Da Sud a Sud

Olanda. La “diga” regge, ma il sistema politico esplode

Alessandro Avvisato Contropiano

Olanda. La “diga” regge, ma il sistema politico esplode

Un Rutte salva l’Olanda e l’Unione Europea? A leggere le cronache, zeppe di dichiarazioni alimentate da un grande sospiro di sollievo, sembrerebbe di sì. A leggere i dati elettorali reali, invece, l’i...

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Russia: salari minimi da fame e detassazione degli oligarchi

di Fabrizio Poggi Contropiano

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Pochi mesi fa i dati ufficiali parlavano di circa 20 milioni di persone che in Russia vivono al di sotto della soglia di povertà, con il 10% (o il 3%, a seconda delle fonti) delle famiglie che control...

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Erdoğan: “I divieti tedeschi odorano di nazismo”

Enrico Campofreda

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Il battibecco a distanza fra Angela Merkel e Recep Tayyip Erdoğan sta allargando l’orizzonte e rischia un attrito diplomatico di più ampie proporzioni. Ieri il presidente turco ha agitato lo spettro d...

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Un Rutte salva l’Olanda e l’Unione Europea? A leggere le cronache, zeppe di dichiarazioni alimentate da un grande sospiro di sollievo, sembrerebbe di sì. A leggere i dati elettorali reali, invece, l’impressione è un po diversa.

Gli xenofobi di Geert Wilders non hanno fatto il temuto pieno, ma hanno guadagnato appena 5 seggi in più (20) rispetto alle precedenti elezioni, passando dal 10,1 al 12,6%. Vene il sospetto che le paure siano state alimentate ad arte, nei mesi precedenti, in modo da poter presentare il risultato attuale come uno stop non tanto al “populismo”, quanto alla serie di risultati shokkanti inanellati dall’establishment occidentale nel 2016 (Brexit, Trump e referendum italiano, senza dimenticare quello greco del luglio 2015, subito tradito da Tsipras).

Stesso discorso per le due elezioni più attese dell’anno – Francia e Germania – dove i mostri da battere (Marine Le Pen e Alternative fur Deutschland) hanno ben poche chance di vincere davvero.

Odiamo i nazisti dell’Illinois e dunque anche quelli di Rotterdam o dintorni. Ma ci sembra che alcuni particolari vadano evidenziati, proprio perché cancellati dai commentatori mainstream.

L’Olanda, proprio come la Francia e la Germania, è uno dei paesi economicamente più forti dell’Unione Europea, uno di quelli che ha più guadagnato dal poter “competere” ad armi impari (sistema industriale più avanzato, filiere integrate con quelle tedesche) con i paesi mediterranei, sfruttando al meglio una moneta unica che non tiene conto di differenze strutturali pesantissime.

La crisi economica globale, giunta ormai al decimo anno, ha colpito anche i Paesi Bassi, naturalmente. Ma la posizione particolare occupata nel dispositivo europeo le ha consentito di limitare i danni. Il partito di Wilders ha raccolto da destra quel tanto di malessere sociale comunque emerso, ma questo non aveva le dimensioni critiche necessarie a creare un vero pericolo, specie in presenza di opzioni politiche che hanno conteso tale egemonia (i Verdi e gli antirazzisti di sinistra). Tanto più in un paese con una legge elettorale proporzionale, che obbliga da sempre a comporre delle coalizioni per garantire un governo. Paradossalmente, Wilders sarebbe stato più favorito da un sistema maggioritario, che consente di polarizzare al massimo le posizioni…

L’afflusso dei votanti, oltretutto, è stato stavolta altissimo, depotenziando al massimo il bacino “militante” raccolto intorno agli zenofobi. Un’altra riprova del fatto che quando la gente va a votare, in misura anomala e inattesa (e sempre più indesiderata), spariglia i giochi disegnati dai sondaggi.

