Intervista al Prof. Luciano Vasapollo

In Venezuela nelle elezioni regionali ha vinto la coalizione del chavismo. Quali le primissime considerazioni?

Sono di un trionfo, vittoria enorme. Ho telefonato ad amici e compagni dal Venezuela tutta la notte. Prima dell’esito e nell’incertezza, tutti mi dicevano una cosa sola: “grande gioia popolare per le vie del paese”. Questo è il processo costruttivo, la democrazia popolare e partecipativa venezuelana. La rivoluzione bolivariana da oggi si rafforza e prosegue il suo cammino.
Permettetemi però di togliermi un sassolino. Non lo leggo purtroppo su Repubblica, ma si è trattata dell’elezione numero 23 in 18 anni. E di queste, il chavismo ha perso un referendum (per 20 mila voti e con probabili brogli) e le elezioni parlamentari in un sistema presidenziale nel dicembre del 2015. Elezione persa, subito riconosciuta la sconfitta dal governo, ma utilizzate a pretesto dalle destre per i morti e il terrorismo dei mesi scorsi. Le altri 21 le ha vinte la Rivoluzione bolivariana.

Andando ai numeri. Si tratta di un esito superiore alle previsioni più ottimiste…

Nonostante i 120 morti, la guerra economica, la guerra mediatica messa in atto da CIA, narcos, multinazionali e dalle destre venezuelane, il risultato ottenuto - con 17 governatorati su 22 (e si aspetta ancora l’esito dello stato di Bolivar) - è straordinario.
Neanche Chavez nel 2002, quando il colpo di stato ha avuto successo per alcuni giorni, ha mai subito un attacco forte come quello che sta subendo Nicolas Maduro in questi mesi. Questa, lo voglio dire con forza, è una vittoria del Presidente Maduro. Le opposizioni avevano messo le mani avanti nei giorni scorsi parlando di una partecipazione inferiore al 50%. Ha votato il 62% nonostante il clima creato nel paese. E’ una vittoria importante con il Polo patriottico che ha preso oltre il 54% di 10 milioni di venezuelani che sono andati nelle urne. Si rafforza la vittoria della Costituente del luglio scorso.
La Costituente ha portato pace e elezioni. Un binomio che sembra non piacere alle destre interne e internazionali. Le prime hanno dichiarato che non riconosceranno le elezioni. Le seconde che faranno?

E’ la solita storia. Quando vincono, come nelle cinque regioni al confine con la Colombia, le elezioni sono oneste. Quando le perdono non le riconoscono e denunciano la truffa elettorale. Dov’è il loro senso di democrazia? Che faranno le destre internazionali è facile da prevedere: quello che hanno sempre fatto da Washington a Bruxelles, passando per i vari stati vassalli come l’Italia di Gentiloni: rafforzare la guerra economica per destabilizzare il legittimo governo. Nulla di nuovo, la solita banalità del male. Due parole di più sul Pd e i giornali della presunta "sinistra" sbiadita fatemele dire. Il partito di riferimento del governo italiano e Repubblica si sono spinti nei mesi scorsi a sostenere apertamente il tentativo di golpe violento contro il governo di Caracas. Abbiano almeno la decenza e la dignità di chiedere scusa e felicitarsi con il presidente Maduro per la vittoria in queste elezioni regionali.
L'eurodeputato Couso denunciava come giù circolasse, prima dell'esito del voto, un documento dell'UE per il non riconoscimento delle elezioni in Venezuela. Sarà questa la via di Bruxelles?

Il primo punto da non dimenticare mai è che l’Europa non è l’Unione Europea. La prima è una costruzione di popoli, culture e tradizioni. La seconda è la raffigurazione dell’imperialismo. E come tutti gli imperialismi agisce per guerre mediatiche, economiche e se falliscono non ha problemi ad arrivare alla guerra militare vera e propria. Non mi sorprende che circolasse un documento per il non riconoscimento. E’ chiaro che preparavano una strategia per gestire mesi di menzogne, fake news create ad arte e dichiarazioni neo-coloniali. Il trionfo della rivoluzione bolivariana nel voto li mette all’angolo. Prima “chiedono” il voto, poi quando si vota e l’esito non è come sperato si grida al “broglio”. Solita strategia di chi ha mostrato il vero volto di ipocrisia se solo compariamo i casi di Catalogna e Venezuela.

Ma di quello che pensano a Bruxelles, a Caracas non interessa più molto. L’Unione Europea non ha riconosciuto l’eroico sforzo democratico e di partecipazione, degli otto milioni di venezuelani che hanno eletto l’Assemblea Costituente. L’Ue non l’ha riconosciuto, ma la Costituente prosegue con le sue forze. Non riconosceranno neanche queste elezioni? Il Venezuela andrà avanti lo stesso. Il Presidente Maduro ha compiuto un giro di viaggi recentemente rafforzando i rapporti con Cina, Russia, Iran e altri paesi produttori petroliferi. E’ una scelta saggia per aggirare il blocco economico e il neo-colonialismo che ha ancora tanti seguaci in Europa. Il mondo va verso un multilateralismo che rende le dichiarazioni di Bruxelles poco rilevanti.

Il Presidente Maduro ha denunciato nei giorni scorsi la scarsa copertura mediatica sulle elezioni: perché questa censura di quei giornali solitamente così pieni di articoli sul Venezuela?

