Da Sud a Sud

Trump ha deciso per lo scontro. Perché economicamente l’Italia deve guardare alla Cina

Redazione Contropiano

Trump ha deciso per lo scontro. Perché economicamente l’Italia deve guardare alla Cina

Dunque Trump interrompe il dialogo con il Presidente cinese Xi Jinping e valuta molte misure di restrizioni, dagli studenti cinesi in Usa, alle aziende cinesi quotate in Borse americane, fino a taglia...

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Cronaca di una morte annunciata. Vasapollo: la crisi la pagheranno i poveri. Confindustria detta legge

Nazareno Galiè

Cronaca di una morte annunciata. Vasapollo: la crisi la pagheranno i poveri. Confindustria detta legge

Assumersi la proprie responsabilità significa dare ai lavoratori, ai piccoli imprenditori, commercianti e artigiani gli strumenti necessari per sopportare e superare questa crisi. Servono risposte con...

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Le moderne teorie economiche ispirate a Marx come via per l’uguaglianza sociale. Vasapollo e Arriola rilanciano l’esortazione di Di Vittorio: “non toglietevi più il cappello, abbiamo tutti la stessa dignità”. Un contributo alle nuove strategie econom

Le moderne teorie economiche ispirate a Marx come via per l’uguaglianza sociale. Vasapollo e Arriola rilanciano l’esortazione di Di Vittorio: “non toglietevi più il cappello, abbiamo tutti la stessa dignità”. Un contributo alle nuove strategie econom

“Schiavi mai!”. La resistenza eroica del socialismo venezuelano che nelle ultime settimane ha respinto un golpe e il tentativo di invasione da parte degli Stati Uniti, così come la lotta per i loro di...

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Dunque Trump interrompe il dialogo con il Presidente cinese Xi Jinping e valuta molte misure di restrizioni, dagli studenti cinesi in Usa, alle aziende cinesi quotate in Borse americane, fino a tagliare del tutto le importazioni, per 500 miliardi di dollari, della Cina.

La catena del valore globale verrà sconvolta. Queste le notizie di ieri sera.

Oggi il quotidiano on line People’s Daily comunica che durante la sessione annuale del Parlamento cinese, prevista per il 26 maggio, verranno discusse una serie di pacchetti di stimoli fiscali e monetari incentrati unicamente sulla domanda interna.

Già il 17 aprile scorso il Bureau del Pcc presieduto da Xi Jinping ne aveva abbozzato le linee. Il 26 maggio sapremo. People’s Daily elenca gli eventuali provvedimenti: aumento bond da governo centrale e governi locali per infrastrutture, taglio tasse piccole e medie imprese, taglio ratio tasse previdenziale per le imprese, allargamento dell’assicurazione per la disoccupazione, pacchetto di stimoli per la domanda interna, tra cui spesa sanitaria.

Come avevo precedentemente scritto 2 settimane fa, la Cina cercherà di diminuire l’apporto delle esportazioni sul Pil dal 17% attuale verso il 13%, contando sul crollo statunitense e parzialmente europeo, compensati dai mercati asiatici.

Cambierà la catena del valore cinese, non più dipendente dall’Occidente, ci sarà una trasformazione industriale verso settori ad alto valore aggiunto, i consumi domestici saranno centrali. Si tenga conto che in Cina quest’anno è l’anno della battaglia finale contro la povertà e contano di arrivare al risultato entro dicembre.

La classe media, decadente in Occidente da decenni, aumenterà in Cina, così come l’aristocrazia operaia, anche per fidelizzarli verso il Governo. Non ho idea se, con 36 milioni attuali di disoccupati americani, l’Italia ha possibilità, come in questi ultimi anni, di sbocco commerciale in Usa. Certo, deve guardare ad Oriente.

Assumersi la proprie responsabilità significa dare ai lavoratori, ai piccoli imprenditori, commercianti e artigiani gli strumenti necessari per sopportare e superare questa crisi. Servono risposte concrete. L’agenda della politica del governo, non può essere quella di Confindustria e Confcommercio perché le classi subalterne usciranno stremate da questa situazione”.

