Da Sud a Sud

Catalogna: un golpe targato Ue. Non si può rimanere indifferenti

di Rete dei Comunisti

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La crisi catalana, da qualunque parte la si guardi, è forse la peggiore della storia (dell’Unione Europea, ndr), ancora maggiore della Brexit”. Così scriveva pochi giorni fa il giornalista Alberto Neg...

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Malta, crocevia dell’illegalità col marchio Ue

di Enrico Campofreda

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Kurdistan, il referendum storico del popolo di Barzani

di Enrico Campofreda

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La crisi catalana, da qualunque parte la si guardi, è forse la peggiore della storia (dell’Unione Europea, ndr), ancora maggiore della Brexit”. Così scriveva pochi giorni fa il giornalista Alberto Negri, lucidissimo commentatore dei fatti mediorientali e al tempo stesso convinto europeista, sottolineando un aspetto che continua a sfuggire a molti.

Soprattutto a coloro che da sinistra, utilizzando un metro di giudizio libresco e ideologico, continuano a chiedersi ‘a chi giova’ un’eventuale secessione catalana, non cogliendo il carattere potenzialmente dirompente per gli equilibri interni al polo imperialista europeo del conflitto in corso tra Barcellona e Madrid.

La partita in corso non riguarda solo l’eventuale unità dello Stato Spagnolo, ma l’opportunità di mettere in crisi un processo continentale di integrazione e concentrazione del potere e della ricchezza che continua a generare crisi e contraddizioni, all’interno delle quali ogni forza realmente antagonista non può che incunearsi nel tentativo di allargare la frattura, e non certo ricucirla.
Nell’ultimo mese ogni mossa del governo e degli apparati spagnoli contro le forze indipendentiste in Catalogna è stata accompagnata e sostenuta da praticamente tutti gli organismi di governance dell’Unione Europea, senza eccezioni.
Prima la censura e gli arresti, poi la proibizione del referendum del 1 ottobre, poi il tentativo di impedirlo con la violenza di massa; ora l’Unione Europea avalla addirittura un colpo di stato ‘da manuale’ che mira, attraverso l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione post-franchista, a destituire il governo catalano democraticamente eletto e a mettere il bavaglio alla stampa per forzare elezioni condizionate da un vero e proprio stato d’assedio che riconsegnino il potere all’oligarchia centralista spagnola e a quella catalana anti-indipendentista.
Nessuna voce critica si è levata dall’establishment europeo a difesa del diritto all’autodeterminazione del popolo catalano e della democrazia. Gli stessi ambienti ed esponenti dell’oligarchia continentale che sostengono una maggiore autonomia delle regioni ricche del Nord Italia – perché funzionale ad un ridisegno dello spazio europeo in linea con le esigenze di maggiore integrazione con la filiera produttiva e politica tedesca – si schierano senza tentennamenti a difesa di Madrid.
Dalla vicenda catalana, così come da quella greca, la tradizionale narrazione autocelebrativa di una Unione dei popoli e dei cittadini all’insegna della democrazia, dei diritti, della tolleranza e della modernità esce di nuovo e irrimediabilmente delegittimata.
L’Unione Europea non solo continua a violare e a negare quella volontà popolare che ogni volta che può esprimersi su questioni dirimenti rigetta i diktat di Bruxelles, Francoforte e Parigi, ma recupera e rivaluta gli elementi e le caratteristiche più reazionarie dei singoli stati nazionali, come la monarchia spagnola erede diretta e continuatrice del regime fascista, pur di riuscire a puntellare l’attuale status quo. L’obiettivo è garantirsi un grado di stabilità e di coesione interna tali da permettere al polo imperialista europeo di poter competere ad armi pari con i suoi contendenti sullo scenario globale.
Per questo la “grana catalana” in seno all’Ue non può essere liquidata come una faccenda estranea, aliena agli interessi delle classi popolari e alla strategia dei comunisti e di tutti quei movimenti che si battono per la rottura dell’attuale status quo.