Il comportamento dei media segue il regime del pensiero unico imposto dalle borghesie dominanti oggi. Quando c’erano i morti nelle stradi si riempivano giornali e telegiornali con menzogne per accelerare il colpo di stato contro il governo. Quando si è eletta la Costituente si è gridato al “golpe di Maduro” per accelerare l’intervento militare che si stava ipotizzando in quei giorni. Quando il 54% dei venezuelani vota per eleggere 17 governatori su 22 chavisti preferiscono la menzogna del silenzio. Lo stesso vale per quei politici, molti in quel partito che si autodefinisce democratico e farebbe meglio a mettere un a avanti. Silenzio. Magari tra qualche giorno l’ordine sarà di parlare di “brogli” e allora vedrete fiumi di inchiostro con tutti che si sveglieranno. E’ la logica della guerra mediatica in corso.

Le destre venezuelane, dicevamo, non riconoscono le sconfitte, ma le vittorie si. E hanno preso tutte le regioni al confine con la Colombia. Come utilizzeranno questo potere?

In Colombia e al confine con il Venezuela opera una commistione fatta da Cia, multinazionali, fascisti, narcos e opposizione di destra. Anzi meglio dire che la natura stessa dell’opposizione in Venezuela è un mix di tutto questo. E’ forte al confine con la Colombia, dove la guerra economica si produce con più veemenza e dove si sono avuti tanti morti nel tentativo di golpe dell’estate scorsa. Qui i narcos hanno fatto più soldi con il contrabbando dei prodotto di prima necessità rubati ai venezuelani e poi dollarizzati che con la cocaina. E’ la logica della guerra economica che proseguirà.

Teme nello specifico un referendum autonomista sulla scia di Catalogna e Kurdistan?

Si, vi preannuncio che sarà proprio questa la strategia, la stessa utilizzata del resto in Bolivia (nella mezzaluna ricca di Santa Cruz). Si scelgono zone ricche e si creano i presupposti dell’indipendenza senza nessun legame storico, culturale e di tradizioni per destabilizzare il governo centrale. Probabilmente sarà questa la carta che si giocherà l’internazionale delle destre: indipendentismo antichavista (che verrebbe subito riconosciuti dai paesi imperialisti e dai vari paesi vassalli) per il controllo delle risorse energetiche dell’aerea. Sarà un’altra partita importante dei prossimi mesi.
Per quel che riguarda l'autodeterminazione dei popoli, io ragiono da marxista in un’ottica di divenire storico e in un’ottica di classe. Dobbiamo iniziare a dare aggettivi a sostantivi che altrimenti restano vuoti. “Democrazia” non significa niente di per sé. Anche Casa Pound oggi la utilizza. Io aggiungo alla parola democrazia sempre socialista, redistributiva, egualitaria, partecipativa e popolare. “Autodeterminazione dei popoli” si. Ma poi bisogna aggiungere gli aggettivi. E gli aggettivi si aggiungono rispondendo alla domanda: a beneficio di chi? Popolo e cittadini da soli non significano niente. Era popolo venezuelano quello che per conto della Cia e delle multinazionali ha ucciso altro popolo venezuelano per cacciare Maduro. Fermo restando il mio sostegno al processo in Catalogna di rottura contro il polo imperialista spagnolo e europeo, quando parliamo di autodeterminazione dei popoli dobbiamo avere coscienza di chi sta portando avanti il percorso di indipendenza, quale classe sociale nello specifico e che percorso politico ha in mente.

Più di 220 delegati di un centinaio di organizzazioni della società civile cubana, hanno reclamato l’immediata eliminazione senza condizioni del blocco nordamericano contro Cuba, durante un forum realizzato nel Ministero delle Relazioni Estere  (Minrex).
Più di 220 delegati di un centinaio di organizzazioni della società civile cubana, hanno reclamato l’immediata eliminazione senza condizioni del blocco nordamericano contro Cuba, durante un forum realizzato nel  Ministero delle Relazioni Estere  (Minrex)
Nell’incontro, Abelardo Moreno Fernández, vicetitolare del Minrex, ha segnalato che non c’è famiglia nè organizzazione nel nostro paese che non ha sofferto in una o altra forma, le aggressioni del blocco, i cui danni superano i    130.000 milioni di dollari, a prezzi correnti, dalla sua implementazione di circa sei decenni fa.
«Dall’inizio del processo di normalizzazione delle relazioni bilaterali ha segnalato che c’erano stati passi positivi in questo senso, ma limitati e insufficienti, poiché l’illegale politica si era mantenuta integra e le misure che la formano sono sempre state applicate con tutto il rigore dal governo degli Stati Uniti.
Dall’arrivo di Donald Trump al potere, il blocco ha cominciato a intensificarsi, in un nuovo e disperato tentativo per distruggere la Rivoluzione per cui questa politica continua a costituire ora più che mai una violazione dei diritti internazionali, contro  la quale il nostro popolo non smetterà d’alzare la sua voce», ha sottolineato.  
Un gran numero di artisti, di sportivi e rappresentanti delle istituzioni presenti hanno espresso il loro appoggio alla risoluzione che Cuba presenterà  nell’Organizzazione delle Nazioni Unite il prossimo 1º novembre, reclamando l’eliminazione definitiva del blocco.    
Durante la giornata, ugualmente, è stata approvata una dichiarazione che riafferma tra i suoi accordi il diritto alla libera determinazione del popolo cubano per costruire il suo proprio sistema politico, economico e sociale in maniera indipendente e sovrana.
Il documento esige anche la fine della persecuzione delle relazioni economiche e finanziarie internazionali dell’Isola con entità in terzi paesi ed esorta i cittadini statunitensi a mantenere  il loro appoggio alla nazione dei Caraibi, riferendosi a  questo reclamo.  [Traduzione GM/ Granma Int.]

