La resistenza eroica della rivoluzione bolivariana; di Luciano Vasapollo, con la collaborazione di R. Martufi e H. De Figuereido, Ediz Efesto 2018, con ringraziamenti introduttivi del Presidente della República Bolivariana N.MADURO; prologo di I. Rodriguez Ambasciatore Venezuela in Italia .

Ringraziamenti e Saluti
Nicolás Maduro Moros
Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela.


Ho il piacere di trasmettere i più affettuosi saluti e sentiti sinceri ringraziamenti a Luciano Vasapollo e ai suoi collaboratori Rita Martufi e Heitor de Figuereido, autori di questo libro “CHAVEZ PRESENTE ! La resistenza eroica della Rivoluzione Bolivariana” , per la solidarietà politica e culturale che esprimono e realizzano con grande passione e partecipazione anche con quest’opera al nostro paese, al nostro governo, al nostro popolo; nell’appoggio incondizionato al processo rivoluzionario bolivariano e nel continuo ricordo con amore del Comandante supremo eterno Hugo Chavez, a cinque anni dalla sua morte fisica nella continuità delle sue idee rivoluzionarie.
CHÁVEZ VIVE!!
VIVA LA SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALISTA!

Prefazione
Julián Isaías Rodríguez Díaz
Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela presso la Repubblica Italiana


Lo scopo di questo libro è quello di realizzare una contestualizzazione storica della Rivoluzione Bolivariana e le sue prospettive. Nasce da un’analisi attuale. Le conquiste politiche e sociali sono a rischio. Il Venezuela subisce oggi una feroce aggressione dall’impero, i suoi alleati locali e dalle oligarchie regionali per cercare di uscire dal chavismo con la violenza.
Ma l’attacco al Venezuela va inserito in un contesto ancora più ampio. Dopo vent’anni, gli Stati Uniti pretendono il riposizionamento nella regione nel tentativo di esercitare nuovamente un controllo assoluto. L’impero risente dell’esperienza dei paesi ALBA che ha sminuito sensibilmente il suo predominio grazie al susseguirsi di governi progressisti e socialisti.
Negli ultimi anni in America Latina si sono registrati: un colpo di stato in Honduras (2009), un altro in Paraguay (2012), un altro in Brasile (2016), diversi tentativi di colpi di stato in Venezuela (febbraio 2015 e aprile 2017), un secondo colpo di stato in Honduras (2017). A questo si deve aggiungere lo sterminio (totalmente censurato) di giornalisti, attivisti, sindacalisti e politici in Guatemala, Messico e Colombia. Questi ultimi due paesi si apprestano a votare alle elezioni senza nessuna garanzia del rispetto minimo di imparzialità, e nel frattempo in Brasile si cerca di impedire la partecipazione di Lula nelle prossime elezioni presidenziali.
In questo contesto l’aggressione al Venezuela ha più significato perché la Rivoluzione Bolivariana e la resistenza del popolo venezuelano al brutale attacco mediatico, economico e psicologico sono simili a quelli inflitti a Cuba (e che si verificano a tutt’oggi). D’altra parte, i mezzi di comunicazione europei, insieme ai governi della UE, si riferiscono ogni giorno al Venezuela come un paese sotto una dittatura invischiata in una terribile crisi umanitaria che vede morire di fame i propri cittadini, i quali affollerebbero le piazze e le strade per chiedere il rovesciamento del governo con atti violenti; un paese, infine, “che non attende altro che essere liberato da un intervento militare esterno” e che inoltre “restituisca la democrazia, la libertà e la prosperità scomparse”.
Come si spiega allora che dal 1998 fino ad oggi si siano susseguite 24 consultazioni elettorali, 22 di esse vinte dal chavismo? Come si spiega inoltre la grande partecipazione popolare -otto milioni e mezzo di votanti- nelle elezioni per l’Assemblea Costituente di luglio 2017? Come si spiegano in questo presunto stato di fame e caos? Come si spiega la sconfitta del contesto violento e terrorista fomentato dall’opposizione fra aprile e luglio 2017?
I "critici intellettualoidi" dell’Europa e degli Stati Uniti d’America sicuramente preferiscono perseverare nell’intento di costruire il terrorismo e la violenza di strada quali meccanismi per provocare un intervento violento contro la “dittatura di Maduro”. Il parlamento venezuelano (Assemblea Nazionale) fino a pochi mesi fa chiedeva di anticipare le elezioni e quando queste sono state recentemente convocate le hanno rifiutate pretendendo di boicottarle. In Venezuela è la quarta volta che ci sono elezioni in nove mesi. Strana questa dittatura!
Gli oppositori rifiutano ogni tentativo di dialogo. Una candidata alle elezioni colombiane annuncia nel suo programma di governo un’invasione in Venezuela. Nell’ultimo anno si sono verificati tre attacchi armati contro il governo di Maduro. Uno contro la sede della Corte Suprema di Giustizia e contro il Ministero degli Interni, Giustizia e Pace, perpetrato da un elicottero (bombe a mano e raffiche di mitragliette); un secondo attacco contro strutture della Forza Armata Nazionale Bolivariana nello Stato Carabobo (Forte Paramacay) e un terzo contro il Comando della Guardia Nazionale Bolivariana. L’obbiettivo: ottenere armi per preparare un futuro colpo di stato.
Si tratta di un copione conosciuto, con cui l’imperialismo costruisce fatti per preparare il terreno alle incursioni militari, come quelle in Iraq, Iugoslavia, Afganistan, Siria e Libia. Dopo gli attacchi avvenuti in Serbia, abbiamo costatato gli effetti delle cosiddette “guerre umanitarie”, mese in atto da potenze imperialiste o pro imperialiste, le cui azioni hanno distrutto intere regioni e assassinato milioni di persone.
Venezuela forma parte di una specificità storica e politica dell’America Latina: la Nuestra America di Martì, la Patria Grande di Bolivar, un continente vessato da secoli, prima dal colonialismo europeo e poi dagli Stati Uniti d’America.
Il proposito di questo libro è far conoscere la portata dei processi bolivariano, cubano e boliviano con il processo d’integrazione dell’ALBA. Non è possibile capire la portata della rottura con il colonialismo senza tenere conto della storia dell’America Latina degli ultimi due secoli, anche se, naturalmente, l’aspetto storico per essere esaustivo dovrebbe partire dall’arrivo dei coloni spagnoli e portoghesi al continente alla fine del XIV secolo.
Soltanto sapendo contestualizzare gli attuali problemi del Venezuela nel divenire dello sviluppo storico (dimostrando quel “senso della storia” che Fidel ha indicato quale caratteristica fondamentale di ogni rivoluzionario), è possibile capire la necessità di difendere con le unghie la propsettiva rivoluzionaria bolivariana al di là di ogni errore, debolezza o contradizione.
In Venezuela, prima della rivoluzione, le grandi risorse derivanti dal petrolio arricchivano sempre di più le multinazionali (l’80-85% dei profitti usciva dal paese accaparrato dalle oligarchie e dalle trasnazionali). Uno dei paesi più ricchi in petrolio faceva vivere la stragrande maggioranza del proprio popolo in condizioni di povertà assoluta e con un indice di analfabetismo tra i più alti dell’America Latina. Con la rivoluzione chavista le entrate del petrolio, invece di finire alle multinazionali, sono rimaste nel paese per oltre l’80% e vengono investite in opere sociali (lavoro, educazione, salute, case, fognature, energia), con la solidarietà e complementarietà di Cuba. I medici cubani sono arrivati in Venezuela per lottare contro l’analfabetismo e per la salute pubblica gratuita. Chávez ha realizzato delle riforme sociali di carattere rivoluzionario, partendo da riforme strutturali del sistema ogni volta più incisive; nuove nazionalizzazioni che non si sono limitate unicamente all’industria del petrolio, ma missioni sociali, creazioni di nuove Università, ecc. Qualcuno ha cercato di dire che queste misure sono riconducibili al capitalismo sociale, ma Chávez ha dimostrato con il tempo che la connotazione di questa rivoluzione aveva il proprio fondamento nel “socialismo del XXI secolo”.
Si tratta di un nuovo processo di trasformazione socialista che si esplicita e concretizza nell’ALBA, con gli altri paesi a modello antimperialista e anticapitalista diverso, fortemente orientati a uno sviluppo autodeterminato dall’integrazione solidale di Nuestra América. La rivoluzione martiana e poi marxista cubana, insieme alla rivoluzione bolivariana e boliviana disegnano nuove forme di transizione al Socialismo.
Dopo il colpo di stato del 2002 promosso dagli Stati Uniti, dalle multinazionali e oligarchie locali, i tentativi di rovesciamento violento del Governo Bolivariano sono ripresi con grande forza e violenza a partire del 5 marzo 2013 (morte di Chávez) e sono di attualità ancora mentre questo libro va in stampa.
Nel libro, specialmente nel quarto capitolo, si descrivono i metodi di strangolamento economico, de violenza e spesso aperto terrorismo utilizzati dalle forze dell’oligarchia e dagli Stati Uniti tramite gli alleati locali e regionali.
Tuttavia la Rivoluzione Bolivariana resiste e il 30 luglio 2017 ha dato un forte segnale di mobilitazione popolare di base con la partecipazione alle elezioni della II Assemblea Nazionale Costituente. Fra gennaio e febbraio 2018 il governo e l’opposizione hanno impostato un dialogo nella Repubblica Dominicana per giungere a una soluzione condivisa che facesse ridurre le violenze e il livello di tensione nel paese, il terrorismo, il sabotaggio agli ospedali, alle reti elettriche, alle vie di comunicazione, alle reti di rifornimento di alimentari, e stabilisse un livello di istituzionalismo pacifico a beneficio di tutti.
Va sottolineato che non soltanto gli Stati Uniti vogliono lavorare per il rovesciamento violento del Governo Bolivariano, ma sono anche i suoi partners dell’Unione Europea ad intervenire con ingerenze e sanzioni inaccettabili contro il Venezuela, con lo stesso intento di destabilizzare e impedire il dialogo costruttivo fra le parti.
Le sanzioni contro il Venezuela da parte dell’Unione Europea hanno mostrato il loro lato coloniale, interventista, criminale e volgare. Dobbiamo sottolineare che non si deve addossare tutta la colpa al “mostro” di Trump. Il Presidente nordamericano è un feroce avversario di ogni processo di autodeterminazione popolare in America Latina, ma dobbiamo identificare anche le responsabilità delle istituzioni e degli Stati europei.
Il Governo di Caracas ha definito le sanzioni come “indegne” e “gravi ingerenze” negli affari interni del paese. Le sanzioni dell’UE si aggiungono a quelle imposte da Washington, e vale ricordare che dette sanzioni impediscono l’emissione di nuovi bond ed obbligazioni per rifinanziare il debito venezuelano e della sua impresa statale petrolifera PDVSA. Si tratta di un blocco economico e finanziario per impedire l’importazione di prodotti essenziali e il pagamento degli obblighi assunti dal paese all’estero. È una guerra economica condotta dagli Stati Uniti alla quale si è unita l’Unione Europea, con i propri mezzi di comunicazione e di politica diplomatica.
Dall’altra parte, il 7 febbraio 2018 avrebbe dovuto essere sottoscritto nella Repubblica Dominicana l’”Accordo di convivenza democratica per il Venezuela”. Questi i punti del programma: la sovranità venezuelana; il programma elettorale, la convivenza pacifica, il riconoscimento dell’Assemblea Nazionale (Parlamento), dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC), la fine di piani violenti dell’opposizione, la fine della guerra economica indotta e la liberazione dei cosiddetti dall’opposizione “prigionieri politici”. Nonostante ci fosse un ampio margine d’intesa fra le parti, al momento di sottoscrivere il documento l’opposizione si è rifiutata. Pressioni esterne provenienti dalla Colombia (paese dove si trovava in quel momento il Segretario di Stato americano Rex Tillerson) hanno impedito la firma del documento. Tillerson, da febbraio 2018, è stato impegnato in un viaggio in paesi del cosiddetto Gruppo di Lima (Colombia, Messico, Argentina, Peru), Gruppo che, appoggiato dagli USA, ha dichiarato il Presidente Maduro “persona non grata” al Vertice delle Americhe in programma il 13 e14 aprile 2018 a Lima.
Il Segretario di Stato Tillerson, ex amministratore delegato di Exxon-Mobil, (compagnia petrolifera statunitense dai grossi interessi sul petrolio del Venezuela), il quale ha un astio di lunga data nei confronti delle nazionalizzazioni venezuelane), ha ribadito presso l’Università del Texas l’attualità della Dottrina Monroe, ovvero, ha basato i propositi d’intervento con il documento teorico del imperialismo statunitense per assumere l’agognato dominio sull’America Latina (1823). In ognuno dei paesi visitati, Tillerson ha rilasciato dure dichiarazioni contro il Venezuela, mentre si riuniva con Presidenti e Ministri ai fini di stabilire piani d’intervento contro il Venezuela. Sono questi elementi estremamente preoccupanti per l’analogia con altri momenti storici come il colpo di stato in Cile contro Allende nel 1973. Esistono forti rischi di un’eventuale attacco contro il Venezuela dalla Colombia; ci sono movimenti di truppe (3000 soldati mobilitati) assistiti dal Comando Sud nordamericano
Esiste insomma il rischio che la guerra economica, psicologica e massmediatica che l’opposizione promuove con violenza deflagri in un’eventuale guerra militare, probabilmente destinata a boicottare le elezioni presidenziali in programma il 22 aprile 2018.
Senza ombra di dubbio, il Venezuela resisterà; il popolo venezuelano non rinuncerà alla democrazia popolare.
Questo libro non è scritto da un punto di vista neutrale ma con l’intento di leggere i problemi e le prospettive della Rivoluzione Bolivariana sotto una ricostruzione storica, facendone parte e assumendone la solidarietà. È scritto in un’ottica militante senza contraddizioni con il processo, che rappresenta una prospettiva concreta di emancipazione per milioni di persone soggiogate da secoli da una dominazione brutale.
Guardare alla storia in un’ottica rivoluzionaria significa anche abbandonare ogni occidentalcentrico e ogni superficiale imposizione di modelli universali profondamente eurocentrici che purtroppo accompagnano spesso i giudizi anche di sedicenti progressisti democratici che hanno visto in Chávez soltanto un militare con l’unica pretesa della socializzazione parziale dei mezzi di produzione.
Un’idea centrale che fa da sfondo a questo libro è invece precisamente quella per cui non esistono modelli preconfezionati di socialismo da applicare ad una stessa realtà. Esistono invece, contesti storico-sociali specifici (sviluppati lungo secoli), con precisi rapporti di forza fra le classi, in precisi fasi storiche e della competizione globale e forme di produzione capitaliste; è qui che si aprono spazi concreti di transizione nelle diverse modalità.
In questo senso Chávez definì il Socialismo del XXI Secolo, quello possibile qui e ora e che va rafforzato e sostenuto con la massima convinzione, senza appellarsi a una “purezza” che non esiste nella storia.
È con questa convinzione che auguriamo ai lettori di essere arricchiti e stimolati da questo libro, non solo nella conoscenza ma anche nell’impegno attivo e nella militanza politica nel socialismo.
A cinque anni dalla morte di Chávez (5 marzo 2018), la Rivoluzione Bolivariana-Chavista del Venezuela ha bisogno di tutto il sostegno e la solidarietà internazionalista di ogni organizzazione, militante e persona giusta che si batta in Europa e nel mondo insieme al Venezuela, a Cuba e alla Bolivia per il superamento del capitalismo e la costruzione della società socialista!