Inoltre la vicenda catalana riporta all’ordine del giorno alcune questioni fondamentali che non possono essere rimosse: quali possono essere le caratteristiche e i soggetti alla base di una rottura possibile, qui ed ora, all’interno di un polo imperialista nel XXI secolo? Date le condizioni di partenza, i rapporti di forza tra le classi, la mancanza di un polo alternativo anticapitalista e antimperialista sul piano internazionale e la debolezza estrema di una soggettività politica antagonista, è impensabile attendersi che la rottura con l’attuale ordine sociale, economico e ideologico nell’occidente capitalistico debba e possa avvenire sulla base di forme ed espressioni che hanno caratterizzato una composizione di classe spazzata via da decenni di processi di precarizzazione e atomizzazione sociale.
Chi, all’interno della contesa tra Repubblica Catalana e Spagna Reazionaria, pretende di riconoscere una “classe operaia” da identificare a partire da forme ed espressioni che essa non possiede più da decenni e che appartengono alla storia, farebbe bene a cercarla in una composizione di classe dinamica e contraddittoria ma pur sempre alla base di una mobilitazione popolare che non ha eguali nel resto del continente e che si scontra con gli apparati dello Stato, le sue istituzioni, la sua ideologia e la sua legalità.
Anni di gestione autoritaria e liberista della crisi economica da parte dell’Unione Europea e dei governi di Madrid e Barcellona, insieme al muro opposto al tentativo di riforma dello Statuto di Autonomia catalano, hanno prodotto in Catalogna un processo di politicizzazione e radicalizzazione di settori sociali di massa e delle loro rappresentanze politiche che è alla base dell’attuale sfida indipendentista, all’interno della quale la lotta di classe si esprime anche attraverso la rivendicazione nazionale.
Accanto ad una piccola borghesia radicalizzatasi a causa di potenti processi di proletarizzazione prodotti dalla ‘globalizzazione’ e dal feroce meccanismo di integrazione europea si muovono ampi settori popolari e proletari che nella lotta per l’indipendenza intravedono una possibilità di rompere gli asfissianti equilibri economici e sociali imposti e blindati non dal solo Partito Popolare ma da un vero e proprio regime, frutto dell’autoriforma del franchismo nel 1978 e che riunisce in un solo blocco monolitico anche i socialisti e la nuova destra modernista di Ciudadanos.
Al momento il movimento popolare catalano non costituisce sicuramente ancora un soggetto autonomo dal punto di vista organizzativo e dotato di una propria linea strategica indipendente, anche a causa delle ambiguità e delle complicità che contraddistinguono alcune forze della sinistra spagnola e catalana. Ma il suo ingresso sulla scena durante le proteste contro gli arresti del 20 settembre, il referendum del 1 ottobre e ancor più lo sciopero generale del 3 ottobre è stato imponente. E gli eventi di questi giorni costituiscono una ‘scuola’ ideologica e di coscienza da non sottovalutare.
Che il movimento popolare sappia organizzarsi rapidamente e prendere la guida del conflitto con Madrid evitando che si attesti su una sterile ricontrattazione tra elites spagnole e catalane (ad esempio sull’autonomia fiscale) e acquisisca caratteristiche di rottura sul piano economico e sociale è ancora presto per dirlo.
Sicuramente il ricatto delle imprese catalane e la mancanza di sostegni significiativi all’interno dell’Unione Europea e della cosiddetta comunità internazionale spingono i dirigenti della Generalitat, in primis Puigdemont, a rifuggire un’accelerazione e una radicalizzazione dello scontro che possa alimentare forme di organizzazione e contropotere popolare ostili in prospettiva agli stessi interessi della piccola borghesia catalana e quindi della sua rappresentanza politica. Puigdemont e i suoi collaboratori finora hanno cercato di mantenere il conflitto all’interno di un livello fondamentalmente civico e istituzionale, anche per non rompere definitivamente con quella media e alta borghesia catalana che sono ferocemente contrarie all’indipendenza e non hanno esitato a schierarsi con gli apparati dello stato contro il proprio popolo.
Ma l’intransigenza dello Stato Spagnolo e il sostegno totale da parte dell’Unione Europea alla strategia repressiva di Madrid potrebbero ulteriormente indebolire e condizionare Puigdemont – eliminando ogni spazio e possibilità di mediazione – e rafforzare così le spinte popolari e conflittuali all’interno del movimento indipendentista.
Il colpo di stato ‘costituzionale’ di Madrid in Catalogna può nei prossimi giorni estendere la base di classe dell’indipendentismo anche a quei settori popolari che finora si sono riconosciuti nella linea ‘equidistante’ di Podemos ma che di fronte ad un intervento apertamente fascista e colonialista delle istituzioni centrali potrebbero decidere di schierarsi come del resto hanno già fatto il 1 e il 3 ottobre scorsi.

