La denuncia della Maggiore delle  Antille è stata presentata  durante la riunione ministeriale del Movimento dei Paesi Non Allineati (Mnoal), a Bakú, la capitale del Azerbaigian .Cuba ha condannato, ieri giovedì 5, la minaccia militare, l’ostilità e l’aggressione economica degli Stati Uniti contro il Venezuela nella riunione ministeriale del Movimento dei Paesi Non Allineati (Mnoal), a Bakú, la capitale dell’Azerbaigian.
«Consideriamo le misure coercitive, ingiuste e arbitrarie e l’ingerenza esterna contro il processo bolivariano, che minacciano la pace e il dialogo tra venezuelani, con propositi di destabilizzazione», ha denunciato  il vice cancelliere cubano Abelardo Moreno.
Il capo della delegazione cubana nel  XVIII Incontro Ministeriale del Mnoal ha indicato che per questa organizzazione è inaccettabile la minaccia d’intervento militare o di distruzione contro qualsiasi dei suoi Stati membri.
Moreno ha denunciato che mentre Cuba rinforza i vincoli di collaborazione con il resto del mondo, il governo degli Stati Uniti indurisce il suo criminale blocco economico, commerciale e finanziario contro il suo paese, includendo la dimensione extraterritoriale.
Washington  ha imposto nuovi ostacoli alle limitate possibilità delle sue imprese per commerciare e investire in cuba, oltre a restrizioni addizionali  dei viaggi dei suoi cittadini, usando una retorica contro Cuba degna della guerra fredda, ha deplorato Moreno.
«Il Mnoal continua ad essere il fórum principale d’unione dei paesi del Sud, nonostante il complesso scenario internazionale e mantiene il suo attivismo nei principali processi in corso nelle differenti sedi multilaterali», ha segnalato  il vice cancelliere cubano.
Sradicare la fame, la povertà e l’esclusione sociale sono sempre sfide,  ha sottolineato Moreno che partecipa alla riunione ministeriale in questa capitale sulle coste del mar Caspio, che sarà sede del Vertice del  Mnoal il prossimo anno.
«Non possiamo permetterci di vivere in un mondo in cui  155 milioni di bambini minori di cinque anni soffrono ritardi nella crescita e migliaia di milioni di persone sono costrette alla disoccupazione e alla miseria», ha affermato.
«L’ Agenda 2030 per  lo Sviluppo Sostenibile manca dei mezzi d’applicazione  per mancanza di volontà politica e per l’egoismo dei paesi industrializzati; le spese militari globali superano i 7 bilioni di dollari che includono la modernizzazione delle armi nucleari, ha indicato ancora. Noi condanniamo la manipolazione, la politicizzazione e la doppia morale nel trattamento dei diritti umani», ha indicato Abelardo Moreno.
«Il meccanismo delle Nazioni Unite è stato incapace di promuovere e proteggere la realizzazione di tutti i diritti umani per tutti. sulla base del rispetto e del vincolo ai principi di universalità, imparzialità, obiettività  e non selettività», ha osservato.
«Inoltre respingiamo l’utilizzo di concetti come “sovranità limitata”, “interventi umanitari”, “guerre preventive”, “responsabilità di protezione”, perchè possono servire gli interessi meschini di un paese e o di un gruppo di paesi»  ha dichiarato il diplomatico di Cuba.
«Tutto questo può essere usato per violare la sovranità e l’integrità territoriale, per impadronirsi delle risorse militari e mutilare l’indipendenza dei nostri paesi», ha denunciato ancora.  (PL/ GM – Granma Int.)

Dopo un processo conclusosi con una condanna a 12 anni nei confronti dell’ex-presidente Inácio Lula da Silva, in cui le prove e i testimoni della difesa furono esecrati dai giudici del TFR-4 (1). Dopo l’insabbiamento di due articoli della Costituzione da parte del presidente del Supremo Tribunale Federale, Carmén Lúcia. Dopo le minacce interventiste del Comandante dell’Esercito, generale Eduardo Villas Boas, che hanno condizionato il verdetto del giudice del STF, Rosa Weber. Dopo l’ennesimo linciaggio mediatico realizzato dalle televisioni: “TVGlobo”, “SBT”, “TVRecord” e dai giornali: “Folha de SP”, “Estado de SP”, “O Globo” e dalla rivista “Veja”… alle 17:00 di venerdì sei aprile, il giudice Sergio Moro ha infine spiccato il mandato di cattura nei confronti dell’ex-presidente Lula.

