Da Sud a Sud

Le elezioni USA, frutto marcio della crisi sistemica che avanza

di Rete dei Comunisti

Le elezioni USA, frutto marcio della crisi sistemica che avanza

Sabato nel tardo pomeriggio le elezioni presidenziali statunitensi hanno avuto “formalmente” un vincitore che ha superato la soglia dei 270 “grandi elettori”, necessaria per aggiudicarsi la carica. I...

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Trump tuona contro la Cina. L’Argentina guarda a Pechino

Rino Condemi-Contropiano

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Insomma, pare proprio che mentre Trump continua ad alimentare la nuova guerra fredda contro la Cina, parte di quello che una volta era “il cortile di casa” degli Usa sembra andare in una direzione opp...

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La malattia di Trump e gli Usa sull’orlo di una crisi di nervi

Redazione Contropiano - Fulvio Scaglione

La malattia di Trump e gli Usa sull’orlo di una crisi di nervi

Abbiamo atteso per scrivere del contagio di Trump, perché sul tema il bombardamento mediatico mainstream era davvero eccessivo e non ci sembrava utile unirci al coro. Anche adesso, sarebbe facile – di...

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Sabato nel tardo pomeriggio le elezioni presidenziali statunitensi hanno avuto “formalmente” un vincitore che ha superato la soglia dei 270 “grandi elettori”, necessaria per aggiudicarsi la carica.

Il tortuoso processo elettorale, e il mancato riconoscimento della vittoria di Biden da parte di Trump, hanno aperto una crisi istituzionale dagli esiti incerti, che mostra l’alto livello di delegittimazione politica del sistema della rappresentanza statunitense.

Questa, in un ordine di grandezza minore, era già emersa nel 2016 con la sfida alle primarie democratiche di Bernie Sanders, e soprattutto con l’ascesa di Donald Trump in campo conservatore.

A queste elezioni hanno votato 20 milioni di iscritti alle liste elettorali in più del 2016, sostanzialmente il 65%. 75 milioni e 300 mila voti circa sono andati allo sfidante democratico Joe Biden e alla vice Kamala Harris, mentre circa 71 milioni e 48 mila sono andati al presidente uscente ed al candidato vice-presidente Mike Pence.

Uno scarto di poco più di 4 milioni di preferenze tra i due pretendenti alla Casa Bianca – entrambi ricevuto più voti di ogni altro candidato presidenziale nella storia degli Stati Uniti -, cioè poco più dei 3 milioni di voti ottenuti da Hillary Clinton contro lo stesso Trump alle elezioni del 2016.

Questa inedita partecipazione è frutto delle contraddizioni interne e strutturali che stanno da tempo maturando e che la pandemia ha amplificato, con un corpo sociale sempre più diviso e radicalizzato: dalla vulnerabilità sanitaria e sociale di porzioni significative di popolazione – soprattutto tra le “minoranze etniche” – alla questione razziale; dalla messa in discussione di garanzie civili che si credevano acquisite (in particolare per le donne) alla questione climatica, rivelatasi esplosiva con i recenti incendi in California.

In generale,, la carta geografica del voto è abbastanza netta, Biden vince nei centri con più di 2 milioni di abitanti anche negli Stati che sono storici bastioni elettorali repubblicani. Trump vince nei piccoli centri e nelle campagne, oltre che nelle zone periferiche (suburbs) o “per-urbane” (exurbs), anche negli Stati in cui vincono i democratici.

Da un lato un centinaio di “metropoli” democratiche, concentrate prevalentemente ma non esclusivamente negli stati sulla Costa Atlantica e Pacifica, dall’altro l’America Profonda, danno la fotografia di una nazione spaccata che difficilmente Biden potrà ricomporre.

Questa polarizzazione politica sancita dalle elezioni, mentre trova in Trump una degna rappresentazione della radicalizzazione  in corso nel campo conservatore, non si riflette allo stesso modo nel partito uscito vincitore.

L’establishment democratico ed il suo connaturato centrismo risulta incapace di dare uno sbocco alle rivendicazioni che parti importanti di popolazione hanno fin qui espresso, anche nelle motivazioni del voto, stando alle prime ricerche sul campo.

Tanto che la Ocasio-Cortez è arrivata a denunciare l’ostilità dei democrats verso i progressisti e il movimento Black Lives Matter.

La radicalizzazione “a sinistra” è avvenuta prima all’interno dei settori di lavoratori più esposti ai rischi sanitari, poi con le mobilitazioni per la giustizia razziale, che dopo la morte di George Floyd a fine maggio hanno coinvolto anche parti importanti di “euro-americani”, e poi nella contrapposizione anche fisica tra i supporter e detrattori di Trump.

Questa incapacità da parte dell’ex numero due di Obama di rappresentare la spinta popolare che pure lo ha fatto vincere, unita ai compromessi che Biden dovrà stabilire con i repubblicani per portare avanti la sua opera di governo, rischiano di aprire un conflitto all’interno dei democrats con la parte più progressista del partito – che, dopo avere perso la sfida nelle primarie, aveva comunque sostenuto Biden – oltre che con la base elettorale popolare, travolta da una crisi da cui non si intravede via d’uscita.

Anche Trump ha ampliato il suo consenso elettorale, e – a meno di sorprese “giudiziarie” – rimarrà al centro della scena politica probabilmente fino alle prossime elezioni presidenziali.