Non una, ma due, tre forse più di dieci le piste che il fiuto d’inchiesta e il senso di servizio, motori centrali del lavoro di Daphne Caruana Galizia, possono motivare il disegno assassino di chi l’ha tacitata per sempre. Fra gli inviati delle testate che seguono in loco le indagini di polizia, Intelligence e magistratura circola la pista dei narcos: boss maltesi con tanto di fan sui social network che minacciavano la giornalista. Ma accanto al recente timore con cui la coraggiosa cronista e blogger aveva denunciato la minaccia di morte, c’è quella sua disperata considerazione sul panorama politico, socio-economico e finanziario incancreniti dall’illegalità che aveva occupato il micro Stato col classico apparato criminale delle mafie.

 

Amministratori pubblici, imprenditori privati, faccendieri, prestanome – interni ed esterni – interconnessi col partito di maggioranza e con quello d’opposizione, intenti a realizzare affari generali e personali per ricavarne vantaggi. Non è un caso che La Valletta vanti un Pil superiore al 4% annuo conseguito nell’ultimo decennio grazie al gioco della fiscalità compiacente messo in atto dal bipolarismo consociativo di laburisti e partito nazionalista. Col compiacimento di Bruxelles.

 

Le elezioni anticipate dello scorso giugno, che il premier Muscat aveva indetto per scrollarsi di dosso la rogna dei Panama Papers, lo riportavano alla guida di una nazione che l’Unione Europea si tiene in casa insieme ai suoi misfatti, sicuramente per servirsene da porto franco. Quello che un ministro socialdemocratico della Westfalia, definiva neanche tanto metaforicamente, la “Panama d’Europa”, suscitando il risentimento di Keit Schembri, il capo staff e sodale del riconfermato primo ministro laburista.

 

Ma sul fronte dell’opposizione nazionalista, un politico di primo piano come Adrian Delia è chiacchierato proprio per prossimità con un padrino di quel narcotraffico che dalle sponde africane del Mediterraneo s’occupa d’ogni merce, ponendo accanto alla droga, profughi e armi.

 

Dunque cos’è diventata Malta? Un paradiso fiscale con un’enorme quantità di società off-shore, un luogo amico per i tanti evasori (l’Italia ne vanta un congruo numero fregiati da pedigree e blasone familiare, aveva raccontato L’Espresso). Un porto franco di lucrose attività criminali che necessitano di riciclaggio, referente Ue e facilitatore nei rapporti coi potenti del mondo riguardo ai business dell’energia (la vicenda della Tap ne è un esempio). Grazie a queste operazioni, ne traeva vantaggio il “benessere” della nazione e i conti correnti, ovviamente occultati altrove, di alcuni politici di primissimo piano.

 

Da qui il tesoretto guadagnato da Joseph Muscat (lui continua a negare, ma storicamente tanti ladri di Stato l’hanno fatto) tramite la compagnìa Egrant intestata alla consorte Michelle, sul cui conto erano transitati i dollari del presidente azero Alijev felice del suo affarone del metanodotto verso l’Europa. Per parte sua era felice anche il ministro dell’energia e del turismo Konrad Mizzi, quarantenne rampante sempre di sponda laburista che porta un cognome storico nell’isola grazie al fondatore del partito nazionalista Fortunato (1844-1905) e del figlio Enrico, premier seppure per un periodo brevissimo nel 1950.

 

Anche Konrad Mizzi, così rivelano le “carte di Panama”, aveva una società intestata, per quanto collocata in Nuova Zelanda, che comunque forniva i servizi finanziari a La Valletta. Nella correlazione degli affari, dove le famiglie che s’alternano al comando condizionano la vita nell’isola, la vicenda dei Panama Papers rappresenta il meccanismo più losco e più grosso dove Daphne Caruana Galicia aveva ficcato il naso. Non solo perché quei file parlano degli inconfessabili appetiti di Putin e Cameron, Sharif e Poroshenko, passando per gli immarcescibili Mubarak, ma perché nel mappamondo dei paradisi fiscali c’è una buona fetta dell’attuale economia mondiale e di ciò che la geopolitica si trascina con guerre e stragi. Oltre all’oltraggio estremo di chi ne parla.