“Siamo di fronte alla cronaca di una morte annunciata, quella del mondo del lavoro, decretata in nome dei profitti e delle rendite, con la complicità del governo prono ai poteri forti. Mentre il sistema bancario, gli industriali e i grandi commercianti piangono per la venuta meno di determinati guadagni, il lavoro schiavile e il capolarato la fanno da padrone. Se questo è il modello da cui prendere esempio per uscire dallo stallo, solo la lotta dei subalterni, degli ultimi e degli sfruttati potrà garantire il rispetto della costituzione. Qualcuno vuole socializzare le perdite, ma tenersi i profitti e la ricchezza sociale prodotta dai lavoratori”. “Le nostre proposte sono la nazionalizzazione dei settori strategici, del sistema bancario, la lotta all’evasione e un reddito universale, come ha chiesto anche Papa Francesco, e meno lavoro a parità di salario, una proposta che ieri è stata fatta anche da Avvenire, il giornale dei vescovi”.

    Sono parole nette quelle di Luciano Vasapollo, economista di fama internazionale e direttore, insieme a Rita Martufi, del CESTES, il centro studi dell’USB. Il FarodiRoma ha deciso di ascoltarlo su quanto sta succedendo in questo momento, essenziale per le sorti del paese. “La crisi economica”, infatti, “non può che approfondirsi e le scelte che ha fatto il governo”, ha spiegato Vasapollo, “provengono dall’agenda degli industriali e non vanno nella direzione della giustizia sociale”. Quello che doveva essere implementato, ha aggiunto Vasapollo, “è un programma di investimenti pubblici al fine di garantire le condizioni di vita dei lavoratori”. “Si deve ripartire nazionalizzando le banche, facendo rientrare lo stato nella sfera economica attraverso la programmazione, tramite un nuovo IRI e un nuovo ruolo occupatore e interventista per lo stato”, “Sono tante le proposte che come CESTES abbiamo messo sul tavolo, da una rinnovata politica per la casa, a una tassazione delle rendite azionarie, al rifinanziamento del comparto pubblico tramite una lotta senza quartiere all’evasione fiscale”. “La rarefazione del lavoro, dovuta all’assenza degli investimenti e alla speculazione finanziaria, a sua volta causata dalla caduta tendenziale del saggio profitto, unico indicatore che muove l’economia capitalista, richiede, inoltre, un salario universale o un reddito di base per tutti”.

    La grande recessione del 2007-2011, finita con la crisi del debito sovrano, è stata fatta pagare interamente ai subalterni, agli ultimi e agli sfruttati; è stata aumentata l’età pensionabile, si sono ridotti i diritti e le tutele; si è visto un aumento della precarietà con l’introduzione di forme instabili e discontinue di lavoro. Un altro dato su cui riflettere, ha ribadito Vasapollo, sono anche i tagli e i disinvestimenti nel comparto sanitario e della ricerca, che ha lasciato il paese impreparato dinanzi all’esplosione di questa pandemia. Oggi le risposte che sta dando il governo seguono la stessa direzione. Gli interessi che vengono tutelati sono sempre gli stessi; quelli dell’industria e del grande capitale privato a scapito delle classi subalterne e dei ceti medi che, ha aggiunto l’economista, rischiano di scomparire. Si profila la fine del piccolo e medio capitale a favore dei grandi monopoli e delle grandi multinazionali. Mentre tanta gente non arriva più alla fine del mese, c’è chi continua ad arricchirsi, tramite la speculazione. Il programma di Confindustria, fatto proprio dal governo, mette a repentaglio la coesione sociale. È il momento di ripartire dai lavoratori. Se il governo non li ascolta, solo con una rinnovata conflittualità e attraverso le lotte sarà possibile far rispettare la costituzione.

