havana; e lo stabilirsi delle relazioni tra gli USA e Cuba; ma ha anche avvertito che deve cessare il colonialismo che ancora persiste a Guantanamo e nelle isole Malvinas,  e si deve interrompere il terrorismo finanziario esercitato contro Cuba socialista  attraverso l’ingiusto blocco Nordamericano.

“Con gli USA dobbiamo andare oltre le pagine dell’interventismo e del golpismo” che tuttavia ancora minacciano i popoli e le nazioni che hanno deciso di essere liberi e sovrani come il Venezuela bolivariano e chavista.

Popolo Valoroso

“Che grande battaglia ha combattuto il nostro popolo venezuelano, affrontando le cospirazioni interne ed esterne” riferendosi al vile decreto firmato da Obama il 9 Marzo di quest’anno, e alla fatidica operazione Tenaza, il cui scopo era quello di aprire conflitti bellici con Colombia e Guyana per distruggere la Rivoluzione, sconfitto dalla diplomazia di pace esercitata dal governo bolivariano.

Ha assicurato che nonostante la buona intenzione del  Presidente Obama di dichiarare al Vertice delle Americhe che il Venezuela non è realmente una minaccia per la sicurezza interna degli Stati Uniti, tale intenzione non è sufficiente. “ Il decreto deve essere derogato perché è una spada di Damocle che minaccia il mio popolo” ha sottolineato.

Ha avvertito la Comunità Internazionale di stare in allerta di fronte qualsiasi intenzione di attacco alla democrazia venezuelana, in vista delle elezioni parlamentari del 6 Dicembre.

“ Le forze bolivariane hanno ottenuto 18 trionfi in 19 elezioni . Il 6 Dicembre si andrà ad esprimere la volontà del popolo. Chiedo al mondo di stare attento a qualunque intenzione violenta che possa attentare alla vita politica venezuelana. Vogliamo continuare con la democrazia partecipativa e protagonista per giungere alla pace. La nostra vocazione è evidentemente democratica, popolare, pacifica. Oggi possiamo dire che la Repubblica Bolivariana del Venezuela è un esempio per la dignità di tutti i popoli del mondo”, ha detto Nicolas Maduro.

“Quando insieme al nostro popolo staremo commemorando il 17 dicembre 2030 e facendo un bilancio al nostro Liberatore potremo dirgli “Missione Completata!”, solo allora si potrà dire che il Venezuela è indipendente e l’America Latina unita” ha aggiunto.

 

 

Un mondo per la felicità del genere umano

Un mondo senza guerra, senza fame, senza disuguaglianze, senza discriminazione è il mondo auspicato da Chávez. Così lo vediamo nel preambolo del Piano della Patria che impone giustamente le necessità che deve affrontare l’umanità nei prossimi 15 anni affinché raggiunga le mete prefissate per una vita migliore.

“Questo programma di governo per il periodo 2013­-2019 risponde al conseguimento di suddetti supremi obiettivi: Indipendenza e Patria Socialista.

Come disse il nostro Liberatore nel 1820: La nostra risoluzione d’indipendenza è imperturbabile, o questa o niente. Indipendenza definitiva o nulla deve essere la divisa dei bolivariani e delle bolivariane di oggi. L’ Indipendenza definitiva è la nostra causa e il nostro scopo permanente. L’indipendenza intesa allora ci obbliga a voltarci verso il passato per comprendere la direzione certa per il divenire. È per questo che alla tesi reazionaria dell’impero e della borghesia schierata contro la Patria, noi altri e noi altre opponiamo la tesi combattiva, creativa e liberatoria dell’indipendenza e del socialismo come progetto aperto e costruttivo: l’indipendenza non è terminata e la forgiamo nella nostra lotta giornaliera permanente.

Spetta a noi realizzare pienamente il sogno di libertà che non ha smesso mai di palpitare nella nostra Patria e che oggi batte in maniera incessante. Così io ho piena fiducia nella nostra fede combattiva e nella ragione guidata dall' amore che mi incoraggia: l'eredità eroica ci obbliga e tale esigenza è bandiera e compromesso per tutti noi. È necessario onorare il tempo che ci è stato concesso e quindi onorare le sfide; tanti sacrifici non possono essere vani, farli carne e sangue della nuova vita deve continuare ad essere l’orizzonte che ci chiama e sfida.

Questo è un programma di transizione al socialismo e di radicalizzazione della democrazia partecipativa e protagonista. Partiamo del principio che accelerare la transizione passa necessariamente dall’accelerare il processo di restituzione del potere al popolo.

Bene, allora qual è il nostro contesto, americano e mondiale, nel quale stiamo dando vita ad un modello alternativo socialista? È chiaro che la Nuestra America vive un cambiamento di epoca con l'arrivo al potere della Rivoluzione Bolivariana, ed è giusto riconoscerlo. Un cambio di epoca che si caratterizza per un cambio reale e veritiero delle relazioni di potere a favore della grande maggioranza. È chiaro anche che, il sistema capitalista attraversa una crisi strutturale che potrebbe divenire terminale: una crisi che per la sua catastrofica grandezza, ci obbliga politicamente, come direbbe Martí, a chiarire e prevedere ogni giorno la catastrofe, come in realtà stiamo già facendo, per minimizzare gli impatti sul Venezuela. Pero vi è anche un segno incoraggiante che voglio far presente: è iniziato ad emergere un sistema internazionale che va ad orientarsi verso quel gran principio che Bolívar chiamava l'equilibrio dell'universo”.

 

   17 Obiettivi di sviluppo sostenibile proposti in sede ONU

• Porre fine alla povertà in tutte le sue forme

• Azzerare la fame, realizzare la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere   l’agricoltura sostenibile

• Garantire le condizioni di salute e il benessere per tutti a tutte le età

• Offrire un’educazione di qualità, inclusiva e paritaria e promuovere le opportunità di apprendimento durante la vita per tutti

• Realizzare l’uguaglianza di genere e migliorare le condizioni di vita delle donne

• Garantire la disponibilità e la gestione sostenibile di acqua e condizioni igieniche per tutti

• Promuovere una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, la piena e produttiva occupazione e un lavoro decoroso per tutti

• Costruire infrastrutture resistenti, promuovere l’industrializzazione sostenibile e inclusiva e favorire l’innovazione

• Riduzione delle disuguaglianze tra i Paesi

• Rendere le città e le comunità sicure, inclusive, resistenti e sostenibili

• Garantire modelli di consumo e produzione sostenibili

• Fare un’azione urgente per combattere il cambiamento climatico e il suo impatto

• Salvaguardare gli oceani, i mari e le risorse marine per un loro sviluppo sostenibile

• Proteggere, ristabilire e promuovere l’uso sostenibile degli ecosistemi terrestri, la gestione  sostenibile delle foreste, combattere la desertificazione, fermare e rovesciare la degradazione del territorio e arrestare la perdita della biodiversità

• Promuovere società pacifiche e inclusive per lo sviluppo sostenibile, garantire a tutti l’accesso alla giustizia, realizzare istituzioni effettive, responsabili e inclusive a tutti i livelli

• Rinforzare i significati dell’attuazione e rivitalizzare le collaborazioni globali per lo sviluppo sostenibile

 

 Traduzione di Flavia Panetta,

Collettivo Ricerca Nuestra America in Difesa dell'Umanità

 

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