Vogliono impedire che il popolo scelga chi votare?

Sono incarcerato da più di 100 giorni. Fuori la disoccupazione aumenta, più padri e madri non sanno come mantenere le proprie famiglie, e un’assurda politica del prezzo dei combustibili ha causato uno sciopero dei camionisti che ha scombinato il rifornimento delle città brasiliane. Aumenta il numero di persone ustionate mentre cucinano con alcool a causa dell’altro prezzo del gas da cucina per le famiglie povere. La povertà cresce e le prospettive economiche del paese peggiorano ogni giorno.

Bambini brasiliani sono arrestati e separati dalle loro famiglie negli Usa, mentre il nostro governo si umilia davanti al vicepresidente americano. La Embraer (Empresa Brasileira de Aeronáutica S.A.), impresa di alta tecnologia costruita nel corso di decenni, è venduta a un valore così bassi che spaventa anche il mercato.

Un governo illegittimo nei suoi ultimi mesi corre per liquidare quanto più può del patrimonio e della sovranità nazionale: riserve del pré-sal, gasdotti, distributori di energia, petrolchimica, oltre ad aprire l’Amazzonia a truppe straniere. Mentre ritorna la fame, la vaccinazione di bambini crolla, parte del potere giudiziario lotta per conservare il bonus abitazione e, chissà, per ottenere un incremento salariale.

La settimana scorsa, la giudice Carolina Lebbos ha deciso che non posso rilasciare interviste o registrare video come pre-candidato del PT (Partido dos Trabalhadores – Partito dei lavoratori), il maggiore del paese, che mi ha indicato a suo candidato alla Presidenza. Sembra che non sia bastato arrestarmi. Vogliono farmi tacere?

Quelli che non vogliono che io parli, cosa temono che io dica? Cosa sta succedendo oggi con il popolo? Non vogliono che io discuta soluzioni per questo paese? Dopo anni passati a calunniarmi, non vogliono che io abbia il diritto di parlare in mia difesa?

È per questo che voi, i potenti senza voto e senza idee, che avete deposto una presidente eletta, che avete umiliato il paese internazionalmente e che mi avete arresto con una condanna senza prove, con una sentenza che mi manda in prigione per “atti indeterminati”, dopo quattro anni di indagini contro di me e contro la mia famiglia? Avete fatto tutto questo per paura che io dia interviste?

Mi ricordo che la presidente del STF (Supremo Tribunal Federal – Supremo tribunale federale) diceva “cala boca já morreu” (modo di dire brasiliano: sta zitto, è morto!). Mi ricordo del Gruppo Globo (televisione privata monopolistica), che non si preoccupa di questo ostacolo alla libertà di stampa, anzi lo festeggia.

Giuristi, ex capi di Stato di diversi paesi del mondo e anche avversari politici riconoscono l’assurdo del processo che mi ha condannato. Io posso essere fisicamente in una cella, ma sono coloro che mi hanno condannato che sono prigionieri della menzogna che li incatena. Interessi potenti vogliono trasformare questa situazione assurda in fatto politico consumato, impedendomi di concorrere alle elezioni, contro la raccomandazione del Comitato dei Diritti umani della Nazioni Unite.

Io ho già perso tre competizioni presidenziali, nel 1989, 1994 e nel 1998, e ho sempre rispettato i risultati, preparandomi per la elezione successiva.

Io sono candidato perché non ho commesso nessun crimine. Sfido coloro che mi accusano a mostrare prove di quello che ho fatto per trovarmi in questa cella. Perché parlano di “atti d’ ufficio indeterminati” invece di presentare prove di proprietà dell’appartamento di Guarujá, che era di una impresa, dato come garanzia bancaria? Impediranno il corso della democrazia in Brasile con assurdità come questa?

Dico questo con la stessa serenità con cui dissi a Michel Temer che non avrebbe dovuto imbarcarsi in una avventura per deporre la presidente Dilma Rousseff, che se ne sarebbe pentito. I più interessati al fatto che io concorra alle elezioni dovrebbero essere quelli che non vogliono che io sia presiedente.

Vogliono sconfiggermi? Lo facciamo in modo pulito, nelle urne. Discutano proposte per il paese e siano responsabili, soprattutto in questo momento in cui le élites brasiliane corteggiano proposte autoritarie di persone che difendono alla luce del sole l’assassinio di esseri umani.