Continuerà ad essere il vero deus ex machina del partito repubblicano e utilizzerà – anche militarmente – la sua ampia base sociale composta da fasce non irrilevanti di subalterni. In ogni caso, “il trumpismo”, che ha sdoganato le pulsioni reazionarie più impresentabili, continuerà a scorrere nelle vene dell’Amerika”.

Ma le sue “forzature” sconvolgono anche il proprio campo, provocando le prime defezioni tra i ranghi repubblicani, non tutti disposti ad assecondare il presidente nella sua crociata contro le presunte frodi elettorali.

Questa fronda è preoccupata soprattutto del clima di instabilità permanente che rischia di aprirsi e che potrebbe nuocere ai propri referenti economici; e probabilmente è stata “ben consigliata” da parti del Deep State (Pentagono ed FBI, tra l’altro) che più volte sono entrati in rotta collisione con l’inquilino della Casa Bianca.

Non è detto che entrambi i corpi politici – democratici e repubblicani – sulla spinta dei propri conflitti interni, alimentati dalle contraddizioni sociali reali, non conoscano delle rotture significative fin qui scongiurate, nonostante l’affermazione di due outsider come Sanders da un lato e Trump dall’altro.

Biden avrà comunque le mani piuttosto legate, se riuscirà ad entrare in carica il 20 gennaio, al netto di ricorsi legali e colpi di mano del presidente uscente; e non soltanto per il già menzionato controllo repubblicano di fulcri importanti del potere statunitense (a partire dalla Corte Suprema).

Se per risolvere le contraddizioni interne non basterà il savoir-faire dei consolidati tecnocrati dell’era Obama, la situazione internazionale appare ancora più incerta. Sarà difficile reimporre un’egemonia yankee ormai in declino su differenti fronti; dal “cortile di casa” latino-americano, al Medio-Oriente, passando per la sostanziale inefficacia della politica di pressione sulla Cina, iniziata già con Barack Obama ed il suo “pivot to Asia”.

In politica estera, Biden ha annunciato di voler ricostruire la leadership nord-americana riapppacificandosi col consesso internazionale – rientrando negli accordi di Parigi sul clima, così come nell’Unesco e nell’Organizzazione Mondiale della Sanità – potenziando il ruolo della NATO e re-impostando in generale una politica atlantista, cercando di ristabilire rapporti di forte cooperazione con la UE su differenti aspetti, e infine provando a rianimare l’accordo sul nucleare con l’Iran.

Ma tutte le priorità che entrano obbligatoriamente nell’agenda del futuro inquilino della Casa Bianca produrranno frizioni non secondarie all’interno dello scontro tra imperialismi, alimentato dalla crisi sistemica che il modo di produzione capitalista sta attraversando. E non basteranno degli slogan per risolvere questa competizione strutturale tra i macro-blocchi internazionali – la Cina in primis, ma anche la UE.

Questa competizione sempre più aspra non potrà non avere ricadute molto consistenti sulla sempre più incerta “rendita di posizione” statunitense e sulla sua capacità imperiale di sfogare le proprie contraddizioni verso l’esterno, come gli ultimi avvenimenti stanno dimostrando.

Che il nemico storico di ogni ipotesi di trasformazione in senso socialista della realtà si trovi ad un evidente impasse, nell’affrontare il combinato disposto di un fronte interno “indebolito” e di un fronte esterno sempre più ostico, è una ottima notizia per i comunisti e per le condizioni in cui agiscono, anche nel nostro Paese.

Un’arma anche ideologica in più per mostrare come il capitalismo nel suo più alto grado di sviluppo sia un gigante dai piedi d’argilla.

Insomma, pare proprio che mentre Trump continua ad alimentare la nuova guerra fredda contro la Cina, parte di quello che una volta era “il cortile di casa” degli Usa sembra andare in una direzione opposta.

Non si tratta solo delle ribelli Cuba e Venezuela, adesso è un paese grande come l’Argentina a individuare in Pechino le possibili soluzioni per la propria e pluridecennale crisi debitoria e finanziaria.

L’agenzia Nova riporta che la prima e significativa novità è che la Banca centrale argentina (Bcra) ha annunciato l’imminente via libera all’acquisto della moneta cinese “yuan” per effettuare transazioni commerciali in Cina e per alcuni contratti di tipo future. Gli argentini non potranno acquistare fisicamente lo “yuan”, non potranno aprire conti correnti nella divisa cinese e le operazioni saranno lecite solo per alcuni mesi, il tempo di chiudere la stagione della raccolta, e attendere il dollaro che gli esportatori (principalmente di soia) immetteranno nel sistema finanziario locale.

Ma si tratta comunque di un’importante apertura all’export cinese e un segnale che le manovre per diminuire la domanda di dollari, causa della costante svalutazione del peso, potranno sempre più spingere Buenos Aires a oriente.

La Cina da tempo ha superato il Brasile come principale partner strategico dell’Argentina. Il quotidiano argentino Pagina 12, rivela di partnership tra Pechino e Buenos Aires nella costruzione o sviluppo di centrali idroelettriche o nucleari, porti, impianti idrici, linee di trasmissione elettriche, ma anche treni, parchi eolici, idrovie e investimenti  sul ricco giacimento petrolifero di “Vaca Muerta”.

