Da Sud a Sud

Aretha Franklin, l’onda lunga del “field holler”

Antonio Deplano

Aretha Franklin, l’onda lunga del “field holler”

Gran parte della generazione nata nel primo decennio successivo alla fine del secondo conflitto mondiale, non può non trovare nel ricordo della morte di Aretha Franklin la storia e la forte e potente ...

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Il crollo di Ponte Morandi a Genova

Rete dei Comunisti

Il crollo di Ponte Morandi a Genova

La strage di Genova ha – indubbiamente – provocato una miriade di reazioni umane e politiche circa le responsabilità, oggettive e soggettive, che sottendono al rovinoso crollo del ponte. Da comunisti...

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Salutando Samir Amin

di Redazione Rete dei Comunisti

Salutando Samir Amin

E’ una perdita che ci addolora quella di Samir Amin. Un compagno, uno studioso, un ricercatore marxista (le sue origini sono franco-egiziane) che nel corso dei decenni alle nostre spalle ha apportato ...

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Gran parte della generazione nata nel primo decennio successivo alla fine del secondo conflitto mondiale, non può non trovare nel ricordo della morte di Aretha Franklin la storia e la forte e potente presenza di movimenti etici nella musica e nello spettacolo.

Si tratta di movimenti nei quali agivano con forza, determinazione e potenza comunicativa: band musicali e cantanti-cantautori-cantautrici, e contemporaneamente anche nel campo del cinema, del teatro, si è avuto e prodotto tutto ciò che sono stati capaci di esprimere, raffigurare o rappresentare in quella “torsione” etica, culturale e sociale che si esprimeva con materiali o strumenti che quella fase sociale, storica e contestativa, metteva a loro disposizione, uso e consumo.

In questo variopinto mondo caratterizzato dalla presenza di movimenti con caratteristiche “globali” (anticipandone – forse – perfino i contenuti “merceologici-mercantili”) spiccavano varie soggettività e personaggi differenti tra di loro ma efficaci – in parte ma non solo – musicalmente prima e “socialmente” poi.

In ciò ha spiccato, tra gli altri, il ruolo e la funzione che veniva espressa da personaggi come Aretha Franklin, la quale ebbe anche il coraggio di esprimersi – prima con la sua straordinaria capacità e bravura vocale e musicale, poi con scelte di natura etico-sociale che l’accompagnava prendendo spunto dai duri conflitti presenti nella società statunitense, in particolare le rivolte (i riot) dei “ghetti” neri contro la ferocia razzista delle autorità, della polizia e di pezzi di società statunitensi, le quali intervenivano sempre con maggiore violenza e brutalità contro i neri (i nigger) nei ghetti in rivolta.

E’ il caso della sua bellissima canzone “Respect”, nella quale invocava e reclamava rispetto per la gente di “colore”, per la sua gente.

La soggettività di Aretha Franklin – non solo la sua – nel campo musicale é coincisa indubbiamento con quel sommovimento sociale antirazzista, etico, morale e politico.

Con ciò mi convinco sempre più come la scomparsa di Aretha Franklin, oltre a provocare tristezza e dolore ai molti appassionati di musica e di vita sociale, può tornare anche utile, o quantomeno fornire l’occasione per una migliore lettura, di cosa ha significato e quale sia stata l’influenza sociale, politica e culturale che la presenza di simili personaggi, culture e movimenti nati nelle contraddizioni – soprattutto “razziali” – che riempivano allora, e ancora oggi, intere parti e settori delle società statunitensi o europee – ebbero nella critica verso forme razziste e di rifiuto di un’integrazione sociale malata alla base delle rivolte (riots) che riguardavano allora gran parte del territorio metropolitano statunitense.

In ciò può anche tornare utile una comparazione tra gli sviluppi e le pratiche che alcune presenze ebbero nello svolgere o sviluppare funzioni, ruoli con caratteristiche alternative e antagoniste all’omologazione passiva del senso comune(normalizzazione delle coscienze e dei saperi critici)di molte generazioni schiacciate da un dominio economico, culturale, repressivo e poliziesco. Una funzione oggi descritta come governamentalismo!

Fare il punto su questo usando come “lente di lettura” l’eredità che una artista come Aretha Franklin – non solo lei – ha lasciato come riflessione, insegnamento e testimonianza sociale ed etica è un’orizzonte tutto da indagare e riscoprire.

Tantissimi gruppi, cantanti/e diedero corpo materialità e sonorità a quel percorso tracciato dall‘esperienza del movimento afroamericano di protesta politica e sociale.

Movimento poi caratterizzato oltre che da esperienze politiche – come il Black Panther Party – anche da prodotti musicali e culturali di respiro ampio e strategico.

A tale movimento parteciparono in vario modo, titolo e partecipazione esponenti della cultura statunitense. Aretha Franklin, dedicò una sua canzone alla vicenda del carcere di Attica nel quale vennero uccise decine di prigionieri, sullo stesso tema Archie Sheep fece “Attica Blues”. Ma la stessa Aretha Franklin, coraggiosamente, contro tutte le pressioni ricevute dalle istituzioni statunitensi, si offrì di pagare di tasca sua la cauzione per la liberazione di Angela Davis militante ed esponente nera dell’American Comunist Party. 1

Le presenze di queste personalità – da Aretha Franklin a LeRoi Jones (Amiri Baraka) poeta e scrittore di ampio successo – furono caratterizzate da una forte componente di critica sociale e politica al razzismo feroce imperante negli USA di allora e che sta riprendendo vigore e potere con l’avvento di Donald Trump.