Sostenere la resistenza eroica della Rivoluzione bolivariana
Alessandro Bianchi per l’Antidiplomatico intervista il Prof. Luciano Vasapollo
26/02/2018


A pochi giorni dalle elezioni del 4 marzo, la lista Potere al Popolo è stata duramente criticata dagli organi di stampa mainstream, e dai partiti di sistema, accusata di sostenere il processo rivoluzionario bolivariano in corso in Venezuela. Come commenta questi attacchi?
Le critiche degli organi di stampa del sistema sono la dimostrazione più tangibile del fatto che la strada intrapresa sia davvero quella giusta. Se a criticare Potere al Popolo è l’apparato massmediatico che ha mentito sapendo di mentire negli ultimi vent’anni, allora abbiamo la prova che la via intrapresa, lo rivendico con orgoglio, è davvero quella giusta. C’è un articolo che ha generato in me più sconcerto, vero ribrezzo più di altri sulla questione. Mi dispiace pubblicizzare gente, signori della comunicazione di regime, che non lo meritano davvero. Non parliamo certo di un grande giornalista, non lascerà il segno nella storia di questa professione. Sono stati miei e nostri avversari molti giornalisti che in passato hanno attaccato duramente i movimenti dei lavoratori, l’attività politica e di lotta dei movimenti di classe, ma che avevano rispetto per la loro professione e studiavano accuratamente i dati e i documenti prima di ogni articolo. E per questo li consideravamo avversari rispettabili. Oggi non più. Bisogna cominciare a discutere di che cosa sia diventata la comunicazione e l’informazione del potere. Nel 1999 avevo scritto un libro dal titolo “Comunicazione deviante” (uscito da poche settimane in nuova edizione aggiornata per l’editore Efesto) in cui mostravo come gli strumenti attraverso cui la comunicazione manipola l’opinione pubblica è strutturata per creare consenso diretto e indiretto per creare consenso anche fra gli sfruttati ai potenti della terra. Oggi in Italia quei potentati hanno come riferimento Berlusconi, ma ancora di più Renzi o Gentiloni. E poi ci sono anche quei settori di borghesie conservatrici e dell’estremismo populista nazionalista che hanno come loro riferimento forze fascistoidi, nazistoidi dichiarate. Non è un caso infatti che le nostre istituzioni di competenza abbiano permesso a questi signori spregevoli di presentare le proprie liste e fare campagna elettorale sull’apologia del fascismo - che è un reato – e - sempre le nostre istituzioni che dovrebbero garantire il rispetto delle regole democratiche - invece reprimono brutalmente chi manifesta e lotta per la difesa della nostra Costituzione.

Di quale articolo in particolare stiamo parlando?
Su il Foglio, giornale espressione di quei potentati che oggi guardano a Renzi e ieri a Berlusconi, Maurizio Stefanini ha scritto una serie di bugie sul Venezuela e su Potere al Popolo che meritano una risposta. Sul Venezuela e le solite fake news, come va di moda chiamarle oggi, vorrei dire alcune cose in particolare. Stefanini costruisce il suo articolo sull’idea che il Venezuela sia un paese in mano a una feroce dittatura, invischiato in una terribile crisi umanitaria provocata nel migliore dei casi dall’incapacità del suo governo, e nel peggiore dalla volontà scientifica di affamare la popolazione; un paese dove la popolazione stremata affolla le strade e le piazze per chiedere il rovesciamento del chavismo, ciò che sarebbe ancora rimandato solamente dalla più brutale repressione del dissenso. Un paese, insomma, che non aspetterebbe altro che essere “liberato” da un intervento militare esterno che riporti la “democrazia”, la libertà, la prosperità.
Come si spiega, verrebbe da chiedere, che dal 1998 a oggi sono state ben 24 le consultazioni popolari svolte (in 22 nelle quali ha prevalso il chavismo) e la cui regolarità è stata puntualmente verificata da osservatori internazionali? Come si spiega l’enorme partecipazione popolare – otto milioni e mezzo di votanti – nonostante il contesto di violenze e terrorismo fomentato dalle opposizioni, alle elezioni per l’Assemblea Costituente del luglio scorso, che ha visto la netta affermazione di Maduro?

E in Italia su Potere al Popolo quali relazioni con quanto scritto e quali osservazioni?
In queste ultime settimane ho letto di tutto contro la lista Potere al Popolo e contro la Rivoluzione Bolivariana. E non solo sui giornali berlusconiani, ma anche sul Fatto Quotidiano, giornale strano soprattutto quando si toccano temi esteri, e sul Manifesto, su cui mi sono espresso già tanto in passato. Non è quindi da stupirci se il Foglio attacchi Potere al Popolo e il governo bolivariano rivoluzionario, soprattutto in relazione alla resistenza del popolo venezuelano contro l’aggressione fascista, imperialista e neo-coloniale in corso.
Ma vorrei fare chiarezza su un punto. Oggi l’unica lista veramente alternativa in queste consultazioni elettorali in Italia è Potere al Popolo, una coalizione che rappresenta la voce degli ultimi, degli umili, dei disoccupati, dei migranti, di coloro che non hanno casa, che non trovano nelle regole di questa democrazia, forme di protezione senza un adeguato stato sociale ; ed è proprio e solo Potere al Popolo a occuparsi di questi temi cruciali per la vita di ognuno di noi. Siamo oppressi e controllati da un terrorismo massmediatico e psicologico sempre più invasivo che cerca di annullare diritti e dignità e capovolgere la realtà.
Potere al Popolo è una sorte di confederazione per la democrazia partecipativa, un fronte unitario di lotte, un fronte popolare che vede al suo interno forze che hanno anche diversità politiche e culturali. Molte organizzazioni ora in Potere al Popolo da anni si battono per difendere la democrazia di base sostanziale nel nostro paese. Ma per democrazia noi intendiamo quella popolare e partecipata, non quella rappresentativa. E questo,secondo me è già vivere rivoluzionario.
Pensare che la rivoluzione sia solo atto violento è una follia. Chavez ha trasformato radicalmente tutta l’America Latina vincendo le elezioni, e ancora oggi il chavismo è un modello per tutti gli ultimi della terra. Evo Morales in Bolivia, Rafael Correa in Ecuador hanno vinto regolari elezioni e poi cambiato profondamente, radicalmente la Bolivia e Ecuador. Cuba va alle elezioni a marzo come ci va regolarmente dal 1959 con la democrazia diretta socialista. La questione che fanno finta di non capire in molti, è che da una parte il movimento dei lavoratori, le forze popolari, i comunisti e i paesi rivoluzionari e progressisti nell’ALBA si danno forme di democrazia popolare partecipativa; dall’altro lato, in questo mondo a capitalismo maturo si pensa che l’unica democrazia sia quella rappresentativa. Ma rappresentativa per chi e di chi?

