Da Sud a Sud

Roma. “Tempesta perfetta” all’università La Sapienza

Redazione Nuestra America

Roma. “Tempesta perfetta” all’università La Sapienza

Presentazione di "Tempesta Perfetta": nove interviste per capire la crisi.  Tempesta Perfetta è la prima prova editoriale della Campagna Noi Restiamo. Pubblicata da Odradek, raccoglie i contributi di...

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Turchia, il presidenzialismo batte sull’urna

Enrico Campofreda

Turchia, il presidenzialismo batte sull’urna

Il referendum turco, che domenica 16 deciderà se approvare la riforma costituzionale varata dal parlamento, ha un’onda lunga che s’agita sin da gennaio. I deputati del Meclis votavano i diciotto emend...

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LA STORIA MI ASSOLVERÀ GIOVEDI 6 APRILE , ORE 20.30- Trento

LA STORIA MI ASSOLVERÀ  GIOVEDI 6 APRILE , ORE 20.30- Trento

Interviene Luciano Vasapollo Nel corso della serata sarà presentato il libro Yo soy Fidel - Pensiero politico economico  

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Presentazione di "Tempesta Perfetta": nove interviste per capire la crisi. 

Tempesta Perfetta è la prima prova editoriale della Campagna Noi Restiamo. Pubblicata da Odradek, raccoglie i contributi di dieci economisti italiani e internazionali – Riccardo Bellofiore, Giorgio Gattei, Joseph Halevi, Simon Mohun, Marco Veronese Passarella, Jan Toporowski, Richard Walker, Luciano Vasapollo, Leonidas Vatikiotis, Giovanna Vertova – sulla crisi.


L’incontro sarà occasione per parlare dell’attuale crisi sistemica del capitalismo esponendo i diversi approcci degli Autori degli articoli presenti nel libro “La tempesta perfetta”. Ciò è chiaramente legato alle dinamiche dell’attuale fase del conflitto interimperialistico riferendosi anche ai recenti fatti accaduti in Venezuela e di come dal punto di vista del diritto non sia stato perpetrato alcun abuso. Nel Venezuela attuale si confrontano duramente e strategicamente due progetti, perché da un lato il progetto bolívariano vuole costruire una società socialista, dall’altro il progetto della già superata Quarta Repubblica, che veniva chiamata “democrazia rappresentativa”, ma in verità era una democrazia delle elite, che vuole reimporre il dominio imperialista attraverso l’oligarchica.
Il terrorismo della guerra anche nei suoi aspetti massmediatici, psicologici e di attacco allo Stato di diritto dell’autodeterminazione dei popoli, attuati dal Governo USA hanno da sempre cercato in ogni modo di ostacolare l’avanzamento del progetto bolívariano attraverso due strategie: isolare il Paese dal l’esterno e fomentare una destabilizzazione interna. In gioco non c’è solo l’autodeterminazione del popolo venezuelano, sappiamo, infatti, che l’imperialismo vuole sconfiggere l’esempio della stessa idea della fattibilità della rivoluzione socialista, dell’attuazione della pianificazione contro le regole del profitto.
È necessario formare coscienza e organizzazione di classe per continuare a costruire una società diversa, diretta alla maggioranza della popolazione e non a chi vorrebbe tornare alla situazione del colpo di Stato del 2002 e ridare il Paese in mano all’oligarchia capitalista che fa gli interessi imperialisti e neocolonialisti.
L’ambasciatore della Repubblica Bolivariana di Venezuela in Italia S.E. Isaia Rodriguez spiegherà come le dichiarazioni dell’opposizione siano frutto di attacchi congiunti da parte dei paesi che vogliono in ogni modo attaccare la sovranità e l’autodeterminazione del popolo venezuelano.