 

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Trasferimenti di ricchezze

 

1.Isole Vergini 2. Panama 3. Bahamas 4. Seychelles 5. Samoa-Niue

 

Intermediari

 

Europa: 1. Svizzera 2. Isola Jersey 3. Lussemburgo 4. Regno Unito

 

Medio Oriente: Emirati Arabi Uniti

 

Asia: 1. Hong Kong 2. Cina

 

Americhe: Panama

 

Proprietari ricchezze nascoste

 

Europa: 1. Russia 2. Svizzera. 3. Regno Unito 4. Principato di Monaco e Italia

 

Medio Oriente: 1. Emirati Arabi Uniti 2. Israele

 

Asia: 1. Cina 2. Hong Kong

 

America

 

1.Stati Uniti 2. Brasile e Argentina 3. Perù 4. Uruguay

 

(fonte: Süddeutsche Zeitung)

 

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articolo pubblicato su http://enricocampofreda.blogspot.it

Orgoglioso di lanciare il mio voto di primo mattino e partecipare allo storico giorno del Referendum per il Kurdstan”. Così ha twittato stamane, prestissimo, Masoud, l’epigono del clan Barzani e da tempo leader dei kurdi iracheni. Per l’evento esclusivamente consultivo, e nonostante tutto ostacolato dal governo di Baghdad, negato da quelli di Ankara e Teheran, e surclassato dagli stessi amici (di Masoud) americani che non vogliono prestare il fianco all’ennesimo elemento divisivo fra etnìe e nazioni, sono stati approntati più di duemila seggi.

Dieci le ore dedicate alle consultazioni e 5.6 milioni gli aventi diritti al voto. In realtà quello è il numero di tutti gli abitanti della regione autonoma del Kurdistan, bambini compresi, ma la cifra citata estende il referendum anche a gente presente nei territori attualmente controllati dai peshmerga. Alla vigilia il premier iracheno Haider al-Abadi aveva annunciato, tramite un messaggio televisivo, che sui promotori del referendum sarebbero ricadute tutte le conseguenze divisive di questo passo elettorale. Ne aveva ribadito l’incostituzionalità, affermando con toni gravi che non si può minare l’unità del Paese.

Ma la posizione fermissima tenuta in primo luogo da Barzani, che gli consente di ricevere l’assenso anche dagli elettori delle frange avversarie dei due partiti di casa (Unione patriottica e Gorran) non esclude il desiderio di dialogo col potere centrale e coi grandi del mondo che scoraggiano lo sfaldamento della nazione. Lui è ottimista e legge il futuro con questi occhi, piuttosto che con aria di scontro. Bisognerà vedere cosa faranno gli altri davanti al risultato, che ufficialmente verrà annunciato domani e dovrebbe vedere una valanga di assensi per la causa dell’indipendenza. Passo comunque non vincolante, seppure simbolicamente significativo.

Per ora tre capitali interessate: Baghdad, Ankara, Teheran hanno rispettivamente chiuso i confini di Stato, fatto muovere i carri armati verso la frontiera del Kurdistan, interrotto i voli aerei. Per non far scaldare animi e armi, finora non c’è stata alcuna mossa coercitiva, solo pantomime. Gli esecutivi dei tre Stati sperano che le divisioni partitiche interne facciano da freno alla supremazia che Barzani cerca col referendum. I giorni e le settimane a seguire ci diranno di più.

 

articolo pubblicato su http://enricocampofreda.blogspot.it

Il boom dell’estrema destra tedesca fa giustamente paura. Non altrettanto le razzie e le aggressioni dei gruppi neofascisti e neonazisti spagnoli con la copertura del dispositivo repressivo messo in campo dal governo di Madrid realizzate per impedire che i catalani, il prossimo 1 ottobre, possano partecipare ad un referendum sull’autodeterminazione proibito manu militari dall’esecutivo Rajoy col sostegno di Ciudadanos e socialisti. Gli stessi socialisti corteggiati da Podemos e da Izquierda Unida, che continuano ad appellarsi al suo segretario Pedro Sanchez affinché abbandoni l’alleanza reazionaria col resto dello schieramento nazionalista spagnolo e si aggreghi alle forze che promettono di riformare la Costituzione e permettere un referendum ‘negoziato e concordato con lo Stato’.