A cinquant’anni dalla morte del Che oggi l’AntiDiplomatico pubblicherà una serie di interviste di chi in Italia lo ha studiato.

Partiamo dal Prof. Vasapollo, marxista, economista della Sapienza e uno dei massimi conoscitori delle realtà dell’America Latina in Italia. Sulla figura del Che ha curato “Che Guevara economista” e “Vamonos. Nada mas: camminando con il Che e Fidel”.

 

L’Intervista

 

Con Sky, catena privata simbolo del neoliberismo e dell’ultracapitalismo, che lo descrive come il “Donchisciotte” “l’uomo che ha dato la vita per un’ideale”, non crede che ci sia qualcosa che non torni nell’omaggio che si sta dando alla figura di Ernesto Che Guevara?

 

Il gioco che si vuole fare da parte di questi media e da parte purtroppo di una certa finta sinistra è di metterlo in contrasto con Fidel, il “burocrate amico dell’Unione Sovietica.” Questo è il “mito della maglietta”, il “supereroe” che non rende onore alla memoria del Che a 50 anni dalla sua morte. Perché da marxista conta il divenire storico, il contesto, il periodo storico. Che Guevara era un medico argentino della media borghesia del suo paese. Colto, ma aveva conoscenza del popolo e voleva servire il popolo. I diari della Motocicletta e LatinoAmerica creano quel contatto e lo legano in modo indissolubile. Il suo essere medico diviene qualcosa di più. Il suo essere medico si mischia alla lotta al capitalismo e all’imperialismo. La data di riferimento fondamentale per la storia del Che è il 1953 quando in Messico incontra Fidel esiliato. Inizia una storia rivoluzionaria che ha sì avuto momenti di tensione, anche scontro, ma come in tutte le relazioni umani. Il Che, da quel giorno non ha mai smesso di considerare Fidel come un fratello maggiore, un padre, per quanto ne dicano i media neo-liberisti.

 

Da quel 1953 poi tante cose sono accadute…

 

Proseguiamo con il divenire storico e il contesto. Fidel arruola nella Granma il Che come medico. Quando nel 1959 però l’insurrezione va male e c’era da resistere dalla montagna, il Che era medico ma anche guerrigliero. Quando c’era da sparare sparava. Il messaggio che vorrei dare ai giovani è che non ci sono eroi, non ci sono superuomini. Non esistono comunisti eroi, esistono persone che sanno interpretare il divenire storico e applicano i principi rivoluzionari per trasformare la società sulla base di uguaglianza, redistribuzione,  autodeterminazione dei popoli e solidarietà interna ed internazionale.  E lo fanno con una penna, con un libro, con la dialettica, con il lavoro quotidiano, con un bisturi e se serve con un’arma. Nessuno più di Fidel ha espresso questo concetto in un discorso meraviglioso del primo maggio 2000 quando ha detto che la “rivoluzione è il senso del momento storico”. Fidel e Che sono stati questo. Basta con il mito della maglietta, basta con l’eroe trasformato in Donchisciotte.

 

Il mito della lotta armata però resta quello predominante nel ricordo del Che.

 

Bisogna fare chiarezza. Noi siamo contro la violenza terroristica di Stato e per una trasformazione pacifica della società sulla base dei principi che indicavo prima. Ma poi c’è il divenire storico. Hanno fatto bene i partigiani a impugnare i fucili contro i nazisti per liberare l’Italia.

 Tornando al Che e alla finta diatriba costruita ad arte del guerrigliero indomito contro il burocrate Fidel. Il Che era argentino e chiaramente il suo sogno era quello di portare la rivoluzione e i principi che stavano sperimentando a Cuba nella sua terra. Tenta di entrare in Venezuela, non riesce, poi prova dalla Bolivia e sappiamo come è finita purtroppo. Castro lo consigliò dicendogli che non ci fossero le condizioni e il contesto per la rivoluzione. E in una lettera famosa dal Congo il Che gli diede ragione.

 Come professore ha curato diversi volumi sulla figura del Che. Quali aneddoti ha trovato poco conosciuti nel percorso di conoscenza dell’uomo?

 Ho curato due grandi pubblicazioni in particolare. “Che Guevara economista” e “Vamonos. Nada mas: camminando con il Che e Fidel”.L’aneddoto più bello è quello che ho scoperto e riguarda l’incarico assunto da Presidente della Banca centrale cubana nella prima fase post-rivoluzione. ‘ Chi è economista?’, chiese Fidel in una delle riunioni ristrette subito dopo la vittoria. ‘Io’, disse il Che che non si tira mai indietro. ‘Bene da domani guidi l’economia del paese’. E la risposta di Che fu: ‘Io? No. Avevo capito chi è comunista?’. Ma da quel giorno comprendiamo l’uomo Che Guevara. Studia di giorno e di notte. Si addormenta sul tavolo. E allora studia in piedi. Questo è l’uomo, questo è il rivoluzionario. Certo, il divenire storico lo ha costretto anche a sparare.

 

Antimperialismo e anticapitalismo per il Che. Con un esercizio suggestivo di immaginazione si potrebbe immaginare a difesa di quale popolo starebbe oggi combattendo il Che?