Introduce e coordina
Riccardo Rinaldi (Campagna Noi Restiamo); 
Intervengono
S.E. Juliàn Isaias Rodriguez Diaz
(Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela)
Luciano Vasapollo (Professore Sapienza – Università di Roma);
Cristina Mazzoccoli (Collettivo CUMA);

LUNEDì 10 APRILE ORE 17
Sapienza Università di Roma – Facoltà di Scienze Politiche
III Piano – Aula 304
 

Il referendum turco, che domenica 16 deciderà se approvare la riforma costituzionale varata dal parlamento, ha un’onda lunga che s’agita sin da gennaio. I deputati del Meclis votavano i diciotto emendamenti dopo essersi scazzottati e gli attivisti del sì e del no ne hanno, in alcune circostanze, emulato le gesta. Il presidente in carica Erdoğan, che da questa mutazione genetica della Carta riceve poteri pressoché assoluti (abolita la figura del premier, introdotti decreti presidenziali al posto di leggi parlamentari e misure d’emergenza per ragioni di sicurezza, possibilità di controllo sul massimo organo giudiziario grazie a nomine dirette), aveva inizialmente tenuto un basso profilo. Evitava di spargere sale sulle ferite dell’ulteriore spaccatura in atto nel Paese per non collezionare l’ennesima accusa di polarizzazione.

Nelle scorse settimane l’indole l’ha tradito. Dopo i dinieghi incassati dai ministri turchi a tenere comizi ai connazionali emigrati in Germania e Olanda, lui non s’è trattenuto. Ha accusato i governi di quei Paesi, membri della non amata Unione Europea, di conservare germi di nazismo. Così le polemiche sono rimbalzate sulla vetrina internazionale, prima di tornare in casa dove vengono rinfocolate da nuovi casi. I pochi media rimasti fuori dal controllo del governo, notano come Bahçeli, l’alleato tattico grazie ai cui voti la riforma è passata, sia impegnato ad allontanare da sé responsabilità in caso d’insuccesso. Non è un segreto che il leader nazionalista, che pur controlla parecchi onorevoli disponibili ad appoggiare la svolta presidenzialista (si vocifera in cambio di favori), sia parecchio contestato dalla base.

I kemalisti del Mhp sono divisi e una parte del partito sostiene il fronte del no. Perciò il vecchio lupo grigio cerca alibi e capri espiatori in caso di sconfitta referendaria, sa che l’ira del presidente sarebbe immensa e la vendetta dell’attivismo dell’Akp, metterebbe da parte ogni vicinanza dell’ultim’ora, rinfocolando gli antichi odi fra kemalisti duri e puri e islamisti altrettanto pugnaci. Così Bahçeli, fra un passo in un’intervista e un’insinuazione profferita a mezza bocca, parla di Gül e Davutoğlu. L’ex leader, premier e presidente ha lasciato cadere l’invito rivoltogli da un noto parlamentare dell’Akp a partecipare a comizi per il sì. In tal modo ha rinfocolato le voci che lo vogliono accanto a chi respinge apertamente il cambio di rotta costituzionale.

I think tank più vicini al presidente fanno girare due parole, che si trascinano dietro concetti e insinuazioni poco lusinghieri: tradimento e inconsapevole. Nelle diatribe dell’islam politico turco – Gül e l’ex professore-ministro rappresentano un passato recentissimo del progetto che li vedeva uniti a Erdoğan e Gülen – il fatto che i due statisti neghino il consenso al referendum li marchia come traditori. Magari inconsapevoli (avranno smarrito il senno?) ma espressamente traditori. Per il clima di resa dei conti nella famiglia islamista, in atto dalla scorsa estate con la caccia ai fethullaçi, non è un bell’andare. Sino a qualche settimana fa le proiezioni del sì erano confortanti e s’attestavano attorno al 55%, ultimamente s’è insinuato il dubbio. Le sue aree forti sono nel centro anatolico, lo stesso che aveva approvato anche i referendum votati sotto le giunte militari negli anni Sessanta e Ottanta.

Roccaforte del no, la provincia di Istanbul e l’area costiera mediterranea centroccidentale. Poi c’è l’incognita del sud-est. Gli ultimi rumors danno il voto contrario in ripresa, tantoché si sono verificati episodi contestati davanti alla magistratura: casi in cui fedeli islamici, fedelissimi al presidente, che si sono disposti sul pavimento d’una moschea a formare un acronimo d’appoggio al sì.

Molti dissensi sono sorti attorno a un uso spregiudicato di mezzi e fondi governativi per sostenere quella campagna. Il Chp ha denunciato una pervicace ostruzione alla sua propaganda per bocciare i referendum, mentre l’emittente TNT s’è rifiutata di mostrare il logo dello schieramento del no perché riproduce una stella che ‘imita’ la bandiera turca. Cosa giudicata irregolare. Per parare i colpi dallo staff presidenziale è ripartita una marcatura stretta anche verso i kurdi e la recente proposta del leader kurdo-iracheno Barzani su un altro genere di referendum: per l’indipendenza dell’etnìa in Iraq, che potrebbe avere ripercussioni anche oltre il confine turco, è passata quasi inosservata con una reazione mite della leadership di Ankara.