Ma i socialisti non vogliono saperne, e le timide (e spesso strumentali) aperture dei mesi scorsi ad un possibile ampliamento dell’autogoverno catalano sono state sostituite da dichiarazioni altisonanti in difesa della patria e dell’indivisibilità dello stato. Come quella di Emiliano García-Page, che governa in Castilla La Mancha grazie ad una maggioranza formata dal Psoe e da Podemos, o come quelle dei socialisti catalani che a Barcellona sostengono la giunta guidata da Ada Colau.

Il leit motiv dei messaggi indirizzati da Iglesias e dagli altri dirigenti di Unidos Podemos ai socialisti è: cacciamo Rajoy e i popolari, formiamo un’alleanza per il cambiamento. Per la sinistra federalista spagnola e i suoi addentellati catalani, la via d’uscita all’impasse determinato dalla reazione di Rajoy al referendum unilaterale del 1 ottobre è un “fermate le macchine” rivolto agli indipendentisti e un appello al governo spagnolo affinché consenta la consultazione popolare in quanto ‘mobilitazione democratica’ senza risvolti di carattere legale. “Ma niente dichiarazione unilaterale di indipendenza” ha tuonato il segretario di Podemos. “Lavoriamo affinché il Psoe costruisca con noi un nuovo patto per la democrazia e il dialogo” ha detto Iglesias intervenendo ieri ad un’assemblea organizzata a Zaragoza insieme a IU alla quale hanno partecipato 400 eletti della formazione ‘viola’ e dei suoi alleati (Compromis, Equo, Mès, Geroa Bai) ma anche del Partito Nazionalista Basco e del PDeCat del President catalano Puigdemont. Presenti, ma solo in qualità di osservatori, due rappresentanti di Esquerra Republicana de Catalunya, che non hanno voluto sottoscrivere l’appello finale.

 

Fascisti e polizia a braccetto

 

Il clima pesante in cui si è svolta la “Assemblea per la Fraternità, la Convivenza e le Libertà” bene rappresenta quella che la sinistra moderata spagnola considera una ‘involuzione autoritaria’ ma che a ben vedere appare come una manifestazione, finalmente esplicita, di pulsioni a lungo rimaste sottotraccia. Gli organizzatori avevano faticato non poco per trovare una sede per la loro assemblea, vista l’ostilità dell’amministrazione provinciale socialista che aveva proibito l’utilizzo di una sala pubblica. Poi ieri, al loro arrivo al Padiglione ‘Siglo XXI’, i partecipanti alla convention hanno trovato ad accoglierli alcune centinaia di fascisti e ultranazionalisti – “manifestanti per l’unità della Spagna” li ha definiti il telegiornale di Tve – con tanto di saluti romani e bandiere franchiste, tenuti a bada da un manipolo di agenti di polizia. Non sufficienti o troppo tolleranti, visto che la Presidente delle Cortes de Aragòn – il parlamentino aragonese – Violeta Barba è stata centrata da una bottiglietta d’acqua lanciata da un esagitato proprio mentre chiedeva ai poliziotti di garantire la sicurezza dei partecipanti all’assemblea. Stessa sorte avevano subito i manifestanti scesi in piazza a Madrid la scorsa settimana per solidarizzare con i catalani contro la repressione: arrivati a Puerta del Sol si erano trovati la strada sbarrata da un aggressivo presidio fascista pronto a difendere ‘l’onorabilità patriottica’ della capitale del Regno.

 