In realtà quel che caratterizza queste elezioni è l’esplosione del sistema politico olandese, che esce frantumato come non mai in precedenza. Il partito conservatore di Rutte (Vvd-Alde) è rimasto, sì, il primo partito, ma ha lasciato per strada 10 seggi e 6 punti percentuali (dal 26,6 al 20,6%). Se questa è una “vittoria”, figuriamoci cosa può essere una sconfitta…

Che è poi quel che ha dovuto sperimentare il Partito socialista, praticamente dissolto, precipitato dal 24,8 al 6% (sei!), con appena 9 parlamentari al posto dei 38 che aveva in precedenza. Il PvdA segue così la sorte di tutti gli altri partiti social-liberisti, che pagano la contraddizione palese tra politiche di austerità e “idealità” sociale sbandierata. In pratica i due partiti che per decenni avevano rappresentato le colonne portanto del sistema – conservatori e socialisti – non raggiungono insieme nemmeno il 30%. Tant spazio per gli outsiders, dunque…

Diciannove deputati, infatti, per i cristian- democratici (Cda, sicuri alleati di Rutte nel governo) e i “liberali di sinistra” del D66, che guadagnano rispettivamente 6 e 7 seggi (parte di quelli persi dai conservatori e dai “socialisti”). Esplode il consenso per i Verdi guidati da Jesse Klaver (che in Olanda sono molto più a sinistra dei colleghi tedeschi), passati da 4 a 14 parlamentari e dal 2,3 al 10,7%. Entrano in parlamento anche gli antirazzisti di Denk, movimento fondato da due deputati turco-olandesi usciti dal partito socialista in polemica con le politiche di “controllo dei movimenti islamisti” sostenute dal vertice; una dimostrazione di come la contrapposizione con Erdogan, voluta da Rutte negli ultimi giorni, abbia rivelato una immigrazione turca niente affatto "di destra" o innamorata del "sultano".

Come si vede, dunque, il piccolo parlamento olandese è composto da sette partiti tutti oscillanti tra il 10 e il 20% dei voti. Per ora, insomma, la “diga” ha tenuto. Ma le crepe si sono moltiplicate. E parecchio…

Pochi mesi fa i dati ufficiali parlavano di circa 20 milioni di persone che in Russia vivono al di sotto della soglia di povertà, con il 10% (o il 3%, a seconda delle fonti) delle famiglie che controllerebbe l'89% della ricchezza nazionale. Più di recente la vice premier Olga Golodets proponeva l'introduzione di un'Irpef progressiva, cui però si opponeva il primo ministro Dmitrij Medvedev.

Ora, la stessa Golodets torna sull'argomento e parla della “sorprendente” povertà dei lavoratori russi, stimando estremamente ribassato il valore della forza lavoro: così basso da ridurre il salario di almeno cinque milioni di russi (si tratterebbe, secondo alcune fonti, principalmente di giovani neoassunti) al livello della soglia minima di costo del lavoro, o addirittura del minimo di sopravvivenza. Tale soglia, secondo consultant.ru, viene fissata per stabilire la base di tasse, tariffe, multe e altri pagamenti ed era di 6.200 rubli mensili al 1 gennaio 2016, elevata a 7.500 rubli al 1 luglio e verrà portata a 7.800 il prossimo 1 luglio 2017.