    Infatti, quello che si sarebbe dovuta fare – ha spiegato Vasapollo – era una forte iniezione di liquidità che andasse a beneficio di tutti i lavoratori e dei piccoli imprenditori, degli artigiani e dei piccoli commercianti, i quali avrebbero così avuto la possibilità di sopravvivere alla serrata del sistema produttivo, giustamente decretata dal governo al fine di frenare l’epidemia. Invece, i soldi saranno dati sempre agli stessi, alle banche e alle frazioni egemoni del capitale, approfondendo disuguaglianze e malessere sociale. Inoltre, i piccoli provvedimenti che sono stati presi dal governo Conte – il mini welfare dei miserabili, i seicento euro, la cassa integrazione – non solo sono insufficienti, ma tardano ancora ad essere effettivi. La crisi del conoravirus dimostrerà, ancora una volta ma in maniera più profonda, le ingiustizie e le iniquità che il capitalismo produce. Lo stato, come ha dimostrato in passato, ha tutti gli strumenti per ripartire da una maggiore e più giusta ridistribuzione della ricchezza sociale.

    “Un altro tema inquietante, è stato il ritardo con cui il governo ha chiuso le fabbriche e l’apparato produttivo del nord. Purtroppo, è stato evidenziato come il numero dei contagi e, dunque, delle morti, sia stato maggiore la dove si è continuato a lavorare, anche dopo l’istituzione del lockdown. Confindustria e Confcommercio hanno spinto perché il comparto produttivo rimanesse aperto”, ha spiegato Vasapollo. Ciononostante, non si è imparato nulla dall’esperienza, un altro elemento che dimostra come siano i profitti a guidare le scelte e le politiche che poi vengono imposte al governo. Ieri sera, nonostante la prudenza annunciata, le categorie imprenditoriali hanno fatto un’indebita pressione affinché si riaprissero tutte quelle attività che avrebbero dovuto aspettare giugno. “Nonostante i proclami, il governo rimane succube dei poteri forti; non si può continuare a mettere la salute e la vita dietro all’economia”, ha ribadito Vasapollo, proprio perché questa è la lezione che il virus c’avrebbe dovuto insegnare.

    Tuttavia, Confindustria, ha aggiunto Vasapollo, non retrocede su nulla e ha detto di “non voler piegare la testa”. Proposte non solo ragionevolissime, ha ribadito l’economista, ma anche sacrosante, come il mantenimento del salario pieno anche se con un orario minore di lavoro, necessario per evitare che il contagio riparta, sono state rifiutate dagli industriali. E il governo si è sbrigato ad accantonare qualsiasi idea di reddito universale, richiesto anche dal Papa, il quale ha avvertito più volte del pericolo rappresentato dagli usurai. “A questo proposito, ha aggiunto Vasapollo, ieri, anche il giornale dei vescovi, l’Avvenire, ha titolato “lavorare tutti, meno”, sottolineando la necessità di fuoriuscire dai paradigmi economicisti dell’ordoliberismo, cui Confindustria, per ovvie ragione, ma anche il governo rimangono aggrappati. IL CESTES e i sindacati conflittuali chiedono da sempre il pieno salario con il rispetto della salute dei lavoratori. Adesso, si deve avere il coraggio di dire “salario pieno, lavoro zero”.