Sono in corso negoziati per portare anche l’Argentina nel versante Pacifico della Belt and Road Iniziative (Nuova via della seta).

Il Presidente argentino Fernandez, dopo una lunga conversazione telefonica con Xi Jin Ping ha confermato l’intenzione di recarsi a Pechino entro la fine dell’anno con una delegazione di industriali al seguito.

La Cina ha chiesto a Fernandez di promuovere una maggiore integrazione degli investimenti cinesi all’interno del Mercosud (il Mercato comune del sud cui appartengono Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay) e della Comunità degli stati latinoamericani e caraibici (Celac, organismo che riunisce tutte le Americhe ma senza Usa e Canada).  Una prospettiva che sicuramente viene vista con grande timore ed ostilità a Washington.

Deposto con le elezioni l’uomo degli amerikani, Vincenzo Macrì, l’Argentina di Fernandez non fiancheggia la Casa Bianca nella sua aggressione contro il Venezuela, si è schierata a fianco del Messico per una soluzione politica che passi per il negoziato interno ed ha criticato le sanzioni Usa contro il Venezuela. Non solo.

Al contrario di Washington, non sostiene neanche la presidente golpista ed “ad interim” della Bolivia, Jeanine Anez, ritenendo non legittima la destituzione di Evo Morales, l’ex presidente della Bolivia oggi esiliato a Buenos Aires.

 Insomma, quello che era el patio trasero degli yankee continua a cercare in ogni modo di diventare la “Nuestra America” giocando questa volta di sponda con la Cina.

Abbiamo atteso per scrivere del contagio di Trump, perché sul tema il bombardamento mediatico mainstream era davvero eccessivo e non ci sembrava utile unirci al coro. Anche adesso, sarebbe facile – divertente, ma inutile – sbertucciare questo reazionario così furbo da restare appeso alle cazzate che ha seminato.

Restiamo sul lato serio della barricata, se possibile. Anche la malattia di Trump è un elemento della tremenda crisi che ha investito la principale superpotenza, quella che da 75 anni determina i destini dell’Occidente capitalistico e da 30 quelli di tutto il pianeta.

Che il “Presidente” si ammali con il virus che aveva prima negato, poi sottovalutato e infine – obtorto collo – “combattuto con la mano sinistra”, producendo per ora 210.000 morti e oltre il 20% dei contagiati al mondo, è sicuramente un segno di debolezza. La cintura di sicurezza intorno alla massima carica è un colabrodo. Inefficace  e potenziamente pericoloso anche su altri fronti.

Non tutti, “a sinistra”, sembrano cogliere la gravità della crisi di egemonia Usa in atto. Abituati dalla nascita (75 anni sono tanti…) a parlare dell’America come un mostro semi-imbattibile (nonostante il Vietnam…), e senza avversari dopo lo scioglimento dell’Urss, a molti risulta difficile dare il giusto peso alle tante smagliature in una corazza che sembrava d’acciaio.

Qualcuno ci ha anche criticato, arrivando a negare che la crisi di egemonia sia reale. Così, per restituire una “misura oggettiva”, preferiamo mostrare e far soppesare il comportamento della stampa cattolica, capace di questi tempi di uscite così audaci da ricordare la comunicazione situazionista di parte dell’antagonismo anni ’70.

Il titolo con cui l’Avvenire – quotidiano dei vescovi italiani, peraltro assolutamente reazionario sui temi propri della “dottrina” ecclesiastica – ha dato conto dello schiaffo inferto da Bergoglio a Mike Pompeo (venuto a pretendere l’annullamento degli accordi Vaticano-Cina), è degno di A/traverso…

Ma anche altri giornali di quella galassia stanno sfornando a getto continuo articoli che potrebbero addirittura apparire “antimperialisti”, per la verve polemica e la scoperta ironia che li accompagna. ve ne proponiamo uno, scritto da Fulvio Scaglione, apprezzato analista di grande esperienza, apparso nientepopodimeno che su Famiglia Cristiana, probabilmente il settimanale più letto del Paese, perché distribuito la domenica fuori e dentro le parrocchie.

Buona lettura.

*****

La malattia di Trump e gli Usa sull’orlo di una crisi di nervi

Fulvio Scaglione – Famiglia Cristiana

Una gigantesca crisi di nervi. Questo vede, chiunque oggi guardi agli Stati Uniti d’America in quel momento di suprema definizione dell’identità nazionale che loro chiamano elezione del Presidente (solo loro possono chiamare questa roba “elezione”, e tra poco vediamo perché), che ha le modalità del melodramma a stelle e strisce: il film western, uno contro uno nella strada principale, fuori le pistole e il più veloce vince.

La malattia del Potus (President of the United States), della Flotus (First Lady of the United States) e di una ventina di collaboratori e funzionari della Casa Bianca, positivi al Covid 19 (che intanto negli Usa ha ucciso 207 mila persone e ne ha contagiate 7,3 milioni), proietta un’ombra di dilettantismo sul vertice della superpotenza e, soprattutto, getta nell’incertezza un’ intera nazione.

Perché, come ha scritto Chris Cillizza, analista politico della Cnn, “nessuno ha la minima idea di ciò che adesso può succedere”. Questo in gran parte dipende dall’assurdità che da quelle parti chiamano sistema elettorale.