Intervenendo a Soči al Forum russo per gli investimenti dello scorso 27 febbraio, Golodets ha “promesso” di discutere con le imprese russe la questione dell'innalzamento dei salari. Salari la cui misura media, secondo le stime di Moskovskij Komsomolets, era nel 2016 di 36.700 rubli. In Russia “non c'è una qualifica così bassa da meritare un livello salariale di 7.500 rubli” ha detto Golodets; “di quale produttività del lavoro si può parlare, quando si guadagnano simili somme?”. L'ostacolo principale alla crescita della produttività del lavoro, secondo Golodets, è costituito da riduzione degli investimenti e mancanza di stimoli per la modernizzazione tecnologica delle imprese: “a ciò spinge un costo della forza lavoro assolutamente modesto e ribassato”. D'altro canto, secondo la vice premier, dal 2012 rimane stabile un numero di circa un milione di posti di lavoro non occupati, in primo luogo proprio a causa dell'infimo livello salariale. Un livello minimo che, in base alle statistiche Eurostat, pone quello russo ben al di sotto di quelli più bassi registrati in alcuni paesi europei (ma è significativo che, in alcuni Stati, tra cui non poteva mancare l'Italia, non sia nemmeno stabilito un minimo salariale) e lo fissa all'equivalente di circa 120 euro mensili. Lo scorso gennaio, il Ministro del lavoro e della difesa sociale Maksim Topilin aveva dichiarato che per il prossimo autunno occorrerà elevare il minimo salariale al livello del minimo di sopravvivenza, attualmente fissato a 9.889 rubli.

Di contro, la Commissione bilancio della Duma ha approvato il decreto che consente di non pagare le tasse alle persone fisiche oggetto delle sanzioni USA e UE, che abbiano la residenza fiscale, oltre che in Russia, anche in uno o altri paesi. Il provvedimento, che passa ora all'esame dell'assemblea plenaria, se approvato avrà validità retroattiva a partire dal 1 gennaio 2014, così che il fisco dovrà restituire quanto riscosso finora. Con un punta di “malignità”, l'osservatore di Moskovskij Komsomolets, Aleksej Obukhov, nota che tra i russi oggetto delle sanzioni ci sono molti grossi biznesmeny del tipo di Gennadij Timčenko (11.400 milioni di $ nel 2016, secondo Forbes) Arkadij Rotenberg (appena 1.000 milioni), Jurij Kovalčuk (un poveraccio con solo 500 milioni) e altri personaggi della cerchia di Vladimir Putin.

Sullo stesso giornale, Mikhail Zubov nota con leggera ironia come la proposta della Duma costituisca la “nostra risposta alle sanzioni”, che appena tre giorni fa il Consiglio della UE ha prorogato fino al prossimo settembre, ai danni di 150 persone fisiche e 37 organizzazioni russe. Il deputato di “Russia Unita” Evgenij Fëdorov ha dichiarato che “man mano che la Russia avanza sulla strada del ripristino della sovranità e dei propri confini storici, a misura che scompare il mondo unipolare, aumenterà la resistenza e ricadranno sotto le sanzioni non decine, ma migliaia di imprenditori russi. La nostra legislazione fiscale dovrà essere rivista su questa base”. Fëdorov ha però eluso la domanda del giornalista di MK “Come si spiega la logica economica: perché un comune cittadino dovrebbe pagare per i miliardari oggetto delle sanzioni?”. L'ex deputato Dmitrij Gudkov ritiene comunque che il progetto sia stato portato alla Duma senza l'assenso di Putin, direttamente da deputati amici degli oligarchi: “in vista delle elezioni presidenziali, per Putin sarebbe controproducente sponsorizzare gli interessi dei ricconi”.

Putin, in effetti, si sta attualmente occupando d'altro, in politica interna, come il conferimento, in questi giorni, dell'ordine di “Santa Caterina martire” alla vedova di Boris Eltsin, in occasione del suo 85° compleanno, che sarà festeggiato a livello statale al Cremlino. Naina Eltsina viene insignita di tale onorificenza per il “contributo alla realizzazione di importanti programmi umanitari e la fattiva partecipazione alle attività di beneficenza”. Attività che sarebbe quantomeno problematico ascrivere al suo defunto marito, il primo presidente della Russia “indipendente” che, in combutta con i suoi giovani ministri liberali (Čubajs, Gajdar, Burbulis & Co.) e sotto l'attenta regia yankee, di quella situazione oggi lamentata da Olga Golodets è il primo responsabile.

