Da Sud a Sud

Trump, o la politica che non c’è più

Dante Barontini Contropiano

Trump, o la politica che non c’è più

Tranquilli, non abbiamo alcuna intenzione di rifilarvi un altro scoop della serie Russiagate. Lasciamo volentieri a Repubblica e Giovanna Botteri il triste compito di aggiornare la lista, ormai lunga ...

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RIUSCITO IL SEMINARIO SULLA CRISI E SULLA PRECARIETA’ ORGANIZZATO DA USB MINISTERO INTERNO

USB Pubblico Impiego Ministero Interno

RIUSCITO IL SEMINARIO SULLA CRISI E SULLA PRECARIETA’ ORGANIZZATO DA USB MINISTERO INTERNO

In una sala conferenze del Viminale piuttosto affollata si è tenuto il 15 maggio scorso il seminario di formazione organizzato dalla USB Pubblico Impiego del Ministero dell'Interno dal titolo “Crisi e...

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Delegazione USB - FSM rende omaggio alla tomba di Antonio Gramsci nell'80' anniversario dalla morte

USB Nazionale

Delegazione USB - FSM rende omaggio alla tomba di Antonio Gramsci nell'80' anniversario dalla morte

“Odio gli indifferenti.Credo che vivere voglia dire esserepartigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino epartigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, èvigliaccheria, non è vita.P...

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Tranquilli, non abbiamo alcuna intenzione di rifilarvi un altro scoop della serie Russiagate. Lasciamo volentieri a Repubblica e Giovanna Botteri il triste compito di aggiornare la lista, ormai lunga e ripetitiva, delle “prove” relative all’”aiutino” dato da fonti moscovite alla resistibile ascesa di Donald Trump.

 Il punto su cui vorremmo invece invitarvi a riflettere è un tantino meno gossipparo: com’è stato possibile che un Mule del genere – vi consigliamo di rileggere la Trilogia della Fondazione, di Isaac Asimov – abbia assunto un ruolo così rilevante nell’ordine mondiale?

 Stiamo parlando del paese e del potere che governa il mondo da 70 anni, all’incirca, in modo quantomeno discutibile ma quasi indubitabile (dopo la crisi a cavallo degli anni ‘60-’70); specie dopo la caduta dell’antagonista sovietico. Insomma, un “cuore” del dominio che dovrebbe essere costitutivamente al sicuro da incursioni improbabili, scalate individuali, cordate familiari in stile Dallas. Secondo ogni immaginario complottista sul potere e l’imperialismo yankee, la Casa Bianca è per definizione abitata da uomini e donne dell’establishment, scelti con cura dopo selezioni lunghissime, prove di fedeltà e di capacità gestionale di primissimo livello. Assassini nati e ben addestrati, non dilettanti allo sbaraglio.

 Nulla a che vedere con questa famigliola di palazzinari cresciuta sui debiti e i vari Plaza, tra campi di golf e platee di wrestling. Il figliolo che riceve mail indiscrete dai russi e risponde “I love it” sarebbe una scena bocciata in qualunque b movie della Hollywood più sfortunata.

 Eppure esiste e resta lì. Come si spiega? Sul serio…

 A noi sembra evidente che “la politica” sia velocemente diventata una sfera di attività quasi secondaria, in tutto il capitalismo occidentale, a partire proprio dalla caduta dell’impero sovietico. Fin lì, è esistita una tensione reale e sociale fortissima che richiedeva un personale di primo livello – statisti, insomma – in grado di esercitare mediazione politica all’interno del proprio mondo e confronto strategico all’esterno, nei confronti di un avversario (a torto o ragione) considerato di identica statura e potenza.

 Mediazione sociale all’interno significava una qualche forma di “stato keynesiano”, equilibrismo continuo tra interessi imprenditoriali, finanziari, di lavoratori e piccoli commercianti, perseguimento di obiettivi vantaggiosi per tutti o comunque per una robusta maggioranza. Capacità insomma di costruire un consenso duraturo verso il blocco sociale dominante – ovviamente stretto intorno al capitale multinazionale, sia produttivo che finanziario – condividendo briciole più o meno consistenti di reddito, welfare, diritti esigibili, istruzione. Il confronto strategico giocato intorno all’”equilibrio del terrore”, dal canto suo, sconsigliava azzardi, dilettantismo, sottovalutazioni, “sortite da coatto”. Pretendeva professionalità, oltre che ferocia e determinazione.

 In questo quadro, ogni squadra entrata nello studio Ovale aveva ben presente i limiti in cui poteva giocare un potere certo smisurato, ma non unico e incontrastabile.