In questo la sua scomparsa può quindi ben rappresentare – oltre all’apparire di orizzonti con segnali molto ambigui, diversi, pericolosi e degradanti dal punto di vista etico, morale o sociale – un esaurimento di quel filone culturale della black music e del black soul che monopolizzò l’intero ambiente musicale dagli anni ‘60/’70 in poi.

In quella fase storica, culturale musicale e sociale, caratterizzata da presenze femminili, non si può tacere del ruolo che ebbe anche un’altra grande artista come Nina Simone, la quale fu probabilmente l’esponente con caratteristiche più politiche del movimento del black power e del black soul jazz.

Per una colllocazione migliore e più specifica del ruolo e della funzione di Aretha Franklin e di altri rappresentanti di quella cultura musicale e non solo, dobbiamo riferirci sicuramente anche a specifici fenomeni che caratterizzarono quella stagione con caratteristiche molto politicizzate, sociali e antirazziste.

Su tutte agì sicuramente il movimento politico che prese il suo nome da un animale che meglio poteva rappresentarne la sua origine cioè: la “pantera” (Black Panthers Party). Questa esperienza (principalmente e in pratica politica e sociale) agì per costruire un ipotetico, per quanto difficile e illusorio “Potere Nero” (Black Power) ma mise in evidenza anche un “orgoglio nero” il quale fu presente negli Stati Uniti dalla seconda metà degli anni ’60 fino alla metà degli anni ’80, definendo tra altre cose la propria identità musicale intorno a due personaggi come James Brown e Nina Simone!

«Say it loud, I’m black and I’m proud» (“Dillo forte, sono nero e sono orgoglioso”) questo è il passaggio una strofa di una canzone di James Brown, molto famosa e di ampia diffusione, che presto divenne l’inno per il“Black Power Movement”.

Il Black Power ha inciso profondamente la società statunitense, sia a livello politico sia nella dimensione socio-culturale. La musica occupa un posto di rilievo e figure come Nina Simone e James Brown ne sono senza dubbio un’ottima testimonianza.

Questi movimenti sono stati tutti caratterizzati dalla originaria musica “gospel” tipica espressione di critica sociale che gli “schiavi” addetti alla raccolta del cotone usavano per esprimere le loro critiche agli schiavisti e al potere allora dominante. In questo territorio ebbe poi vita e sviluppo l’intera dinamica culturale e musicale nella quale, ebbe grande popolarità anche quel tipo di blues d’inizio secolo. Trasformandosi poi con una sua forma secolarizzata in Rhythm and blues (chiamata anche Soul music) in spiccarono ulteriori interpreti e personaggi non solo femminili come Aretha Franklin o Nina Simone oppure Diana Ross; Dionne Warwich oltre a personaggi come Ben E. King; Sam Cooke; Otis Redding.

Nei nostri tempi la forma espressiva musicale sia critica sia di denuncia sociale ha avuto una sua radicale trasformazione ed ampia diffusione con il rap! Fenomeno e pratica musicale nella quale la maggiore espressione comunicativa proviene direttamente dai precedenti movimenti di black music e soul.

Tra i neri afroamericani la musica Soul con canzoni intelligenti e filosofiche rivoluzionò i messaggi in essa contenuti dei quali Aretha Franklin ne fu interprete e propagandista. Ecco perché la sua “scomparsa” può caratterizzare anche la perdita di “innocenza” che gran parte del popolo statunitense crede ancora di conservare.

L’importanza che tutta questa vicenda presenta sia nella scena sociale e culturale sia politica negli USA è data anche dal fatto nella lista dei 50 artisti R&B più potenti di tutti i tempi presente nel panorama comunicativo, la quasi totalità dei componeti di questa lista è di origine …nera!! 2

Aggiungiamo a questo, solo per testimoniarne l’eredità e la continuità espressiva, il fenomeno rappers, o della musica trasgressiva di denuncia sociale variamente raffigurata, ha tra i suoi promotori o interpreti principali personalità come Marvin Gaye; James Brown; George Clinton (ideatore e promotore del Funk con i suoi Funkadelic).

Nei campi di raccolta del cotone (la principale attività schiavistica) era consuetudine intonare i cosidetti field holder (grido dei campi), spesso utili poiché usati per comunicare tra di loro, a volte anche con forme e contenuti codificati per nasconderne il contenuto ai padroni schiavisti!

Ciò si modificò convertendosi in “religiosità” seguendo il periodo di grande fervore religioso che coinvolse tutto il paese. In quelle occasioni erano cantati inni scritti principalmente dai pastori protestanti (infatti, il padre di Aretha era un pastore di religione battista) e fu allora che le persone di colore iniziarono a cantare questi inni alla loro maniera dando origine ai cosidetti spirituals.

Fu da queste forme musicali che nacquero il blues, il jazz e il gospel.

Aretha Franklin e altri esponenti musicali afroamericani hanno attinto a piene mani da questo retroterra e lo lo abbiamo potuto verificare ampiamente. Aretha ci mancherà.

La strage di Genova ha – indubbiamente – provocato una miriade di reazioni umane e politiche circa le responsabilità, oggettive e soggettive, che sottendono al rovinoso crollo del ponte.

Da comunisti sappiamo che il capitalismo - ed il suo modo di produzione, particolarmente nella fase dell'accumulazione flessibile e del parossismo del suo palesarsi - esaspera i suoi costitutivi fattori criminali e criminogeni.