Qualche precedente. Nel 2000 fu la Corte Suprema, con la sentenza “Bush vs Gore”, a mandare Geroge W. Bush alla Casa Bianca. I giudici, infatti, sentenziarono che non si poteva trovare un sistema per ricontare in tempo utile i voti popolari della Florida, dove Bush aveva vinto con uno scarto inferiore allo 0,5%. E questo nonostante che sette giudici su nove concordassero sul fatto che le autorità della Florida (repubblicane come Bush) avevano violato le regole della correttezza elettorale autorizzando diversi sistemi di voto in diverse contee, e tre giudici su nove pensassero che la Corte Suprema della Florida avesse violato la Costituzione.

Nel 2016 Hillary Clinton ottenne due milioni di voti popolari più di Donald Trump, ma fu Trump a diventare Presidente.

Un sistema così chiaro e pratico che dal 2000 al 2016 le cause legali legate al voto presidenziale sono cresciute di tre volte, in attesa del nuovo record che, gli esperti ne sono sicuri, arriverà con questa elezione.

Con la malattia di Trump, a un mese dal voto, si rischia il tracollo finale. Intanto, la campagna elettorale sarà falsata. Il secondo dibattito con Joe Biden è fissato per il 15 ottobre, a Miami, proprio il giorno in cui Trump, nella migliore delle ipotesi, dovrebbe concludere la quarantena. Impossibile che ce la faccia.

Questo, ovviamente, nell’ipotesi che il Presidente sconfigga la malattia nei tempi previsti. Ma Trump ha 74 anni (Biden 78) e negli Usa 8 morti di coronavirus su 10 avevano più di 65 anni. È doveroso, quindi, fare anche le ipotesi peggiori.

Per esempio: Trump è malato e non può adempiere alle funzioni presidenziali. Si ricorre, in quel caso, al 25° emendamento della Costituzione, introdotto dopo il caos seguito all’ assassinio di John F. Kennedy nel 1963. Ovvero, assume le funzioni di presidente il vice, in questo caso Mike Pence.

È un provvedimento temporaneo, a meno che la maggioranza dei membri del Governo non ritenga che il Presidente (sia lui d’ accordo o no) è ormai incapace o impossibilitato a reggere il ruolo. Potrebbe essere il caso se Trump fosse gravemente malato, finisse in terapia intensiva o addirittura morisse.

Tutto questo, comunque, non ha nulla a che fare con il processo elettorale. Se Trump, per malattia o morte, dovesse abbandonare la corsa presidenziale, il Comitato nazionale repubblicano (168 notabili del Partito) dovrebbe riunirsi per trovare un nuovo candidato. Pence, il vice-presidente, sarebbe la scelta più ovvia. Il Comitato, però, non ha vincoli, potrebbe scegliere chiunque.

Torniamo però alla prima ipotesi: considerato che si vota il 3 novembre e che bisognerà in ogni caso attendere l’evolvere della malattia di Trump, ce la farebbero i repubblicani a trovare un candidato alternativo in, diciamo, venti giorni? E quante possibilità di vincere avrebbero Mike Pence, uomo di seconda fila, o quel candidato improvvisato, assente fino all’ ultimo dalla campagna elettorale?

I repubblicani potrebbero anche chiedere un rinvio delle elezioni, ma con probabilità pari a zero di ottenerlo dal Congresso. Tutto questo nell’ipotesi più “banale”.

I tempi strettissimi dell’ incrocio campagna elettorale-malattia di Trump offrono anche altri scenari. Potrebbe persino darsi che Pence diventasse Presidente, ma non fosse il candidato repubblicano per le presidenziali. O che Trump venisse comunque rieletto e, appena ridiventato Presidente, per ragioni di salute dovesse lasciar tutto in mano a Pence.

Nel frattempo, decine di milioni di schede elettorali sono già state stampate con il nome di Trump, e in certi Stati si è già votato, anche per posta. E qui si torna all’assurdità del sistema elettorale tipo “ognuno fa come gli va” e poi magari ti faccio causa.

Ci sono solo due Stati, Minnesota e Michigan, che permettono di annullare un voto già espresso. Tutti gli altri no. Come si fa a tornare indietro? Ancora una volta, quindi, l’America dipende da Donald Trump. Di fatto, tutti sperano che si rimetta e torni in campo. I repubblicani perché a questo punto non hanno altro. I democratici perché azzannare il rivale ospedalizzato sarebbe scorretto e impopolare e perché sperano che il Covid faccia perdere voti al Presidente che denigrava l’uso della mascherina.

Tutti gli altri perché, senza Trump, un’elezione così pasticciata e confusa proietterebbe una lunga ombra sul nuovo Presidente, e né Biden né (eventualmente) Pence avrebbero spalle abbastanza robuste da reggerla.

Per paradosso, la malattia potrebbe persino giovare a Donald Trump. Se la superasse in fretta, potrebbe ancora giocarsela da uomo forte che resiste a ogni avversità, da leader che non si piega nemmeno al contagio. Ma è dura e l’ orologio corre.

13 giugno 2005 Luciano Vasapollo intervenne all’Avana all’Encuentro internacional “Contra el terrorismo, por la verdad y la justicia” presieduto da Fidel Castro, presentando nell’occasione una relazione sulle connessioni tra il terrorismo nero e il Piano Condor. La riproponiamo in occasione dei 40 anni della strage di Bologna.