Tutti sanno che, come presidente, ho esercitato il dialogo. Non ho cercato un terzo mandato quando avevo un indice di rigetto pari solo a quello di approvazione che oggi ha Temer. Ho lavorato perché l’inclusione sociale fosse il motore dell’economia e perché tutti i brasiliani avessero diritto reale, e non solo sulla carta, di mangiare, studiare e avere casa.

Vogliono che le persone dimentichino che il Brasile ha già avuto giorni migliori? Vogliono impedire che il popolo brasiliano – da cui tutto il potere deriva, secondo la Costituzione – possa scegliere chi votare nelle elezioni del 7 ottobre?

Cosa temono? Il ritorno del dialogo, dello sviluppo, del tempo in cui c’è stato meno conflitto sociale in questo paese? Quando l’inclusione sociale ha fatto crescere le imprese brasiliane?

Il Brasile ha bisogno di restaurare la sua democrazia e liberarsi dagli odi che hanno seminato per togliere il PT dal governo, impiantare una agenda di sottrazione dei diritti dei lavoratori e dei pensionati e ripristinare lo sfruttamento sfrenato dei più poveri. Il Brasile ha bisogno di ritrovarsi con sé stesso e di essere di nuovo felice.

Possono incarcerarmi. Possono cercare di farmi tacere. Ma io non cambierò questa mia fede nei brasiliani, nella speranza di milioni in un futuro migliore. Ho la certezza che questa fede in noi stessi contro il complesso del bastardino è la soluzione della crisi che stiamo vivendo.

 * Traduzione a cura di Teresa Isenburg (Comitato Italiano Lula Livre) dell’articolo “Afaste de mim este cale-se” pubblicato su Folha de São Paulo il 19 luglio 2018. In portoghese, “cala-se” significa “taci”, mentre “calice” è il calice: il gioco di parole è evidente.

L’ex presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, resterà in prigione, almeno per ora. Senza dubbio il sistema giudiziario brasiliano difficilmente si recupererà dalla crisi che ha attraversato domenica 8.

Questa è l’opinione della maggioranza dei giuristi in Brasile e anche dei membri della Corte Suprema che hanno criticato l’inazione della presidente di questa istanza massima, Carmen Lucia Antunes.

Le conclusioni sono devastanti, perchè l’episodio, che ha girato attorno alla liberta dell’ex presidente, porta insicurezza e destabilizza la democrazia.

Questo lo ha detto Joaquim Falcao, professore di Diritto della Fondazione Getulio Vargas. «Non so chi ha commesso l’errore Ma so chi ha perso: «La stabilità necessaria per la democrazia», ha indicato clarín.com.

A loro volta i giuristi sostengono che il giudice Rogerio Favreto, del tribunale di seconda istanza di Porto Alegre, era di turno e quindi poteva giudicare se accettava o meno la richiesta di Habeas Corpus.

Nonostante questo il professore d Diritto dell’Universita di San Pablo, Luciano Anderson de Souza, ha messo in discussione l’argomento dato da Favreto: «Perché non aveva fatti nuovi di sorta che giustificassero accettazione da parte dell’istituzione giuridica ».

Il giudice di prima istanza Sergio Moro ha chiamato al telefono la Polizia Federale di Curitiba perché non permette la liberazione del ledaer brasiliano.

«A Moro non competeva questa sentenza e questo pregiudica l’immagine del sistema giudiziario e apporta molta insicurezza», ha precisato l’esperto.

Intanto mentre si cercano dei colpevoli, Lula è sempre recluso e il suo popolo, nelle strade esige la sua liberazione. ( Gm – Granma Int.)

Viva il Messico! Viva Nuestra America!
Dichiarazione della rete in difesa dell'umanità in occasione dell'elezione di Andrés Manuel López Obrador a Presidente del Messico. Ci uniamo alla gioia e alla giusta speranza del popolo messicano con la vittoria che ha conquistato.
La schiacciante vittoria elettorale di André Manuel López Obrador nelle elezioni presidenziali in Messico, è anche la ferma determinazione della gente del paese fratello a realizzare un grande cambiamento di rotta attraverso la politica e le urne.
Si vanno così ad eliminare i vari gravi problemi che hanno sofferto a lungo i messicani, in particolare causati da decenni di politiche neoliberiste: la corruzione, la disuguaglianza e l'ingiustizia sociale, la povertà, la negazione dei diritti alle popolazioni indigene, la violenza sfrenata, l'alienazione della politica estera e le ricchezze del paese.
Questa vittoria segna una pietra miliare nella storia politica dell'America Latina e dei Caraibi, in cui l'ascesa di un governo popolare nella patria di Miguel Hidalgo, Benito Juarez, Emiliano Zapata, Pancho Villa e Lazaro Cardenas sposta la bilancia a favore di lotte popolari e di governi progressisti contro il neoliberismo e per l'unità della nostra America.
López Obrador ha detto che la sua politica estera sarà in difesa della sovranità, indipendenza, non intervento e risoluzione pacifica dei conflitti.
Questo si collega con la Proclamazione dell'America Latina e dei Caraibi come zona di pace concordato dalla Comunità di Stati dell'America Latina e dei Caraibi (CELAC) nel suo secondo vertice Tenutosi a L'Avana, strumento cruciale per la difesa della pace nella nostra regione.
Ci uniamo alla gioia e alla giusta speranza del popolo messicano con la vittoria che ha conquistato. La pace è il rispetto dei diritti degli altri
Viva il Messico!