Più d’un osservatore pensa si tratti d’una tattica per la ricerca del sì anche nell’area del sud-est. Stoppata, però, dal co-presidente prigioniero, il leader dell’Hhp Demirtaş, tuttora in galera nella provincia di Edirne. In un messaggio scritto portato all’esterno ha scritto: “Andate alle urne e votate no, senza distinguere se si è kurdi, turchi, aleviti, sunniti o di qualsiasi sigla di partito. Il coraggio è contagioso, sicuramente il bene vincerà”.

 

articolo pubblicato su http://enricocampofreda.blogspot.it

Un Rutte salva l’Olanda e l’Unione Europea? A leggere le cronache, zeppe di dichiarazioni alimentate da un grande sospiro di sollievo, sembrerebbe di sì. A leggere i dati elettorali reali, invece, l’impressione è un po diversa.

Gli xenofobi di Geert Wilders non hanno fatto il temuto pieno, ma hanno guadagnato appena 5 seggi in più (20) rispetto alle precedenti elezioni, passando dal 10,1 al 12,6%. Vene il sospetto che le paure siano state alimentate ad arte, nei mesi precedenti, in modo da poter presentare il risultato attuale come uno stop non tanto al “populismo”, quanto alla serie di risultati shokkanti inanellati dall’establishment occidentale nel 2016 (Brexit, Trump e referendum italiano, senza dimenticare quello greco del luglio 2015, subito tradito da Tsipras).

Stesso discorso per le due elezioni più attese dell’anno – Francia e Germania – dove i mostri da battere (Marine Le Pen e Alternative fur Deutschland) hanno ben poche chance di vincere davvero.

Odiamo i nazisti dell’Illinois e dunque anche quelli di Rotterdam o dintorni. Ma ci sembra che alcuni particolari vadano evidenziati, proprio perché cancellati dai commentatori mainstream.

L’Olanda, proprio come la Francia e la Germania, è uno dei paesi economicamente più forti dell’Unione Europea, uno di quelli che ha più guadagnato dal poter “competere” ad armi impari (sistema industriale più avanzato, filiere integrate con quelle tedesche) con i paesi mediterranei, sfruttando al meglio una moneta unica che non tiene conto di differenze strutturali pesantissime.

La crisi economica globale, giunta ormai al decimo anno, ha colpito anche i Paesi Bassi, naturalmente. Ma la posizione particolare occupata nel dispositivo europeo le ha consentito di limitare i danni. Il partito di Wilders ha raccolto da destra quel tanto di malessere sociale comunque emerso, ma questo non aveva le dimensioni critiche necessarie a creare un vero pericolo, specie in presenza di opzioni politiche che hanno conteso tale egemonia (i Verdi e gli antirazzisti di sinistra). Tanto più in un paese con una legge elettorale proporzionale, che obbliga da sempre a comporre delle coalizioni per garantire un governo. Paradossalmente, Wilders sarebbe stato più favorito da un sistema maggioritario, che consente di polarizzare al massimo le posizioni…

L’afflusso dei votanti, oltretutto, è stato stavolta altissimo, depotenziando al massimo il bacino “militante” raccolto intorno agli zenofobi. Un’altra riprova del fatto che quando la gente va a votare, in misura anomala e inattesa (e sempre più indesiderata), spariglia i giochi disegnati dai sondaggi.

In realtà quel che caratterizza queste elezioni è l’esplosione del sistema politico olandese, che esce frantumato come non mai in precedenza. Il partito conservatore di Rutte (Vvd-Alde) è rimasto, sì, il primo partito, ma ha lasciato per strada 10 seggi e 6 punti percentuali (dal 26,6 al 20,6%). Se questa è una “vittoria”, figuriamoci cosa può essere una sconfitta…

Che è poi quel che ha dovuto sperimentare il Partito socialista, praticamente dissolto, precipitato dal 24,8 al 6% (sei!), con appena 9 parlamentari al posto dei 38 che aveva in precedenza. Il PvdA segue così la sorte di tutti gli altri partiti social-liberisti, che pagano la contraddizione palese tra politiche di austerità e “idealità” sociale sbandierata. In pratica i due partiti che per decenni avevano rappresentato le colonne portanto del sistema – conservatori e socialisti – non raggiungono insieme nemmeno il 30%. Tant spazio per gli outsiders, dunque…