 La fine del “mondo diviso in due”, il trionfo del “pensiero unico”, le pratiche della globalizzazione come prassi “naturale”, la riduzione della complessità a rapporti commerciali e trattati imposti dai più forti… insomma le forze economiche che non trovano più ostacoli all’affermazione planetaria dei propri interessi, hanno disegnato un mondo in cui “la politica” non ha più avuto un senso né un pensiero strategico. “Chiunque vinca, quel che c’è da fare è chiaro”, si erano subito imparati a dire gli imprenditori di tutto il mondo. Privatizzazioni, liberalizzazioni, abolizione dei contratti di lavoro, drenaggio di risorse verso pochissimi “privati” ultrapotenti, taglio della spesa pubblica (a meno di non essere una banca, ovvio…), revisioni costituzionali pro governance, abolizione o arruolamento dei sindacati, distruzione di Stati non perfettamente allineati… Se non c’è una possibilità di alternativa, non nascono più progetti differenti, nemmeno in dettagli secondari.

 Senza avversari all’interno (classi sociali organizzate intorno a interessi codificati, con un pensiero politico corrispondente), senza avversari nella geopolitica, che bisogno c’è (o c’era?) di una classe politica prudente, abile, luciferina, selezionata nell’arco di una vita, in grado di temperare gli “spiriti animali” del capitale all’interno di una strategia complessa, di lungo periodo, per superiori obiettivi “di classe”, non banalmente aziendalistici? Basta un contafrottole qualsiasi, che funzioni bene in tv, rimediato con un casting e ben supportato da cento spin doctor. Dura quel che dura, e poi avanti un altro…

 I segnali di questa crisi, anche all’interno dell’unica superpotenza rimasta, si sono moltiplicati nell’arco di appena due decenni. Quel forsennato entrare ed uscire dalle cariche governative per traslocare nei cda multinazionali e viceversa (Dick Cheney, Condoleeza Rice, Lawrence Summers, e centinaia di altri) cancellava in pochi anni il confine professionale, esperienziale ed etico tra “strateghi dell’interesse pubblico” – imperiale, collettivo, radicato in un contesto nazionale, da riprodurre e conservare ben al di là del tempo di vita dei protagonisti (individui) – e avvoltoi dalla visuale ristretta dentro una logica aziendale (breve periodo, massimizzazione degli utili e del rischio, asset sacrificabili in vista di merger più colossali, indifferenti al futuro).

 Il segnale più evidente è stato comunque l’emergere di autentiche “dinastie politiche” alla guida dei due tradizionali schieramenti della politica statunitense. I Bush e i Clinton hanno monopolizzato i rispettivi campi; lo stesso Barack Obama è in fondo servito a nascondere questo rinsecchimento della classe politica Usa, almeno fin quando ha potuto coprire il ruolo. Poi il nulla è apparso per come era.

 Nel nulla Trump si è infilato con relativa facilità, proponendosi come il campione degli scontenti contro l’establishment, nonostante fosse chiaramente fin troppo fasullo in quella parte; e grazie a un sistema elettorale che solo ora ha mostrato di essere al tempo stesso truffaldino e pure inefficace. Fin quando è esistito il bisogno di selezione-riproduzione di una classe politica era praticamente impossibile che un “cane pazzo” riuscisse ad emergere dalle qualifiche fino ad arrivare alla finale. Quando questo bisogno ha cessato di esistere – dopo quasi tre decenni di lento logorio – tutto si è giocato come una pura e semplice campagna pubblicitaria a scadenza fissa. Dove la bontà del prodotto ha ben poco a che vedere con l’efficacia degli slogan, degli spot o delle battute.

 Certo, Trump finirà per impiccarsi con le sue stesse mani, grazie a una squadra di fedelissimi ridotta alla famiglia e qualche fuori di testa preso dai neocons più ideologizzati, buoni per una campagna elettorale zoticona, non per governare il mondo.

 Ma il problema resta irrisolvibile per la superpotenza: dove lo trovi, oggi, uno “statista” che sappia parlare al cuore e alla testa dei cittadini e, contemporaneamente, muoversi lucidamente in un mondo ormai multipolare? Dove la metti insieme una visione che permetta di convogliare le energie di un paese o meglio ancora di mezzo mondo? La “fine delle ideologie” è sbiadita in evaporazione delle idee…

 Lo stesso problema si è del resto già manifestato, con forza devastante, anche nella più tradizionale “Vecchia Europa”. I Macron e i Renzi avranno (o hanno già avuto) vita breve. E dietro la “brava massaia” Merkel non si intravede neanche in Germania qualcosa che somigli a uno “statista”.

 Il capitalismo attuale ha bruciato “la politica” e con lei ogni bisogno di un pensiero strategico. Non può ora ricrearla senza passare attraverso una lunga stagione di conflitti e di crisi, senza progetti.