 

Per parlare dell’anticapitalismo e dell’anti-imperialismo del Che, il punto di partenza è il discorso storico tenuto alle Nazioni Unte l’11 dicembre del 1964 con il celebre “10, 100, 1000 Vietnam”. Questa frase significava difendere fino alla fine l’autodeterminazione e la libertà dei popoli contro l’oppressione del capitalismo e dell’imperialismo . Oggi sarebbe chiaramente un combattente in difesa di Cuba, Venezuela e tutti i paesi che non si arrendono all’oppressore imperialista.

 

E allora quelli, molti in Italia, che sostenevano i golpisti venezuelani e oggi ricordano il Che. Come li definisce?

Ipocriti. Ipocriti di due tipi per specificare. Da un lato abbiamo ex sognatori utopisti che poi dichiarandosi fintamente di sinistra fanno non solo politiche non rivoluzionarie, non solo politiche non riformiste ma sono neo-liberisti in tutto e per tutto. Alla Mogherini per intenderci. E poi, dall’altro lato, abbiamo speculari gli estremisti di sinistra che non hanno nessun senso del divenire storico.

Il Manifesto ieri, per fare un esempio concreto, ha regalato un bel libretto sul Che. Ma invece di dare questo supplemento, perché questo giornale non onora la sua memoria raccontando la verità sul Venezuela, su Cuba e sull’America Latina? Da quando Geraldina Colotti non scrive più, il Manifesto ha preso una deriva che rientra nelle categorie che dicevamo sopra.

 

E ai giovani quale messaggio si sente di dare? Cosa devono trarre dell’esperienza del CHE?

Ai giovani, lo ripeto ma è importante, dico: smettete di comprare le magliette, comprate i libri del CHE. Comprendete il suo sogno, quello che lo ha spinto a seguire quella che chiamano Utopia ma che poi da sogno è divenuto realtà. Perché sull’utopia dobbiamo intenderci. “L’utopia è là nell’orizzonte”. Diceva Galeano. “Mi avvicino di due passi e lei si distanzia di due passi. Cammino 10 passi e l’orizzonte corre 10 passi. Per tanto che cammini non la raggiungerò mai.” E quindi concludeva questo gigante della storia: “A che serve l’utopia? Serve per questo: perché io non smetta mai di camminare.” E quindi l’eredità del Che per i giovani deve essere proprio questa. Iniziare a camminare. Non le magliette che alimentano solo le versione distorte che l’imperialismo ha costruito intorno a lui e a Fidel. No. Cercare l’orizzonte. E’ l’orizzonte è l’anticapitalismo, l’antiimperialismo e una società che sappia garantire uguaglianza, libertà,  indipendenza, autodeterminazione, sovranità e solidarietà tra popoli. Quanto ci vorrà? Il tempo necessario. Ma serve iniziare a camminare. Intanto oggi a cinquant’anni dalla sua morte Cuba è ancora lì a resistere e mantenere alta la bandiera di quei principi per cui il Che e Fidel hanno dato la vita. La stessa bandiera poi issata da Hugo Chavez in Venezuela e che il presidente Maduro con la sua resistenza si rifiuta di ammainare, rilanciando il progetto socialista bolivariano.

Discorso del Ministro delle Relazioni Estere di Cuba, Bruno Rodríguez Parrilla nel 72º Período di Sessioni dell Assemblea Generale della ONU.

Signor Presidente:

Signor Segretario Generale:

Le confermo l’appoggio di Cuba nel suo lavoro al fronte della Segreteria dell’
Organizzazione delle Nazioni Unite come garante e difensore della pace
internazionale.

Signori Capi di Stato e di Governo:

Distinte delegate e delegati:

Invio le più sincere condoglianze estese ai familiari dei morti e dei danneggiati e la nostra disposizione d’incrementare la cooperazione, nelle nostre modeste possibilità ai fraterni popoli e governi di Dominica e Antigua y Barbuda, piccole isole che hanno sofferto una terribile distruzione, alla Repubblica Dominicana, a Puerto Rico, Saint Martin, Sint Maarten, Isole Vergini e Anguila  per il passaggio degli uragani Irma e María.
Chiamo la comunità internazionale a dare tutta la priorità e a mobilitare risorse per aiutare i piccoli Stati e i territori insulari dei Caraibi devastati.
Ricevano infiniti sentimenti di solidarietà da Cuba il popolo e il Governo messicani e in particolare i familiari delle Vittime e ai danneggiati dai due terremoti; reiteriamo la disposizione d’assistere la popolazione nel recupero dei danni con i nostri modesti sforzi.
Inviamo le nostre condoglianze al popolo degli Stati Uniti, alle famiglie dei morti e la più profonda simpatia a tutti i danneggiati dall’uragano Irma.

Signor Presidente:

Porto la testimonianza del popolo cubano che realizza uno sforzo colossale nel recupero dei severi danni alle case, all’agricoltura, al sistema elettro-energetico e altro, provocati dall’uragano Irma.
Nonostante le ingenti misure di prevenzione, includendo l’evacuazione di circa 1, 7 milioni di persone e la totale cooperazione dei cittadini, abbiamo sofferto la perdita di  dieci vite umane.    