Qual è la situazione attuale in Venezuela, Professore?
Sul Venezuela bisogna fare chiarezza nel mare di bugie in cui siamo inondati quotidianamente. È in corso un grande processo rivoluzionario che ha cambiato le sorti dell’America Latina, ridato forza e dignità a milioni di persone che semplicemente nei regimi neo-liberisti del passato non esistevano e ha dato grande forza e speranza a chi come noi in occidente si rifà alla cultura di resistenza del movimento operaio e della democrazia di base. Oggi in Italia ci sono 10 milioni di persone che vivono tra la povertà relativa e quella assoluta. Non hanno dignità, sono scarti del sistema. Proprio per questo anche qui in Europa o nei paesi capitalisti a processo maturo la questione della trasformazione in Venezuela è di vitale importanza.
Ma la situazione è oggettivamente difficile nel paese venezuelano bolivariano...
Indubbiamente. La situazione è inutile nasconderlo è molto seria. Il rischio che la guerra economica, psicologica, massmediatica, portata avanti con le violenze terroriste dell’opposizione, usando un termine in tal caso improprio, all’interno del Venezuela deflagri in aperta guerra militare è un opzione sul campo. È necessario quindi che non solo tutti coloro che si battono per il superamento del capitalismo e l’apertura di spazi di socialismo, ma anche ogni sincero democratico e progressista e chiunque ritenga un valore l’autodeterminazione dei popoli, mostri la propria tangibile solidarietà con il Venezuela rivoluzionario chavista. Si preparano probabilmente nuove violenze in prossimità delle elezioni presidenziali in programma per il prossimo 22 aprile. Ed è qui il mio appello a questo signore “intelligente critico” del Foglio, si informi in maniera chiara ed inizi a guardare alle sanzioni, al blocco che oggi colpisce il Venezuela come ha colpito per decenni Cuba, al terrorismo dell’estrema destra appoggiato da CIA, narcos, ai 130 morti voluti da chi di difende gli interessi delle multinazionali, all’agire quotidiano del terrorismo militare e alla guerra economica: si fa incetta dei beni di prima necessità, creando una situazione di enorme difficoltà nella vita quotidiana e un’inflazione tremenda per colpire i salari effettivi e poi far così colpa al governo Maduro. Studi, legga, apprenda, questo egregio giornalista, e poi informi. È chiaro che la situazione oggi sia difficile ma il popolo venezuelano resiste e resisterà. Atilio Boron ha definito la lotta del Venezuela come la Stalingrado dell’America Latina. Io credo sia la Stalingrado di tutti i popoli che ambiscono all’autodeterminazione, alla sovranità e alla giustizia sociale. E riguarda anche il “primo mondo”.


Quale il ruolo di Stati Uniti e Unione Europea?
Gli Stati Uniti sostengono le oligarchie e le multinazionali del petrolio con il terrorismo psicologico e massmediatico per condizionare e deviare quei settori della popolazione che hanno sempre sostenuto il chavismo nel paese. Prende sempre più piede la costruzione ad arte di uno scenario sul modello Libia e Siria. Ma il Venezuela ha resisistito con Chávez, quando nel 2002 hanno tentato di rovesciarlo ed è stato il popolo a salvarlo; ha resistito con Maduro nel 2015 alle prime guarimbas; ha resistito con Maduro nel 2017 con le seconde guarimbas, con il popolo che in massa è andato a votare per l’Assemblea Costituente. E resisterà anche alla guerra economica dell’imperialismo di Trump e quello della UE di Tajani e Mogherini. Il popolo del Venezuela non rinuncerà mai alla democrazia popolare e ai diritti sociali conquistati. Sa bene il popolo e si ricorda bene di cosa succede nel paese quando a governare sono i lacché dell’imperialismo come oggi in Colombia o Messico.


Maduro oggi viene descritto come un “dittatore sanguinario” nonostante abbia vinto elezioni su elezioni. E viene descritto così da chi al contrario chiude gli occhi a comando su quello che avviene in Guatemala, Honduras, Brasile, Paraguay, Messico, Colombia. Come descrive il ruolo e il comportamento oggi del Presidente venezuelano?
Maduro sta dimostrando grande responsabilità democratica e senso dello Stato. Vi prego di ascoltare l’intervista di ieri in cui il Presidente fa nuovamente appello a pace, dialogo e elezioni. L’opposizione, per così dire, che è dell’estrema destra e che detiene maggioranza nel Parlamento ha chiesto insistentemente nuove elezioni presidenziali “il prima possibile” e come premessa per il dialogo. Il Presidente ha indetto le elezioni per il 22 aprile e quando c’’era già il pre-accordo firmato nella Repubblica domenicana tutto è saltato perché l’estrema destra venezuelana il giorno della firma ha ricevuto una telefonata dalla Colombia dove era in visita Tillerson - oggi Segretario di Stato USA ieri oligarca delle multinazionali del petrolio. Sotto pressione degli Stati Uniti si è interrotto tutto con lo sdegno anche dell’ex presidente spagnolo Zapatero, uno dei cosiddetti accompagnatori nel processo di dialogo e pace nella Repubblica domenicana. È una vera e propria provocazione. Il tutto serve per dire che il 22 aprile non ci saranno elezioni libere. Ma dittatoriali sono le elezioni quando l’opposizione non può partecipare, non quando non vuole partecipare per fare aumentare la pressione dall’esterno lavorando insieme a Unione Europea e Stati Uniti alla destabilizzazione. Chi è l’antidemocratico? Continuano veri e propri attacchi, finti incidenti alla frontiera con la Colombia o del Perù, per poi dire che lo sconfinamento possa essere il pretesto dell’invasione del Venezuela come successo in Siria o in Iraq. Imperialismo non è solo quello degli USA, è imperialismo anche l’insistente ingerenza arrogante, antidemocratica dell’UE.

Può spiegarci meglio?
L’Imperialismo non è solo guerra militare, ma è anche l’imposizione di regole economiche, attraverso oligopoli, monopoli che obbligano intere popolazioni a sottostare ad orientamenti neo-coloniali violentando la loro sovranità e autodeterminazione.
L’Unione Europea è l’emblema di tutto questo e non è un caso che sia oggi in prima fila con le sanzioni contro la democrazia e l’autodeterminazione del Venezuela. I partiti del Parlamento europeo sono oggi per la maggior parte in particolare espressione del centro sinistra. Dobbiamo essere chiari su questo punto: è Renzi, è Gentiloni, è il cosiddetto partito “democratico” che incita a violare le regole delle Nazioni Unite contro la Rivoluzione Bolivariana dando sponda alle ipotesi fascistoidi per il futuro del Venezuela, dell’America Latina e non solo, pensando a far propaganda di regime per dar forza ai giochi dei potenti ; il partito sedicente “democratico” sostiene, per fare un altro esempio, in Ucraina le forze fasciste dei mercenari paramilitari e di un governo dittatoriale.
Per tutte queste ragioni credo che l’unica soluzione reale e credibile sia oggi creare e sostenere nel tempo un fronte popolare come Potere al Popolo. Non sono un portavoce di questa lista e non mi permetto di parlare a suo nome, ma posso dire che le aree politico, culturali, sindacali con cui io lavoro - ad esempio il Cestes centro studi Usb, Nuestra América, organizzazioni politiche come la Rete dei Comunisti, o editoriali come Contropiano - ma anche moltissimi altri compagni che sono dentro Potere al Popolo, sostengono e rivendicano con forza l’appoggio alla democrazia popolare, alla resistenza eroica dei governi rivoluzionari e del popolo di Cuba e del Venezuela. È inutile che si stupisca il signore del Foglio. È vero e lo rivendichiamo con forza. Per noi è un punto di riferimento forte il Venezuela di Chávez e Maduro, così come Cuba socialista, così come il socialismo comunitario della Bolivia, le conquiste dell’ALBA rivoluzionaria. Lavoriamo e lavoreremo affinché i vari golpe voluti dall’imperialismo USA e UE contro l’autodeterminazione dei popoli dell’America latina non possano avere successo e lavoriamo e lavoreremo perché la democrazia reale in Brasile possa tornare e Lula si possa candidare. Lavoriamo e lavoreremo perché i governi della Colombia, Perù, Cile smettano di sostenere gli USA ma aiutino i loro popoli a compiere conquiste verso la piena autodeterminazione.

E sul piano interno?
Sul piano interno lavoriamo affinché in Europa si ritorni all’universalismo dei diritti del Welfare, ai diritti sociali, all’accoglienza. Chi delinque deve essere perseguitato qualunque sia la nazionalità, ma chi oggi pone il problema sull’immigrazione in maniera razzista ed escludente fa il gioco del sistema imperialista e neocolonialista. Chi oggi fa speculazione in chiave razzista in campagna elettorale “sull’incubo dell’immigrato” è chi vuole creare ad arte una immensa guerra tra poveri in modo scientifico per distogliere l’attenzione da chi oggi è il vero nemico da combattere. Dobbiamo ritrovare il nemico vero quello che ci sta portando via diritti, benessere e dignità. E il nemico principale oggi è l’Unione Europea e il suo imperialismo, la NATO e il suo guerreggiare imperialista. Non sono portavoce di Potere al Popolo, ma ribadisco per conto delle aree con cui agisco politicamente e culturalmente : magari in occidente per dare uno schiaffo definitivo al Pd e a forze di uguale natura e con stesse politiche, si formassero esperienze di democrazia reale, di base, popolari e effettive come quelle sperimentate in questi anni nell’ALBA dell’America Latina.
Arriverà in Parlamento Potere al Popolo?
Il signore del Foglio ci dà all’1%, noi abbiamo sondaggi che ci danno al 2,8%. Io sono convinto che supereremo il 3% della soglia di rappresentanza, ma qualunque sarà l’esito, sono convinto che Potere al Popolo dal 5 marzo lavorerà per la legge elettorale auspicata dal popolo italiano: un proporzionale puro. Lavorerà per il reddito sociale minimo, per la dignità abitativa, lavoro a pieno salario e pieni diritti per tutti, per la piena cittadinanza con pieni diritti per i migranti, per uno stato sociale forte e Re distributivo di reddito e ricchezza con un universalismo di diritti. Questo è il programma di lotte per Potere al Popolo e proprio per questo moltissime componenti al suo interno non possono che stare dalla parte delle rivoluzioni del Venezuela e di Cuba. Sono tornato in queste ore da un lungo viaggio a Cuba e ho avuto incontri con governo, partito, accademici degni di questo nome, economisti critici anche di Venezuela, Bolivia, Europa e Stati Uniti. Concordiamo tutti su un punto: la finta democrazia occidentale serve solo a restringere gli spazi di diritto. E anche per questo in conclusione faccio appello ai tanti tantissimi elettori e portavoce in buonafede del Movimento Cinque Stelle: non cercate consensi in quell’alta borghesia che ha distrutto il paese e che ha già dato tutto il suo sostegno al Pd e Forza Italia. Non lasciatevi intimorire dalle idiozie di chi vuole nascondere lo stato della corruzione e del malaffare in questo paese con la ridicola storia delle restituzioni volontarie. Non lasciatevi intimorire e non guardate ai moderati e settori conservatori del paese ma alle forze del vero cambiamento, a quelle realmente democratiche popolari e progressiste.