Un mandato che la Polizia Federale di São Paulo non ha eseguito per non scontrarsi con le migliaia di persone che proteggevano l’ex-presidente, barricato nella sede del sindacato dei metallurgici della città di São Bernardo do Campo.

Poi, sabato, alle 18:40, dopo aver parlato, per più di un’ora, alle migliaia di militanti riuniti davanti al sindacato, l’ex-presidente, Inácio Lula da Silva si è consegnato alla Polizia Federale che l’ha condotto nel carcere di Curitiba.

Preso contatto con il deputato del PT, Wadih Damous, avvocato e in passato presidente dell’OAB–RJ (2) – ha confermato che «… l’ex-presidente Lula, prima di consegnarsi, ha ribadito che considera arbitraria e ingiusta la condanna del TRF4, reputando una provocazione, il mandato di cattura del giudice Sergio Moro, poiché il Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ) deve ancora analizzare due motivi di appello, mentre nel Tribunale Superiore Federale (STF), rimangono disattese due ADC’s (Azioni di Legittimità Costituzionale), presentate dal giudice del STF Marco Aurélio Mello…».

Wadih ha poi sottolineato che gli avvocati di Lula sono in attesa di una risposta dal presidente del STF, Carmén Lúcia, affinché le due ADC’s del giudice Marco Aurélio Mello, siano discusse dai giudici del STF, nella riunione plenaria dell’11 aprile.

Uno degli avvocati di Lula, Cristiano Zanin Martins – per telefono – ci ha detto: «Se le due ADC’s fossero state discusse prima del dibattito sulla nostra richiesta di Habeas Corpus, il risultato sarebbe stato di 6 a 5 a favore di Lula, poiché il giudice Rosa Weber, in una decisione precedente aveva votato a favore di Lula. Purtroppo, questo giudice, credendo che le due ADC’S costituzionali fossero state bocciate dal presidente del STF, ha votato contro, solo per la cosiddetta solidarietà collegiale. Quindi, se le due ADC’s saranno dibattute dal plenario dei giudici l’11 aprile, è possibile sospendere la detenzione di Lula e realizzare la sua iscrizione nel Tribunale Supremo Elettorale (TSE) in qualità di candidato del PT per le elezioni presidenziali di ottobre.».

Impedire la candidatura di Lula

Per la borghesia brasiliana, e logicamente per le eccellenze della Casa Bianca e di Wall Street, la ventilata candidatura di Lula nelle elezioni di ottobre è un grande problema, poiché i partiti della destra moderata e quelli che rappresentano i settori più conservatori, non hanno un candidato, di ambito nazionale, capace di controbattere la popolarità di Lula.

Nello stesso tempo, la destra, con il fallimento economico del governo di Michel Temer, non ha nessuna proposta programmatica vista la disastrosa situazione in cui oggi il Brasile si trova.

Per questo motivo, Lula, l’ex-metallurgico e anche ex-presidente, oltre a ricevere l’appoggio dei settori popolari che durante i governi del PT hanno ricevuto numerosi benefici, riceverebbe anche il voto di una parte della classe media che, pur non essendo “petista” (simpatizzante del PT, ndr), riconosce che Lula è l’unico che ha realizzato delle riforme sociali veramente universali.

Quindi la fretta del giudice istruttore di Curitiba, Sergio Moro, e quella dei tre giudici del TRF-4 di sbattere in carcere Lula, è motivata dal fatto che se l’ex-Presidente rimane a piede libero fin tanto che non sono analizzati dai giudici del TSJ gli ultimi due appelli della difesa, Lula può iniziare la campagna elettorale del PT e vincerla, addirittura nel primo turno.

Per l’appunto, il principale istituto brasiliano di sondaggi elettorali, “Data Folha”, il 5 di aprile, comunicava che Lula aveva il 43% delle intenzioni di voto, e che con il passar del tempo sarebbero aumentate, nonostante il linciaggio mediatico della “TV Globo”.