I dolorosi danni ai servizi, ai beni sociali e personali, le privazioni sofferte dalle famiglie, per lunghe ore senza elettricità o rifornimento di acqua, hanno accentuato l’unità e la solidarietà del nostro nobile ed eroico popolo.
Si sono ripetute scene commoventi di addetti ai riscatti che consegnavano una bambina salvata alla mamma, di un bambino piccolo che ha raccolto dai rottami un busto di Martí, di studenti che aiutavano famiglie che non conoscevano,  ufficiali delle Forze Armate e del ministero degli Interni eseguendo i lavori più duri e i dirigenti locali guidando negli impegni più difficili.
Il Presidente Raúl Castro Ruz, dalla zona più devastata, ha fatto un richiamo nel quale ha scritto: «Sono stati giorni duri per il nostro popolo, che in poche ore ha visto come quello che era stato costruito con sforzo è stato colpito da un uragano devastatore. Le immagini delle ultime ore sono eloquenti, come lo è anche lo spirito di resistenza e di vittoria del nostro popolo, che rinasce in ogni avversità».
A nome del popolo e del Governo cubani ringrazio profondamente le sentite espressioni di solidarietà  e affetto di numerosi governi, parlamenti, organizzazioni internazionali e rappresentazioni della società civile.
Esprimo la più profonda gratitudine di fronte alle differenti offerte di aiuti ricevute.

Signor Presidente:

Ho una viva ed emozionata  memoria dell’imponente presenza e delle  
idee enormemente vigenti, espresse in questa Assemblea, dal Comandante in  Capo della Rivoluzione Cubana, Fidel Castro Ruz.
Ringrazio a nome del nostro popolo e Governo i sentimenti di rispetto, affetto e ammirazione ricevuti da tutte le latitudini.

Signor Presidente:

Martedì scorso, (19 settembre) il Presidente Donald Trump  è venuto a convincerci che uno dei suoi propositi è promuovere la prosperità delle nazioni e delle persone.
Ma nel mondo reale otto uomini possiedono congiuntamente la stessa ricchezza di 3600 milioni di esseri umani che formano la metà più povera dell’umanità (1).
In termini di fatturazione, 69 delle 100 più importanti entità del mondo sono imprese multi nazionali, non Stati (2).
Unite le dieci più importante corporazioni del mondo hanno una fatturazione superiore alle entrate pubbliche di 180 paesi sommati (3) .

Sono estremamente poveri 700 milioni di persone (4); 21 milioni sono vittime di lavori forzati (5); più di 5 milioni  di bambini sono morti nel 2015 prima d’aver compiuto cinque anni per malattie prevenibili e curabili  (6); 758 milioni di adulti sono analfabeti (7) .
815 milioni di persone soffrono patiscono fame cronica decine di milioni più che nel 2015. 2000 milioni non hanno cibo sufficiente . se si recuperasse il precario ritmo di diminuzione degli ultimi anni ora interrotto,  653 milioni  di persone continueranno a patire la fame nel 2030 e non sarebbe sufficiente  nemmeno per sradicare la fame nel 2050 (8) .

Ci sono 22,5 milioni di rifugiati (9). Si aggravano le tragedia umanitarie associate ai flussi di emigranti e il loro numero cresce in un ordine economico e politico chiaramente ingiusto.
La costruzione di muri e di barriere le leggi e le misure adottate per impedire l’ondata di rifugiati e di emigranti, hanno dimostrato d’essere crudeli e inefficaci. Proliferano politiche d’esclusione e xenofobia che violano i diritti umani di milioni di persone e non risolvono i problemi del sottosviluppo, la povertà e i conflitti, cause principali dell’emigrazione e della richiesta di rifugi.
Le spese militare toccano 1,7 milioni di dollari(10) .
Questa realtà contraddice coloro che sostengono che non ci sono risorse per far terminare la povertà. E l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile manca di metodi d’applicazione per egoismo e mancanza di volontà politica degli Stati Uniti e degli altri paesi industrializzati.
Qual è l aricetta miracolosa che ci raccomanda il Presidente Trump, in
mancanza dei flussi finanziari del Piano Marshall? Chi metterà ora le risorse al suo posto? Come riconciliare tutto questo con l’idea dei presidenti Reagan, decenni fa, e Trump adesso, dell’“América First”?
Ignora e tergiversa la storia e presenta come obiettivo una chimera.
Gli indici di produzione e consumo propri del capitalismo sono insostenibili  e irrazionali e conducono, inesorabilmente, alla distruzione dell’ambiente e alla fine della specie umana.
Si possono forse dimenticare le conseguenze del colonialismo, la schiavitù, il  
neocolonialismo e l’imperialismo?
I decenni di sanguinarie dittature militari in America Latina
Si possono presentare come esempio di un capitalismo di successo?
Qualcuno conosce ricette del capitalismo neoliberale meglio applicate di quelle che hanno distrutto le economie latino americane nel decennio degli ’80?.
È imprescindibile e irrimandabile che le Nazioni Unite lavorino per  stabilire un nuovo ordine economico internazionale partecipativo, democratico, equo e inclusivo e una nuova architettura  finanziaria, che considerino i diritti, le necessità e le particolarità dei paesi in via di sviluppo e le asimmetrie esistenti nelle finanze e nel commercio mondiale, risultato di secoli di sfruttamento e saccheggio.
I paesi industrializzati hanno il dovere morale, la responsabilità storica e possiedono i mezzi finanziari e tecnologici sufficienti per questo.
Non ci sarà la prosperità che si annuncia nemmeno per i ricchi, senza fermare il cambio climatico.
Cuba lamenta la decisione del Governo degli Stati Uniti, il principale responsabile storico dei gas con effetto serra, d’aver ritirato il paese dall’Accordo di Parigi.
Nel  2016, per il terzo anno consecutivo, sono stati battuti i records di
aumento della temperatura media globale, e e questo conferma il cambio
climatico come una minaccia per la sopravvivenza dell’umanità e lo sviluppo sostenibile dei nostri popoli.
Reiteriamo la nostra solidarietà con i piccoli paesi insulari in via di sviluppo, soprattutto nei Caraibi e nel Pacifico, che sono i più danneggiati, per il cambio climatico, noi che reclamiamo un trattamento giusto, speciale e differenziato.
Appoggiamo anche l’attenzione prioritaria ai paesi dell’Africa
Subsahariana.