Capitolo primo
Introduzione storica
Da Chávez a Martí e Bolívar

Chávez entra nell’accademia militare nel 1970, all’età di 17 anni. Racconta a Marta Harnecker che in quegli anni non era mosso da nessuna passione politica avendo come unica aspirazione quella di diventare un famoso giocatore di baseball. Ricorda il giorno in cui cadde l’aereo con Isaías “Látigo” Chávez, il suo idolo tra i giocatori di baseball. All’epoca Chávez aveva 13 anni, giocava a baseball nella squadra di Barinas con i suoi compagni, erano ragazzi provenienti dal popolo, dai quartieri, dai campi. In quel momento storico la guerra di guerriglia stava finendo e il Venezuela stava entrando in un periodo di relativa stabilità democratica. Non voleva entrare nell’Accademia Militare come stavano facendo alcuni suoi amici, ma quando venne a sapere che tra i graduati erano presenti due allenatori di baseball molto importanti decise di arruolarsi.
Descrive così i suoi sentimenti: “Con l’uniforme, con un fucile, un poligono, la stretta disciplina, le marce, il trotto alla mattina, le scienze militari […] mi sentivo come un pesce nell’acqua, come se avessi scoperto la mia vera essenza, o parte dell’essenza della vita, ”.
Chávez studia Scienze Politiche e comincia ad interessarsi alla teoria militare; entra nell’esercito, la vecchia scuola militare aveva da poco deciso di predisporre una specie di università militare.
Si appassiona a leggere le opere di Mao e da quelle letture dichiara di aver tratto delle conclusioni molto importanti per la sua vita. Una di queste era che la teoria della guerra era costituita da varie componenti, da variabili da calcolare, in cui fondamentale rimaneva l’etica: il risultato di una guerra non dipendeva solo dai fucili e dalle altre armi, ma dall’uomo e dalla sua morale. Mao sosteneva che il popolo è l’esercito, e Chávez ha cercato di realizzare questo concetto sin dall’adolescenza con sempre una visione a carattere civico-militare.
Nella formazione di Chávez è evidente l’assimilazione della teoria e pratica rivoluzionaria dei Padri della Patria Americana, come José Martí. Anche Mao aveva un vivo interesse per tutta l’Asia e i paesi colonizzati, per i paesi coloniali, in generale, e per le classi popolari.
Va detto che nei primi tempi il processo rivoluzionario venezuelano non aveva una ideologia ben definita; infatti, non assumeva il marxismo come ideologia fondante di riferimento, anche se va sottolineato che assolutamente mai si sono auspicate caratterizzazioni ideologiche o pratiche antimarxiste. Chávez aveva l’idea di far avvicinare il suo progetto rivoluzionario con le tradizioni nazionali e quattro solo le figure principali di ispirazione: Simón Bolívar, José Martí, Simón Rodríguez e Ezequiel Zamora, ma poi lo studio si muove anche verso Mariatequi, Gramsci, Guevara, Fidel Castro.
Per Chávez si tratta di uomini che perseguivano l’obiettivo di liberare non solo il loro paese ma anche le classi povere e oppresse nelle varie parti del mondo: la lotta antimperialista e anticolonialista non è stata che un passo verso quel fine.
Per mostrare il persistente ruolo svolto nella storia moderna dal colonialismo, Chávez ha ben chiaro che bisogna apprendere dai tanti rivoluzionari che dovettero lottare proprio contro eserciti e interessi economici e politici dell’imperialismo.
Le popolazioni indigene e originarie dell’America Latina e dei Caraibi hanno subito cinquecento anni di dominio, hanno dovuto sopportare la distruzione di intere etnie, hanno dovuto subire la trasformazione dei propri territori, l’appropriazione delle loro risorse, la distruzione di interi territori in nome dell’industrializzazione.
I popoli originari hanno dovuto sottostare alle regole dei colonizzatori, rinunciando alle proprie tradizioni, alla propria religione, alla propria cultura ed anche alla propria lingua sostituita dallo spagnolo. Dal 1800 questi paesi hanno affrontato guerre, ribellioni e rivoluzioni per cercare di rivalutare la propria storia, la propria cultura e le proprie tradizioni.
Martí non si considerava solo il paladino della liberazione di Cuba e Puerto Rico, il suo punto di vista era veramente internazionalista: si sentiva responsabile per tutta Nuestra América, questo nuovo spazio politico dell’integrazione continentale che lui sognava. Chávez guarda alla vita di Martí come lezione per tutti coloro che sono partecipi dello stesso tipo di lotta. Martí era il tipo d’uomo, come rilevò intelligentemente Bertrand Russel, che pensava che, assistere a un crimine senza sentire la necessità di contrastarlo, fosse come commetterlo. Le caratteristiche di riservatezza e militariste del concetto di Martí di un partito rivoluzionario sono solo una delle possibili forme di indurre cambiamenti determinati dalle necessità della lotta rivoluzionaria. La tattica di Martí era adeguata a un insieme di circostanze storiche.
Martí però si rese conto di qualcosa più importante, vale a dire che la lotta non si circoscriveva assolutamente a un solo continente: il Terzo Mondo tutto era nelle grinfie dell’imperialismo e del colonialismo.
Dobbiamo riconoscere Martí come il primo leader rivoluzionario che capì, non solo l’importanza dell’imperialismo e del colonialismo, ma anche il ruolo che in quei campi avrebbero svolto gli Stati Uniti, con qualche cambiamento, dal decennio del 1850. Martí visse negli Stati Uniti negli anni del suo esilio, sfruttando bene il suo soggiorno e il suo lavoro come corrispondente estero di vari periodici. Fu così che studiò il ruolo che questo paese avrebbe avuto in America Latina, la quale, da quei giorni, già stava per diventare il “cortile di casa” della potenza militare e commerciale statunitense.
Come conseguenza di ciò, Martí aveva molto chiara l’importanza di opporre resistenza al potere e all’arroganza delle potenze imperialiste e coloniali, in generale, e all’espansionismo statunitense, in particolare. Non solo aveva molto chiaro, e questo si osserva in tutti i suoi scritti, e in tutte le tappe della sua vita e nel suo sviluppo politico e intellettuale, che Cuba occupava un posto speciale nella lotta contro l’imperialismo statunitense.
Le ragioni politiche, economiche, militari e geografiche di questo sono ancora più chiare oggi, e non ci soffermeremo su quelle in questo lavoro. Nel 1953, la dichiarazione di Castro che l’autore intellettuale dell’attacco al Moncada era Martí è ben lungi dall’essere una boutade teatrale.
L’aspetto in comune più importante tra il marxismo e il pensiero di Martí è il tema dell’imperialismo. L’importanza di Lenin come trait-de-union tra Martí e Marx è cruciale in questo caso.
Attraverso l’esempio di Martí, Chávez ancor più assume come centrale la necessità politica di organizzarsi contro l’imperialismo, e la necessità di attualizzare e applicare le idee di Martí, e ancor prima quelle di Simón Bolívar, e il tipo della sua azione politica, i successi e gli errori, il suo incorruttibile impegno con la causa della libertà, della democrazia e della giustizia sociale.
Per Chávez come per la maggioranza dei venezuelani la figura di Simón Bolívar è un fondamento per il processo che sta nascendo. El Libertador vive negli occhi dei bambini, nei volti degli indigeni Yucpas e degli Yanomami, negli operai di Caracas, negli studenti universitari, e rappresentava la speranza per la nazione venezuelana e la bandiera ideologica per la lotta. Ma l’esigenza di riunificare i paesi dell’America Latina e del Centro America per creare istituzioni di mutua assistenza erano presenti già da molto tempo.
Simón Bolívar ha dedicato tutta la sua vita al progetto dell’America unita, della Grande Colombia come da lui stesso definita. Il 6 settembre 1815 a Kingston, in Giamaica, scrisse un documento la “Carta de Jamaica”, nel quale si spiegavano tutte le ragioni per le quali l’indipendenza dei territori sudamericani dalla Spagna era necessaria e per le quali tutti questi paesi dovessero rimanere unititi dopo la liberazione del gioco spagnolo.
Bolívar sosteneva che l’organizzazione del Nuovo Mondo si dovesse basare sulla solidarietà comune e continentale, sull’uguaglianza giuridica delle nazioni che la formavano; quindi un progetto che si fonda sostanzialmente sull’unificazione delle giovani Repubbliche americane e sulla costruzione di un organo di conciliazione e di intesa fra le nazioni americane.
E nel dicembre del 1824 El Libertador riunisce nel Congresso di Panama esponenti dei governi del Messico, Rio de la Plata, Cile e Guatemala, e dopo 2 anni di lavori l’assemblea istituisce un “Trattato di Unione, Lega e Confederazione perpetua”.
La cooperazione fra i paesi dell’America Latina e dei Caraibi, e la battaglia per raggiungere l’indipendenza e l’unificazione condotta da Bolívar, sono i cardini principali anche delle idee di José Martí che, nel 1891 scrisse il famoso articolo Nuestra América, apparso sulla Rivista Illustrata di New York agli inizi di gennaio dello stesso anno.
In Nuestra América Martí, rifacendosi al pensiero di Bolívar, sostiene che il conseguimento dell’indipendenza dell’America Latina è indispensabile, un traguardo per la libertà stessa degli uomini.
Il riferimento costante a Simón Bolívar da parte di Chávez origina già nei contenuti del Manifesto di Cartagena, redatto nel 1812, che spiega quali siano state le cause che hanno spinto il Venezuela nelle mani della dominazione spagnola, nell’intento di evitare che l’intera Nuova Granada (attuali Panama, Colombia, Ecuador e Venezuela) viva la stessa sorte venezuelana.
Con la presenza degli spagnoli nel paese venezuelano, il pericolo per l’America Latina era diventato altissimo, in quanto tutti i confinanti dovevano temere un’invasione per sfruttare le risorse del Paese. La dominazione in questo modo non fu più solo civile e militare ma agì anche un’influenza religiosa che sottometterà totalmente l’intera area e la getterà nella barbarie più completa. Per tale ragione occorre impugnare le armi e agire, non scegliere la strategia difensiva in quanto sarebbe solo uno spreco di energie, ma attaccare e spingere il nemico oltre la frontiera.
Nel discorso di Angostura del 1819, a Guyana di fronte al Congresso di Legislatori, Bolívar propone il suo progetto costituzionale e si prepara a formare le basi della nuova Repubblica ormai indipendente.
Bisogna ricostruire completamente la struttura sociale, a partire dal sollecitare le coscienze di un popolo da sempre privato della sua libertà, neanche sottomessa ad un tiranno interno, bensì sempre a forze colonialiste straniere; un Paese abituato all’indipendenza deve stare molto attento a non perdere le libertà conquistate, a non farsi tentare da vizi politici e corruzione.
La proposta di Bolívar è quella di una Repubblica democratica che produca la massima felicità possibile per il suo popolo, sicurezza sociale e stabilità politica e che si basi sulla divisione dei poteri, sulla libertà civile, l’abolizione di privilegi e la proscrizione della schiavitù. Il potere repubblicano deve essere accentrato attorno ad un Presidente nominato dal popolo e dai suoi rappresentanti, ma che non governi in modo assoluto ma sempre vincolato all’approvazione del voto parlamentare.
Indispensabile strumento di governo per Bolívar, per le sorti e la prosperità di uno Stato moderno e democratico, è l’educazione. I governi formano, infatti, la morale di una nazione proprio perché stabiliscono e dirigono l’educazione pubblica, perno di una società libera e civile.
Su tali principi, idee, azioni del Padre della Patria, Bolívar, si forma il pensiero e la pratica rivoluzionaria di Chávez. Infatti all’atto di costituzione del suo primo movimento, chiamato “Ejercito bolivariano del Pueblo de Venezuela”, si ispira al giuramento di Bolívar sul Monte Sacro a Roma nel 1805, che dichiara che non ci sarebbe stata pace “finché non verranno rotte le catene spagnole”, e Chávez afferma in egual modo “fino a che non rompiamo le catene che ci opprimono e opprimono il popolo per volontà dei potenti”.