Da non dimenticare che il regolamento elettorale stabilisce che i giudici del Tribunale Supremo Elettorale (TSE) analizzano la validità delle candidature soltanto dopo la chiusura delle iscrizioni, fissata per il 10 agosto, avendo tempo per decidere fino al 17 settembre. Vale a dire venti giorni prima del 7 ottobre, quando 141 milioni di brasiliani si recheranno alle urne per definire i due candidati vincitori del primo turno.

È evidente che se Lula comincia la campagna elettorale il 15 aprile, partecipando nei dibattiti televisivi e radiofonici e facendo comizi in tutto il Brasile, agli occhi degli elettori lo scenario accusatorio montato dal giudice Sergio Moro inevitabilmente cadrebbe. Infatti, “Data Folha” ha previsto che l’iniziale 43% delle intenzioni di voto a favore di Lula, potrebbero crescere fino al 65% o addirittura al 70%, come accadde nel 2006. Quindi, con il 65% delle intenzioni di voto, difficilmente i giudici del TSE avrebbero avuto il coraggio di squalificare la candidatura di Lula invocando un articolo della legge “Ficha Limpa” (Fedina Penale Pulita).

A questo punto, l’unica soluzione per bloccare sul nascere la candidatura di Lula era accelerare la condanna nel TRF-4, per poi confermarla anche nel STF, realizzando la detenzione prima della sua iscrizione nel Tribunale Supremo Elettorale (TSE) come candidato del PT nell’elezione presidenziali di ottobre!

 

L’attualizzazione del Golpe istituzionale del 2016

Il presidente del PT, Luis Marinho, al lato di Lula, nel Sindacato dei Metallurgici di São Bernado do Campo telefonicamente ci ha spiegato: «… Per il PT Lula è e rimane il nostro candidato! Quello che hanno fatto contro di noi è una persecuzione implacabile, nel tentativo di distruggere non solo Lula ma tutto il partito. Proprio perché avevamo vinto quattro elezioni di seguito e, adesso, con la candidatura di Lula, il PT potrebbe vincere addirittura nel primo turno. Per questo aspettiamo e speriamo che tutto l’iter giuridico degli appelli presentati dagli avvocati siano dibattuti, soprattutto le due ASD’s costituzionali che permetterebbero a Lula di realizzare la campagna elettorale.

Purtroppo la “razza padrona” brasiliana e le eccellenze del potere imperialista non vogliono che Lula corra per la campagna elettorale perché, nonostante i suoi 72 anni, è tuttora il principale leader popolare in cui il proletariato, la classe operaia e parte degli intellettuali si riconoscono. Infatti, Lula è l’unico leader della sinistra e del centro-sinistra capace di ottenere la fiducia di ottanta milioni di elettori, soprattutto adesso che nel Brasile l’economia è praticamente ferma, soffrendo con il ritorno dell’inflazione, della disoccupazione e con l’aumento indiscriminato del degrado e della criminalità.

Il senatore di Rio de Janeiro, Lindbergh Farias ha voluto spiegare ai lettori di Contropiano che «La condanna, inizialmente inflitta dal giudice Sergio Moro con una pena di detenzione di nove anni, in seguito è stata aumentata fino a dodici dai giudici del TRF-4 per creare una definitiva situazione infamante, capace di squalificare Lula e il PT agli occhi degli elettori. Per questo la condanna del TRF-4 è diventata il cavallo di battaglia della destra in Parlamento e dei media nella società. Mi riferisco In particolare alla TV Globo, che è stata quella che ha utilizzato questo processo, manipolato dal giudice Sergio Moro, per sviluppare l’odio di classe nei confronti dei lavoratori e dei poveri in generale».

La condanna del TRF-4 e poi l’attuazione del STF non hanno convinto i principali giornali del mondo occidentale. Il “New York Times”, “Le Monde”, passando poi per “El Pais” e il “Der Spiegel”, sono rimasti sorpresi e in un certo senso preoccupati, con l’intervento verbale degli alti comandi delle Forze Armate, cui ha fatto seguito la decisione di arrestare Lula, stracciando gli articoli della Costituzione del 1988.