L'ambiente, il territorio, tutte le forme di vita sono sussunte, spesso in maniera dispotica, per essere messe continuamente a valore a discapito del rapporto organico con la natura e di un, possibile, sano equilibrio tra sviluppo delle forze produttive ed esigenze sociali dell'umanità.

Nei fatti di Genova e nell'infinita serie di “disastri ed incidenti”che, da sempre si susseguono, è possibile leggere questa tendenza,  questa linea di condotta.

Ritorneremo, nei prossimi giorni, sull'argomento anche con alcune considerazioni teoriche e culturali le quali – a nostro parere – sono indispensabili per orientare l'azione politica che deve mettersi in moto per far pagare il più alto costo politico all'insieme degli interessi e dei poteri forti che si annidono dietro tragedie di questo tipo.

Pubblichiamo una nota del compagno Giacomo Marchetti, di Genova, ripresa dal quotidiano comunista contropiano.org.

 

La redazione del sito della Rete dei Comunisti

 

 

GENOVA: la strage è di stato.

Ci sono momenti in cui, purtroppo, ti senti come il protagonista nel finale del capolavoro di Steinbeck: “La Battaglia”, questo è uno di quelli.

Fasi in cui la lucidità rischia di essere una delle vittime collaterali di un avvenimento così traumatizzante da bloccare la capacità di reazione, lasciando che il Nemico ne approfitti per “imporre” la sua gestione e far passare la difesa dei suoi interessi come “Verità”.

Questo va impedito ad ogni costo.

Occorre chiamare le cose con il proprio nome, sfidando la neo-lingua del potere tesa a stravolgere il senso delle cose, e quindi iniziare a dire che ciò che è successo a Genova è una Strage di Stato.

È il risultato cosciente di una filiera di interessi economici protetti da una classe politica trasversale che, nel mentre propugnava le politiche di austerity made in UE per le classi popolari, coltivava i propri affari all’interno di una “simbiosi mortale” tra finanza, imprenditoria e potere politico, dove la rendita privata di un bene pubblico – così come la versione italiana della “finanza a progetto” pubblico/privata – o ancora lo sviluppo di una Grande Opera, ha permesso ai “prenditori” nostrani di drenare risorse pubbliche verso questa trama di poteri, a scapito di tutto il resto, in primis la nostra sicurezza.

Come sa chi si è interessato di qualsiasi azienda “privatizzata”, nei bilanci di queste imprese l’unica cosa che conta per lorsignori sono i dividendi degli azionisti, mentre la manutenzione è una questione accessoria. Un costo, da ridurre al minimo.

Qualsiasi genovese sa cosa vuol dire per esempio la privatizzazione dell’acqua: tubi che scoppiano in continuazione, bollette che salgono, profitti che macinano, tentativi “abusivi” di staccare l’acqua ad intere abitazioni.

Qui però il grado di “disfunzione” di un sistema giunge a toccare il suo apice divenendo irreversibile per le conseguenze dirette (una strage di vite umane) e quelle indirette: gli sfollati che aumentano di ora in ora in una zona densamente popolata, il collasso logistico prossimo venturo di una zona già pesantemente congestionata, cioè ulteriori motivi di preoccupazioni per gli abitanti e per chi attraversa quei luoghi.

Quel tratto autostradale era una delle tante strozzature di un nodo logistico pensato per favorire – ai tempi  – gli interessi del partito del cemento e del tondino, oltre che delle case di produzione di veicoli su gomma (per il trasporto individuale o commerciale), era da tempo un gigante malato. Ora è solo un pericolo a continuo rischio di crollo…

Naturalmente “gli sciacalli” e i loro cortigiani hanno già incominciato a fare il lavoro sporco teso a sfruttare ciò che è accaduto e la situazione che andremo a vivere come gigantesca operazione di consenso per la promozione di una inutile e costosissima bretella: la Gronda di Ponente, soluzione che non tiene ad una minima analisi empirica come è stato sollevato da più parti.

La narrazione governativa, sull’impeto dell’indignazione, cavalca l’onda chiedendo la testa dei responsabili, come ha fatto Salvini, e minacciando la nazionalizzazione, come ha fatto il Movimento 5 Stelle: ma questo è un governo “con il collare a strozzo”. Da una parte tirato dalla UE, che è la grande sponsor della privatizzazione di tutto a tutti i costi, e dall’altra della borghesia nostrana (quella che ha fatto le barricate contro il “Decreto Dignità” per intenderci, delineando scenari apocalittici per le imprese), visceralmente attaccata ai benefici di questo sistema che ha nella TAV, ed il suo mondo, la sua più compiuta realizzazione.

Quindi, a “occhio e croce”, non costa niente “abbaiare alla luna”, perché poi nelle sedi appropriate il governo grigioverde viene rimesso in riga dall’oliata macchina del ricatto dei mercati, dai tecno-burocrati ordo-liberisti della UE e da quel tessuto imprenditoriale cresciuto a forza di politiche fiscali benevole, inquinamento ecologico e sfruttamento semi-schiavile della forza-lavoro.

Un governo che si dimostra per quello che è: un branco di chiacchieroni e cagasotto, altro che “governo del cambiamento”, tranne quando si tratta di prendersela con gli ultimi degli ultimi.

Ma, al di là della configurazione dei vari interessi, la questione rimane eminentemente politica: lo Stato non può processare sé stesso, né far balenare l’idea che la gestione pubblica di un bene comune possa essere migliore di quella propugnata dalla contro-rivoluzione liberale, e vede come fumo negli occi le forze politico-sindacali che propugnano la “nazionalizzazione” come exit strategy da questo distopico collasso del Sistema Paese.