Oggi a L’Havana in questo gremito Palazzo delle Convenzioni c’è una folta rappresentanza delle organizzazioni italiane della solidarietà con Cuba, dall’Associazione Italia-Cuba, al Comitato 28 giugno e altre, e la presenza del responsabile esteri del Partito dei Comunisti Italiani; è a nome mio e a nome loro che rivolgo un saluto a tutti i partecipanti a questo incontro internazionale “Contro il terrorismo , per la verità e la giustizia”. Un saluto a nome di tutti i sinceri amici italiani che non fanno alcuna distinzione fra popolo cubano e Governo di Cuba, perché sanno che un popolo con così grande dignità, può esistere ed avere un futuro perché esiste un grande Governo rivoluzionario che sa guidarlo. Un caro saluto, quindi, al Comandante Fidel Castro, alle autorità del Governo presenti a questo panel, dal Presidente Ricardo Alarcon, al Ministro Abel Priedo, al Ministro Felipe Perez Roque, agli organizzatori, ai partecipanti che arrivano da così tanti e diversi paesi del mondo, ma un saluto affettuoso soprattutto a tutti i familiari delle vittime del terrorismo di Stato e imperialista.

Sono onorato di partecipare come relatore ad una grande prova di democrazia reale perchè questo evento supera le frontiere dell’America Latina ed è un grande esempio di rispetto delle regole della legalità internazionale, esempio dal quale dovrebbero imparare gran parte degli intellettuali europei di sinistra che hanno perso la pratica della militanza attiva nel movimento di classe e di quella sinistra europea orami allo sbando, confusa, che ha volutamente abbandonato i riferimenti fondamentali della gloriosa storia del movimento operaio internazionale.

Si è molto parlato nel primo giorno di questo incontro del ruolo dei fascisti italiani nel terrorismo internazionale e del loro coinvolgimento nell’”operazione Condor”; il Comandante Fidel ci ha sollecitato a continuare ad indagare in questo campo e io cercherò nella relazione di dare un contributo in tal senso. Prima, però, permettetemi di precisare tre punti sui quali mi pare che in Europa ci sia molta confusione anche nella sinistra radicale non solo in quella moderata.

– Bush, il governo statunitense e i paesi più servili agli interessi dell’imperialismo USA, tra cui il governo italiano, che non esito a definire reazionario, stanno realizzando la cosiddetta “guerra preventiva e infinita”, affermando con tutti i mezzi della propaganda del terrorismo mediatico, che si tratta di una guerra contro il terrorismo internazionale. I governi che guidano questa guerra d’aggressione non ci dicono però che il terrorismo è creato e finanziato dall’imperialismo per nascondere i veri motivi della guerra contro l’Afghanistan e l’Iraq, si tratta di una guerra classica imperialista d’espansione, per il controllo del petrolio, per definire quale sarà in futuro la valuta di riferimento internazionale fra dollaro ed euro, per definire il ruolo e l’egemonia fra i due poli imperialisti degli USA e della UE, per tentare di risolvere una crisi economica capitalista iniziata già a partire dalla metà degli anni ’70 che si configura chiaramente come crisi strutturale di accumulazione, di sovrapproduzione e di sottoconsumo, che per molti versi assomiglia alla crisi del 1929 per risolvere la quale si è giunti disgraziatamente alla Seconda Guerra Mondiale. Il conflitto fra interessi economici ed espansionistici differenti di USA e UE sta evidenziando il dispiegarsi non di una globalizzazione ma di una competizione globale che può portare a guerre contro tutti quei paesi reputati non compatibili con gli interessi dell’imperialismo. Ma l’accelerazione delle contraddizioni potrà anche portare sciaguratamente ad una competizione globale che si trasforma in guerra interimperialista, che significherebbe distruzione completa dell’umanità.

– L’imperialismo utilizza e accompagna la guerra guerreggiata con il terrorismo armato e militare, ma anche con il terrorismo sociale ed economico, ed è esempio di questo il bloqueo contro Cuba e prima della guerra con il bloqueo contro l’Iraq; si tratta di veri e propri crimini contro l’umanità. Ma è terrorismo sociale ed economico anche quello che governi di centro-destra e anche di centro–sinistra applicano nei paesi a cosiddetto capitalismo maturo, dove si usa l’economia di guerra contro il movimento dei lavoratori sferrando, ormai da oltre 25 anni, un attacco senza precedenti al salario, alle condizioni di vita, ai diritti del lavoro e ai diritti sociali, applicando privatizzazioni selvagge, distruggendo lo Stato sociale. In poche parole si ritorna al keynesimo militare per tentare di risolvere la crisi capitalista, aumentando le spese militari e tagliando le spese sociali; questo significa aumentare la disoccupazione, il lavoro precario, aumentare la massa dei poveri e degli emarginati anche nei paesi che continuano a reputarsi sviluppati, a capitalismo “avanzato”.