    Anche sulla fase due, su cui tanto si è decantato, Vasapollo ha voluto ribadire alcuni concetti: “riaprire senza avere la reale certezza che la pandemia sia finita, mette a repentaglio la salute di tutti e soprattutto la sicurezza dei lavoratori. Anche prima del corononavirus, questo paese aveva un numero altissimo di morti sul lavoro. Dunque, se prima era difficile garantire a tutti condizioni di lavoro sicure, è utopico e profondamente sbagliato pensare che le imprese italiane siano in grado adesso di mantenere sia il ben che minimo distanziamento sociale che le mascherine, con tutte le attrezzature necessarie, ai lavoratori”. Vasapollo ha aggiunto come il senso di responsabilità non debba essere confuso con la capitolazione di fronte alle richieste degli industriali e del capitale privato; bisogna garantire i diritti sociali e le premesse per cui gli umili e gli sfruttati possano ripartire. Si è ascoltata molta retorica sul fatto che nessuno debba rimanere indietro, tuttavia, dopo le iniziali promesse, il governo retrocede su tutta la linea. ”Questo è il governo di Confindustria, anche le richieste più ragionevoli vengono scartate. Persone che lavoravano da casa sono state costrette a rientrare in ufficio solo per soddisfare le pretese dei padroni. Le mascherine non ci sono e se ci sono non vengono cambiate regolarmente, così come gli esperti e il comitato scientifico raccomandano. C’è tanta retorica sull’unità e la coesione, ma il popolo rischia di uscirne con le gambe spezzate, mentre le rendite e il capitale parassitario vengono garantiti, anche a costo di fare nuovo debito. Esempio lampante di come l’austerità serva solo per qualcuno: vogliono far pagare il prezzo della crisi agli ultimi e agli sfruttati”.

   Vasapollo ha fatto notare come le grandi aziende, rappresentate da Confindustria, chiedano sì un intervento pubblico ma, tuttavia, come sempre, per i propri interessi, per i profitti dei padroni. Anche questa volta, ha sottolineato Vasapollo, l’obiettivo è quello di socializzare il costo delle perdite e mantenere alto il rendimento del grande capitale privato. Dunque, gli industriali vogliono che lo stato entri nelle loro aziende, iniettando liquidità, che sarebbe potuta essere altresì investita per la spesa sociale o data direttamente ai lavoratori, affinché essi potessero continuare a consumare e a sopravvivere, ma Confindustria non vuole che poi lo stato controlli o diriga la produzione. Secondo gli industriali, lo stato, ossia la collettività, dovrebbe garantire i profitti, ha aggiunto Vasapollo, facendo ricadere i costi sul lavoro, sulla scuola e sulla sanità, come se non si fosse imparato niente dalla lezione che il virus ha dato. “Confindustria ha avuto la pretesa di dire che i soldi a raffica non funzionano, che si deve uscire dalla logica assistenziale, quando in realtà chiedono loro l’intervento del pubblico per mantenere in piedi profitti e privilegi”. “Ci vuole una bella faccia tosta”. “Anche il dibattito sul reddito universale è allucinante; vogliono nuovi schiavi, facendo lavorare la terra a persone pagate con voucher o piccoli oboli. Non si vogliono, inoltre, nemmeno regolarizzare i migranti, perché così i caporali perderebbero il loro potere. L’Italia rischia di retrocedere – non come dice il governo al tempo del primo dopo guerra, quando le lotte e la politica progressista indirizzavano il paese verso il miracolo economico – ma direttamente al feudalesimo”

   Vasapollo ha, infatti, spiegato come le cose che si devono fare vanno nella direzione opposta a quella caldeggiata da Confindustria; ossia la nazionalizzazione dei settori strategici, con il fine di orientare la produzione per soddisfare i bisogni dei lavoratori e uscire dalla crisi, garantendo le condizioni di vita di tutti. La nazionalizzazione delle banche, con il credito dato a tutte le categorie bisognose e non ai grandi industriali. Una nuova politica di edilizia pubblica e popolare e tutta una serie di investimenti in grado di far ripartire l’economia, promuovendo lo sviluppo economico e sociale del paese, a scapito della rendita parassitaria. Queste richieste, ha voluto sottolineare Vasapollo, non sono affatto estremistiche ma sono il programma scritto nella Costituzione. Un’altra pretesa insostenibile, ridicola, ha ribadito il docente di economia, è l’idea che gli industriali vogliano degli indennizzi per essere rimasti chiusi e non prestiti, ovvero pretendono che gli vengano dati soldi senza dare nulla in cambio, non impegnandosi però a non licenziare e a non aggravare il costo sociale della crisi. “Non si pensa ai piccoli commercianti, agli artigiani, ai piccoli imprenditori, ma al profitto di grandi aziende”. Un rinnovato ruolo interventista da parte dello stato, con una politica di investimenti pubblici e orientamento del sistema produttivo verso il soddisfacimento dei bisogni collettivi e dei subalterni è quanto richiede il CESTES.