Basta guardare alla Gran Bretagna, dove un governo conservatore tenuto su con lo sputo si batte con i denti e con le unghie contro la possibilità di un probabile cambio  di maggioranza governativa in caso di elezioni, che vedrebbe nei laburisti di Corbyn (sono finiti i tempi dei Blair…) i gestori della “brexit” e di una politica di ri-nazionalizzazione dei settori strategici, con lo stop alla privatizzazione dei propri gioielli, come il Sistema Sanitario Nazionale.

È per questo che prima di tutto non bisogna “lasciare nelle mani del nemico” la gestione politica del dopo-strage, prefigurando da ora lo scenario che si aprirà, e intervenendo direttamente con proposte ed iniziative in grado di attivare le energie migliori del blocco sociale, e di fare avanzare il livello di coscienza e organizzativo.

Se non riporterà in vita le persone, almeno onorerà la loro memoria e preparerà il terreno affinché queste tragedie non possano più accadere.

Poche settimane fa è stato l’anniversario della strage di Grenfell, a Londra, e le parole di denuncia di Matt Track, riportate dal “The Guardian” dovrebbero farci riflettere su come l’attuale trama di poteri gestisca, ovunque, eventi catastrofici del genere.

Lo so, basterebbe fare un minimo di elenco delle disgrazie del nostro Paese nella storia più o meno recente, ma stiamo parlando della City, uno dei punti di maggiore concentrazione della ricchezza al mondo, ed è per questo che il contrasto risulta più evidente, diventando l’esempio più calzante che ci permette di vedere come funziona il mondo anche oltre i confini del Belpaese.

Matt Track, segretario dei vigili del fuoco, fa un bilancio impietoso di quell’incendio in cui perirono 72 persone: nessuno persona sfollata è stata ricollocata, i materiali di costruzione utilizzati, co-responsabili del divampare dell’incendio, non sono stati messi al bando (nonostante fossero già stati “denunciati” dal sindacato nel lontano ’99), i controlli degli standard di sicurezza anti-incendio – tutti in mano privata – non sono stati resi pubblici nonostante siano stati dimostrati i deficit di garanzie rispetto a questa delicata materia, nessuno è stato finora arrestato. La “centralità” dell’edificio ha permesso, insieme al sacrificio delle fire brigades, di limitare il danno; cosa che non sarebbe successa in una area più periferica e meno servita.

Track conclude dicendo che: “Grenfell deve diventare un punto politico centrale che non dobbiamo permettere venga nascosto sotto il tappeto”.

Sin da ora, non possiamo permettere che la Strage di Stato di Ponte Morandi e tutto ciò che implica, venga “messa sotto il tappeto”, perché prima di essere una indicazione politica è un imperativo morale per tutti gli abitanti della Superba e non solo.

    

E’ una perdita che ci addolora quella di Samir Amin. Un compagno, uno studioso, un ricercatore marxista (le sue origini sono franco-egiziane) che nel corso dei decenni alle nostre spalle ha apportato notevoli contributi all’approfondimento ed all’innovazione teorica di importanti filoni della nostra scienza della trasformazione.

Samir Amin – come molti studiosi ed intellettuali cresciuti in un determinato e significativo periodo del Novecento – non ha mai disgiunto il lavoro di ricerca dal versante della militanza politica e pratica. Infatti Samir ha sempre intrecciato la sua produzione mentale con la partecipazione attiva al Partito Comunista Francese, ad alcuni circoli marxisti-leninisti e, successivamente, ai numerosi incarichi universitari ed istituzionali in Francia, in Egitto ed in Mali.

Samir Amin veniva collocato – particolarmente da un certo “marxismo volgare e spocchioso” (di stampo occidentale) – nella schiera dei terzomondisti. Una sorta di declassamento, un uso quasi dispregiativo del termine ad opera degli abituali soloni che hanno contribuito attivamente alla mummificazione del pensiero marxista e del suo portato di emancipazione e liberazione.

Tale definizione prendeva le mosse non solo dalla naturale collocazione di Samir al fianco dei popoli e dei paesi (specie dopo la fine del secondo conflitto mondiale) che avevano innescato il potente moto di liberazione nazionale ed anticoloniale che percorse l’Africa e l’Asia ma anche da un desiderio di catalogare le elaborazioni di Samir Amin come “marginali o accessorie rispetto al filone classico del marxismo”.

Infatti se si osserva l’intero tracciato culturale e teorico prodotto da Samir salta agli occhi una chiave interpretativa dell’intera gamma della fenomenologia sociale che fonda costantemente su una feroce critica all’Eurocentrismo in tutte le svariate versioni con cui questo nefasto paradigma ha appestato gran parte del marxismo occidentale (quello accademico in particolare) provocando guasti politici enormi e rovinosi ai fini dello sviluppo in avanti dello scontro di classe.

Ma Samir Amin è stato – soprattutto – uno studioso che ha saputo declinare le categorie teoriche generali con i profondi mutamenti prodottesi, a scala globale, sia negli assetti internazionali del dominio imperialista ma anche nelle novità che le lotte del Terzo Mondo e quelle più genericamente ascivibili al Sud del pianeta hanno espresso nel corso dei decenni.

