Intervento di Pino Baldassari all’incontro “il 5 per i 5”

 

 

Con questa tavola rotonda si è voluto sottolineare il lavoro di sensibilizzazione svolto quest’anno in alcune Parrocchie di Roma dove, grazie alla disponibilità dei parroci si sono potuti organizzare alcuni incontri.

L’incontro consisteva nella proiezione del filmato/documentario “13 anni di ingiustizia”- la storia dei cinque agenti cubani detenuti nelle carceri USA – e nel successivo dibattito con gli intervenuti.

Uno dei parroci interpellati , quando chiesi la possibilità di tenere questo incontro, mi rispose : “ Certamente, perché se noi cristiani non ci preoccupiamo di affermare la giustizia che cristiani siamo?”

Proprio dell’esperienza vissuta nelle parrocchie con il prof. Vasapollo ritengo sia importante che alcuni amici che vi hanno partecipato rendano pubblica la loro testimonianza di quegli incontri.

Ma prima di leggervi la testimonianza di Tonino Serra che mi ha lasciato per iscritto non avendo potuto essere presente per una sovrapposizione di impegni, e di chiedere agli amici Roberto Giordani e Rino Caporali quali testimoni degli incontri tenuti nelle parrocchie dell’Addolorata e di Santa Maria della Misericordia, voglio farvi partecipi di quanto mi scrive una amico dell’associazione Maurizio Polverari: mi scrive Giuseppe Lodoli, del comitato Paul Rougeau contro la pena di morte “…Ammiro la tua perseveranza nella pubblicizzazione del caso dei cinque agenti cubani per i quali direi che sarebbe proprio arrivato il momento di una liberazione,con una grazia presidenziale,anche nel quadro della normalizzazione dei rapporti degli USA con Cuba,normalizzazione che mi pare stia procedendo bene.”

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Di seguito le testimonianze degli amici Tonino Serra, Roberto Giordani, Rino Caporali e del prof. Furio Pesci.

Tonino Serra , per la Parrocchia di S. Luca Evangelista

La vicenda dei 5 agenti cubani detenuti negli USA rappresenta la negazione e la totale mancanza di rispetto dei diritti umani, nei confronti di persone “scomode o di diversa omologazione” anche negli Stati Uniti, considerati modello di riferimento di democrazia e di civile convivenza.

E’ una delle innumerevoli contraddizioni che la quotidiana vicenda umana sottopone alla sensibilità di ciascuno di noi, invitandoci a prendere posizione, per non tacere di fronte ai soprusi e alla violenza dei più forti contro i più deboli. Soprattutto quando la voce dei media sembra sopita o sovrastata dai pregiudizi, dalle insinuazioni o, peggio ancora, dalla volontà di non essere trasparenti ed obiettivi.

Sono questi i principali motivi per i quali ho seguito il dipanarsi degli eventi che stiamo ricordando con le loro profonde implicazioni e gli interrogativi che mi hanno chiamato in causa, oltre le mie convinzioni politiche ed economico-sociali, sostanzialmente diverse da quelle cubane.

Era ed è necessario ribadire con forza e senza esitazioni il primato della verità e della giustizia per difendere uomini, famiglie, sentimenti, ponendo al centro la dignità delle persone e di ogni umana esperienza, ancora di più se ne possono scaturire conseguenze tragiche e di intensa sofferenza.

Ho colto nella determinazione e, al tempo stesso, nella speranza degli organizzatori degli incontri effettuati nelle Parrocchie e nei luoghi ove il problema ha avuto udienza, la volontà di non fare spegnere i riflettori su questi uomini che hanno messo in gioco la loro e l’esistenza dei propri cari, per un ideale di libertà e di giustizia che va oltre il confine di un popolo o di una nazione.

Purtroppo le risposte a questa opera di sensibilizzazione e di “denuncia” pacifica e civile, verso chi non altrettanto opera ed agisce, fa fatica a trovare spazio anche nei luoghi istituzionali e non, come nei cuori e nelle menti dei nostri compagni di viaggio.

Siamo tutti molto attenti alle nostre prerogative esistenziali, rivendichiamo i nostri diritti primari e di grado ulteriore ma restii a prendere in carico le difficoltà di coloro che lottano – anche se dall’altra parte del mondo - per mantenere vivo il valore della giustizia e della libertà, fondamentali per rendere possibile il rispetto e la tutela anche dei nostri diritti primari.