– La sinistra europea deve prendere esempio dal dibattito articolato e completo di questo incontro internazionale dove si discute di questioni di fondo per il futuro dell’intera umanità , dove si condanna completamente il terrorismo senza la logica della doppia morale. Come non esiste alcuna distinzione fra guerra di aggressione e guerra giusta e umanitaria, la guerra è solo morte e distruzione, così non deve esistere alcuna condotta differente e doppia morale nel combattere un assurdamente ipotizzato “terrorismo buono” e “terrorismo cattivo”. Il terrorismo anche quando sembra presentarsi come fenomeno autonomo e indipendente è sempre creato , finanziato e funzionale agli interessi imperialisti . Altra cosa è la resistenza dei popoli che anche quando è resistenza armata, come in Palestina, in Iraq, in Colombia , deve essere appoggiata da tutti i sinceri rivoluzionari perché è lotta di massa, è lotta di popolo , è lotta contro l’aggressione imperialista che sceglie le sue forme per affermare in maniera chiara l’indipendenza e l’autodeterminazione dei popoli. In Italia esiste una “Rete per la resistenza globale” che afferma in maniera chiara questi principi, che sa distinguere in maniera netta fra terrorismo che è sempre imperialista e resistenza popolare; una resistenza popolare che va appoggiata, come diciamo in Italia,”senza Se e senza Ma”. La sinistra europea deve decidere : o complice dell’imperialismo o al fianco dei popoli che lottano per la loro autodeterminazione.

Finiti i tre punti che tenevo particolarmente a segnalare, anche se in modo sintetico, e anche se mi piacerebbe molto continuare a discutere con voi di economia internazionale e di connessione fra economia di guerra e di guerra guerreggiata, devo passare però a parlare dei punti sollecitati più volte dal dibattito in corso.

Se il terrorismo è contro i popoli e contro la loro volontà di indipendenza; così anche si è presentato e così è stato utilizzato storicamente anche nei paesi dell’occidente capitalista. In Italia il terrorismo di Stato a volte utilizzando i fascisti, a volte utilizzando la mafia e alcune logge massoniche, ma sempre con l’intervento diretto o indiretto della CIA, dei servizi segreti israeliani e dei servizi segreti, deviati o meno, italiani, si è sviluppato un vero e proprio laboratorio del terrorismo di Stato; un terrorismo sempre indirizzato contro le conquiste democratiche del movimento dei lavoratori, sempre utilizzato contro il movimento operaio e di classe per colpire la volontà popolare di trasformazione radicale della società. L’Italia è stata un vero e proprio laboratorio sperimentale delle diverse forme che dalla fine degli anni ’40 ha assunto il terrorismo di Stato, sempre legato a centrali dei servizi segreti stranieri, in particolare di quelli degli USA. Dalla strage di Portella della Ginestra (1947) effettuato contro un movimento dei contadini che lottava per abolire il latifondo, fino alle stragi di fine degli anni ’60, anni ’70 e ’80 (come ad esempio la strage di Piazza Fontana, la strage di Brescia, la strage dell’Italicus, la strage di Bologna, ecc.) indirizzate contro l’avanzamento di un grande movimento operaio e studentesco, il terrorismo è stato sempre strumento di offensiva anticomunista e contro le lotte dei lavoratori. Si potrebbe parlare anche delle stragi cosiddette di mafia degli anni ’90 o degli omicidi dei tanti militanti comunisti e del movimento di classe italiano, si potrebbe parlare dei tanti misteri che volutamente rimangono insoluti nella storia del terrorismo italiano, o di altri episodi ancora poco chiari come la grande repressione contro il movimento di lotta a Genova del 2001 dove è stato ucciso il giovane Carlo Giuliani; anche la brutale repressione di quel giorno non è chiara e andrebbe maggiormente indagato e approfondito il ruolo dei servizi segreti italiani e statunitensi anche in quella occasione.

In Italia dal 1969 al 1989 si sono avute 429 vittime 2000 feriti e le più importanti stragi sono ancora impunite, ma ormai tutte le sentenze della magistratura parlano delle atroci e perverse connessioni fra fascisti, mafia, settori dei servizi segreti italiani, ruolo della CIA, ecc. Ad esempio è documentato in migliaia di pagine scritte da onesti magistrati il ruolo dell’”Internazionale nera” con il ruolo internazionale di organizzazioni fasciste come Ordine Nero, Ordine Nuovo, La Fenice, Avanguardia Nazionale e altre. E’ provato ormai in molti processi per strage il legame tra le organizzazioni fasciste europee (Italia, Spagna, Grecia, Francia, ecc.) e i loro legami con i governi dittatoriali e le forze militari e paramilitari dell’America Latina. E’ provato fin dalla fine della seconda Guerra Mondiale la costituzione di una rete internazionale a cui hanno partecipato ex gerarchi nazisti, fascisti italiani, con interconnessioni non solo con la CIA ma con settori del governo statunitense nei vari periodi. Ci sono ormai decine di sentenze della magistratura e verbali di Commissioni Parlamentari che parlano di tutto questo. Nei prossimi giorni potrò spedire all’ANEC, ai compagni cubani che direttamente si occupano di tali problemi alcuni verbali ormai pubblici, che si trovano su internet per esempio della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi”.

Ho qui con me per esempio i verbali della 12ª seduta, giovedi’ 20 marzo 1997, Presidenza del Presidente Pellegrino (di seguito Doc. Comm. Parl.) di tale Commissione con l’audizione del giudice Salvini, uno dei magistrati coraggiosi che hanno tentato e stanno continuando ad operare per fare chiarezza sui tanti punti oscuri del terrorismo e dello stragismo in Italia e delle sue connessioni internazionali.