Da questa collocazione, da questo privilegiato punto di osservazione e di critica sono nati numerosi lavori teorici che non solo descrivono le attuali forme dello sviluppo diseguale e combinato del modo di produzione capitalistico nella fase della compiuta mondializzazione ma esprimono anche una forte tensione politica e programmatica con l’obiettivo di delineare le strade della rottura possibile e dell’alternativa di società, qui ed ora!

I suoi studi, le sue suggestioni, le sue vere e proprie provocazioni culturali (La teoria dello sganciamento, Lo sviluppo autocentrato, La multipolarità contro ed oltre l’unipolarismo statunitense) sono canovacci ancora da apprendere e studiare compiutamente perchè costituiscono, non solo delle brillanti intuizioni, ma – prospetticamente – indicano la possibilità di costruzione di rotture serie con gli attuali poli e blocchi imperialistici.

Del resto questa riflessione e questo ciclo di lavori teorici realizzati lungo l’arco di oltre 50 anni hanno costantemente avuto come riferimento ed elemento di verifica e bilancio politico/pratico – da parte di Samir Amin – prima le lotte anticoloniali, poi la stagione dell’ascesa e la successiva crisi del “nazionalismo arabo ed islamico” fino alle esperienze più recenti dell’America Latina dove, seppur con errori ed evidenti e continue difficoltà oggettive, i popoli sono riusciti ad imporre un deciso stop al rullo compressore (economico, finanziario, politico e militare) imperialista.

Le compagne ed i compagni della Rete dei Comunisti salutano la figura umana e politica di Samir Amin ricordando anche alcuni momenti di scambio culturale e politico, diretto ed indiretto, con questo compagno.

Il nostro impegno per il socialismo, la nostra attività internazionale ed internazionalista, la nostra proposta politica di fase in Italia ed in Europa si è nutrita – come è prassi consolidata della nostra Organizzazione nel processo di ricostruzione di una moderna opzione comunista agente – del pensiero di Samir unitamente a quello degli altri compagni che hanno saputo offrire il loro contributo di militanti e di studiosi alla causa degli oppressi e dei subalterni.

Ciao e grazie Samir, che la terra ti sia lieve!

13 agosto 2018

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Riproponiamo una intervista a Samir Amin pubblicata da Contropiano.org nel maggio 2011:

“Sono stato e sono ancora comunista!”

in pubblicata da Contropiano.org nel maggio 2011:

“Sono stato e sono ancora comunista!”

Samir Amin nasce al Cairo, figlio di padre egiziano e madre francese. Passa l’infanzia e la gioventù a Port Said, dove frequenta la scuola secondaria. Dal 1947 al 1957 studia a Parigi, ottenendo prima la laurea in scienze politiche(1952), poi in statistica(1956) e economia(1957).
Nella sua autobiografia “Itinéraire intellectuel”(1990) scrive che spendendo gran parte del proprio tempo nella militanza, può dedicare solo una minima parte di tempo agli esami universitari.
Amin ha dedicato gran parte della propria opera allo studio delle relazioni fra i paesi sviluppati e sottosviluppati, la funzione dello Stato in questi paesi e soprattutto le origini di queste differenze, che vengono individuate nelle basi stesse del capitalismo e della globalizzazione. Per Amin, la globalizzazione è un fenomeno antico quanto l’umanità, ma nelle antiche società questo fenomeno permetteva realmente alle regioni meno avanzate di raggiungere quelle più avanzate. Al contrario l’attuale globalizzazione, associata al capitalismo, è per sua stessa natura polarizzante, cioè la logica di espansione mondiale del capitalismo produce in se stessa diseguaglianze crescenti.

Gabriela Roffinelli: Fin dalle sue prime analisi teoriche si sente l’eco della passione politica. La sua prima militanza politica è stata comunista?

Ma certo! Io sono stato e sono tuttora comunista! Mi considero comunista, considero la prospettiva comunista l’unica umanamente accettabile. Sono stato anche membro del Partito Comunista, partito che ha agito in clandestinità per molto tempo…

Parla della militanza nel Partito Comunista Francese?

No, parlo del Partito Comunista d’Egitto (di cui sono stato militante dal 1951 fino alla scomparsa del Partito, nel 1965). Il PCF non era in clandestinità…!(risate). Anche se anch’io sono stato membro del PCF durante i miei studi in Francia(dal 1947 al 1957, quando me ne andai da quel paese).

In molti libri, lei analizza criticamente l’esperienza sovietica e in qualche modo apprezza quella cinese. Ha avuto influenze maoiste?

Beh, in quel tempo il PC egiziano era fortemente influenzato dalla visione sovietica. Con alcuni problemi, con tendenze interne in conflitto fra loro, ma questo conflitto si farà esplicito più tardi. Si può dire che la percezione di quel conflitto in quel momento, mi parve comprensibile solo molto più tardi. Gli attriti si produssero fra una visione strategica allineata all’URSS e una concezione strategica indipendente. Il conflitto Cina-URSS si verifica nel 1957, ma esplode ufficialmente nel 1960. In quel momento ero molto attratto dalle proposte cinesi, dalla loro visione dell’ordine internazionale, dalla loro concezione di transizione al socialismo, cioè in sintesi dal maoismo.

Che bilancio farebbe oggi del maoismo?