Per un cristiano, seppur incoerente e poco credibile quale sono, tali richiami non possono essere elusi ed ignorati costituendo un forte stimolo per ribadire che la vita di ogni uomo è dono di Dio e deve essere rispettata, tutelata, difesa, sempre e comunque, in spirito di giustizia e di verità, contro la violenza e ogni istinto di irragionevole ed assurda vendetta.

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Roberto Giordani per la Parrocchia dell’Addolorata

 

Roma, un pomeriggio di fine inverno nella Chiesa dell’Addolorata…

Un quartiere popoloso: una parrocchia attiva con molte iniziative…

La sala dell’incontro è senza addobbi, semplice; il pubblico non numeroso, ma attento.

 

Gli eventi vengono da lontano, da Cuba, dalla costa sud atlantica degli Stati Uniti, da Miami; città e luoghi che suonano nell’immaginario con forti contrasti: mete turistiche, ma anche opposte ideologie, lotte, non di rado cruente, diseguaglianze sociali, povertà, ricchezze ostentate, spesso di dubbia provenienza.

 

La storia dei “cinque” ci si rivela attraverso vicende, in genere meno note, che proiettano una luce diversa nei rapporti tra i due popoli di Cuba ed USA, divisi sul piano politico ed ideologico, ma, in queste vicende, impegnati a fronteggiare un comune nemico: terrorismo, narcotraffico.

 

Non slogan, non grandi discorsi, non vicende sensazionali, ma fatti scarni e drammatici: uomini impegnati in missioni difficili e rischiose, da tenere quasi segrete. Sentieri impervi, ove ci si impantana nel terreno melmoso di oscuri e subdoli poteri criminali.

 

Si costruiscono proditoriamente accuse pesanti: si spegne per lunghi anni con carcere duro la vita di cinque uomini, agenti cubani, troncando i legami familiari, ostacolando possibilità di una revisione del processo.

 

La violenza appare trionfare, ma non si spegne la “voce”, che richiede di raddrizzare la via della giustizia. A reclamare non sono solo autorità politiche ed istituzioni internazionali, quali Amnesty, ma è la gente di tante nazioni.

 

Si parla di queste vicende, si amplia il cerchio di coloro che sostengono la causa de “il 5 per 5”, si prende coscienza di problemi di rilevanza internazionale.

 

L’interesse per i cinque prigionieri genera energie di vita: ci si mobilita, si guarda al mondo con un occhio più critico, ma anche con più speranza, perché ci si accorge che questa vicenda umana, proprio perché veramente “umana” non è una questione individuale, ma appartiene a tutti: alla radice c’è l’esigenza di contribuire al progresso ed alla crescita stessa della società.

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Rino Caporali per la Parrocchia S. Maria della Misericordia

La lettura del rapporto Amnesty International convince che non c’è stato un giusto processo: Miami è una città abitata da molti fuggiti da Cuba, che sono ideologicamente contro i cubani dell’isola.

Anche la revisione da parte della magistratura degli USA è d’accordo su questa conclusione.

Non ha importanza se i due governi fossero d’accordo o no sulla venuta dei cinque a Miami, sta di fatto che i cinque hanno lavorato per il loro governo: generalmente quando si individuano agenti segreti indesiderati (gli altri si tollerano, vedi l’estrema libertà degli agenti USA in Italia) si accompagnano al confine, a meno che non abbiano compiuto delitti, nel qual caso si cerca comunque una mediazione con il paese di provenienza.

Sta di fatto che da Miami partivano voli di violazione dello spazio aereo di Cuba, per cui non sembra un delitto informare il proprio governo su questi voli, ancorchè conoscendo il possibile esito potrebbe creare un problema di coscienza (che è però un affare tra l’individuo e il suo Giudice). Come è possibile che l’informatore sia ritenuto colpevole di omicidio come se avesse sparato lui stesso? L’abbattimento è un rischio che chi ha tentato il volo ha accettato in partenza.

Credo che gli americani farebbero molto prima e meglio in caso di violazione del proprio spazio aereo nell’abbattere l’intruso, 11 settembre a parte.

In ogni modo i 13 anni di prigione dura sono certamente già una punizione eccessiva ed è necessario un atto di clemenza/giustizia da parte di chi lo può fare (presidente Obama?) che restituisca i cinque al loro paese e ai loro cari.

Se non ricordo male perfino Komehini restituì agli USA il proprio personale accusato ugualmente, a torto o a ragione, di spionaggio.