Infatti, due giorni prima che i giudici del STF si riunissero per analizzare la richiesta di Habeas Corpus e le due ADC’s costituzionali, il presidente golpista, Michel Temer, si riuniva “in privato” con il Comandante dell’Esercito, generale Eduardo Villas Boas. Subito dopo quest’incontro, Villas Boas ha spedito nella rete un tweett esplosivo, in cui, in qualità di “Comandante delle Forze Armate” lanciava un pesante avviso – chiaramente diretto ai giudici del STF – in cui era implicita la minaccia di un intervento dei militari se per caso i giudici avrebbero assolto Lula, permettendogli di presentarsi nelle elezioni come candidato del PT.

In realtà il tweet del generale Villas Boas è stata una silenziosa dichiarazione di guerra nei confronti del PT e del movimento popolare, giacché i principali comandanti delle regioni militari (3) hanno immediatamente risposto, dimostrandosi pronti a intervenire con le proprie truppe. In pratica, con un semplice tweet, il generale Villas Boas è riuscito a creare un virtuale clima da guerra civile che ha influenzato le decisioni dei giudici del STF.

Per fortuna, l’appello interventista è stato subito ridimensionato dal Comandante dell’Aereonautica Militare, Nivaldo Luiz Rossato, che in questo modo ha impedito l’aggravamento della situazione. D’altra parte è opportuno ricordare che, nel 2016, gli ufficiali dell’Aereonautica, di guardia nell’aeroporto do Congonha, impedirono alla Polizia Federale di sequestrare l’ex presidente Lula e di portarlo ammanettato a Curitiba per essere interrogato dal giudice Moro, logicamente alla presenza delle telecamere della “TV Globo”!

C’è da dire che l’attualizzazione del Golpe del 2016, con il quale il Parlamento e poi il STF sanzionarono l’Impeachment nei confronti del presidente Dilma Rousseff, non ha ottenuto gli effetti desiderati, poiché le principali manifestazioni contro la condanna di Lula sono iniziate nel pomeriggio di venerdì, per continuare il sabato e la domenica nelle ventisei capitali degli stati federali, nel distretto federale di Brasilia, dove ha sede il governo, i ministeri e il comando nazionale delle Forze Armate e in altre 50 città del Brasile.

Per esempio, a Rio de Janeiro più di 50.000 persone hanno manifestato per due giorni occupando il centro della città. Manifestazioni che, comunque, si concluderanno pacificamente, solo se il presidente del Supremo Tribunale Superiore (STF), Carmén Lúcia, avrà convocato per l’11 aprile la plenaria dei giudici del STF per discutere la validità due ACD’s costituzionali, presentate dal giudice Marco Aurélio Mello.

Nello stesso tempo i leader dei due fronti popolari (4) che sostengono la candidatura di Lula per le elezioni di ottobre, rispettivamente João Pedro Stédile e Guillherme Boulos, continuano a mobilitare tutti i militanti e simpatizzanti, realizzando manifestazioni di protesta davanti a tutte le sedi regionali della “TV Globo” e della Giustizia Federale.

In alcune di queste la polizia si è scontrata con i manifestanti e a Curitiba un poliziotto ha sparato contro una giovane manifestante. Nelle altre città del Brasile la polizia ha evitato di fronteggiare i manifestanti, mentre le unità della polizia militare sono rimaste nelle caserme. A Rio de Janeiro, dove un mese fa il governo federale ha chiesto l’intervento dell’esercito, i responsabili militari hanno circoscritto la presenza delle pattuglie armate per evitare che possibili scontri facciano dilagare nelle favelas la rivolta popolare.

Le responsabilità degli USA

Nel dicembre del 2017, a Santiago del Cile, il vice-Procuratore Generale degli Stati Uniti, Kenneth Blanco dichiarava al giornale“El Clarin”: «La sentenza di condanna contro l’ex-presidente del Brasile, Inácio Lula da Silva, è il principale esempio dei risultati straordinari ottenuti con la collaborazione del Dipartimento di Giustizia (DOJ) e i giudici brasiliani, nell’operazione denominata “Lava Jato”». In seguito, in occasione del convegno “Dialogo Interamericano: Le lezioni del Brasile”, Kenneth Blanco ricordava che «La cooperazione tra i magistrati del DOJ e i giudici brasiliani è cosi grande, che la stessa si sviluppa al di là dei processi formali, descritti nei trattati di mutua cooperazione giuridica»

Guarda caso tutti i giudici istruttori o sostituti procuratori che hanno mantenuto relazioni con il DOJ di Kenneth Blanco, sono anche quelli che nei propri paesi hanno portato in tribunale i leader dei partiti progressisti!