Signor Presidente:

Il governo degli Stati Uniti è venuto a dirci che, con la prosperità, gli altri due bei pilastri dell’ordine mondiale sono la sovranità e la sicurezza.
È responsabilità di tutti preservare l’esistenza dell’essere umano di fronte alla minaccia delle armi  nucleari. Un importante apporto all’ottenimento di questo obiettivo è stata la storica adozione e la firma nella cornice di questa Assemblea del Trattato sulla proibizione delle Armi Nucleari che proibisce l’uso e la minaccia di queste armi che hanno la capacità d’annichilire la specie umana.
Gli Stati Uniti si sono opposti tenacemente a questo trattato. Hanno annunciato che utilizzeranno 700.000 milioni di dollari in spese militari e sviluppano una dottrina nucleare e militare estremamente aggressiva, basata nella minaccia dell’uso della forza e il suo impiego.
Gli Stati membri della NATO attentano contro la pace e la sicurezza internazionali e il Diritto Internazionale, promuovendo interventi militari e guerre non convenzionali contro Stati sovrani.
Come aveva segnalato il Comandante in Capo della Rivoluzione Cubana, Fidel Castro Ruz e cito : «Cessi la filosofia della spoliazione e cesserà la filosofia della guerra».
Risulta quotidiana l’imposizione illegale di misure coercitive unilaterali e l’uso di strumenti finanziari, giudiziari, culturali e della comunicazione per la destabilizzazione di governi e la negazione del diritto di libera determinazione per i loro popoli.
Cresce la militarizzazione  con l’uso segreto di tecnologie dell’informazione e le comunicazioni per attaccare gli altri Stati, mentre vari paesi sviluppati si oppongono fermamente all’adozione di trattati internazionali che regolino la cooperazione, per ottenere un ciber spazio sicuro.
Il Presidente statunitense manipola i concetti di sovranità e sicurezza a suo esclusivo beneficio e a detrimento di tutti, includendo i suoi alleati.
Il tentativo d’utilizzare la minaccia militare e la forza per fermare la tendenza mondiale irreversibile al multipolarismo e al policentrismo provocherà gravi pericoli per la pace e la sicurezza internazionali che devono essere difese  e preservate con la mobilitazione internazionale.
I principi d’uguaglianza sovrana rispetto all’integrità territoriale e alla non ingerenza nei temi interni degli Stati, si devono rispettare.
La Carta delle Nazioni Unite e il Diritto Internazionale non ammettono una reinterpretazione.
La riforma delle Nazioni Unite si deve proporre come obiettivo essenziale che questa risponda alle necessità urgenti dei popoli e delle grandi maggioranze sfavorite. Il multilateralismo debe’essere protetto e rinforzato  di fronte agli  interessi imperialisti  di dominio e di egemonia.
La democratizzazione del Consiglio di Sicurezza, sia nella sua composizione che nei suoi metodi di lavoro è un obiettivo che non si può rimandare.
Il rafforzamento dell’Assemblea Generale e il recupero delle funzioni che le sono state usurpate risulta  imprescindible.

Signor Presidente:

Il “patriottismo” che s’invoca nel discorso degli Stati Uniti è una perversione dell’umanismo, dell’amore e la lealtà per la Patria, e dell’arricchimento e la difesa della cultura nazionale e universale. Incarna una visione d’eccezionalità, di supremazia, d’ignorante intolleranza di fronte alla diversità dei modelli  politici, economici, sociali e culturali.
Nei paesi sviluppati s’aggrava la perdita di legittimità dei sistemi e dei partiti politici  e s’incrementa l’astensionismo  elettorale.
La corruzione, legale o illegale, presenta metastasi com’è il caso estremo dei chiamati  “interessi speciali”, o pagamenti di corporazioni in cambio di benefici, nel paese in cui si spende più denaro nelle campagne e dove in modo paradossale si può essere eletti con meno voti popolari di un altro candidato o governare con un appoggio infimo degli elettori.
L’uso della scienza e della tecnologia, crescente e insolito, serve per esercitare egemonia, mutilare le culture nazionali e manipolare la condotta umana, come nel caso dell’uso politico e pubblicitario delle dette “ big data”, o psicometria. Sette consorzi occidentali controllano in modo ferreo quello che si legge, vede e ascolta nel pianeta, e prevale il monopolio delle tecnologie, il governo delle reti digitali è dittatoriale e discriminatorio e nonostante le apparenze la breccia digitale tra paesi ricchi e paesi poveri cresce.
Si tagliano le opportunità e si violano in modo flagrante e sistematico diritti umani di giovani, emigranti e lavoratori.
L’altro ieri il Vicepresidente degli Stati Uniti, Unidos Michael Pence ha affermato nel Consiglio di  Sicurezza, con un’assurda mancanza di conoscenza delle sue funzioni e la pretesa di stabilire nuove prerogative, che il Consiglio di Sicurezza dovrebbe modificare la composizone i metodi del Consiglio dei Diritti Umani, che “non merita il suo nome”, ha detto, “perchè una chiara maggioranza dei suoi membri  non realizza nemmeno gli standard di base dei diirtti umani”, fine della citazione. Suppongo che il Sr. Pencel  non include nel caso il suo stesso paese, che lo meriterebbe per il suo indice di violazioni sistematiche dei diritti umani, come l’uso della tortura, la detenzione e la privazione arbitraria della libertà, come avviene nella Base Navale di Guantánamo, l’assassinio di afroamericani da parte della polizia, la morte di civili innocenti  per colpa delle sue truppe, la xenofobia e la repressione degli emigranti, includendo i minorenni, e la sua scarsa adesione agli strumenti internazionali.