I poliziotti sono stati mandati tutti in Catalogna, per questo non erano a Zaragoza a tenere a bada i fascisti ha chiarito un comandante locale. E, comunque, negli ultimi giorni agli agenti della Guardia Civil e della Policia Nacional mobilitati per impedire il referendum in Catalogna a suon di arresti, perquisizioni, sequestri e cariche, non è mai mancata l’entusiastica solidarietà dei membri delle organizzazioni di estrema destra. Mentre sui muri delle città spagnole si moltiplicano le scritte che augurano la morte o lo stupro ad Anna Gabriel e ad altre dirigenti della sinistra radicale indipendentista, a Barcellona venerdì sera un ragazzo è stato pestato dai fascisti reduci da una violenta manifestazione contro la sede dell’Assemblea Nazionale Catalana. Sulle reti circolano decine di foto che ritraggono senza bisogno di commenti vari episodi di cameratismo tra i fascisti in divisa e quelli in borghese, a suon reciproci applausi e saluti romani. Gruppi ultrà come Generación Identitaria, Somatemps, Dolça Cataluña o Democracia Nacional, sostenuti e coperti da cordate interne/esterne al Partito Popolare di Rajoy coordinate da Vox, da Intereconomia e da fondazioni nostalgiche, fanno a gara a esprimere solidarietà e apprezzamento per l’instancabile opera delle forze dell’ordine. L’episodio che più inorgoglisce i franchisti è il supporto gastronomico prontamente garantito dai camerati ai circa seimila tra militari e poliziotti spagnoli acquartierati in due navi da crociera ancorate nel porto industriale di Barcellona. Il boicottaggio deciso dai lavoratori portuali nei confronti di quelle che vengono considerate truppe d’occupazione rischiava di costringerli al digiuno ma in loro soccorso si sono mobilitate le organizzazioni fasciste che, grazie alla “Operazione Soccorso Azzurro”, hanno preparato quantità industriali di deliziosi e patriottici manicaretti.  A sollevare il morale della truppa stanziata in Catalogna è arrivata anche la decisione del governo Rajoy di ricompensare gli instancabili difensori dello ‘stato di diritto’ con una diaria aggiuntiva di 80 euro.

Madrid commissaria la polizia autonoma catalana

 

In perfetta sincronia, dopo che il governo spagnolo ha imposto lo stato d’emergenza di fatto e sospeso l’autogoverno di Barcellona, il Procuratore Capo della Catalogna José María Romero de Tejada ha deciso di commissariare la polizia autonoma, che pure nei giorni scorsi si era prodigata contro alcune manifestazioni indipendentiste, ordinando che il controllo dei Mossos d’Esquadra passi direttamente al Ministero degli Interni di Madrid. A dirigere gli agenti catalani – suscitando il malcontento tanto del loro sindacato maggioritario quanto del loro comandante Josep-Lluís Trapero che ha garantito obbedienza ma alla prima riunione col nuovo capo non si è presentato – è il colonnello della Guardia Civil Diego Pérez de los Cobos, già coordinatore dell’imponente meccanismo poliziesco approntato per impedire il voto del 1 ottobre.

Neanche a dirlo, il 53enne fratello dell’ex presidente del Tribunale Costituzionale Francisco (distintosi per varie decisioni anticatalane), si è fatto le ossa nei Paesi Baschi. Nel suo curriculum spicca un processo – ma non una condanna – per le torture inflitte sotto il suo comando al prigioniero politico basco Kepa Urra, arrestato nel 1992. Al termine del procedimento giudiziario dal quale de los Cobos fu esonerato, tre Guardia Civil furono condannati a pene dai sei mesi ai 12 anni, prima che il primo governo di Josè Maria Aznar concedesse loro l’indulto.

 

Una pioggia di denunce

 

Dove non arrivano i fascisti arrivano giudici e polizia, e viceversa. Ieri l’Unione degli Ufficiali della Guardia Civil ha denunciato Mònica Terribas, direttrice del programma ‘El Matì’ della radio pubblica catalana, per aver incitato i suoi ascoltatori a segnalare i posti di blocco e i presidi realizzati dalle forze di polizia. Da parte sua la Procura ha già presentato una denuncia per ‘incitamento al terrorismo’ nei confronti di quattro militanti di Poble Lliure, una delle organizzazioni della sinistra indipendentista catalana che fa parte della Cup. I quattro – tra i quali c’è il parlamentare regionale Albert Botran – sono accusati di aver ricordato, in un atto celebrativo tenutosi a febbraio a Castelló de Farfanya (Lleida), la figura del militante indipendentista e presunto dirigente dell’organizzazione armata Terra Lliure, morto in un incidente d’auto trenta anni fa.