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Considerazioni sull'incontro di sensibilizzazione intorno alla vicenda dei cinque cittadini cubani ingiustamente detenuti nelle carceri statunitensi

Furio Pesci

 

La vicenda dei cinque cittadini cubani arrestati negli Stati Uniti a metà degli anni Novanta e sottoposti a pene detentive ormai da circa 15 anni a questa parte, senza aver avuto la garanzia di un regolare processo, solleva una serie di questioni molto significative e inquietanti sul nostro tempo. Innanzitutto, suscita un'attenta riflessione intorno alle esigenze di giustizia che il nostro sistema sociale, pur con tutte le dichiarazioni di principio e le garanzie costituzionali, non riesce a garantire effettivamente agli uomini del nostro tempo; la vicenda, poi, solleva molti interrogativi sulle pratiche diffuse per salvaguardare al massimo livello la “sicurezza” e l' “ordine pubblico”, con la conseguenza estremamente negativa dell'indebolimento, e addirittura, in casi non rari, il sostanziale annullamento del diritto di ogni essere umano alla libertà.

In effetti, già all'indomani dell'11 settembre persino un acuto interprete della tradizione “liberal” statunitense, Gore Vidal, ha parlato aspramente, contro il governo Bush, di fine della libertà e di fine della democrazia a proposito dei provvedimenti restrittivi della libertà di movimento e di espressione assunti dal governo statunitense dopo l'attacco alle torri gemelle. La presa di posizione di questo studioso può aiutarci a capire anche la situazione dei cinque cittadini cubani, arrestati senza un'accusa fondata, rispetto alla quale lo stesso governo statunitense ha ammesso di non avere, in fondo, mai provato la consistenza.

I fatti e, oltre tutto, le molteplici prese di posizione di organismi e associazioni internazionali che si battono per la tutela dei diritti umani mostrano che siamo in presenza di una violazione di alcune tra le più elementari e basilari garanzie di diritto: per esempio, come sostiene in un rapporto estremamente dettagliato Amnesty International, all'indomani del loro arresto i cinque cittadini cubani sono stati privati del diritto ad un giudizio equo per il semplice fatto che il tribunale dichiarato competente per giudicare il loro caso era quello di Miami, in Florida, città in cui la forte pressione esercitata sull'opinione pubblica dalla presenza di una numerosa comunità di esuli cubani anticastristi ha esercitato un influsso negativo sui lavori e sul verdetto della stessa corte giudicante. Queste vicende sono ben note e sono state, in parte, anche riconosciute pubblicamente dall'amministrazione della giustizia statunitense, ma l'operato della giuria di primo grado non è stato messo in discussione sostanzialmente.

Inoltre, i cinque cittadini cubani, una volta rinchiusi nelle carceri statunitensi, si sono visti privati anche del diritto alla difesa, nel senso che i provvedimenti restrittivi assunti per motivi di “sicurezza” nei loro confronti (in particolare l'isolamento, del tutto sproporzionato alle accuse, in carceri di massima sicurezza) ha impedito persino ai loro avvocati difensori di mantenere quei rapporti con i loro assistiti che potessero garantire un esercizio efficace della difesa, senza del quale – è risaputo, non si può dare sentenza equa; d'altra parte, sempre per motivi di sicurezza nazionale, molti documenti relativi al procedimento giudiziario sono stati dichiarati “top secret”, e questo provvedimento ha impedito ai difensori di svolgere adeguatamente il proprio patrocinio, perché l'accesso alle carte processuali risultava già di per sé molto complicato (per esempio, non hanno potuto richiedere copie dei documenti in giudizio, ma solo prendere appunti).

Mi sembra che Amensty International ponga in rilievo giustamente anche il fatto che le misure di massima sicurezza, abnormi rispetto alle caratteristiche giudiziarie del caso, hanno impedito ai familiari dei detenuti visite regolari ai loro congiunti in carcere; e, quindi, anche in questo senso, persino a prescindere da una considerazione di merito intorno alla vicenda, si può dire con certezza che in questo caso l'esigenza di un trattamento umano dei detenuti non sia stata salvaguardata adeguatamente. Peraltro, mi sembra anche molto opportuna l'osservazione del consigliere dell'ambasciata cubana, intervenuto nell'incontro, che ha messo in evidenza come la detenzione fin qui sofferta dai cinque sia durata a sufficienza; anche per un giudizio di colpevolezza (ammesso e non concesso, come si suol dire, che gli imputati si possano considerare davvero colpevoli di qualcosa nei confronti degli Stati Uniti, la pena espiata fino ad ora (circa 15 anni) è sufficiente a “lavare” le loro “colpe” di fronte al sistema giudiziario statunitense.