 Signor Presidente:
 
Riaffermiamo  la nostra più ferma condanna contro il terrorismo, in tutte le sue
forme e manifestazioni e respingiamo le doppie morali nel loro scontro.
L’indispensabile ricerca immediata di una soluzione giusta e duratura del conflitto in Medio Oriente si basa nell’esercizio del diritto inalienabile del popolo palestinese all’autodeterminazione e a disporre di un Stato libero e indipendente,con le frontiere precedenti il 1967, e con la sua capitale in Gerusalemme Orientale.
La questione del Sahara Occidentale necessita uno sforzo di conformità
con le risoluzioni delle Nazioni Unite, per garantire al popolo saharaui l’esercizio dell’autodeterminazione e si rispetti il suo legittimo diritto di vivere in pace nel suo territorio.
Cuba riafferma il suo appoggio alla ricerca di una soluzione pacifica e negoziata alla guerra in Siria , senza ingerenze esterne e con il pieno rispetto della sua  sovranità e integrità territoriali.
Si accentuano i pericoli per la pace e la sicurezza internazionali, derivati dalla crescita della presenza della NATO alle frontiere con la Russia.
Reiteriamo la nostra contrarietà alle sanzioni unilaterali e ingiuste imposte a questo paese.
Domandiamo che si rispetti il detto accordo nucleare con la Repubblica Islamica dell’Iran
Condanniamo la minaccia di distruggere totalmente la Repubblica Popolare
Democratica della Corea, dove vivono 25 milioni di esseri umani.  
La guerra non è un’opzione nella Penisola Coreana, minaccerebbe l’esistenza di centinaia di milioni di persone in questo e nei paesi vicini e condurrebbe a una conflagrazione nucleare con conseguenze imprevedibili.
Solo con il dialogo e i negoziati si può ottenere una soluzione politica duratura che deve considerare le preoccupazioni legittime di tutte le parti coinvolte. Appoggiamo la denuclearizzazione totale della Penisola Coreana, senza ingerenza  straniera, con totale rispetto dell’uguaglianza sovrana e dell’integrità territoriale degli Stati e con l’assoluto rispetto del principio del non uso, nè della minaccia dell’uso della forza.

Signor Presidente:

Le nuove minacce si dirigono oggi contro la pace e la stabilità in America
Latina e nei Caraibi, con evidente macanza di rispetto del “Proclama come Zona di Pace”, firmato a L’Avana dai Capi di Stato e di Governo della
nostra regione, nel gennaio del 2014, in occasione del II Vertice della
Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC).
Reiteriamo quello che ha sostenuto il Presidente Raúl Castro Ruz a proposito  della Repubblica Bolivariana del Venezuela lo scorso 14 luglio, e cito:
«L’aggressione e la violenza golpista contro il Venezuela danneggiano tutta
“Nuestra América” e apportano benefici solamente agli interessi di coloro che
s’impegnano per dividerci, per esercitare il loro dominio sui nostri popoli, senza che gli importi generare conflitti con conseguenze incalcolabili in questa regione, come quelli che vediamo in differenti luoghi del mondo».
«Avvertiamo oggi - aveva ha detto ancora - che coloro che pretendono di far crollare   per vie inconstituzionali, violente e golpiste la Rivoluzione
Bolivariana e Chavista assumeranno una seria responsabilità di fronte alla storia»”, fine della citazione.
Respingiamo energicamente le minacce militari  contro il Venezuela, l’ordine
Esecutivo che lo definisce come una minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti e le sanzioni unilaterali, ingiuste e arbitrarie applicate da questi.
Reiteriamo la  nostra assoluta solidarietà con il popolo e il Governo bolivariani e chavisti, e con la loro unione civico-militare guidata  dal presidente costituzionale Nicolás Maduro Moros.
Denunciamo e condanniamo l’iniziativa Nica Act, promossa nel Congresso degli Stati Uniti con un atteggiamento d’ingerenza che vuole imporre un blocco economico al popolo e al governo del Nicaragua, al quale reiteriamo il nostro sostegno.