Credo che il maoismo è stato un passo avanti in relazione alla visione sovietica a proposito dei problemi della transizione. Qualunque sia il nostro giudizio oggi sulla Rivoluzione Culturale o il giudizio sull’ingenuità che faceva pensare che la gioventù, perché era “La Gioventù”, poteva essere motore di una trasformazione qualitativa della società, etc…mi sembra che gli slogan e gli obiettivi che si proponeva la Rivoluzione Culturale, siano stati un tentativo di andare al di là dell’impasse del comunismo sovietico. Quando Mao Tse-Tung, nel 1963, nella carta dei 25 punti, disse che il nemico non stava fuori ma dentro il PC…

La burocrazia?

La borghesia! Non la burocrazia. La borghesia non è un nemico esterno. Mao aveva detto: “stiamo costruendo la borghesia”. Credo di intuire che era una considerazione molto azzeccata. Ora, i maoisti del Partito Comunista Cinese di quel momento, sono riusciti a trarre delle conclusioni e realizzare delle strategie efficaci? La storia ci dimostra di no. Ma non faccio una mia autocritica, non dico “abbiamo sbagliato”. Dico che è stato un passo in avanti e che con la distanza vediamo le insufficienze di questo passo avanti. E vediamo anche la contraddizioni nascoste nelle analisi di quel momento.

Il maoismo era in quell’epoca molto influente fra gli intellettuali occidentali…

Eh si. Davvero! Un fenomeno come il maggio del 1968, in Europa, e forse anche qui in America Latina, ma meglio dire solo in Europa, un fenomeno così è impensabile senza l’influenza della Rivoluzione Culturale cinese. È stata la Rivoluzione Culturale del 1966 a dare spazio alla speranza, con le proprie illusioni… quelle speranze di trasformazione del mondo da parte della gioventù rivoluzionaria, con tutti i problemi che sarebbero emersi successivamente.

Lei proviene da una famiglia di militanti politici?

No, la mia famiglia non era comunista. Ma diciamo che sia da parte di padre che di madre, erano progressisti, in relazione alla loro classe di appartenenza.

Che opinione e posizione ha assunto lei rispetto a Nasser e al suo movimento?

Nel 1960 ho scritto il mio secondo libro(il primo, pubblicato in Egitto, era stato scritto in arabo nel 1958). Il secondo l’ho pubblicato nel 1963, dopo la mia veloce dipartita dall’Egitto nel 1960. È stato pubblicato sotto pseudonimo: in quel momento lo firmai con il mio nome di clandestinità in Egitto. Quel libro è molto critico del nasserismo. Io ero un militante, non direi inquadrato, “stupidamente disciplinato”, ma ero un militante come molti altri. Il PC egiziano, al quale appartenevo, è stato molto critico del nasserismo dal colpo di Stato del 1952 fino al 1955. Durante questi tre anni, il PC è stato molto critico del nasserismo e ciò che è stato detto del nasserismo in quel momento -anche se ci sono state esagerazioni- non era falso. Si poneva l’accento sul carattere antidemocratico, anticomunista e non socialista del nasserismo. Si enfatizzava sulla prospettiva nazionale borghese reazionaria. Poi, nel 1955, c’è stata la Conferenza di Bandung che significò un cambio di rotta nella storia dell’Asia e dell’Africa. Quella conferenza ha permesso la formazione di un nuovo fronte anti imperialista, dei paesi non allineati, con la Cina di Mao, l’India di Nehru, l’Egitto di Nasser, l’Indonesia di Sukarno, la Yugoslavia di Tito e i movimenti di liberazione nazionale dell’Africa, con in testa Nkrumah del Ghana. Tutto questo ha permesso di aprire un capitolo storico di conflitti reali con l’imperialismo. In questo conflitto antiimperialista, i sovietici si presentarono come alleati delle nuove potenze non allineate dando il loro appoggio..che non era un appoggio disprezzabile. Davano appoggio militare! Gli armamenti e la diplomazia permettevano di neutralizzare le aggressioni dell’imperialismo. Ciò che succede oggi non poteva succedere in quel momento. Ma poneva una sfida reale per i comunisti di quei paesi: che attitudine adottare di fronte ai regimi di quelle
società?
E allora siamo passati da un estremo al altro. Nel caso dell’Egitto siamo passati a un accordo con Bandung, nell’aprile del 1955. A giugno di quell’anno, 1955, un documento del PC egiziano denunciava di nuovo il nasserismo… e dopo arriviamo alle nazionalizzazioni del 1956. C’è la minaccia di un’aggressione franco-anglo-israeliana nell’ottobre ’56. Dopo il discorso della nazionalizzazione del Canale di Suez, il 26 luglio 1956, compare il primo documento del PC che fa un autocritica, che letta oggi risulta ingenua, ma è totale. A partire da quel momento, ci fu un anno di avvicinamento fra il PC e il governo nasseriano. Stiamo parlando del 1957. Non durò molto tempo. Perchè il nasserismo e Nasser non potevano tollerare il rischio di essere superati a sinistra dal comunismo egiziano. Allora si arrivò a una brutale repressione. Una repressione, che a suo tempo sembrò “poco comprensibile”. Anche per i comunisti. Non era comprensibile.
Io lo dico nel mio libro di quel periodo…

Lei è un grande critico dell’ideologia eurocentrica e dell’europeismo. Ha perfino scritto dei libri a riguardo(“l’Eurocentrismo. Critica di un’ideologia” Secolo XXI, 1989). È stato influenzato da Frantz Fanon?