   Un’ultima riflessione, Vasapollo l’ha fatta sull’Europa. L’economista ha bocciato l’atteggiamento del governo, remissivo davanti agli industriali ma anche davanti al blocco degli stati del nord Europa, Germania in testa. Si sarebbe dovuto fare ricorso alla monetizzazione del debito, battendo moneta per garantire le condizioni di sopravvivenza - di questo stiamo parlando ha sottolineato Vasapollo - di tutto il corpo sociale, invece si è ceduto alla logica della troika, aumentando il debito ad un livello insostenibile (per le agenzie di rating) e aprendo le porte a nuovi programmi di risanamento, ossia di massacro sociale.

   Due parole, infine, Vasapollo l’ha volute spendere sulla sentenza della Corte Costituzionale tedesca, con sede a Karlsruhe, che il 5 maggio si è espressa sulla costituzionalità delle politiche di alleggerimento quantitativo della BCE. Nonostante i giudici abbiano ritenuto legittimo il Quantitative Easing, essi hanno, d’altro canto, stabilito il diritto, per la Germania, di stabilire le politiche economiche comunitarie, de jure oltre che de facto, verrebbe da dire. Infatti, la Corte stabilirà, con un ulteriore dispositivo, se il QE sia stato utilizzato senza ledere gli interessi economici di Berlino. “È evidente”, ha spiegato Vasapollo, “come la Germania voglia riproporsi sullo scenario globale come una grande potenza economica, nonostante anch’essa patisca la crisi sistemica del capitalismo. La recente sentenza dei giudici di Karlsruhe, figlia della cultura ordoliberista, istituzionalizza tale pretesa, riproponendo Berlino sulla scena del conflitto interimperialista”. Secondo Vasapollo, che ha offerto una riflessione importante su tale punto, infatti, la Germania non vuole più avere solo un peso economico, ma vuole porsi anche come competitor nel nuovo mondo multipolare, che sta emergendo dalla crisi degli USA, proponendosi, nell’alveo della UE, come interlocutore unico, condizionando anche la Russia e la Cina”.

    Il governo è schiacciato, da un lato dall’imperialismo europeo, rispetto al quale l’Italia come gli altri paesi del Sud Europa è in una posizione di dipendenza, dall’altro dalle pretese degli industriali, che preparano il conto della crisi da far pagare solo ai lavoratori e ai ceti subalterni. Da questa situazione, se non cambierà l’atteggiamento del governo, se ne potrà uscire solo attraverso una rinnovata conflittualità e tramite una strenua difesa dei diritti sostanziali. Le opposizioni, ha concluso Vasapollo, Salvini e Meloni, sicuramente non hanno niente da offrire e le loro ricette economiche sarebbero ancora, ove possibile, più padronali di quelle del governo Conte. Per queste ragioni, solo attraverso la riattivazione della lotta di classe e della conflittualità sociale, sarà possibile far rispettare il dettato costituzionale, ha concluso Vasapollo.

“Schiavi mai!”. La resistenza eroica del socialismo venezuelano che nelle ultime settimane ha respinto un golpe e il tentativo di invasione da parte degli Stati Uniti, così come la lotta per i loro diritti portata avanti dai migranti nella tendopoli di San Ferdinando (entrambe eroiche) richiamano le celebri parole di Giuseppe Di Vittorio il padre del sindacalismo di sinistra italiano: “Non dovete togliervi più il cappello di fronte a nessuno, di fronte al padrone, perché siete uguali agli altri”. E in effetti per non togliere il cappello sono morti, in tanti, in troppi, un prezzo di classe incalcolabile.