Durante le ultime settimane, un gruppo di economisti e di accademici di differenti discipline si è riunito per sviluppare delle proposte sul tentativo di superare la situazione critica che sta attualmente vivendo il Venezuela. Le proposte sono state sviluppate senza sacrificare le già compromesse conquiste storiche, in nome di un falso “pragmatismo”, ottenute dal popolo venezuelano durante gli anni della Rivoluzione Bolivariana. 

Mettendo da parte le varie differenze di pensiero su come attuare questa via d’uscita, il risultato di questo congresso è stato un insieme di raccomandazioni all'esecutivo Nazionale che vengono riportate qui di seguito. Sperando che siano utili per la comprensione di ciò che sta accadendo e allo stesso tempo per l'uscita del Paese dall’attuale situazione economica, sempre senza rinunciare ai principi bolivariani, le pubblichiamo su 15yultimo.com, confidando si suscitare un dibattito necessario e urgente.

 

Raccomandazioni per affrontare l’attuale situazione economica e dare inizio un nuovo sviluppo dell'economia venezuelana

 

Introduzione

 

Il presidente Nicolás Maduro ha sottolineato l’urgenza di un dialogo che abbia come oggetto la critica situazione economica in Venezuela e che possa presentare delle nuove “proposte economiche”. Considerata questa necessità, un gruppo di professionisti in questo settore ha elaborato il seguente documento, che riassume il lavoro di circa 15 giorni, ma in un certo senso ripercorre lo sforzo intellettuale di numerosi anni.

 

Obiettivo del lavoro

 

L’obiettivo è quello di pianificare alcune proposte per combattere e sconfiggere i meccanismi della guerra economica, i quali a loro volta sono strettamente legati al superamento della vulnerabilità dell'economia venezuelana. Per noi infatti è di massima importanza distinguere tra un’economia determinata dal pensiero capitalista, con le sue relazioni di dipendenza dal capitale transnazionale, e un'economia alternativa, fondata sul potere esercitato dal popolo, che ha come punto di riferimento il socialismo.

È importante quindi sottolineare che l'efficacia della guerra economica, mossa contro il Venezuela dai centri di potere egemonico, è relazionata con:

  1. La grande dipendenza dell'economia nazionale nei confronti delle imprese multinazionali che monopolizzano la produzione, l'importazione e la distribuzione di prodotti industriali, di medicine, di macchinari e di rifornimenti.
  2. La fuga dei capitali provenienti dalle esportazioni di petrolio.

 

Il nostro lavoro si concentra principalmente su:

  • L’iperinflazione, indotta principalmente dalla manipolazione del tasso di cambio, che produce una distorsione del valore della valuta nazionale.
  • La guerra dei prezzi.
  • La penuria programmata e selettiva di cibo e medicine.
  • La carenza di liquidità.
  • I problemi legati alla fornitura di beni e servizi, in particolare nel trasporto pubblico e nel gas destinato a uso domestico.

 

La politica di dialogo e pace del Presidente Nicolás Maduro, incentrata sul rafforzamento del sistema di protezione per la popolazione venezuelana, attraverso il programma per la patria, i CLAP, le Case della Patria, le politiche abitative e pensionistiche e la “inamovibilidad”[1] dei lavoratori, ha segnato una serie di grandi vittorie politiche essenziali di fronte all’assedio imperialista.

È di fondamentale importanza, inoltre, consolidare le vittorie ottenute, infatti il popolo ha un impellente bisogno di risultati in ambito economico, nella lotta quotidiana contro l'iperinflazione indotta, a livello commerciale e finanziario e nell’ambito della guerra economica: per questo è necessario correggere gli errori commessi o impegnarsi là dove non si sta facendo abbastanza. È importante prendere delle decisioni che siano all’altezza della situazione e attuarle senza timore. 

Proposte

  1. 1.       Rafforzare il valore del Bolivar. A tal fine proponiamo:
  • La creazione di un Bolivar che sia una moneta sovrana legata all’oro. Infatti, il valore dell’oro è assicurato dalla quantità depositata nelle casse del Banco Centrale del Venezuela. L’obiettivo è quello di ancorare il valore del Bolivar a un bene il cui prezzo è riconosciuto nel mercato internazionale e non è suscettibile di manipolazione da parte di terzi. Infatti, quest'ultima circostanza è stata il fattore determinante dell’iperinflazione indotta e della destabilizzazione economica. In alternativa si suggerisce di ancorare il valore del Bolivar al prezzo del petrolio, quindi in base alla sua quantità, come è stato realizzato nel caso del Petro.
  • In entrambi i casi, però, il Petro funzionerebbe come valuta solo per il commercio con l'estero, e il Bolivar sovrano, assicurato in oro o in petrolio, circolerebbe come moneta nazionale.
  • In ogni caso, entrambe le opzioni mirano sia a impedire l'acquisto del Petro con Bolivar sovrani, per evitare la fuga di capitali, sia a proibire il libero uso delle criptovalute all'interno del Paese, come avviene in Russia e Cina.

 

  1. 2.       Migliorare l'evoluzione degli aggregati monetari:
  • Aumentare in generale l'attuale coefficiente di riserva legale e attuare un modello dinamico che rappresenti la riserva legale specifica di ciascuna banca, in modo tale che il rispettivo coefficiente sia calcolato prendendo in considerazione il valore minore dell’oscillazione del margine di intermediazione dell’attività produttiva e il valore maggiore dell’oscillazione del margine finanziario (spread) di ciascuna banca. Quest’ultimo dovrà essere misurato come la differenza percentuale netta tra gli importi complessivi derivati dagli interessi e dalle commissioni su prestiti e dagli interessi maturati sugli investimenti, e l'importo totale degli interessi corrisposto ai correntisti. Inoltre, sarebbe necessario ridurre il suddetto coefficiente di riserva legale specifica, nel caso in cui ci fosse un maggior margine di intermediazione per l'attività produttiva o un minore margine finanziario inferiore (spread), sempre con le modalità che abbiamo indicato in precedenza.
  • Modificare la “Legge Organica dell'Amministrazione Finanziaria del Settore Pubblico” (LOAFSP) per stabilire che tutti i fondi e gli attivi monetari dello Stato debbano essere depositati in un’unica banca statale, indipendentemente dalla loro origine, tipo, qualità, formato di emissione e destinazione, anche se amministrati da uno qualsiasi dei livelli politico-territoriali o da qualsiasi ente pubblico (inclusi trust, altri incarichi fiduciari e fondi autosomministrati).
  • La Banca Centrale del Venezuela deve assumere il controllo della politica monetaria, cambiaria e fiscale, attraverso la proposta e l’attuazione di nuovi di strumenti e nuove strategie per attivare una coordinazione di varie politiche (monetarie, cambiare e fiscali).
  • Creare un comitato permanente per il controllo e la coordinazione delle variabili economiche.
  • Creare un ente operativo con capacità sanzionatorie, anche semplicemente migliorando “l’Ente de Interoperabilidad”, ad esempio, che è stato progettato ma che non è ancora attivo, in modo che sia controllato direttamente da Miraflores, che colleghi obbligatoriamente tutti i database degli organi pubblici, che elabori tutte le informazioni attraverso l'uso delle ICT e che produca dei report ufficiali in seguito a queste analisi. 

 

  1. 3.       Stabilizzare e rinforzare il controllo del tasso di cambio:
  • Consolidare il sistema di calcolo del tasso di cambio, sospendendo l'assegnazione di denaro pubblico a società private e destinandolo alle importazioni dirette di beni essenziali per lo Stato e impiegarlo per ottenere una diminuzione della libera convertibilità del Bolivar sovrano.
  • È infine necessario stabilire meccanismi di gestione della valuta che rispondano ai bisogni prioritari della popolazione venezuelana e alle politiche economiche del governo rivoluzionario.

 

  1. 4.       Creare uno strumento legale di pianificazione delle spese, delle entrate e di utilizzo della valuta:

 

  • Così come esiste una Legge organica annuale che ha come oggetto il “bilancio delle entrate e delle spese della Repubblica” (articolo 311 della Costituzione attualmente vigente), è necessario che venga approvata costituzionalmente una legge per preventivare e pianificare l’uso delle entrate provenienti dall’esportazione di materie prime o di qualsiasi altra entrata proveniente dalle esportazioni effettuate dal settore pubblico. La legge deve inoltre specificare le persone giuridiche che ne beneficeranno, le quantità che verranno assegnate e la motivazione.
  • In ogni caso di assegnazione di denaro, è necessario basarsi su un criterio di valutazione dei prezzi internazionale, al fine di prevenire l'eccesso di fatturazione delle importazioni, la fuga di capitali, l'evasione fiscale causata dai prezzi di trasferimento e la ripercussione dei prezzi gonfiati sulle strutture di produzione e di distribuzione e sui costi di commercializzazione. Occorre inoltre valutare la ripartizione da parte dell'organismo competente, attraverso un’analisi incrociata tra i dati doganali delle importazioni registrate da SENIAT in ASYCUDA, per garantire la trasparenza della gestione valutaria, combattere la corruzione e consolidare il controllo sociale.
  • Capitali esteri e settore privato: creare spazi in modo tale che il settore privato possa trasferire il denaro che ha depositato nelle banche internazionali, senza che lo Stato ritenga questi capitali rientranti come parte delle esportazioni di risorse naturali.
  • In caso di eccezioni è necessario dare una pubblica giustificazione, basata su meccanismi finanziari e non di cambio. Invece di vendere le valute alle multinazionali, è necessario prestarle a interessi e con garanzie reali che garantiscano il recupero del prestito.
  • Riesaminare l'Accordo Cambiario n. 34 del 30 agosto 2016, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Bolivariana del Venezuela n. 40.985, in data 9 settembre 2016, con il quale gli esportatori possono accedere all’80 % della valuta corrispondente al valore delle loro esportazioni e consegnare solo il 20% delle esportazioni che erano obbligati a corrispondere alla BCV, al fine di rendere adeguati tali importi dal momento che questo impegno viene sistematicamente violato.