Ciliegina sulla torta, l'esternazione niente affatto originale (non è la prima volta che nella “nuova” Russia si stendono tappeti rossi ai discendenti della ex casa imperiale) del leader della Repubblica autonoma della Crimea, Sergej Aksënov, secondo cui la Russia avrebbe bisogno della monarchia. La democrazia, sostiene Aksënov, può rimanere, ma solo entro limiti accettabili, tanto più che, in base alla fede ortodossa, la “democrazia occidentale” non sarebbe adeguata, mentre la monarchia darebbe la possibilità di rispondere più aspramente alle sfide occidentali. “Perché dico di essere un soldato del presidente?” afferma Aksënov, “perché, finché c'è un nemico esterno, a mio avviso, deve esserci unità di comando. Oggi il presidente dovrebbe avere più diritti, fino a, scusate, la dittatura".

Bontà sua, lo speaker della Duma, Vjačeslav Volodin ha osservato che la struttura monarchica in Russia è priva di prospettive. Commentando le dichiarazioni di Aksënov, radioslovo.ru, vicina al PCFR, osserva che il capo della Crimea, mentre sostiene il regime monarchico, non chiarisce la propria posizione rispetto agli oligarchi che hanno “violentato il paese ed estorto potere e proprietà al popolo russo”. Aksënov, mentre candida il Presidente a monarca, evita di “chiamare al tempo stesso alla lotta contro quegli stessi oligarchi” e non vedrebbe male, probabilmente, elevare Naina Eltsina a rango di granduchessa, insieme a ex ministri liberali come German Gref, Aleksej Kudrin o Anatolij Čubajs fatti granprincipi e tutti i russi ricondotti alla servitù della gleba.

Il battibecco a distanza fra Angela Merkel e Recep Tayyip Erdoğan sta allargando l’orizzonte e rischia un attrito diplomatico di più ampie proporzioni. Ieri il presidente turco ha agitato lo spettro del nazismo, lanciando pesanti accuse all’intero establishment tedesco, a suo dire responsabile del divieto (seguito a quelli già espressi da Olanda e Austria) rivolto a membri dell’Akp di tenere incontri con gli immigrati turchi in Germania sul tema del referendum sul presidenzialismo previsto per il prossimo 16 aprile. Si tratta d’un elettorato che sfiora i tre milioni di cittadini, e ha un peso in ogni consultazione. Parlando a Istanbul Erdoğan ha chiesto retoricamente se le autorità di Berlino pensano con questa misura di favorire il fronte del No, ma soprattutto ha dato fondo a un attacco polemico: “La Germania dovrebbe sapere che il suo attuale comportamento non è diverso da quello del periodo nazista”.

Il ministro degli Esteri tedesco Gabriel, che fra due giorni dovrà incontrare l’omologo turco Çavușoğlu, ha cercato di stemperare i toni, sostenendo che la profonda amicizia e i reciproci interessi (economici) che legano i due Paesi non possono permettersi cadute d’odio. Ha, comunque, sottolineato che i politici di Ankara desiderosi d’intervenire in terra tedesca, devono rispettare leggi, princìpi e decenza.

Materia scatenante era stata il ministro turco della Giustizia Bozdağ, cui una municipalità del sudovest germanico aveva revocato il permesso di tenere un comizio sulla materia referendaria fra i propri connazionali lì presenti. Secondo il ministro stesso quell’impedimento era stato deciso ben più in alto, dai poteri federali e forse dall’Intelligence, la neanche molto velata insinuazione del politico è che questa struttura anziché collaborare col governo turco, chiuda un occhio su immigrati della comunità kurda sospettati di terrorismo. Ma contrasti fra le due nazioni sono cresciuti attorno al recente arresto di Deniz Yucel, reporter della testata Die Welt e cittadino turco-tedesco, accusato di attentato alla sicurezza della nazione turca, un refrain che caratterizza il repulisti condotto in prima persona da Erdoğan dal giorno seguente il tentato golpe del 15 luglio scorso. Del caso ci siamo occupati qui (http://enricocampofreda.blogspot.it/2017/02/caso-yucel-le-vendette-del-sultano.html) e la vicenda, nient’affatto sanata, avrà sicuri strascichi. Rammentiamo che carezze e minacce fra i due statisti erano già comparse in occasione del piano sui profughi siriani che vide la Cancelliera parlare a nome dell’Europa, preoccupandosi sia di nazioni fuori dal suo controllo (non solo l’Ungheria di Orban, ma la stessa Austria che ama Hofer) che delle “democratiche” solo a parole.