Metto a disposizione questo documento e passo alla lettura solo di alcune piccole parti che mi sembrano le più significative tra le risposte fornite alla Commissione dal giudice Salvini. Ad esempio leggo virgolettato :

“SALVINI (pag. 3 di 28 del Doc. Comm. Parl) Vi segnalo l’importanza di questo insieme di atti perché essi delineano qualcosa che storicamente è veramente molto significativo. Dalle convergenti dichiarazioni di Carlo Digilio e del maggiore Karl Hass e dai documenti forniti dal Sismi, risulta che nell’immediato dopoguerra le medesime persone fisiche – intendo ufficiali italo-americani che operavano in Italia dopo la fine della guerra e che erano inquadrati nei servizi di informazione militari americani – ebbero da un lato a reclutare il maggiore Karl Hass, recuperandolo dalla detenzione, istruendolo opportunamente e attivandolo – come sappiamo – per la campagna in funzione anticomunista nel primi anni cinquanta. Lo reclutarono quindi ufficialmente per la struttura americana che operava in quegli anni cruciali nel nostro paese. Le stesse persone hanno in quegli anni reclutato la struttura che faceva riferimento a Minetto e a Digilio, cioè la struttura ordinovista che doveva poi essere un elemento di raccordo con una certa strategia nel nostro paese.

Le stesse persone fisiche, cioè, sono i reclutatori del maggiore Karl Hass e di reclutatori degli uomini di Minetto e Carlo Digilio. Si tratta di due soggetti italo-americani, funzionari di un servizio di quel paese, i quali sono stati indicati separatamente e in modo coincidente dai due testimoni, Digilio ed Hass. Sono state trovate le foto ed entrambi sono stati riconosciuti. Purtroppo questi due soggetti sono morti, perché sono passati molti anni, ma è molto importante che questa rete, questa struttura americana abbia reclutato nei medesimi anni, con un medesimo obiettivo geostrategico, due aree: ufficiali tedeschi, da un lato; ordinovisti per controllarli ed eventualmente dirigerli, dall’altro. Questo poi lo vedrete dagli atti che vi produco oggi al termine dell’audizione…. (pag. 4 di 28 di Doc. Comm. Parl) …

A questo punto Carlo Digilio inizia una serie di attività in una delle due reti che gravitano all’interno della base Ftase di Verona. Esattamente Digilio lavora prevalentemente nella rete informativa, poi c’è una rete operativa, con due diverse catene di comando, due diversi gruppi di collaboratori e, tanto per capirsi a livello estremamente pratico, il livello di Digilio è quello in cui suo diretto superiore è ancora un italiano, il diretto superiore di quest’ultimo è invece un ufficiale americano. Quindi si tratta di un livello non bassissimo ma direi medio nella struttura….. (pag.5 di 28 di Doc. Comm. Parl)…

Noi non abbiamo nessuna traccia del fatto che la struttura americana abbia informato la nostra struttura informativa o di polizia giudiziaria di quanto stava avvenendo, con il contributo che sappiamo, nemmeno è stato accertato che vi sia stato questo primo passaggio, ma lo ritengo improbabile proprio perché c’è un contributo di spinta, un contributo attivo. Ma non abbiamo nemmeno la prova che i nostri servizi abbiano eventualmente informato la nostra autorità giudiziaria o comunque, al limite, la polizia giudiziaria. Per cui ci troviamo in una situazione, in questo caso in modo estremamente netto, di gravissima illegalità…

Non è una cosa molto nota perché per il pubblico, per un lettore mediamente acculturato, esiste la Cia e basta. Lei sicuramente, così come tutti i presenti, lo sa. Il sottoscritto ha dovuto farsi questa cultura e ben sa, e ha intuito, che sono due le strutture informative, tanto è vero che anche lei ha parlato – io l’ho prevenuta in questo e ci saremmo prevenuti l’un l’altro -una rete che fa capo alle strutture diplomatiche e di una che fa capo alle strutture militari.
Sospendo un attimo la distinzione di quale delle due sia la possibile responsabile; farò un breve inciso e poi passeremo in seduta segreta per la risposta a questa domanda”.
E poi ancora nelle pagine successive (pag. 10 di 28 di Doc. Comm. Parl)

(pag.12 di 28 di Doc. Comm. Parl)
”…Secondo me l’audizione è stata molto importante perché ha tolto un pochino quella sorta di possibile ritenuta antinomia tra quelli che seguono la pista internazionale e quelli che seguono la pista interna. Questa differenziazione non esiste, sono le stesse parole del generale Maletti che ce lo dimostrano quando ci parla della dipendenza assoluta, della collaborazione e della sudditanza da parte dei Servizi italiani all’epoca rispetto a quelli degli Stati Uniti d’America…”
E ultima cosa che vorrei evidenziare: (pag. 18 di 28)

“I traffici, gli esplosivi continuano abbondantemente e senza ritegno. Abbiamo il 1979, il 1980, il 1981 e il 1982, con un Digilio che, rendendosi latitante per l’indagine cosiddetta del ‘Poligono’ (questa indagine a Venezia, evidenzia solo pochissimi fatti, ma proprio la punta dell’iceberg. fattiche oggi sono modesti, vista la complessità delle azioni criminose) e fugge. Resta latitante in Italia per tre anni, si reca a Santo Domingo e lì inizia ad entrare in una rete che è finalizzata a selezionare tra i fuggiaschi cubani che giungono a Santo Domingo i possibili infiltrati del Governo cubano. Per cui è stato arrestato ad attività ancora pienamente…”.