 

  1. 5.       Rafforzare il sistema finanziario. A tal fine raccomandiamo: 
  • La fusione di tutte le banche di proprietà dello Stato (incluse le banche speciali e del microcredito) in un'unica Banca Pubblica. La tesoreria della Banca deve essere in contatto diretto con il Ministero del tesoro.
  • Realizzare un organismo finanziario superiore, come previsto nell'attuale legge organica.

 

  1. 6.       In materia fiscale, si propone:
  • Stabilire l'imposta sul reddito in base al calcolo della percentuale di profitto rispetto alle vendite o agli attivi. Questa rimpiazzerebbe la tassa tradizionale sull'importo totale del profitto, allo scopo di neutralizzare gli effetti dell'abuso della posizione dominante sul mercato, delle speculazioni cambiarie e finanziarie, dei brevetti e dei marchi e delle manipolazioni contabili e legali.
    Un aumento ingiustificato dell'utile rispetto all'importo delle vendite deve essere pagato interamente allo Stato.  La riscossione di questa tassa deve essere mensile, soprattutto perché ciò avrebbe un impatto significativo sulla riduzione dei margini di profitto per i commercianti e gli industriali.
  • Creazione della “tassa dei beni non produttivi e dei grandi patrimoni”.
  • Creazione della “tassa per le transazioni finanziarie ad alto valore”.
  • Queste misure ovviamente richiedono il rafforzamento dei controlli e, quindi, un sistema automatizzato, completo e trasparente.

 

  1. 7.       Mancanza di cibo programmata e selettiva, si suggerisce:
  • Nell'ambito della Grande Missione dell’Approvvigionamento Sovrano (e del CLAP), è fondamentale stabilire un piano completo per la produzione, distribuzione e consumo di 8 articoli essenziali (farina di mais, riso, pasta, zucchero, legumi, formaggio, latte e un altro alimento ricco di proteine come pollo, uova o pesce). In quest’ambito è importante definire gli obiettivi e le strategie di produzione, nonché chi è responsabile di reperire risorse finanziarie, istituzionali, cognitive e organizzative disponibili. Il Governo nazionale deve definire gli obiettivi di produzione e ciascun produttore deve impegnarsi, pubblicamente e contrattualmente, a rispettarli. La produzione, la distribuzione e la determinazione del prezzo implicano un controllo stretto e rigoroso, dalle fabbriche al commercio finale.
  • Imposte alle frontiere: tutta l'estrazione di prodotti dal Venezuela che non è coperta dalla rispettiva licenza di esportazione deve essere soggetta a una tassazione alle frontiere. L’obiettivo è quello di equiparare il prezzo dei beni nazionali rispetto a quello degli stessi prodotti all’estero. Qualsiasi disparità deve essere compensata dal sistema fiscale di imposte e quindi in tasse, che devono essere pagate al fisco nazionale.
  • Dare impulso a un’economia alternativa: mobilitare le capacità e il potenziale delle iniziative socio-produttive del popolo venezuelano, attivando anche un supporto tecnico, organizzativo e finanziario.
  • Riattivare e rafforzare la produzione di aziende statali e di EPS, in particolare quelle alimentari e industriali. Le materie prime importate dallo Stato devono essere utilizzate, alla pari di un sussidio, fondamentalmente, da società statali e proprietà sociali o comunali.
  • Il governo rivoluzionario, a tutti i livelli, e le organizzazioni del popolo devono garantire l'applicazione delle leggi dei prezzi equi e dei prezzi concordati. Il sabotaggio e il boicottaggio della fornitura sono puniti dal momento che la legge organica dei prezzi equi (articoli 11, 55 e 56) prevede sanzioni che includono la confisca e la reclusione.
  • Creare, nella Banca Centrale del Venezuela, un osservatorio sui prezzi nazionali e internazionali.
  • Stabilire l'obbligo per cui i prezzi, la data di produzione e la scadenza dei prodotti siano impressi sulle confezioni, secondo le norme stabilite dalla legge e al momento della fabbricazione dei prodotti.
  • Ridimensionare e rafforzare il sistema pubblico di distribuzione dei beni essenziali, in particolare il CLAP. Definire come applicare un sistema di supervisione e controllo dei canali di distribuzione privati, allo scopo di sradicare l'accaparramento e l’appropriazione dei prodotti, che avvenendo attraverso la proliferazione di reti di intermediazione distorcono l'offerta e aumentano i prezzi.
  • Creare un comando politico (civile-militare, con partecipazione del popolo e della classe operaia) che abbia come scopo quello di supervisione della produzione primaria, del trasporto, delle fabbriche, fino alla commercializzazione.
  • Rafforzare i meccanismi tecnologici di geolocalizzazione dei centri di produzione e stoccaggio dei beni essenziali, così come quelli dei mezzi di trasporto stessi, con l’obiettivo di un monitoraggio permanente e in tempo reale.
  • Creazione di un Centro di coordinamento intergovernativo, tramite ANC, che monitori continuamente il processo di produzione e risolva i problemi che influenzano i processi di produzione, esportazione o importazione.
  • Condurre studi sui cambiamenti nei modelli di consumo, al fine di riorientare la produzione nazionale.
  • Creare una “Sala operativa di controllo delle situazioni”, attiva nel monitoraggio e nel controllo dei centri di produzione e stoccaggio di beni essenziali, nonché dei mezzi di trasporto.
  • Stabilire meccanismi di incentivi per i cittadini che denunciano illeciti economici. Una volta che le informazioni sono state verificate dalle agenzie competenti, il denunciante sarà ricompensato con il 20% dell'importo della corrispondente sanzione pecuniaria.
  • Stabilire forme di tassazione per le attività aziendali di tipo personale.
  • Migliorare il controllo sull'evasione e sull'elusione fiscale, con l'applicazione di un sistema di controllo aziendale e cittadino sull'obbligo di emettere la fattura ai propri fornitori.

 

  1. 8.       Misure per la fornitura di medicinali:
  • Pianificare l'acquisizione e la distribuzione di medicinali essenziali e di quelli che hanno un costo elevato, in maniera tale da poter garantire una via di uscita dall’attuale situazione di carenza.
  • Recuperare e rafforzare la produzione nazionale di medicinali nel settore pubblico, nelle aziende nazionali e nelle università. Lo Stato venezuelano deve garantire la produzione e la distribuzione di farmaci di base e quelli relativi alle malattie croniche.
  • Creare un gruppo di supervisione civile-militare che, utilizzando un sistema pubblico automatizzato e una tecnologia di identificazione biometrica, assuma il controllo e la supervisione della distribuzione e vendita di medicinali.

 

  1. 9.       Promuovere il commercio estero:
  • Creare un Ente Superiore per il commercio con l’estero, allo scopo di garantire il controllo dello Stato sugli acquisti e le vendite di beni importati, nonché i processi amministrativi relativi a questo tipo di commercio. Questo organismo svilupperà l'interconnessione, grazie all’utilizzo di una piattaforma tecnologica, di tutti i sistemi legati alla gestione dei beni scambiati con origine e destinazione estera, dall'inizio della produzione fino alla conclusione dello scambio. I controlli verranno effettuati su, ad esempio l'allocazione di capitali esteri, l'importazione, i controlli statali (doganali, sanitari, fitosanitari, etc.), la distribuzione, il marketing, le tasse, le statistiche di produzione (CENCOEX, BCV, Insai, Sundee, Seniat, INE, tra gli altri), etc.
  • Garantire la trasparenza nella gestione del denaro per prevenire la corruzione e facilitare il controllo sociale, attraverso la pubblicazione dettagliata di tutte le assegnazioni effettuate da parte dell'organo competente, incrociandola con i dati doganali d'importazione registrati dal Seniat in ASYCUDA.

 

  1. 10.   Migliorare il servizio di trasporto collettivo e i servizi di base:
  • Progettare e attuare fermamente un piano che garantisca l'acquisto a prezzi equi di carburante, gomme, lubrificanti e batterie, in maniera tale da renderli accessibili a coloro che gestiscono il trasporto e, quindi, ottenere il ripristino del traffico veicolare per tutta la popolazione in generale. I prezzi devono essere calcolati tenendo presente l’intervento statale nel ripristino del traffico veicolare.
  • Promuovere un uso massiccio e intensivo a disposizione della popolazione, dei mezzi destinati al trasporto delle autorità pubbliche, sopratutto in quei momenti in cui non vengono utilizzate.
  • È necessario un intervento militare e civile nelle strutture della Metropolitana di Caracas e nella ferrovia della Valle del Tuy. È importante inoltre applicare un piano di recupero per l'infrastruttura e uno di reintegro per le squadre di lavoratori.
  • Spingere PDVSAGas a rivelare pubblicamente le motivazioni dei guasti che rendono inaccessibile questo bene essenziale alle famiglie venezuelane, poiché causano numerose proteste sia a livello nazionale che comunitario e aggravano la situazione generata dalle azioni di guerra contro la popolazione.
  • Creare una rete nazionale di trasporto di alimenti e beni pubblici per garantire ai piccoli produttori sul campo la distribuzione dei propri prodotti.
  • Creare uno Stato Maggiore Pubblico per garantire la fornitura di acqua ed elettricità nel Paese.
  • Fornire al FANB la responsabilità di salvaguardare le strutture di servizi di base.

 

  1. 11.   Lotta contro il boicottaggio dei pagamenti in contanti:
  • Promuovere l'uso di mezzi di pagamento alternativi, come “biglietti preferenziali”, carte prepagate, valute comunali e locali.

 

  1. 12.   Istituzione della Commissione per la verità economica:
  • Creare, nell’ambito dell'Assemblea nazionale costituente, la Commissione per la verità economica. Il suo obiettivo sarebbe quello di indagare sui casi di destabilizzazione economica, boicottaggio, accaparramento, attacco valutario, speculazione e sottoporli agli organi di giustizia.

 

  1. 13.   Nella comunicazione:
  • Progettare una campagna per recuperare la fiducia, la morale e l'etica del popolo, tutte virtù necessarie per superare gli effetti della guerra totale non convenzionale.

 

  1. Per quanto riguarda la scienza e la tecnologia:
  • Investimento diffuso e intensivo nel campo delle ICT per il monitoraggio, la valutazione e il controllo di procedure, sistemi, e processi per la distribuzione e la commercializzazione di merci.
  • Accentramento delle varie organizzazioni ed entità con competenze in materia di distribuzione e commercializzazione dei beni, in un unico organismo con una centralizzazione normativa ma un decentramento operativo a livello statale e comunale.
  • Implementazione della fattura elettronica.
  • Creare un'entità operativa che possegga una capacità sanzionatoria, magari migliorando il progetto, pianificato ma non ancora realizzato, dell’Ente di Interoperabilità, controllato direttamente da Miraflores, che colleghi obbligatoriamente tutti i database di organismi ed enti pubblici, che processi tutte le informazioni attraverso l'uso delle ICT e che sviluppi a riguardo delle analisi.
  • Creare un Ministero per la Scienza e la Tecnologia che abbia come missione fondamentale la promozione della ricerca e l'applicazione delle conoscenze scientifiche, nonché lo sviluppo delle ICT. Inoltre deve promuovere la formazione e l’aggiornamento delle conoscenze nelle comunità di ricercatori.