 Riuscirà a sopravviverle?

In una sala conferenze del Viminale piuttosto affollata si è tenuto il 15 maggio scorso il seminario di formazione organizzato dalla USB Pubblico Impiego del Ministero dell'Interno dal titolo “Crisi economica internazionale e precarietà del lavoro e del vivere”.

I lavori sono stati introdotti e coordinati da Vito Signorile, Esecutivo Nazionale USB Pubblico Impiego del Ministero dell'Interno, che ha sottolineato l'impegno della struttura per la stabilizzazione di tutti i precari del dicastero.

L'intervento del Prof. Luciano Vasapollo, docente di politica economica internazionale all'Università La Sapienza di Roma e direttore scientifico del CESTES, il centro studi di trasformazioni economico-sociali della USB, ha proiettato sul piano internazionale la crisi sistemica del capitale che ha prodotto le politiche depressive ed antisociali imposte dall'Unione Europea. In un contesto di profonda trasformazione dello Stato, che si concretizza in un accentramento dei poteri decisionali, la velocizzazione delle politiche di attacco allo Stato sociale porta alla privatizzazione dei servizi pubblici e ad un costante aumento della spesa per gli armamenti, mentre continuano ad essere sacrificate le risorse della spesa sociale e il lavoro diventa sempre più instabile, i lavoratori ricattati e le tutele azzerate.

Il Prof. Luciano Vasapollo si è poi soffermato su esempi diametralmente opposti di politiche economiche rivolte al soddisfacimento dei bisogni primari, fondamentali per i lavoratori, facendo riferimento alle esperienze progressiste – democratiche e rivoluzionarie dei paesi dell’ALBA e in particolare di Cuba, Venezuela e Bolivia, dove i principi della democrazia popolare e partecipativa guidano le scelte dei governi in difesa del mondo del lavoro ed è per questo che le democrazie popolari di questi paesi vengono violentemente attaccate dalla guerra economica, militare, massmediatica e psicologica diretta dai governi imperialisti e delle multinazionali.

 

 

Successivamente c’è stato l’intervento di Luigi Romagnoli, dell'Esecutivo Nazionale USB Pubblico Impiego, che ha affrontato le ricadute di tali politiche sulle condizioni e tutele dei lavoratori pubblici. Il dirigente sindacale ha ricordando che la USB già dal 2013 ha presentato all'Aran la piattaforma per il rinnovo del contratto nazionale, e ne ha riassunto i punti principali:

  • 300 euro di aumento uguale per tutti;
  • un'unica area d'inquadramento per superare le barriere normative che     

                impediscono il riconoscimento della professionalità acquisita;

  • riduzione dell'orario di lavoro a 32 ore a parità di retribuzione, per restituire tempo

          libero ai lavoratori e avviare un piano di 300.000 assunzioni nella pubblica      

          amministrazione che abbia come precondizione la stabilizzazione di tutti i precari

          del pubblico impiego.

 

Il seminario è terminato con un richiamo alla maggiore partecipazione e mobilitazione dei lavoratori pubblici, respingendo l'idea della sconfitta e della rassegnazione. A fine lavori Vito Signorile della USB INTERNO con il delegato nazionale Costantino Saporito della USB Vigili del Fuoco e Tino Ferrulli Nazionale USB P.I. Difesa, hanno consegnato al Prof. Luciano Vasapollo una targa di riconoscimento per l’apprezzato intervento e la collaborazione offerta per l’iniziativa di “lotta collettiva” tendente alla stabilizzazione di tutti i precari nel Ministero Interno, e agli intervenuti sono stati consegnati degli attestati di partecipazione.

  Roma, 16 maggio 2017    

                            

“Odio gli indifferenti.
Credo che vivere voglia dire essere
partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e
partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è
vigliaccheria, non è vita.
Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza
opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma
opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che
sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti;
è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede,
il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli
uomini abdica alla sua volontà,
lascia promulgare le leggi
che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere
uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra
l’assenteismo e l’indifferenza
poche mani, non sorvegliate da
alcun controllo, tessono la tela
della vita collettiva, e la
massa ignora, perché non se ne
preoccupa; e allora sembra
sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra
che la storia non sia altro che un enorme fenomeno
naturale, un’eruzione, un terremoto del quale
rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha
voluto, chi sapeva e chi non sapeva
, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano
pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma
nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto
anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è
successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà
fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti.
Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto
il compito che la vita
gli ha posto e gli pone
quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha
fatto. E sento di poter essere
inesorabile, di non dover sprecare
la mia pietà, di non dover spartire
con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia
parte già pulsare l’attività della città futura
che la mia parte sta costruendo. E in
essa la catena sociale non pesa
su pochi, in essa ogni cosa che
succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa
nessuno che stia alla finestra
a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono
partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