Anche il ragazzo che ha aperto il sito internet marianorajoy.cat, che prima di essere chiuso dalla polizia rimandava a quello della Generalitat catalana e quindi ai materiali informativi fuorilegge sul referendum del 1 ottobre, è stato denunciato per un reato di ‘disobbedienza’. Come se non bastasse la Procura dell’Audiencia Nacional di Madrid, il tribunale antiterrorismo ereditato dall’epoca franchista, ha denunciato per ‘sedizione’ alcuni dei manifestanti che a Barcellona e in altre città, nei giorni scorsi, hanno manifestato in maniera più determinata contro gli arresti di 14 tra funzionari della Generalitat e imprenditori privati, nel frattempo rilasciati ma sui quali pendono gravi accuse. Nel mirino della Procura antiterrorismo ci sono i manifestanti che hanno realizzato blocchi stradali, danneggiato le auto di servizio della polizia, bloccato l’accesso della Guardia Civil ad alcuni edifici pubblici o sedi di partito (nella fattispecie la Cup). Il Codice Penale spagnolo riserva, all’articolo 544, ben 15 anni di carcere a coloro che vengano ritenuti responsabili del reato di ‘sedizione’.

La repressione sembra mirare anche alle sfere alte. Oggi il Procuratore Generale dello Stato, José Manuel Maza, ha dichiarato nel corso di un’intervista radiofonica che “per il momento non ci è sembrato opportuno” chiedere l’arresto del Presidente della Generalitat Carles Puigdemont, nonostante la denuncia spiccata nei suoi confronti per i reati di disobbedienza, abuso di potere e malversazione. La non troppo velata minaccia di arresto del capo del governo catalano non è passata inosservata proprio mentre la Corte dei Conti di Madrid ha imposto una cauzione di ben 5.25 milioni di euro all’ex governatore Artur Mas e a tre suoi consiglieri accusati di aver usato fondi pubblici per organizzare la consultazione indipendentista del 9 novembre del 2014.

 

La mobilitazione popolare continua

 

Intanto, mentre il governo catalano continua a pubblicare siti in cui appare la lista dei seggi dove il 1 ottobre i cittadini e le cittadine potranno recarsi a votare – che ci riescano o meno è tutto da vedere visto il capillare e determinato schieramento di polizia – ieri le associazioni indipendentiste Assemblea Nazionale Catalana e Omnium Cultural hanno organizzato manifestazioni in circa 500 tra città e centri minori, distribuendo alla popolazione circa un milione di schede elettorali dopo che durante il blitz della scorsa settimana la polizia spagnola ne ha sequestrate circa 10 milioni. Mentre continua il boicottaggio, nei confronti della macchina repressiva, deciso dalle assemblee dei portuali di Barcellona e Tarragona – si parla di alcune migliaia di lavoratori – rimangono confermati per il prossimo 3 ottobre gli scioperi generali convocati dai sindacati di sinistra Cgt e Cnt e da alcune sigle indipendentiste, mentre i sindacati ufficiali Comisiones Obreras e Ugt hanno deciso di non partecipare ufficialmente alla giornata di mobilitazione (nella foto un poliziotto fa il saluto romano sulla caserma galleggiante).

 

Nelle università catalane gli studenti hanno dato vita nei giorni scorsi ad occupazioni simboliche, e per i giorni 28 e 29 settembre il coordinamento “Universitats per la República” ha convocato due giornate di sciopero e manifestazione. Mobilitati sono anche i contadini e gli allevatori catalani aderenti alle maggiori organizzazioni del settore, che nel fine settimana hanno dato vita ad una imponente marcia a favore del diritto di autodeterminazione e contro la repressione che ha visto sfilare un migliaio di trattori da Lleida a Vic. “Ci vogliono sotterrare ma non sanno che siamo semi” ha dichiarato il presidente dell’organizzazione contadina JARC il quale ha denunciato gli arresti e le prevaricazioni, schierandosi a favore della celebrazione del referendum, in difesa della democrazia e della libertà di scelta.

 

 Solidarietà internazionale

 

Anche sul fronte internazionale qualcosa comincia a muoversi. Mentre a Barcellona sono già attivi alcuni noti osservatori internazionali arrivati per monitorare la celebrazione del referendum, un appello intitolato “Lasciate che i catalani votino” è stato firmato dalla filosofa statunitense Susan George, dalla premio Nobel per la Pace Jody Williams (1997), da Ahmed Galai, Rigoberta Menchú, Desmond Tutu, Noam Chomsky, Adolfo Pérez Esquivel, Ken Loach, Tariq Ali, Paul Preston, Ignacio Ramonet e Angela Davis, solo per citare i nomi più noti.

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