 

  1. 15.   Altre misure:
  • Rilancio della missione “Hipólita Negra”, in modo che sia soggetta a un controllo civile-militare, per aiutare i compatrioti nelle situazioni critiche.
  • Rafforzamento del programma di alimentazione scolastica e delle “case del cibo”.
  • Rilancio della Missione “AgroVenezuela”.

 

Documento elaborato e firmato da:

Adrianza, Vladimir

Aguilarte, Zuleima

Alcalá, Lida

Boza, Antonio

Calzadilla, Agustín

Cedeño Francisco

Corredor, Alexis

Curcio, Pasqualina

Díaz, María Alejandra

Escalona, Julio.

Galíndez, Omar

Giussepe, Andrés

Lazo, Carlos.

Marquina, Carlos

Molina, Edelberth

Nieves, David

Odremán, de Ochoa, Judit

Pacheco, William

Paravisini, David.

Pérez Lista, Amilcar

Piña, José Gregorio.

Rosales, Rafael

Salas Rodríguez, Luis.

Sanchez, María Isabel

Soto Rojas, Fernando.

Silva, Mario

Valdez, Juan Carlos

Valencia, Judith

 



[1] Se un lavoratore possiede le caratteristiche previste dalla legge, può essere protetto dalla “inamovibilidad” lavorativa, ovvero non può essere licenziato senza giusta causa,né demansionato o trasferito (N.d.T.).

L’attuale dolorosa congiuntura in Nicaragua ha provocato una vera e propria raffica di critiche. La destra imperiale e i suoi epigoni in America Latina e Caraibi hanno raddoppiato la loro offensiva con un unico ed esclusivo obiettivo: creare il clima giusto a livello di opinione pubblica che permetta di rovesciare senza proteste internazionali il governo di Daniel Ortega, eletto meno di due anni fa (novembre 2016) con il 72 percento dei voti.

Questo era prevedibile; non lo era che a quest’attacco partecipassero, anche con singolare entusiasmo, alcuni politici e intellettuali progressisti e di sinistra che hanno unito le loro voci a quelle degli svergognati servi dell’impero. Un noto rivoluzionario cileno, Manuel Cabieses Donoso, della cui amicizia sono onorato, ha scritto nella sua fiammeggiante critica al governo sandinista che «la reazione internazionale, il ‘sicario’ generale dell’OSA, i mezzi della disinformazione, la classe imprenditoriale e la Chiesa Cattolica si sono impadroniti della crisi sociale e politica innescata dagli errori del governo. I reazionari sono saliti sull’onda della protesta popolare».

Corretta descrizione di Cabieses Donoso da cui, tuttavia, vengono tratte conclusioni errate. Giusta perché è vero che il governo di Daniel Ortega ha commesso un gravissimo errore nel siglare patti ‘tattici’ con i nemici storici del FSLN e, più recentemente, nel tentativo di imporre una riforma delle pensioni senza alcuna consultazione con le basi sandiniste o agendo con incomprensibile disprezzo per la crisi ecologica nella riserva biologica Indio-Maíz.

Corretta anche quando afferma che la destra locale e i suoi padroni stranieri si sono appropriati della crisi sociale e politica, un dato di importanza trascendentale che non può essere ignorato o sottovalutato. Ma radicalmente scorrette sono le sue conclusioni, come quelle di Boaventura de Sousa Santos, quella del profondo ed enorme poeta Ernesto Cardenal, e di Carlos Mejía Godoy, così come tutta una pletora di attivisti che nelle loro numerose denunce e scritti richiedono – apertamente, altri in un modo più sottile – la destituzione del presidente del Nicaragua senza nemmeno abbozzare una riflessione o arrischiare una congettura su quanto sarebbe avvenuto dopo. 

Alla luce dei bagni di sangue che hanno devastato l’Honduras in seguito alla destituzione di ‘Mel’ Zelaya; quanto avvenuto in Paraguay in seguito al rovesciamento ‘express’ di Fernando Lugo nel 2012, e quanto accaduto prima in Cile nel 1973 e in Guatemala nel 1954; o quello che fecero i golpisti venezuelani dopo il golpe dell’11 di aprile durante l’interregno di Carmona Estanga ‘il breve’, o quello che sta succedendo adesso in Brasile e le centinaia di migliaia di omicidi che la destra ha compiuto durante i decenni di ‘cogestione FMI-PRIAN’ in Messico, o il genocidio dei poveri praticato da Macri in Argentina. Qualcuno sano di mente può supporre che la destituzione del governo di Daniel Ortega creerebbe una democrazia scandinava in Nicaragua?

Una debolezza comune a tutti i critici è che in nessun momento alludono al quadro geopolitico in cui si dipana la crisi. Come possiamo dimenticare che il Messico e l’America centrale sono una regione di massima importanza strategica per la dottrina della sicurezza nazionale negli Stati Uniti? L’intera storia del ventesimo secolo è contrassegnata da questa ossessiva preoccupazione di Washington di sottomettere il popolo ribelle del Nicaragua. A qualsiasi prezzo. Anche attraverso la sanguinaria dittatura di Anastasio Somoza, la Casa Bianca non ha esitato e agito di conseguenza. Criticato da alcuni rappresentanti democratici nel Congresso degli Stati Uniti per il sostegno che Franklin D. Roosevelt dava al dittatore, egli rispose semplicemente che «sì, (Somoza) è un figlio di puttana ma è il NOSTRO figlio di puttana».

E le cose non sono cambiate da allora. Quando il 19 Luglio 1979 il Fronte Sandinista sconfigge il regime di Somoza, il presidente Ronald Reagan non esita un minuto nell’organizzare un’operazione mafiosa di traffico illegale di armi e droga al fine di poter finanziare, ben oltre di quanto autorizzasse il Congresso degli Stati Uniti, la ‘contra’ nicaraguense. Tutto questo andò sotto il nome di ‘Operazione Iran-Contras’. Possiamo essere così ingenui oggi da dimenticare questo precedente, o pensare che queste politiche interventiste e criminali rappresentino pratiche del passato? Un paese, inoltre, che negli ultimi tempi ha pianificato la costruzione di un canale interoceanico – finanziato da enigmatici capitali cinesi – in grado di competere con il Canale di Panama, controllato di fatto se non di diritto, dagli Stati Uniti. Questi non sono dati aneddotici ma di fondo, necessari per calibrare con precisione il contesto geopolitico in cui i tragici eventi si svolgono in Nicaragua.

Tutto ciò non significa ignorare i gravi errori del governo di Daniel Ortega e l’enorme prezzo pagato per un pragmatismo che ha stabilizzato la situazione economica del paese e migliorato le condizioni di vita della popolazione ipotecando la tradizione rivoluzionaria sandinista. Ma il patto con i nemici è sempre volatile e transitorio. E al minimo segno di debolezza del governo, e davanti un grossolano errore basato sul disprezzo per l’opinione della base sandinista, si sono scagliati con tutto il loro arsenale in strada per rovesciare Ortega. Hanno trasferito molti dei mercenari che hanno messo in scena le ‘guarimbas’ in Venezuela in Nicaragua e ora stanno applicando in Nicaragua la stessa ricetta per la violenza e la morte insegnata nei manuali della CIA.

Conclusione: la caduta del sandinismo indebolirebbe il contesto geopolitico del Venezuela brutalmente aggredito e aumenterebbe le possibilità di generalizzazione della violenza in tutta la regione.

Mentre ero al Forum di San Paolo che si svolge a L’Avana, ho potuto godere della contemplazione dei Caraibi. Lì vidi, in lontananza, una fragile barchetta. Era condotta da un robusto marinaio e, dall’altra parte, c’era una ragazza. Il timoniere sembrava confuso e lottava per mantenere il suo corso nel bel mezzo di una minacciosa mareggiata. E mi è venuto in mente che questa immagine potrebbe rappresentare eloquentemente il processo rivoluzionario, e non solo in Nicaragua ma anche in Venezuela, in Bolivia, ovunque. La rivoluzione è come quella ragazza, e il timoniere è il governo rivoluzionario. Quest’ultimo può sbagliare, perché non c’è lavoro umano al riparo dall’errore; e compiere manovre errate che lo lasciano in balia delle onde e mettono in pericolo la vita della ragazza. A completare il tutto, non lontano c’era la sagoma minacciosa di una nave da guerra statunitense, carica di armi letali, squadroni della morte e soldati mercenari. Come salvare la ragazza? Sbalzando il timoniere in mare e facendo affondare la barca, e con essa la ragazza? Consegnandola alla marmaglia di criminali che si affollano, assetati di sangue e pronti a saccheggiare il paese, rubare le loro risorse e stuprare e poi uccidere la ragazza?

Non credo sia questa la soluzione. Non vedo che questa sia la soluzione. Più produttivo sarebbe che alcune delle altre barche che si trovano nella zona si avvicinino a quella in pericolo e facciano sì che il disordinato timoniere possa raddrizzare la rotta. Affondare colui che guida la ragazza della rivoluzione, o consegnarlo alla nave nordamericana, difficilmente potrebbe essere considerato una soluzione rivoluzionaria.

 

(Traduzione dallo spagnolo per l’AntiDiplomatico di Fabrizio Verde)

Intervista a l’AntiDiplomatico: “Sta accadendo l’opposto di quello che leggete sui giornali italiani. Ma non è certo una novità.”


Cuba è tornata ad essere materia di disinformazione su alcuni famigerati quotidiani nostrani. I soliti noti come Repubblica e La Stampa si distinguono per speculazione e ipocrisia. E così come per magia il processo di rafforzamento e adeguamento ai tempi e alle sfide odierne del socialismo cubano viene presentato come un processo di sostanziale abbandono dell’attuale sistema in vista di un graduale approdo al capitalismo. Lo stile è quello classico della post-verità, con l’utilizzo delle fake news come strumento principale per screditare un sistema che continua a rafforzarsi e avanzare nonostante un criminale embargo in vigore da oltre 50 anni.

Sull’argomento abbiamo intervistato il professor Luciano Vasapollo, professore di Analisi Dati di Economia Applicata alla «Sapienza» Università di Roma, Delegato del Rettore per le Relazioni Internazionali con i Paesi dell’America Latina e dei Caraibi; e professore all’Università de La Habana (Cuba) e all’Università «Hermanos Saíz Montes de Oca» di Pinar del Río (Cuba), per avere un pare qualificato sull’evoluzione socialismo cubano. Nessuno più di lui conosce le “vene aperte” dell’America Latina e le trasformazioni in atto nel continente.