Rete di intellettuali, artisti e movimenti sociali in difesa dell'umanità

Dopo un processo conclusosi con una condanna a 12 anni nei confronti dell’ex-presidente Inácio Lula da Silva, in cui le prove e i testimoni della difesa furono esecrati dai giudici del TFR-4 (1). Dopo l’insabbiamento di due articoli della Costituzione da parte del presidente del Supremo Tribunale Federale, Carmén Lúcia. Dopo le minacce interventiste del Comandante dell’Esercito, generale Eduardo Villas Boas, che hanno condizionato il verdetto del giudice del STF, Rosa Weber. Dopo l’ennesimo linciaggio mediatico realizzato dalle televisioni: “TVGlobo”, “SBT”, “TVRecord” e dai giornali: “Folha de SP”, “Estado de SP”, “O Globo” e dalla rivista “Veja”… alle 17:00 di venerdì sei aprile, il giudice Sergio Moro ha infine spiccato il mandato di cattura nei confronti dell’ex-presidente Lula.

Un mandato che la Polizia Federale di São Paulo non ha eseguito per non scontrarsi con le migliaia di persone che proteggevano l’ex-presidente, barricato nella sede del sindacato dei metallurgici della città di São Bernardo do Campo.

Poi, sabato, alle 18:40, dopo aver parlato, per più di un’ora, alle migliaia di militanti riuniti davanti al sindacato, l’ex-presidente, Inácio Lula da Silva si è consegnato alla Polizia Federale che l’ha condotto nel carcere di Curitiba.

Preso contatto con il deputato del PT, Wadih Damous, avvocato e in passato presidente dell’OAB–RJ (2) – ha confermato che «… l’ex-presidente Lula, prima di consegnarsi, ha ribadito che considera arbitraria e ingiusta la condanna del TRF4, reputando una provocazione, il mandato di cattura del giudice Sergio Moro, poiché il Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ) deve ancora analizzare due motivi di appello, mentre nel Tribunale Superiore Federale (STF), rimangono disattese due ADC’s (Azioni di Legittimità Costituzionale), presentate dal giudice del STF Marco Aurélio Mello…».

Wadih ha poi sottolineato che gli avvocati di Lula sono in attesa di una risposta dal presidente del STF, Carmén Lúcia, affinché le due ADC’s del giudice Marco Aurélio Mello, siano discusse dai giudici del STF, nella riunione plenaria dell’11 aprile.

Uno degli avvocati di Lula, Cristiano Zanin Martins – per telefono – ci ha detto: «Se le due ADC’s fossero state discusse prima del dibattito sulla nostra richiesta di Habeas Corpus, il risultato sarebbe stato di 6 a 5 a favore di Lula, poiché il giudice Rosa Weber, in una decisione precedente aveva votato a favore di Lula. Purtroppo, questo giudice, credendo che le due ADC’S costituzionali fossero state bocciate dal presidente del STF, ha votato contro, solo per la cosiddetta solidarietà collegiale. Quindi, se le due ADC’s saranno dibattute dal plenario dei giudici l’11 aprile, è possibile sospendere la detenzione di Lula e realizzare la sua iscrizione nel Tribunale Supremo Elettorale (TSE) in qualità di candidato del PT per le elezioni presidenziali di ottobre.».

Impedire la candidatura di Lula

Per la borghesia brasiliana, e logicamente per le eccellenze della Casa Bianca e di Wall Street, la ventilata candidatura di Lula nelle elezioni di ottobre è un grande problema, poiché i partiti della destra moderata e quelli che rappresentano i settori più conservatori, non hanno un candidato, di ambito nazionale, capace di controbattere la popolarità di Lula.