L’Unione preferì pagare dazio alla Turchia perché diventasse l’area di parcheggio dei flussi migratori che da est seguivano la rotta balcanica. Erdoğan alzò il prezzo dell’accordo, per agguantare euro (3 miliardi che sarebbero raddoppiati) e nuovi crediti politici. Un capitolo parzialmente chiuso, più per la diminuzione dei profughi, dopo l’accordo seguito allo straziante assedio di Aleppo, che per soluzioni definitive. Visto che tanti campi profughi sono in condizioni disperate e recenti reportage, che non si sa se saranno più permessi dalle autorità turche, mostrano precarietà e abbandoni simili a quelli conosciuti nei ghetti della “giungla di Calais”. L’accusa è che Ankara incassi i fondi europei, spendendo poco e niente per l’assistenza reale alle persone lì ammassate. Ai giornalisti della stampa estera che “impudentemente” mostrano simili carenze e vergogne la polizia turca in divisa e in borghese sequestra camere e passaporti, è accaduto giorni fa. Poi il maltolto viene restituito, ma segue l’invito a non ripetere simili lavori. Se la dissuasione, perpetuata con la persecuzione che l’informazione interna subisce da mesi, non dovesse bastare gli agenti del Mıt rinfrescano la memoria, forti di quel che il presidente grida in casa e fuori.

 

articolo pubblicato su http://enricocampofreda.blogspot.it

Ancora non è entrato alla Casa Bianca, ma sta già destabilizzando il vecchio ordine mondiale, che proprio gli Stati Uniti avevano modellato sulle proprie esigenze egemoniche. Con due interviste – al Sunday Times e alla tedesca Bild – il “Mule” asimoviano eletto presidente ha messo in fila una serie di intenzioni la cui realizzazione, anche solo parziale, metterebbe fine a contesti consolidati. Naturalmente una cosa sono le intervista, tutta un'altra le decisioni governative.

Per capirci: sulla Russia, per esempio, pur ribadendo che "dobbiamo cominciare a fidarci di Vladimir Putin", ha nettamente ridimensionato i suoi precedenti giudizi positivi, visto che la maggior parte dei suoi stessi uomini (oltre a gran parte dei parlamentari repubblicani, la “sua” maggioranza), ha in questi giorni pesantemente attaccato Mosca.

Ma è nei rapporti con l'Unione Europea che Trump minaccia di produrre una destabilizzazione di prima grandezza. Il combinato disposto di approvazione entusiastica della Brexit (“farò un accordo con il Regno Unito”), svalutazione secca della Nato (“è obsoleta, non è attrezzata per combattere il terrorismo islamico e i suoi membri si appoggiano sull'America, non pagano quello che dovrebbero pagare"), limitazione alla libera circolazione dei cittadini europei sul suolo yankee e soprattutto preavvisi di innalzamento di barriere doganali per i prodotti del Vecchio Continente (alla Bmw: "Se costruiranno auto nel nuovo impianto messicano, per importarle negli Stati Uniti dovranno pagare una tassa del 35%") porta i rapporti tra le due sponde dell'Atlantico al punto più basso dal secondo dopoguerra.

E questo ci riguarda da molto vicino, ci sembra. Siamo cresciuti nel "mondo occidentale", egemonizzato economicamente e politicamente dagli Usa, nel mentre si edificava l'Unione Europea (sempre a metà strada tra diventare imperialismo autonomo o restare sotto "l'ombrello Nato").