Professore, i quotidiani italiani affermano che Cuba abbandona la via socialista per il capitalismo. Ci spiega cosa sta accadendo a L’Avana?

Sta accadendo l’opposto di quello che leggete sui giornali italiani. Ma non è certo una novità. A l’Avana è in corso l’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, un processo molto importante perché oltre a far nascere il nuovo governo, voterà la nuova Costituzione che riformerà quella del 1976. E’ la fine di Cuba? Mi viene da ridere a leggere questi soloni che conoscono Cuba solo per quello che gli raccontano le agenzie stampa che filtrano le notizie da Miami. 

Cosa prevede la nuova Costituzione?

A Cuba viene ratificata questa nuova Costituzione per modernizzare il socialismo. Modernizzare e attualizzare le linee del socialismo, perché in nessun punto viene messa in discussione la continuità e la leadership del Partito Comunista. Sono anzi rafforzati il ruolo del Partito all’interno della società, della democrazia partecipativa e socialista di base; il ruolo dei CDR, dei consigli di fabbrica, dei consigli di quartiere; il ruolo popolare perché al centro della Costituzione cubana c’è il popolo. Anche l’impostazione dell’economia socialista non viene minimamente intaccata. Per cui quello che si sta verificando nei giornali qui in Italia ed Europa sono solo menzogne, menzogne e menzogne. Ma non è quello che raccontano tutti i giorni?

Perché tanto astio verso Cuba?

Perché se Cuba rimane ferma viene accusata di immobilismo e di essere la nuova Unione Sovietica, poiché il comunismo è un processo del divenire storico che passa per varie fasi storiche. Quando Cuba si muove viene accusata invece di andare verso il capitalismo di Stato. L’unico torto che ha Cuba è quello di autodeterminarsi, quello di volere un proprio percorso autonomo che chiaramente si attualizza e si mette in movimento con il cambio della società in un momento storico in cui la società sta cambiando. Così come la forma dell’imperialismo. Siamo passati dalla globalizzazione a una fase di competizione inter-imperialistica. Una società che nei paesi a capitalismo avanzato ha cambiato la struttura economico-produttiva e sociale. Permane la guerra contro i cosiddetti ‘Stati canaglia’: Cuba, Venezuela, Siria, Libia, la Russia di Putin. Una guerra che può essere militare, ma anche economica e mediatica. Il capitalismo vive una crisi sistemica di sovrapproduzione che ricade fortemente sui paesi in via di sviluppo, quindi anche su Cuba. 

Il congresso si sta svolgendo in una serenità assoluta. Le cose che vengono dette sono assolutamente vergognose. Si parla del riconoscimento del mercato come fosse chissà quale enorme novità. Cuba ha sempre riconosciuto il mercato perché questo non coincide col capitalismo. Questi ignoranti dei giornali italiani di ‘sinistra’, della cosiddetta ‘sinistra’, devono sapere che il mercato è pre-esistente al capitalismo. Quindi il problema non è il mercato, ma logica che passa per il mercato. Cioè se beni e settori strategici e i beni di prima necessità sono di proprietà pubblica o meno.

Cuba ha sempre convissuto con il mercato perché ovviamente non è un paese fuori dal contesto internazionale. Però ha mantenuto pubblici tutti i settori strategici. L’energia continua ad essere pubblica, così come trasporti e telecomunicazioni. Tutto permane pubblico e gratuito. Quindi se fa paura la parola mercato, i signori sapessero che il mercato preesisteva.

Già nelle linee di attualizzazione e modernizzazione della pianificazione socialista del 6° Congresso, si affermava che uguaglianza e egualitarismo non sono la stessa cosa. Cuba gravata da un micidiale blocco economico non poteva mantenere forme anacronistiche. Per cui si è aperta a forme di lavoro che chiamiamo privato. Oggi a esempio ci sono una serie di piccoli bar che vengono gestiti in maniera privata, ossia i gestori non sono più dipendenti statali. Questo vale solo per attività non strategiche. 

Per quanto riguarda la questione della terra?

La proprietà privata in agricoltura: già nel Congresso del 2011 e poi ratificato nel 7° Congresso del 2016 si è avviato l’usufrutto della terra. Cosa significa? Che la terra rimane di proprietà dello Stato ma viene concessa in uso per 30 anni agli agricoltori. Se nei trent’anni la produttività è buona: quindi si ottengono prodotti sia per lo Stato per che per il mercato. Alla fine dei trent’anni l’usufrutto viene rinnovato. Altra grande idiozia della stampa. 

Cuba rinuncia al comunismo?

Sparisce la parola comunismo. C’è l’articolo 6 della vecchia Costituzione dove si afferma che la società socialista procede verso il comunismo. Nella nuova costituzione si afferma che la società socialista va migliorata e attualizzata, per il cammino nel socialismo, con le strutture di democrazia di base con al centro il Partito. Anche qui ignoranza. Filosofica, non solo politica. Che cos’è il comunismo? Il movimento reale che distrugge e supera lo stato presente delle cose. Questo dice Marx. Per arrivare a questa società ‘utopica’ bisogna prima passare per la transizione dal capitalismo al socialismo, dal socialismo al comunismo e poi arrivare alla società degli assolutamente liberi e uguali. Quella comunista. Ma non si è mai realizzata, neanche in Unione Sovietica. Poiché il comunismo è un processo di divenire storico che necessita del passaggio per varie fasi di transizione.

Cosa ratifica la nuova Costituzione? Che c’è una transizione al socialismo. Che altro deve dire? Se c’è la democrazia di base e socialista, se c’è il Partito Comunista, si difende tutta la proprietà pubblica e socialista. Se l’economia e la società si basano su questi principi, non mi crea nessun problema. 

Il riconoscimento del matrimonio omosessuale e alcune modifiche al sistema economico. Qualcuno ha provato a mettere le due questioni in contrapposizione.

Altra questione che viene messa in risalto quasi in maniera negativa. Nella Costituzione viene riconosciuto che ci si possa sposare tra due persone anche dello stesso sesso. Forse l’Italia è in stato di arretratezza. Si tratta di un avanzamento che da un insegnamento forte ai paesi capitalistici o  riformisti che si ritengono più evoluti e a questa sinistra sciocca che non capisce più dove va il mondo. Perché il fatto che Cuba ratifichi il matrimonio omosessuale è un fatto estremamente importante e avanzato da cui bisognerebbe riprendere.

Quindi la società civile che si evolve, i matrimoni omosessuali, la permanenza della proprietà pubblica in tutti i settori strategici con forme di proprietà privata in quelle attività non centrali e strategiche rappresentano la modernizzazione e il rafforzamento della società socialista.

Su questo punto vorrei ribadire quello che Fidel e Raul hanno stabilito con fermezza per Cuba: i diritti sono un blocco unico o non sono. I diritti civili possono progredire solo insieme ai diritti sociali. Questo Cuba lo ha chiaro, l’Europa che nega a milioni il diritto ad un’esistenza degna purtroppo no.

Spesso le critiche più ingenerose nei confronti di Cuba e dei paesi socialisti dell’America Latina giungono proprio da certi settori di sinistra. Perché?

E’ chiaro che questa sinistra serva del padronato, questo centrosinistra espressione delle corporazioni finanziarie in tutta Europa è messo in discussione da quello che avviene a l’Avana. E’ la loro nemesi.. Ed è per questo reagisce in questo modo schizofrenico e puerile contro Cuba. Il processo rivoluzionario a Cuba simboleggia ogni giorno il prezzo del fallimento della sinistra in Europa. In Italia l’abbandono dell’idea socialista, precedente al periodo di Bertinotti e risalente ai tempi del PCI di Berlinguer, è divenuta mossa strategica. L’abbandono completo dell’idea di trasformazione in chiave socialista della società capitalista viene messo in discussione da una piccola isola senza alcuna risorsa naturale, con 11 milioni di abitanti e a 90 miglia dagli USA, nonostante un blocco economico infame e con 3800 morti causati da attentati della CIA, che riesce a realizzare il socialismo ed essere punto di riferimento a livello internazionale. Basti pensare alla concreta solidarietà verso Mandela e alla lotta di liberazione dal colonialismo dei popoli africani come in Angola, alle migliaia di medici cubani inviati in ogni parte del mondo che hanno contribuito a sconfiggere virus micidiali come l’ebola, agli insegnanti per sostenere la creazione dell’ALBA. Al sostegno ai presidenti Chavez ed Evo Morales. Cuba mette con le spalle al muro la sinistra parolaia europea. Cuba mostra che si può fare anche in un mondo capitalista se c’è la volontà della trasformazione e della rottura. Invece la sinistra europea ha rinunciato.

E lo stesso avviene ora con il Nicaragua di Ortega. Come è possibile che i principali avversari delle rivoluzioni progressiste che hanno emancipato dalla povertà milioni di persone provengano proprio da quella che in Europa si definisce “sinistra”?

Si è triste, ma è proprio così. Lo stesso è avvenuto con il Venezuela e l’appoggio all’estrema destra che ha tentato di rovesciare in modo violento il presidente Maduro. Lo stesso è avvenuto in altri paesi del Medio Oriente. Si tenta di destabilizzare con rivoluzioni colorate tutti quei governi che non si piegano all’imperialismo degli Stati Uniti e quello ancora più subdolo dell’Unione Europea. Che dire di quella specie di sinistra che chiede più Europa, cioè chiede più colonialismo e attacca tutti quei governi che dal neo-colonialismo e dalle barbarie del nostro tempo tentano di emanciparsi? Pe rispondere faccio mio le parole del grande intellettuale argentino Atilio Boron sulla “miopia della sinistra che approva il golpe in Nicaragua” e apre le porte alla destra neo-coloniale. E, su quello che sta accadendo in Nicaragua in questi giorni, faccio soprattutto quelle di Stella Calloni che ha dichiarato: “E’ vergognoso e allarmante che non si dica veramente chi stia armando i terroristi che attaccano i popoli e uccidono in modo atroce una moltitudine di persone. Non è stato il governo di Ortega. Sono stati i terroristi, sono stati gruppi violenti come è accaduto in Venezuela. E’ tanto difficile vederlo?” Per qualche finto progressista sembra proprio di si.

Che fare? Da dove ripartire?

Il compito della sinistra, dei comunisti e dei rivoluzionari in Europa è far emergere le contraddizioni che ci sono nel nostro paese e in Europa. Per esempio mettere al centro la battaglia contro gli imperialismi, contro Trump e l’Unione Europea. Uscire dalla NATO. Creare nuove relazioni internazionali, aprire ad altri paesi. Uscire dall’Unione Europea e dall’euro. Rimettere al centro la questione capitale-lavoro per ridare forza ai nuovi soggetti del lavoro. Rimettere al centro la questione di genere e il conflitto capitale-ambiente. Fuori dagli schemi di un Partito Democratico che ormai rappresenta solo gli interessi delle multinazionali. Come dimostrato in maniera lampante negli utlimi giorni dalla vicenda umana che riguarda il manager Marchionne: i media legati al Partito Democratico hanno fatto sfoggio del più totale servilismo nei confronti della multinazionale FIAT-FCA.

* da L’Antidiplomatico

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