Nello stesso tempo, la destra, con il fallimento economico del governo di Michel Temer, non ha nessuna proposta programmatica vista la disastrosa situazione in cui oggi il Brasile si trova.

Per questo motivo, Lula, l’ex-metallurgico e anche ex-presidente, oltre a ricevere l’appoggio dei settori popolari che durante i governi del PT hanno ricevuto numerosi benefici, riceverebbe anche il voto di una parte della classe media che, pur non essendo “petista” (simpatizzante del PT, ndr), riconosce che Lula è l’unico che ha realizzato delle riforme sociali veramente universali.

Quindi la fretta del giudice istruttore di Curitiba, Sergio Moro, e quella dei tre giudici del TRF-4 di sbattere in carcere Lula, è motivata dal fatto che se l’ex-Presidente rimane a piede libero fin tanto che non sono analizzati dai giudici del TSJ gli ultimi due appelli della difesa, Lula può iniziare la campagna elettorale del PT e vincerla, addirittura nel primo turno.

Per l’appunto, il principale istituto brasiliano di sondaggi elettorali, “Data Folha”, il 5 di aprile, comunicava che Lula aveva il 43% delle intenzioni di voto, e che con il passar del tempo sarebbero aumentate, nonostante il linciaggio mediatico della “TV Globo”.

Da non dimenticare che il regolamento elettorale stabilisce che i giudici del Tribunale Supremo Elettorale (TSE) analizzano la validità delle candidature soltanto dopo la chiusura delle iscrizioni, fissata per il 10 agosto, avendo tempo per decidere fino al 17 settembre. Vale a dire venti giorni prima del 7 ottobre, quando 141 milioni di brasiliani si recheranno alle urne per definire i due candidati vincitori del primo turno.

È evidente che se Lula comincia la campagna elettorale il 15 aprile, partecipando nei dibattiti televisivi e radiofonici e facendo comizi in tutto il Brasile, agli occhi degli elettori lo scenario accusatorio montato dal giudice Sergio Moro inevitabilmente cadrebbe. Infatti, “Data Folha” ha previsto che l’iniziale 43% delle intenzioni di voto a favore di Lula, potrebbero crescere fino al 65% o addirittura al 70%, come accadde nel 2006. Quindi, con il 65% delle intenzioni di voto, difficilmente i giudici del TSE avrebbero avuto il coraggio di squalificare la candidatura di Lula invocando un articolo della legge “Ficha Limpa” (Fedina Penale Pulita).

A questo punto, l’unica soluzione per bloccare sul nascere la candidatura di Lula era accelerare la condanna nel TRF-4, per poi confermarla anche nel STF, realizzando la detenzione prima della sua iscrizione nel Tribunale Supremo Elettorale (TSE) come candidato del PT nell’elezione presidenziali di ottobre!

 

L’attualizzazione del Golpe istituzionale del 2016

Il presidente del PT, Luis Marinho, al lato di Lula, nel Sindacato dei Metallurgici di São Bernado do Campo telefonicamente ci ha spiegato: «… Per il PT Lula è e rimane il nostro candidato! Quello che hanno fatto contro di noi è una persecuzione implacabile, nel tentativo di distruggere non solo Lula ma tutto il partito. Proprio perché avevamo vinto quattro elezioni di seguito e, adesso, con la candidatura di Lula, il PT potrebbe vincere addirittura nel primo turno. Per questo aspettiamo e speriamo che tutto l’iter giuridico degli appelli presentati dagli avvocati siano dibattuti, soprattutto le due ASD’s costituzionali che permetterebbero a Lula di realizzare la campagna elettorale.

Purtroppo la “razza padrona” brasiliana e le eccellenze del potere imperialista non vogliono che Lula corra per la campagna elettorale perché, nonostante i suoi 72 anni, è tuttora il principale leader popolare in cui il proletariato, la classe operaia e parte degli intellettuali si riconoscono. Infatti, Lula è l’unico leader della sinistra e del centro-sinistra capace di ottenere la fiducia di ottanta milioni di elettori, soprattutto adesso che nel Brasile l’economia è praticamente ferma, soffrendo con il ritorno dell’inflazione, della disoccupazione e con l’aumento indiscriminato del degrado e della criminalità.