Tutte queste considerazioni sono emerse progressivamente nel dibattito e la mia personale impressione è che questo incontro, su d'un caso così singolare e inquietante come quello affrontato, abbia permesso a persone di origine e di formazione diverse di ritrovarsi autenticamente nella condivisione di un giudizio concorde che unisce le persone di buona volontà, il loro senso comune (il loro buon senso!) rispetto a una vicenda che mi sembra paradigmatica delle contraddizioni del nostro tempo.

Certamente, si potrebbe andare anche oltre, ed è ciò che è stato fatto in alcuni interventi, come quello di don Tarzia sulla storia del rapporto complesso e ricco di momenti significativi tra il governo cubano e la Chiesa cattolica. Un'osservazione obiettiva di una storia ormai lunga e consolidata mette in evidenza come sia necessario andare al di là dei giudizi preconcetti per cogliere la verità e la realtà delle situazioni concrete. La realtà di Cuba oggi, nonostante il pluridecennale embargo statunitense che mirerebbe, oltre che all'indebolimento di uno Stato già povero, all'isolamento di Cuba dal resto del mondo, è invece una realtà positiva, anche agli occhi di un occidentale; Cuba offre l'immagine di una società che mira alla realizzazione concreta di una convivenza nella giustizia, in cui le differenze sociali non assumano le sembianze odiose della nostra società e le disparità economiche siano ricondotte algiusto da parte di uno Stato che si pone come garante della vita dell'intera comunità nazionale.

Ciò avviene, peraltro, in un clima in cui, sul piano religioso, la libertà di espressione popolare è garantita e la storia del rapporto intenso tra Fidel castro e Giovanni Paolo II lo sta a dimostrare; io mi riferirei proprio alla storia di questo rapporto, che ha assunto certamente un forte carattere personale tra due grandi protagonisti della storia novecentesca, ma che ha un significato molto profondo per la società e la cultura del nostro tempo; il rapporto di rispetto, ed anche di simpatia, tra Fidel Castro e Giovanni Paolo sta a dimostrare la possibilità sempre aperta di un incontro tra persone che hanno visioni del mondo diverse, ma, in realtà, non contraddittorie, che hanno un'ansia nel cuore, il desiderio di una vita più giusta, di un “al di là” che rompa i confini della dura realtà attuale, che sperano ancora nell'avvenire – ed anzi hanno una speranza che, sia pure orientata diversamente, può essere messa in comune per un confronto sincero e anche per un agire condiviso. Il caso dei cinque suscita certamente una grande amarezza e un'intensa solidarietà, il desiderio di una revisione delle decisioni prese a loro carico, possibilmente della loro liberazione in tempi brevi; questo caso, ancora di più, spinge chi ne viene a conoscenza a guardare in faccia le contraddizioni del nostro sistema sociale e a cercare un'azione concreta per risolverle, nella prospettiva di una società futura più giusta (è, infatti, la giustizia il vero protagonista - la vittima - di questa vicenda giudiziaria) e più equa economicamente e socialmente.

Questo incontro, in conclusione, secondo me suscita, risveglia, il desiderio di giustizia, la speranza che sta nel cuore di ogni uomo al di là del suo credo: come mi diceva acutamente il parroco di San Luca Evangelista, in fondo, la differenza esistente tra cattolici e comunisti è una diversa trascendenza, e penso che su questa osservazione, di cui si potrebbe fare un'attenta analisi filologica, molto documentata e ricca su una vasta letteratura teologica e politica, si possa adeguatamente concludere che l'incontro della settimana scorsa ha aiutato molte persone a rinforzare una prospettiva esistenziale e di impegno politico e sociale che oggi sarebbe davvero importante diffondere.

Noi viviamo in un tempo in cui la realtà è letteralmente “inventata” da mezzi di comunicazione che si impadroniscono delle coscienze; una generazione come quella dei più giovani tra noi, cresciuta nell'atmosfera artificiale delle nuove tecnologie spersonalizzanti che hanno rotto i legami di solidarietà tra le persone, oggi si trova di fronte alla concretezza dello sfruttamento lavorativo, ma ciò che mi sembra più assurdo è che questa stessa generazione non ha gli strumenti per osservare la propria condizione, per criticare la situazione esistente, per elaborare una coscienza di sé (diciamo pure una coscienza di classe) che è l'unica via per affrontare le contraddizioni del nostro tempo e per orientare adeguatamente un agire politico volto al cambiamento. Episodi dolorosi come quello oggetto del dibattito del 15 scorso, di cui tutti auspichiamo una soluzione positiva, servono anche per suscitare, non solo nei giovani, questa coscienza.

 

 

 

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