Il dottor Salvini ci ha spiegato come nelle fasi della sua indagine siano state individuate responsabilità di agenti stranieri e statunitensi, che in una prima fase sono sembrati appartenenti alla Cia, mentre in una seconda fase stanno invece assumendo le indagini una direzione diversa; nella prima e nella seconda ipotesi la catena di comando e delle responsabilità si interrompe ad un certo punto.

Su questo ultimo punto riguardante più direttamente le infiltrazioni in America Latina e le attività contro Cuba mi pare che bisogna saper andare avanti, indagare e approfondire perché si può fortemente supporre che i fascisti italiani, l’Internazionale Nera possano essere coinvolti nell’ “operazione Condor”. Penso che i compagni italiani ed europei in genere possano dare un valido aiuto in tal senso costruendo una rete di controinformazione che a partire dalle migliaia di pagine scritte da sentenze della magistratura e da Commissioni parlamentari di inchiesta in tutta Europa e inviando tale materiale ufficiale e pubblico ai compagni cubani, si possa tentare di chiarire meglio, di far luce sulle connessioni sui servizi segreti più o meno deviati europei e CIA, organizzazioni fasciste e loro eventuale coinvolgimento nell’”operazione Condor”, fino ad arrivare anche a capire e approfondire il ruolo e le responsabilità, se ci sono, dei governi europei per meglio analizzare anche le responsabilità del governo statunitense.

Rimangono comunque i fatti e la ultima assoluzione nel procedimento penale contro noti fascisti per la strage di Piazza Fontana è un fatto drammatico che colpisce e offende non solo i comunisti , ma l’intero popolo italiano e tutti i sinceri democratici nel mondo. E’ora della verità e della giustizia! E’ ora che il governo italiano la finisca con la logica della doppia morale, della condotta differente, perché da una parte il governo reazionario italiano completamente servile agli interessi USA utilizza la minaccia del terrorismo internazionale per giustificare il proprio ruolo in una guerra di aggressione contro il popolo dell’Iraq, dall’altra non chiede giustizia per la morte di Fabio Di Celmo, applica e appoggia il bloqueo degli USA contro Cuba, vero e proprio terrorismo economico.

Il governo italiano insieme agli USA chiama “Stati terroristi e canaglia” quei paesi come l’Iraq, l’Iran, la Siria che si sottraggono all’accettazione supina della logica dell’imperialismo, come Cuba e il Venezuela che hanno la sola colpa di mettere in discussione la proprietà dei mezzi di produzione e che scelgono la strada del socialismo in opposizione alla barbarie del capitalismo e dell’imperialismo. Governi italiani , non solo il governo Berlusconi ma prima il governo di centro-sinistra, che continuano nella logica della doppia morale non indagando fino in fondo sul ruolo internazionale del terrorismo fascista italiano e che non si adoperano fino in fondo per chiedere giustizia per l’assassinio di Fabio di Celmo.

Ma su questo ultimo punto bisogna fare chiarezza anche nei confronti di una parte della sinistra italiana. La richiesta di giustizia per l’assassinio di Di Celmo deve mettere in atto anche in Italia, una grande campagna per la richiesta di estradizione di Posada Carriles, estradizione però in Venezuela, tenendo fuori completamente l’ipotesi di una estradizione in Italia perché un governo come quello italiano così compromesso con gli interessi statunitensi, così coinvolto con gli USA nella guerra di aggressione contro l’Iraq , non capace neppure di mettere sotto accusa il governo USA per la morte di Calipari , dimostra una completa subalternità agli interessi USA. Il governo italiano non ha l’autorità morale e non ha l’indipendenza politica dagli USA per poter chiedere , qualora mai lo volesse, l’estradizione del terrorista Carriles.

Ma l’Italia non è solo questa; c’è un’Italia che lotta , c’è l’Italia del movimento di solidarietà con Cuba, l’Italia della solidarietà internazionalista , l’Italia del movimento contro la guerra ,l’Italia delle lotte del sindacalismo di base. Un’Italia di resistenti a cui il governo e la magistratura italiana rispondono ancora oggi con migliaia di procedimenti penali per reati di opinione , per reati connessi alle quotidiane lotte sociali.
E’ questa l’Italia che vuole verità e che vuole giustizia, è questa l’Italia che appoggia Cuba in una grande battaglia contro il terrorismo internazionale .

Permettetemi alla fine di ricordare tra le tante attività di solidarietà con Cuba una mozione approvata dal Congresso Nazionale delle Rappresentanze sindacali di Base (RdB) – Pubblico Impiego contro le continue provocazioni che Cuba quotidianamente subisce e di piena solidarietà al processo rivoluzionario cubano.
Sono orgoglioso di appartenere a questa parte dell’Italia , all’Italia che lotta per la pace, la libertà, la verità e la giustizia.
Queste sono le parole scritte nella storia del movimento operaio e socialista italiano e internazionale .
Perché se un altro mondo è possibile lo sarà solo se costruito secondo le linee guida e i principi del socialismo.

Viva il socialismo! Viva Cuba! Viva Fidel!

Luciano Vasapollo

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