Il senatore di Rio de Janeiro, Lindbergh Farias ha voluto spiegare ai lettori di Contropiano che «La condanna, inizialmente inflitta dal giudice Sergio Moro con una pena di detenzione di nove anni, in seguito è stata aumentata fino a dodici dai giudici del TRF-4 per creare una definitiva situazione infamante, capace di squalificare Lula e il PT agli occhi degli elettori. Per questo la condanna del TRF-4 è diventata il cavallo di battaglia della destra in Parlamento e dei media nella società. Mi riferisco In particolare alla TV Globo, che è stata quella che ha utilizzato questo processo, manipolato dal giudice Sergio Moro, per sviluppare l’odio di classe nei confronti dei lavoratori e dei poveri in generale».

La condanna del TRF-4 e poi l’attuazione del STF non hanno convinto i principali giornali del mondo occidentale. Il “New York Times”, “Le Monde”, passando poi per “El Pais” e il “Der Spiegel”, sono rimasti sorpresi e in un certo senso preoccupati, con l’intervento verbale degli alti comandi delle Forze Armate, cui ha fatto seguito la decisione di arrestare Lula, stracciando gli articoli della Costituzione del 1988.

Infatti, due giorni prima che i giudici del STF si riunissero per analizzare la richiesta di Habeas Corpus e le due ADC’s costituzionali, il presidente golpista, Michel Temer, si riuniva “in privato” con il Comandante dell’Esercito, generale Eduardo Villas Boas. Subito dopo quest’incontro, Villas Boas ha spedito nella rete un tweett esplosivo, in cui, in qualità di “Comandante delle Forze Armate” lanciava un pesante avviso – chiaramente diretto ai giudici del STF – in cui era implicita la minaccia di un intervento dei militari se per caso i giudici avrebbero assolto Lula, permettendogli di presentarsi nelle elezioni come candidato del PT.

In realtà il tweet del generale Villas Boas è stata una silenziosa dichiarazione di guerra nei confronti del PT e del movimento popolare, giacché i principali comandanti delle regioni militari (3) hanno immediatamente risposto, dimostrandosi pronti a intervenire con le proprie truppe. In pratica, con un semplice tweet, il generale Villas Boas è riuscito a creare un virtuale clima da guerra civile che ha influenzato le decisioni dei giudici del STF.

Per fortuna, l’appello interventista è stato subito ridimensionato dal Comandante dell’Aereonautica Militare, Nivaldo Luiz Rossato, che in questo modo ha impedito l’aggravamento della situazione. D’altra parte è opportuno ricordare che, nel 2016, gli ufficiali dell’Aereonautica, di guardia nell’aeroporto do Congonha, impedirono alla Polizia Federale di sequestrare l’ex presidente Lula e di portarlo ammanettato a Curitiba per essere interrogato dal giudice Moro, logicamente alla presenza delle telecamere della “TV Globo”!

C’è da dire che l’attualizzazione del Golpe del 2016, con il quale il Parlamento e poi il STF sanzionarono l’Impeachment nei confronti del presidente Dilma Rousseff, non ha ottenuto gli effetti desiderati, poiché le principali manifestazioni contro la condanna di Lula sono iniziate nel pomeriggio di venerdì, per continuare il sabato e la domenica nelle ventisei capitali degli stati federali, nel distretto federale di Brasilia, dove ha sede il governo, i ministeri e il comando nazionale delle Forze Armate e in altre 50 città del Brasile.

Per esempio, a Rio de Janeiro più di 50.000 persone hanno manifestato per due giorni occupando il centro della città. Manifestazioni che, comunque, si concluderanno pacificamente, solo se il presidente del Supremo Tribunale Superiore (STF), Carmén Lúcia, avrà convocato per l’11 aprile la plenaria dei giudici del STF per discutere la validità due ACD’s costituzionali, presentate dal giudice Marco Aurélio Mello.

Nello stesso tempo i leader dei due fronti popolari (4) che sostengono la candidatura di Lula per le elezioni di ottobre, rispettivamente João Pedro Stédile e Guillherme Boulos, continuano a mobilitare tutti i militanti e simpatizzanti, realizzando manifestazioni di protesta davanti a tutte le sedi regionali della “TV Globo” e della Giustizia Federale.

In alcune di queste la polizia si è scontrata con i manifestanti e a Curitiba un poliziotto ha sparato contro una giovane manifestante. Nelle altre città del Brasile la polizia ha evitato di fronteggiare i manifestanti, mentre le unità della polizia militare sono rimaste nelle caserme. A Rio de Janeiro, dove un mese fa il governo federale ha chiesto l’intervento dell’esercito, i responsabili militari hanno circoscritto la presenza delle pattuglie armate per evitare che possibili scontri facciano dilagare nelle favelas la rivolta popolare.