A loro è dedicato il secondo volume del “Trattato di critica delle politiche per il governo dell’economia” di Luciano Vasapollo e Joaquin Arriola (con la collaborazione di Ramiro Chimuris, Pasqualina Curcio e Rita Martufi) come un tributo degli autori e di tutti i compagni intellettuali rivoluzionari che da decenni li accompagnano nella lunga, dura e stupenda “battaglia delle idee”, anche nel centro studi della USB, il CESTES, luogo, nonostante la sua giovane vita politica di poco più di venti anni, di sintesi politica dei percorsi di democrazia partecipativa, politica ed economica. Il volume introduce del resto in una dimensione chiave di qualsiasi progetto del futuro di alternativa di sistema: essere integralmente nella trasformazione democratica anche nella sfera economico-produttiva, essere universalmente cittadini che vivono di lavoro (cittadinanza globale del lavoro). In questo modo, quando l’attività economica finirà di essere parte della sfera del privato, si starà camminando verso un mondo diverso dal capitalismo nei percorsi della transizione al socialismo.

Per Marx – spiega Vasapollo – gli esseri umani vengono formati dalle relazioni sociali in cui si sviluppano. Ciò non vuol dire che le caratteristiche personali non contano; ma nel capitalismo, gli individui si muovono in un sistema inerentemente contradditorio la cui caratteristica principale è lo sfruttamento. Il caso gioca un ruolo solo all’interno della determinazione sociale, la partita delle relazioni internazionali si gioca in fondo sulla relazione di classe.

Vasapollo dunque ci mette a disposizione, per un approfondito studio di formazione culturale e politica sulla competizione economico – finanziaria interimperialistica, il secondo volume di questa importante, e davvero oseremo dire unica, opera di articolato e profondo studio di impostazione coerentemente marxista mettendo a fuoco tutte le dinamiche produttive, commerciali e monetarie sul piano teorico e fattuale della guerra in corso fra poli imperialisti.

Luciano Vasapollo, ordinario di economia politica alla Sapienza, ormai da tempo riferimento internazionale di tantissimi studiosi marxisti intellettuali militanti profondi critici dell‘ economia, con i suoi più vicini collaboratori, a partire da Joaquín Arriola e Rita Martufi, ci offre tanti elementi di approfondita analisi che vuole chiudere un cerchio sulla dimensione e particolarità dell’ attuale competizione interimperialistica in atto.

Obiettivo di questo lavoro è dunque fornire un quadro critico dei principali approcci teorici alla Politica Economica Internazionale (PEI), esplorati nel loro rapporto con la teoria delle Relazioni Internazionali (RI), per fare emergere la necessità di un punto di vista marxista di critica alla politica economica convenzionale, raccogliendo gli spunti che provengono dai più eterodossi tra questi orientamenti, spesso tuttavia confinati a un’artificiosa dimensione puramente “cattedratica”, che noi invece vogliamo superare nella nostra impostazione teorica e politica.
L’intenzione è quella di portare un contributo allo sviluppo di una teoria marxista della politica economica internazionale che permetta dunque di guardare alle dinamiche superficiali dello scontro politico a livello mondiale tramite le lenti delle categorie e della metodologia marxista, ovvero a partire dallo svolgimento storico concreto delle dinamiche immanenti al modo di produzione capitalistico.

Secondo Vasapollo, la stessa rigida distinzione disciplinare tra Relazioni Internazionali e Politica Economica Internazionale va messa radicalmente in discussione, come pure, ingaggiando un confronto ravvicinato con una dura battaglia delle idee (come la definiva Fidel Castro), tutte le teorie geopolitiche e della “governance” internazionale che prescindono dall’analisi delle dinamiche capitalistiche di fondo. La saturazione dei mercati nazionali ha richiesto una nuova fase di mondializzazione dell’economia capitalista in senso imperialista.