É il caso del messicano Raúl Cervantes, della panamense Kenia Porcell e dell’argentino Claudio Bonaio, diventato famoso per aver tentato di processare nel 2016, poco prima delle elezioni, Cristina Fernandez Kirchner, all’epoca presidente dell’Argentina.

Anche per l’ex-presidente del Paraguay, Francisco Lugo, esautorato da un Impeachment ancor più infamante di quello realizzato contro Dilma Rousseff, i giudici che hanno ratificato l’Impeachment e poi la condanna che proibiva a Lugo di essere nuovamente candidato a presidente, erano magistrati legati al DOJ statunitense di Kenneth Blanco.

L’attività del DOJ e quindi la sua ramificazione nei paesi dell’America Latina non è casuale. Di fatto, il 28 giugno del 2009 in Honduras, per la prima volta, fu utilizzata l’arma dell’Impeachment istituzionale per far ritirare dalla presidenza Manuel Zelaya, considerato dal Dipartimento di Stato un “pericoloso chavista”. E fu proprio con l’esperienza dell’Impeachment contro Zelaya che il Dipartimento di Stato decise di sostituire il brutale golpe militare con il più sofisticato golpe istituzionale, realizzato da magistrati e dai media legati all’opposizione.

Per questo motivo Wikileaks rivelò che nell’ottobre del 2009, vale a dire tre mesi dopo il golpe istituzionale in Honduras, l’ambasciata degli USA in Brasile – le antenne dell’FBI, della CIA e del Dipartimento di Stato – organizzarono a Rio de Janeiro un corso di formazione, durante il quale fu realizzato il seminario “Projeto Pontes, construindo pontes para a aplicação da lei no Brasil “(5). A questo corso parteciparono pubblici ministeri e giudici istruttori federali brasiliani, insieme a 50 agenti speciali della Polizia Federale brasiliana. Inoltre erano presenti magistrati stranieri provenienti dal Messico, Costarica, Panamá, Argentina, Uruguay e Paraguay. Gli stessi che poi risulteranno in contatto con il DOJ di Kenneth Blanco e nelle relazioni dei funzionari del Dipartimento di Stato, commentando le inchieste contro Cristina Kirchner in Argentina, Fernando Lugo in Paraguai, Jorge Glas in Ecuador, Dilma Rousseff e Inácio Lula da Silva in Brasile.

Per non avere dubbi sui “casuali legami” di alcuni giudici latino-americani con il DOJ statunitense e con il Dipartimento di Stato, Glauco Cortez, nel sito “Cartas Campinas”, ha rivelato che: «nel 1998, Sergio Moro e Gisele Lemke, una collega del giudice federale, hanno trascorso un mese negli USA frequentando un programma speciale nella Scuola Giuridica di Harvard. In seguito, nel 2007, il giudice Sergio Moro frequentò per tre settimane a Washington un corso organizzato dal Dipartimento di Stato per “potenziali leaders»!

 

Achille Lollo, (Roma, 1951) è un giornalista e videomaker italiano, corrispondente del giornale brasiliano “Brasil de Fato”, legato al MST. Con il professor Luciano Vasapollo ha realizzato  i documentari tematici su Cuba, Venezuela, Argentina e Bolivia. Attualmente sta preparando la trilogia “Tupamaros-Montoneros-PRT/ERP” e il lungo metraggio “Operazione Condor, in nome del dio Denaro”. Ha tradotto il libro su Ernesto Che Guevara “Vámonos, nada más…”

NOTE

1- TFR-4: il Tribunale Regionale Federale della 4° Regione si trova a Porto Alegre nello stato di Rio Grande do Sul.

2- OAB-RJ : Ordine degli Avvocati del Brasile-Sezione dello stato di Rio de Janeiro

3- I generali apertamente interventisti sarebbero: a) il generale Geraldo Miotto, responsabile del Comando Militare Sud, che dispone di 50.000 soldati; b) José Luiz Dias Freitas, responsabile del Comando Militare Ovest,che coordina la difesa delle frontiere con la Bolivia e il Paraguay; c) il generale Edson Skora Rosty, Capo di Stato Maggiore del Comando Militare dell’Amazzonia; d) il generale Cristiano Pinto Sampaio, Comandante della 16° “Brigada de Infantaria de Selva” (truppe speciali/commandos), conosciuta come la “Brigata delle Missioni,” poiché è quella che realizza le missioni militari delle Nazioni Unite.