Nel giudicare le questioni internazionali molta parte della vecchia “sinistra radicale”, e persino larga parti di quella “antagonista”, sembrano incapaci di uscire dai miseri schemi concettuali usati negli ultimi 30 anni (quelli che l'hanno portata al livello attuale). In altre parole, affronta la novità Trump cercando di incasellarla nei vecchi schemi, finendo così per “fare il tifo” (ovviamente contro questo anziano tycoon reazionario, razzista, parafascista e autoritario) invece di ragionare sul possibile mutamento di scenario e derivarne quindi un abbozzo di strategia politica antagonista per i prossimi anni. Se si “fa il tifo”, giocoforza si finisce per appoggiarsi alla parte di establishment che vuol riprendere in mano la situazione.

Trump è un nemico da combattere, ci mancherebbe. Ma l'analisi della situazione geopolitica globale va fatta mantenendo lo stesso atteggiamento dell'entomologo che studia vita, rapporti e movimenti degli insetti. E sarebbe veramente scemo quell'entomologo che facesse "il tifo” per un tipo di insetto o un altro, specie se velenosi (e i rappresentanti politici del capitale restano la specie più velenosa mai apparsa sulla Terra),

Un'analisi insomma oggettiva – che non significa affatto neutrale – di quel che sta accadendo.

Il “trumpismo annunciato” – vedremo presto se e quanto sarà differente da quello “governante” – minaccia la tenuta dell'Unione Europea nel momento di massima crisi attraversato da questa istituzione capitalistica sovranazionale. Punta apertamente a contrapporre paese a paese ("L'Unione europea rappresenta di base soltanto un mezzo per raggiungere gli obiettivi della Germania”), a promuovere l'uscita di altri Stati, quindi anche a far saltare l'euro ("Brexit sarà un successo, presto altri paesi europei seguiranno questa scelta e abbandoneranno l'Unione Europea"). Seguendo la logica dei tifosi acefali, dovremmo dunque rimpiangere Obama, schierarci a difesa della Ue, degli interessi nazionali tedeschi, della Nato (!) e dell'euro, mettendo la sordina o dimenticando l'austerità ordoliberista che sta massacrando i lavoratori di tutta Europa da dieci anni. Chiedendo magari in cambio qualche spazio e un po' di reddito. Geniale, vero? Davvero "antagonista"…

Ovvio che Trump ragiona “nazionalisticamente”. Punta a rilanciare il mercato interno Usa a scapito dei residui di globalizzazione. Bisognerebbe ricordare che negli Stati Uniti i disoccupati effettivi raggiungono ormai una cifra vicina ai 100 milioni, a dispetto di criteri statistici che non considerano “disoccupati” quanto hanno smesso persino di iscriversi alle agenzie del lavoro, disperando di poterne mai trovare uno. Tutta l'enfasi protezionistica sui dazi e i controlli rivela esattamente questa esigenza imprescindibile di riconquistare i consensi di una parte della popolazione che – di questo passo – si avvia a diventare maggioranza.

Trump è dunque il “difensore della buona occupazione”? Domanda stupida… Non più di quanto lo fosse Hitler (che applicava le stesse politiche keynesiane di Roosevelt, su base dittatoriale invece che democratico-parlamentare; ossia espansione a debito della capacità produttiva interna, fidelizzazione dei lavoratori dipendenti "nazionali", protezionismo e aggressività commerciale, che sfocia poi classicamente sul versante militare).

Sta di fatto che lo scenario globale va mutando a una velocità mai vista dai tempi della “caduta del Muro” e questo mutamento trascina con sé – esattamente come avvenuto con il tracollo del Patto di Versavia – modi di ragionare, gruppi dirigenti, interessi sociali differenti, modalità di governance, alleanze internazionali, ecc…

Vogliamo concentrarci su questo e tracciare un minimo di idea politica per il futuro? O restiamo alla tastiera a cliccare "like"?

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