Antonio Gramsci -11 febbraio 1917

Quello che hanno in comune non ha mai promesso nulla di buono per i lavoratori. Catena di montaggio e catena del valore sono intrinsecamente legati dallo sfruttamento e dalla ricerca del massimo profitto, a danno del lavoro ovviamente. Ma se la prima ha caratterizzato le fabbriche del novecento, la seconda ha esteso la filiera produttiva in lungo e in largo, portandola spesso nel resto del mondo e collegandovi strettamente altre funzioni – come la circolazione e la distribuzioni delle merci prodotte – che hanno segnato un salto di qualità sia nella catena del valore che nella composizione della classe operaia del XXI Secolo.

E’ a partire da questa contraddizione che si è discusso a Roma nella prima “conferenza operaia” della Usb. Il sindacato confederale di base negli ultimi anni è cresciuto parecchio non solo nelle fabbriche ma anche negli altri anelli decisivi della catena del valore – logistica e grande distribuzione soprattutto. Ed ora si pone, correttamente, il problema di come ricomporre le figure operaie diffuse che questa catena, assai più lunga della catena di montaggio, ha visto crescere sia quantitativamente che in termini di conflitto sociale e vertenziale. Insomma chi sono e come lavorano gli “operai” del XXI Secolo nel nostro paese?

Per cominciare a dare un quadro generale e delle risposte utili sul piano conflittuale, nel quadro della conferenza operaia dell’Usb, è stata presentata l’inchiesta dal titolo “La grande fabbrica. Dalla catena di montaggio alla catena del valore” curata dal Cestes, il centro studi dell’Usb. Ottanta pagine ricche di dati, grafici e considerazioni sulla collocazione dell’Italia nella divisione internazionale del lavoro a livello europeo, sugli effetti della delocalizzazione produttiva e del boom dei servizi esternalizzati in funzione delle imprese, infine, ma non per importanza, sulla offensiva ideologica della borghesia (e della sinistra politically correct) che ha fatto scomparire la classe operaia non solo come soggetto sociale, ma anche come identificazione collettiva di un ruolo dentro la società (e di conseguenza del conflitto di classe che si produce), dunque azzerando il nesso tra organizzazione, identità e coscienza di classe.

I lavori sono stati introdotti da Paolo Sabatini dell’esecutivo nazionale dell’Usb. Subito dopo ci sono state le relazioni dei curatori dell’inchiesta, Rita Martufi , Luciano Vasapollo, Mauro Casadio, seguiti dagli interventi degli attivisti e responsabili sindacali nelle varie categorie: Sergio Bellavita (metalmeccanici), Riad Zaghdane (logistica), Francesco Iacovone (distribuzione) e poi dai delegati delle grandi fabbriche come Simone Selli (Piaggio) e Francesco Rizzo (Ilva), Giovanni Giovine (Alenia) o dei migranti impegnati nella durissima lotta dei braccianti nel Meridione. Fabrizio Tomaselli ha sottolineato l’importanza del momento richiamando all’attenzione il referendum in corso tra le lavoratrici e i lavoratori dell’Alitalia su un accordo sul quale sono chiamati a pronunciarsi con la pistola puntata alla tempia. Le conclusioni sono state tirate da Emidia Papi, pioniera del sindacalismo di base nelle fabbriche metalmeccaniche fin dalla fine degli anni ’70.

Gli spunti di riflessione e discussioni sono stati innumerevoli, a conferma di una complessità di fase storica anche per un sindacato che rifiuta di essere parte del problema come sono ormai Cgil Cisl Uil Ugl. Insomma un sindacato che fa conflitto ma anche un sindacato “che ragiona” sulle tendenze della realtà e la realtà con cui è costretto a misurarsi in un mondo del lavoro frammentato, troppe volte abituatosi alla sconfitta e che le classi dominanti vorrebbero eternamente subalterno ad una visione del mondo e delle relazioni sociali immutabile. Spezzare questo meccanismo significa individuare la “chiave inglese” da infilare nella catena del valore del XXI secolo, così come quella che veniva infilata nella catena di montaggio e che bloccava la produzione consentendo la riuscita degli scioperi e il potere contrattuale dei lavoratori. Secondo alcuni questa chiave inglese è la soggettività organizzata e la capacità di bloccare gli interessi capitalistici lì dove il sistema è più sensibile: la circolazione delle merci, dunque la logistica e la distribuzione.

Ma molte delle questioni sollevate – tra l’altro questa è solo la prima parte dell’inchiesta operaia annunciata dal Cestes – verranno riprese, approfondite e diventeranno programma d’azione nel congresso nazionale dell’Usb ormai alle porte (10-11 giugno).

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