No, per niente. Indipendentemente dalla simpatia che posso avere –e che ho- per Fanon e la sua politica. Lui era stato molto influenzato dalla sua provenienza dal Caribe, e dai problemi culturali specifici di questa regione. Il titolo del suo primo libro, “Pelle nera, maschera bianca”(1952) lo indica chiaramente. Fanon era preoccupato dalla questione dell’identità -che, detto fra parentesi, va oggi molto di moda-. Per me, non lo dico solo come individuo, ma per noi, comunisti e nazionalisti di Asia e Africa, quel problema non esiste. Non abbiamo un problema di identità. Un cinese è cinese, un indiano è un indiano, un egiziano è un egiziano. Non ci si è mai domandati “chi ero?” o “chi sono?”. Non è un problema di identità. Non era quello il nostro problema.
La mia critica dell’eurocentrismo è su un altro livello. Si fonda su un altro piano, al livello della storia della formazione dell’ideologia capitalista. Parlo di capitalismo, non parlo mai di “occidente”, non parlo di “mondo occidentale”, io parlo di centro capitalista. E metto enfasi sull’ideologia capitalista in relazione alle radici europee, con il culturalismo europeo che attribuisce agli europei, per ragioni misteriose, una “specificità” del cristianesimo, formulata in termini non molto diversi da quanto fanno Islam, ebraismo, etc.

Allora la sua critica all’ideologia eurocentrica differisce anche dai lavori di Edward Said?

Si, la mia tesi è molto diversa, tanto dalla prospettiva di Fanon come da quella di Said. Anche se il suo libro “Orientalismo” (1978) ha molti spunti interessanti, è scritto molto bene, e la critica che fa alla letteratura europea, è molto giusta.

La differenza fra la sua critica all’imperialismo e all’eurocentrismo e la critica di Said ha qualcosa a che vedere con la maggiori simpatie di Said verso il postmodernismo?

E’ vero, Said è postmoderno, ma nel senso buono. È fondamentalmente un culturalista. Said ha un problema di identità, lo dice lui stesso nei suoi libri di autobiografia.

Quali sono stati i suoi legami a Paul Baran, Paul Sweezy e Leo Huberman, gli intellettuali riuniti nella rivista di sinistra nordamericana Monthly Review? Quando iniziò a scrivere su quella rivista?

Non ricordo con esattezza, ma credo fosse dopo il 1968. Non ho molte differenze con loro, al contrario! Una delle prime letture che appare nella mia tesi del 1957 è la lettura di un libro di Paul Sweezy, che non era propriamente contemporanea. Era “Teoria dello sviluppo capitalista” (1942). Baran sviluppa successivamente questa teoria con la tesi del 1958 sull’aumento del’eccedente e della riproduzione per settore, nella tradizione del “Capitale” di Marx. Mi impressionò molto quella teoria. Mi ha convinto e continuo a mantenere quella posizione. Penso che sia un miglioramento qualitativo nell’analisi marxista della trasformazione del capitalismo moderno. In relazione con la teoria classica, cioè con la prima fase di analisi di Lenin sull’imperialismo, l’analisi di Sweezy del 1942 è un passo avanti qualitativo. Questo è il motivo per cui da subito ho mostrato simpatie per Sweezy, Baran e la loro rivista “Monthly Review”.

All’inizio degli anni ’70 lei partecipa a Dakar a uno dei primi incontri internazionali che riunisce scienziati sociali e militanti latinoamericani e africani. Con che finalità si era pensato a quell’evento e in che contesto era stato organizzato?

Infatti, ho avuto l’opportunità di essere direttore dell’Istituto Africano di Sviluppo Economico a partire dal 1971. Una delle mie prime preoccupazioni fu di rompere l’isolamento relativo in cui il colonialismo aveva posizionato l’Africa in relazione all’America Latina e all’Asia. Allora organizzai due incontri. Uno fu quello fra africani e latinoamericani. Si svolse a Dakar, Senegal, nel ’71-’72. A quell’incontro parteciparono i latinoamericani Fernando Cardoso, Octavio Ianni, Enrique Oteiza, Pablo Gonzalez Casanova, Theotonio Dos Santos, Ruy Mauro Marini, Maria Concepcion Tavares, fra i molti altri.
Fu una scoperta per entrambe le delegazioni! Fra i latinoamericani e gli africani non c’erano scambi, ne ci si conosceva reciprocamente. Poi, l’anno seguente, organizzai in Madagascar la prima riunione afroasiatica sullo stesso modello dell’incontro con i latinoamericani. Lì abbiamo creato -dico “noi”, al plurale, perché io non lavoravo solo, ma in un insieme di istituzioni per consolidare quel movimento-  un’altra istituzione che esiste ancora in Africa. In quei stessi anni, il 15 aprile 1973, all’epoca di Allende,  creammo a Santiago de Chile il Foro per il Terzo Mondo, del quale si è festeggiato da poco quest’anno l’anniversario. Questo era il contesto: l’epoca di Bandung, del Movimento dei Paesi Non-allineati, della Tricontinentale…

Lei ha partecipato alla Conferenza Tricontinentale a La Habana?

No, io non sono stato alla Tricontinentale de La Habana (*) Ma abbiamo seguito da vicino quel processo, il movimento Tricontinentale! Il problema era che, mentre in Asia e Africa il Movimento dei Non Allineati era composto da grandi Partiti, in America Latina non era così. In Asia e Africa esistevano Partiti-Stati: il Partito Comunista Cinese, il Partito del Congresso in India, il Partito di Nasser in Egitto, il Partito del Vietnam.
Ma in America Latina non succedeva lo stesso. Ad esempio, il Movimento dei Non Allineati a febbraio di quell’anno era composto da Asia, Africa e Cuba… non più America Latina. Solo Cuba, come Stato, partecipa a quel Movimento. Allora la Tricontinentale e l’OSPAAL per l’America Latina provarono a riunire i movimenti rivoluzionari dell’America Latina, senza gli Stati. Questa fu una importante differenza politica fra quei tre continenti in quell’epoca.