Diciannove deputati, infatti, per i cristian- democratici (Cda, sicuri alleati di Rutte nel governo) e i “liberali di sinistra” del D66, che guadagnano rispettivamente 6 e 7 seggi (parte di quelli persi dai conservatori e dai “socialisti”). Esplode il consenso per i Verdi guidati da Jesse Klaver (che in Olanda sono molto più a sinistra dei colleghi tedeschi), passati da 4 a 14 parlamentari e dal 2,3 al 10,7%. Entrano in parlamento anche gli antirazzisti di Denk, movimento fondato da due deputati turco-olandesi usciti dal partito socialista in polemica con le politiche di “controllo dei movimenti islamisti” sostenute dal vertice; una dimostrazione di come la contrapposizione con Erdogan, voluta da Rutte negli ultimi giorni, abbia rivelato una immigrazione turca niente affatto "di destra" o innamorata del "sultano".

Come si vede, dunque, il piccolo parlamento olandese è composto da sette partiti tutti oscillanti tra il 10 e il 20% dei voti. Per ora, insomma, la “diga” ha tenuto. Ma le crepe si sono moltiplicate. E parecchio…

Pochi mesi fa i dati ufficiali parlavano di circa 20 milioni di persone che in Russia vivono al di sotto della soglia di povertà, con il 10% (o il 3%, a seconda delle fonti) delle famiglie che controllerebbe l'89% della ricchezza nazionale. Più di recente la vice premier Olga Golodets proponeva l'introduzione di un'Irpef progressiva, cui però si opponeva il primo ministro Dmitrij Medvedev.

Ora, la stessa Golodets torna sull'argomento e parla della “sorprendente” povertà dei lavoratori russi, stimando estremamente ribassato il valore della forza lavoro: così basso da ridurre il salario di almeno cinque milioni di russi (si tratterebbe, secondo alcune fonti, principalmente di giovani neoassunti) al livello della soglia minima di costo del lavoro, o addirittura del minimo di sopravvivenza. Tale soglia, secondo consultant.ru, viene fissata per stabilire la base di tasse, tariffe, multe e altri pagamenti ed era di 6.200 rubli mensili al 1 gennaio 2016, elevata a 7.500 rubli al 1 luglio e verrà portata a 7.800 il prossimo 1 luglio 2017.

Intervenendo a Soči al Forum russo per gli investimenti dello scorso 27 febbraio, Golodets ha “promesso” di discutere con le imprese russe la questione dell'innalzamento dei salari. Salari la cui misura media, secondo le stime di Moskovskij Komsomolets, era nel 2016 di 36.700 rubli. In Russia “non c'è una qualifica così bassa da meritare un livello salariale di 7.500 rubli” ha detto Golodets; “di quale produttività del lavoro si può parlare, quando si guadagnano simili somme?”. L'ostacolo principale alla crescita della produttività del lavoro, secondo Golodets, è costituito da riduzione degli investimenti e mancanza di stimoli per la modernizzazione tecnologica delle imprese: “a ciò spinge un costo della forza lavoro assolutamente modesto e ribassato”. D'altro canto, secondo la vice premier, dal 2012 rimane stabile un numero di circa un milione di posti di lavoro non occupati, in primo luogo proprio a causa dell'infimo livello salariale. Un livello minimo che, in base alle statistiche Eurostat, pone quello russo ben al di sotto di quelli più bassi registrati in alcuni paesi europei (ma è significativo che, in alcuni Stati, tra cui non poteva mancare l'Italia, non sia nemmeno stabilito un minimo salariale) e lo fissa all'equivalente di circa 120 euro mensili. Lo scorso gennaio, il Ministro del lavoro e della difesa sociale Maksim Topilin aveva dichiarato che per il prossimo autunno occorrerà elevare il minimo salariale al livello del minimo di sopravvivenza, attualmente fissato a 9.889 rubli.