Ma il modo di produzione capitalistico in crisi sistemica non dispone al proprio interno delle leve con cui rilanciare un nuovo ciclo di accumulazione; crisi e tendenza alla guerra vanno di pari passo, poiché una delle principali contromisure alla caduta tendenziale del saggio di profitto è la spesa in armamenti e la distruzione di capitale fisso (e anche variabile, cioè umano). È qui che si condensano e macinano le contraddizioni che, come vedremo, alla fine del percorso possono spingere ad esiti di rottura.

Idealmente, il Trattato muove dalla critica delle visioni più ortodosse della Politica Economica Internazionale e delle Relazioni Internazionali, per passare gradualmente a quelle più radicali, keynesiane e marxiste accademiche, facendo emergere lungo il testo e poi probabilmente in una specifica parte finale il punto di vista marxista che vuole sviluppare; adottando un metodo che sa sempre ricondurre le teorie e le loro critiche ai cambiamenti strutturali dei modelli di riproduzione del capitale, e dunque alla dinamica profonda del modo di produzione capitalistico.

Fino ad oggi però l’assenza di un adeguato sviluppo della teoria monetaria marxista rappresentava una delle difficoltà nel completare la critica dell’analisi borghese delle dinamiche economiche. È a questo livello che il Trattato analizza la moneta di credito (moneta bancaria) e la sua funzione nell’accelerare l’accumulazione di capitale, aspetto al quale Marx non ha dato una forma nemmeno parzialmente definitiva nella sua teoria del capitale in generale.
Ne risulta quindi un Trattato come lavoro di taglio teorico, di confronto metodologico tra diversi approcci, e non di un lavoro applicativo; tuttavia, alcuni casi studio permettono di offrire ai lettori qualche esempio concreto utile per arricchire un lavoro che è comunque diretto in primo luogo a giovani, studenti, militanti politici e dunque deve saper proporre uno stile “accessibile” accanto all’analisi teorica.

Ciascuno di questi esempi richiede una teoria marxista che la differenzi dalle teorie mainstream, essi devono essere ricondotti alle relazioni internazionali di classe, alla divisione sociale internazionale del lavoro, proprio per marcare la differenza dagli approcci tradizionali. Essi, anche se sono casi concreti, richiedono un’ulteriore sviluppo della teoria marxista.

È infatti nell’analisi del capitale in generale che deve essere affrontato il problema della possibilità di smaterializzazione del denaro, o della sua conversione in una rappresentazione del valore puramente ideale, stabilito per convenzione. Nello sforzo di sviluppare una teoria monetaria adeguata all’analisi del capitale, è stata introdotta una maggiore confusione con la (apparente) perdita di riferimento materiale del denaro. Ma c’è un’altra strada possibile: nelle pagine del volume si coglie accanto ad una forte idealità anche il contribuito scientifico di Vasapollo e del suo gruppo al nuovo piano economico che attraverso il Petro, la nuova criptovaluta venezuelana, spinge il più importante paese-laboratorio socialista del Sudamerica fuori dalla crisi economica che gli è stata indotta dagli Stati Uniti e dai suoi alleati interni ed esterni. Compresa la balbettante e prona Unione Europea.

Recensione a cura di Casa editrice EFESTO, febnraio 2019

 

http://www.farodiroma.it/le-moderne-teorie-economiche-ispirate-a-marx-come-via-per-luguaglianza-sociale-vasapollo-e-arriola-rilanciano-lesortazione-di-di-vittorio-non-toglietevi-piu-il-cappello-abbiamo-tutti-la-stes/

 

 

Rispondendo alle domande dei giornalisti, il Direttore “ad interim” della Sala Stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, ha ribadito:

“La Sala Stampa non commenta articoli su lettere del Santo Padre che, in modo evidente, hanno un carattere privato”.

Massimo Franco del Corriere della Sera ha pubblicato solo una parte della lettera del Papa enfatizzandone un passaggio come se fosse di critica a Maduro. Il che non è.

http://www.farodiroma.it/venezuela-vaticano-irritato-per-le-speculazioni-sulla-lettera-del-papa-a-maduro/

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