Esprimiamo la nostra solidarietà all’ex Presidente Luiz Inácio Lula da
Silva, vittima di una persecuzione politica per impedire la sua candidatura alle
elezioni dirette, con una non idoneità  giudiziaria. Lula, la presidente Dilma Rousseff, il Partito dei Lavoratori e il popolo brasiliano avranno sempre Cuba al loro fianco.
Riaffermiamo il nostro impegno storico con la libera determinazione e l’indipendenza del popolo di Puerto Rico.
Appoggiamo il legittimo reclamo argentino di sovranità sulle Isole Malvine, Sandwich del Sud e Georges del Sud.
Cuba continuerà a contribuire in tutto il possibile alla richiesta delle parti con gli sforzi per ottenere una pace stabile e duratura in Colombia.
Siamo sempre impegnati nel condividere le nostre modeste realizzazioni con i popoli del sud, includendo l’impegno dei 40.000 cooperanti che in 64 paesi oggi lottano per la vita e la salute degli esseri umani.(11)

Signor Presidente:

Il 16 giugno scorso il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato   la politica del suo governo  verso Cuba, che costituisce un passo indietro nelle relazioni bilaterali e corrode le basi stabilite due anni fa per avanzare in una relazione di nuovo tipo tra i nostri peasi, nella quale primeggiavano il rispetto e
l’uguaglianza.
Il governo statunitense ha deciso d’indurire il blocco economico, commerciale e finanziario, imponendo nuovi ostacoli alle limitate possibilità che avevano le sue imprese per commerciare e investire in Cuba, con restrizioni addizionali ai suoi cittadini per viaggiare nel nostro paese.
Queste decisioni ignorano l’appoggio di ampli settori statunitensi, includendo la maggioranza dell’emigrazione cubana, all’eliminazione del blocco e alla normalità delle relazioni.  
Soddisfano solamente gli interessi di un gruppo d’origine cubana nel sud della Florida, sempre più isolato e minoritario, che insiste nel voler danneggiare Cuba e il nostro popolo per aver scelto di difendere a qualsiasi costo il diritto d’essere libero, indipendente e sovrano.
Reiteriamo oggi la denuncia delle misure d’indurimento del blocco e riaffermiamo che qualsiasi strategia che cercherà di distruggere la Rivoluzione Cubana fallirà.
Ugualmente respingiamo la manipolazione del tema dei diritti umani contro Cuba che ha molti motivi  d’orgoglio per le conquiste realizzate e non deve ricevere lezioni né dagli Stati Uniti, nè da nessuno.
Esprimiamo in questa occasione  la più energica condanna alle dichiarazioni senza rispetto , offensive e d’ingerenza  contro Cuba e il governo
cubano, realizzate tre giorni fa in questa tribuna dal presidente Donald Trump. Le ricordiamo che gli Stati Uniti, dove si commettono fragranti violazioni dei diritti umani che suscitano profonde preoccupazioni nella comunità internazionale, non hanno la minima autorità morale per giudicare il mio paese.
Riaffermiamo che Cuba non accetterà mai condizioni nè imposizioni e non rinuncerà mai ai suoi principi.
In relazione con i discussi incidente che avrebbero danneggiato dei funzionari statunitensi a L’ Avana, affermiamo categoricamente che
il governo cubano realizza con tutto il rigore e la serietà i suoi obblighi con la
Convenzione di Vienna sulle Relazioni Diplomatiche in quel che si riferisce alla
Protezione dell’integrità di tutti i diplomatici senza eccezioni, includendo quelli degli Stati Uniti  e che Cuba non ha mai perpetrato, né perpetrerà azioni di questa natura, nè ha mai permesso o permetterà che il suo territorio sia utilizzato da terzi con questo proposito.
Le autorità cubane, in accordo con i risultati preliminari dell’investigazione, prioritaria e con una forte componente tecnica, che si sta sviluppando per indicazione del più alto livello del nostro governo che ha considerato i dati apportati dalle autorità degli Stati Uniti, sino al momento non contano con
alcuna prova che confermi le cause o l’origine dei problemi di salute riportati dai diplomatici statunitensi e dai loro familiari.  L’investigazione per chiarire questo tema è sempre in corso e per portarla a termine sarà essenziale la cooperazione effettiva delle autorità degli Stati Uniti,  Sarebbe lamentevole politicizzare un tema della natura descritta.      
Come ha detto il Presidente Raúl Castro Ruz, Cuba ha la volontà di continuare a negoziare i temi bilaterali pendenti con gli Stati Uniti sulla base dell’uguaglianza e l’assoluto rispetto della sovranità e l’indipendenza del nostro paese e proseguire il dialogo rispettoso e la cooperazione in temi d’interesse comune con il governo statunitense.
Cuba e gli Stati Uniti possono cooperare e convivere, rispettando le differenze e promuovendo tutto quello che è benefico per i due paesi, ma non si deve pensare che per questo Cuba realizzerà concessioni inerenti la sua sovranità,  e independenza.

Signor Presidente:

Il popolo cubano non smetterà il suo legittimo reclamo per la fine e l’eliminazione del blocco economico, commerciale e finanziario e
continuerà a denunciare l’indurimento di questa poltica.
Il1º novembre Cuba presenterà ancora una volta nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il Progetto di Risoluzione intitolato “Necessità di porre fine al blocco economico commerciale e finanziario imposto dal governo degli Stati Uniti contro Cuba”.
Mentre nel mondo crescono la disuguaglianza, l’opulenza di pochi e
l’emarginazione di molti, il popolo cubano continuerà la sua lotta per creare una società più giusta possibile e continuerà ad avanzare con passo fermo nel cammino delle trasformazioni rivoluzionarie decise sovranamente dai cubani e dalle cubane per il perfezionamento del nostro socialismo.

Molte grazie.

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