Di contro, la Commissione bilancio della Duma ha approvato il decreto che consente di non pagare le tasse alle persone fisiche oggetto delle sanzioni USA e UE, che abbiano la residenza fiscale, oltre che in Russia, anche in uno o altri paesi. Il provvedimento, che passa ora all'esame dell'assemblea plenaria, se approvato avrà validità retroattiva a partire dal 1 gennaio 2014, così che il fisco dovrà restituire quanto riscosso finora. Con un punta di “malignità”, l'osservatore di Moskovskij Komsomolets, Aleksej Obukhov, nota che tra i russi oggetto delle sanzioni ci sono molti grossi biznesmeny del tipo di Gennadij Timčenko (11.400 milioni di $ nel 2016, secondo Forbes) Arkadij Rotenberg (appena 1.000 milioni), Jurij Kovalčuk (un poveraccio con solo 500 milioni) e altri personaggi della cerchia di Vladimir Putin.

Sullo stesso giornale, Mikhail Zubov nota con leggera ironia come la proposta della Duma costituisca la “nostra risposta alle sanzioni”, che appena tre giorni fa il Consiglio della UE ha prorogato fino al prossimo settembre, ai danni di 150 persone fisiche e 37 organizzazioni russe. Il deputato di “Russia Unita” Evgenij Fëdorov ha dichiarato che “man mano che la Russia avanza sulla strada del ripristino della sovranità e dei propri confini storici, a misura che scompare il mondo unipolare, aumenterà la resistenza e ricadranno sotto le sanzioni non decine, ma migliaia di imprenditori russi. La nostra legislazione fiscale dovrà essere rivista su questa base”. Fëdorov ha però eluso la domanda del giornalista di MK “Come si spiega la logica economica: perché un comune cittadino dovrebbe pagare per i miliardari oggetto delle sanzioni?”. L'ex deputato Dmitrij Gudkov ritiene comunque che il progetto sia stato portato alla Duma senza l'assenso di Putin, direttamente da deputati amici degli oligarchi: “in vista delle elezioni presidenziali, per Putin sarebbe controproducente sponsorizzare gli interessi dei ricconi”.

Putin, in effetti, si sta attualmente occupando d'altro, in politica interna, come il conferimento, in questi giorni, dell'ordine di “Santa Caterina martire” alla vedova di Boris Eltsin, in occasione del suo 85° compleanno, che sarà festeggiato a livello statale al Cremlino. Naina Eltsina viene insignita di tale onorificenza per il “contributo alla realizzazione di importanti programmi umanitari e la fattiva partecipazione alle attività di beneficenza”. Attività che sarebbe quantomeno problematico ascrivere al suo defunto marito, il primo presidente della Russia “indipendente” che, in combutta con i suoi giovani ministri liberali (Čubajs, Gajdar, Burbulis & Co.) e sotto l'attenta regia yankee, di quella situazione oggi lamentata da Olga Golodets è il primo responsabile.

Ciliegina sulla torta, l'esternazione niente affatto originale (non è la prima volta che nella “nuova” Russia si stendono tappeti rossi ai discendenti della ex casa imperiale) del leader della Repubblica autonoma della Crimea, Sergej Aksënov, secondo cui la Russia avrebbe bisogno della monarchia. La democrazia, sostiene Aksënov, può rimanere, ma solo entro limiti accettabili, tanto più che, in base alla fede ortodossa, la “democrazia occidentale” non sarebbe adeguata, mentre la monarchia darebbe la possibilità di rispondere più aspramente alle sfide occidentali. “Perché dico di essere un soldato del presidente?” afferma Aksënov, “perché, finché c'è un nemico esterno, a mio avviso, deve esserci unità di comando. Oggi il presidente dovrebbe avere più diritti, fino a, scusate, la dittatura".

Bontà sua, lo speaker della Duma, Vjačeslav Volodin ha osservato che la struttura monarchica in Russia è priva di prospettive. Commentando le dichiarazioni di Aksënov, radioslovo.ru, vicina al PCFR, osserva che il capo della Crimea, mentre sostiene il regime monarchico, non chiarisce la propria posizione rispetto agli oligarchi che hanno “violentato il paese ed estorto potere e proprietà al popolo russo”. Aksënov, mentre candida il Presidente a monarca, evita di “chiamare al tempo stesso alla lotta contro quegli stessi oligarchi” e non vedrebbe male, probabilmente, elevare Naina Eltsina a rango di granduchessa, insieme a ex ministri liberali come German Gref, Aleksej Kudrin o Anatolij Čubajs fatti granprincipi e tutti i russi ricondotti alla servitù della gleba.

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