Note:
* La Tricontinentale è il nome con cui abitualmente ci si riferisce alla Prima Conferenza di Solidarietà dei Popoli d’Asia, d’Africa e dell’America Latina. Si riunì a La Habana, Cuba, nel gennaio 1966. Accorsero rappresentanti di 82 popoli e paesi, fra i quali Partiti al Governo(come il PC cubano, dell’URSS, della Cina e del Vietnam del Nord, fra gli altri) e le organizzazioni rivoluzionarie che affrontavano i propri Governi(nella maggior parte rappresentanti latinoamericani). Politicamente, la Tricontinentale riuscì a riunire i Partiti e organizzazioni marxiste con i diversi movimenti di liberazione nazionale del Terzo Mondo.
In questo vasto gruppo, ci furono tre principali assi di influenza: il primo era capeggiato dall’URSS, il secondo dalla Cina, e il terzo, probabilmente il più numeroso, da Cuba e il Vietnam. A questi tre si sommano il blocco arabo, dove confluivano i rappresentanti palestinesi e della Repubblica Araba Unita e, con una posizione relativamente indipendente, l’India.

Nazionale, 09/08/2018 15:55
 

Dietro la riuscita eccezionale dello sciopero generale dei braccianti del Foggiano e della combattiva marcia dei berretti rossi ci sono parecchi fatti sindacali e politici rilevanti. Certo il detonatore è stata, purtroppo, l’allucinante sequenza che ha visto nel giro di poche ore morire 16 braccianti in due incidenti (infortuni in itinere) mentre tornavano dai campi. Ma la condizione di sfruttamento giunta a livelli impressionanti di vera e propria schiavitù che si è finalmente imposta all’attenzione generale non è fatto dell’oggi né sconosciuto, se non forse nella sua consistenza e diffusione.


Il fatto nuovo è che per la prima volta dopo decenni quei braccianti hanno risposto alzando la testa e incrociando le braccia. E così facendo, e marciando verso il Palazzo di Governo, hanno costretto tutti a smettere di voltarsi dall’altra parte.


Hanno costretto ad esempio quei sindacati - grandi solo nei numeri e dimentichi della lezione di Di Vittorio, di come si sta fra la gente e di come se ne difendono gli interessi - a una grottesca rincorsa organizzando una loro manifestazione, in visibile contrappunto a quella di USB.


Hanno costretto la stampa, anche quella molto vicina a chi quel disastro sociale non ha voluto affrontare negli anni in cui era al governo, a guardare in faccia la realtà e, forse ad interrogarsi su come sia stato possibile a USB riuscire a costruire in poche ore una mobilitazione cosi partecipata e vera. Incredibilmente se lo sta chiedendo anche tutta la stampa estera più qualificata.


Hanno costretto la Regione e i rappresentanti del governo a lasciar perdere il burocratese e a discutere, finalmente davvero, con i braccianti e chi li rappresenta, non solo della drammaticità dell’oggi ma anche dei profondi mutamenti contrattuali e sociali necessari a cambiare strutturalmente quella situazione dando una disponibilità al confronto e all’azione che speriamo sia concreta, a partire dalla promessa partecipazione del ministro Centinaio all’assemblea nazionale USB del 22 settembre proprio a Foggia nella quale saranno illustrate la nostra piattaforma e le nostre proposte per il lavoro agricolo.


Hanno costretto molti, non tutti per la verità, a riporre l’arma spuntata e abusata dell’individuare nel fenomeno del caporalato l’unico responsabile di quanto accade in quei campi e a scoprire le responsabilità, enormi e non più ignorabili, delle aziende che quei braccianti ogni giorno ingaggiano per pagarli forse meno di un centesimo a chilogrammo di pomodori.


Hanno fatto emergere la catena del valore che parte da quei campi e arriva sulle nostre tavole attraverso processi di trasformazione e lavorazione del raccolto, la sua vendita in aste al massimo ribasso governate dalla grande distribuzione organizzata, attraverso la corsa dei mezzi della logistica i cui lavoratori sono forse, per sfruttamento, secondi solo ai braccianti, a una rete commerciale sempre più regolata dagli interessi delle grandi multinazionali che fanno cartello per costringere ogni giorno di più ad abbassare i prezzi al consumo, riversandone gli effetti sugli ultimi di questa catena del valore, i braccianti. Una filiera dello sfruttamento organizzato e standardizzato che poggia sulla fatica di uomini e donne ai quali non vengono riconosciuti i minimi diritti sindacali e sociali.


E allora questo 8 agosto del 2018 va oltre il valore in sé di una manifestazione e di uno sciopero di lavoratori, segna una profonda distanza e soprattutto una profonda rottura con quel modello di relazioni, nel conflitto tra capitale e lavoro, che certa area sedicente progressista, politica e sindacale, aveva fatto credere per decenni l’unico possibile, quello di inchinarsi ai voleri del padrone e di cercare soltanto di mitigarne gli effetti, senza tra l’altro in alcun modo riuscirci. I braccianti, sempre loro, hanno invece riscoperto la giusta pratica, che non deve valere solo per loro: davanti al padrone non ci si toglie il cappello.

Unione Sindacale di Base

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