4- Il “Fronte Brasil Popolare” (Frente Brasil Popular) promosso dal MST, mentre “il Fronte un Popolo Senza Paura” (Frente Um Povo Sem Medo) è promosso dal MTST

5- Progetto Relazioni – costruendo relazioni per l’applicazione della legge nel Brasile.

«Ho paragonato le statistiche del  Venezuela con quelle di altri paesi e non c’è crisi umanitaria»,  ha segnalato Alfred De Zayas, esperto indipendente dell’ Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU).

CARACAS.–L’esperto indipendente dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), Alfred De Zayas,  ha riconosciuto gli effetti negativi della guerra economica in Venezuela, ma ha scartato ch esista una crisi umanitaria nella nazione sudamericana.
L’incaricato della  Promozione di Un Ordine Internazionale Democratico ed Equo  per la ONU, ha detto alla catena  multinazionale Telesur che, anche se c’è scarsità e poco rifornimento in questo paese, la situazione non è simile ai panorami molto difficili che si osservano in altre nazioni.
«Ho paragonato le statistiche del Venezuela con quelle di altri paesi e non c’è crisi umanitaria. Ci sono scarsità e pochi rifornimenti, ma chi ha vissuto e lavorato per decenni per le Nazioni Unite e conosce la situazione dei paesi di Asia e Africa, ad anche alcuni in America, sa che la situazione del Venezuela non è una crisi umanitaria», ha precisato.
De Zayas ha segnalato l’impatto della campagna mediatica nella percezione a livello internazionale, che in molti casi è errata, sulla vera situazione del paese, che soffre per una guerra economica, un blocco finanziario e un alto livello di contrabbando.
PL ha informato che Cossio ha incitato ad un incremento della solidarietà internazionale ( Traduzione GM – Granma Int.)

Il dipartimento di Cochabamba (al centro) è stato la sede della manifestazione nella quale i rappresentanti del Movimento Al Socialismo (MAS) hanno difeso la nuova candidatura di Morales alla presidenza.

Varie mobilitazioni hanno accompagnato mercoledì 21, l’annuncio ufficiale della candidatura del presidente boliviano Evo Morales, nelle elezioni del 2019, mentre l’opposizione aveva annunciato uno sciopero civico, ha informato una nota dell’agenzia di stampa Prensa Latina dalla nazione sudamericana.

Il dipartimento di Cochabamba (al centro) è stato la sede della manifestazione nella quale i rappresentanti del Movimento Al Socialismo (MAS) hanno difeso la nuova candidatura di Morales alla presidenza.

Gli organizzatori avevano indicato che la centrale Piazza 14 Settembre sarebbe stata il punto d’incontro il 21 febbraio, quando alcuni rappresentanti del Movimento Al Socialismo (MAS) avrebbero proclamato ufficialmente la candidatura di Morales alle elezioni del 2019.

La destra aveva annunciato per la giornata uno sciopero civico, sostenendo che “si devono rispettare i risultati del referendum del 2016, quando s’impose l’opzione del No alla nuova candidatura.

Due anni fa era stato realizzato un referendum per far sì che la popolazione decidesse l’approvazione di una riforma parziale della Costituzione che permettesse una quarta candidatura di Evo Morales come mandatario.

 L opzione del No aveva ottenuto il 51,3 % dei voti contro il 48,7 % dei Sì.

Il capo di Stato aveva segnalato al momento che i risultati erano il prodotto di menzogne della destra.

Nonostante questo il 28 novembre 2017, il Tribunale Costituzionale Plurinazionale della Bolivia aveva dichiarato legittimo il ricorso astratto di incostituzionalità presentato dal partito al governo MAS per una nuova candidatura delle autorità del paese.

La sentenza si appoggia all’articolo 256 della Costituzione Politica dello Stato, in cui si dà priorità agli accordi internazionali sui diritti umani.

In questo modo è possibile la nuova candidatura di Morales alle prossime elezioni, così come le nomine del vice vicepresidente, di 154 legislatori, nove governatori, 339 sindaci e 3500 assessori e consiglieri. ( Traduzione GM – Granma Int.)

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