Le responsabilità degli USA

Nel dicembre del 2017, a Santiago del Cile, il vice-Procuratore Generale degli Stati Uniti, Kenneth Blanco dichiarava al giornale“El Clarin”: «La sentenza di condanna contro l’ex-presidente del Brasile, Inácio Lula da Silva, è il principale esempio dei risultati straordinari ottenuti con la collaborazione del Dipartimento di Giustizia (DOJ) e i giudici brasiliani, nell’operazione denominata “Lava Jato”». In seguito, in occasione del convegno “Dialogo Interamericano: Le lezioni del Brasile”, Kenneth Blanco ricordava che «La cooperazione tra i magistrati del DOJ e i giudici brasiliani è cosi grande, che la stessa si sviluppa al di là dei processi formali, descritti nei trattati di mutua cooperazione giuridica»

Guarda caso tutti i giudici istruttori o sostituti procuratori che hanno mantenuto relazioni con il DOJ di Kenneth Blanco, sono anche quelli che nei propri paesi hanno portato in tribunale i leader dei partiti progressisti!

É il caso del messicano Raúl Cervantes, della panamense Kenia Porcell e dell’argentino Claudio Bonaio, diventato famoso per aver tentato di processare nel 2016, poco prima delle elezioni, Cristina Fernandez Kirchner, all’epoca presidente dell’Argentina.

Anche per l’ex-presidente del Paraguay, Francisco Lugo, esautorato da un Impeachment ancor più infamante di quello realizzato contro Dilma Rousseff, i giudici che hanno ratificato l’Impeachment e poi la condanna che proibiva a Lugo di essere nuovamente candidato a presidente, erano magistrati legati al DOJ statunitense di Kenneth Blanco.

L’attività del DOJ e quindi la sua ramificazione nei paesi dell’America Latina non è casuale. Di fatto, il 28 giugno del 2009 in Honduras, per la prima volta, fu utilizzata l’arma dell’Impeachment istituzionale per far ritirare dalla presidenza Manuel Zelaya, considerato dal Dipartimento di Stato un “pericoloso chavista”. E fu proprio con l’esperienza dell’Impeachment contro Zelaya che il Dipartimento di Stato decise di sostituire il brutale golpe militare con il più sofisticato golpe istituzionale, realizzato da magistrati e dai media legati all’opposizione.

Per questo motivo Wikileaks rivelò che nell’ottobre del 2009, vale a dire tre mesi dopo il golpe istituzionale in Honduras, l’ambasciata degli USA in Brasile – le antenne dell’FBI, della CIA e del Dipartimento di Stato – organizzarono a Rio de Janeiro un corso di formazione, durante il quale fu realizzato il seminario “Projeto Pontes, construindo pontes para a aplicação da lei no Brasil “(5). A questo corso parteciparono pubblici ministeri e giudici istruttori federali brasiliani, insieme a 50 agenti speciali della Polizia Federale brasiliana. Inoltre erano presenti magistrati stranieri provenienti dal Messico, Costarica, Panamá, Argentina, Uruguay e Paraguay. Gli stessi che poi risulteranno in contatto con il DOJ di Kenneth Blanco e nelle relazioni dei funzionari del Dipartimento di Stato, commentando le inchieste contro Cristina Kirchner in Argentina, Fernando Lugo in Paraguai, Jorge Glas in Ecuador, Dilma Rousseff e Inácio Lula da Silva in Brasile.

Per non avere dubbi sui “casuali legami” di alcuni giudici latino-americani con il DOJ statunitense e con il Dipartimento di Stato, Glauco Cortez, nel sito “Cartas Campinas”, ha rivelato che: «nel 1998, Sergio Moro e Gisele Lemke, una collega del giudice federale, hanno trascorso un mese negli USA frequentando un programma speciale nella Scuola Giuridica di Harvard. In seguito, nel 2007, il giudice Sergio Moro frequentò per tre settimane a Washington un corso organizzato dal Dipartimento di Stato per “potenziali leaders»!

 

Achille Lollo, (Roma, 1951) è un giornalista e videomaker italiano, corrispondente del giornale brasiliano “Brasil de Fato”, legato al MST. Con il professor Luciano Vasapollo ha realizzato  i documentari tematici su Cuba, Venezuela, Argentina e Bolivia. Attualmente sta preparando la trilogia “Tupamaros-Montoneros-PRT/ERP” e il lungo metraggio “Operazione Condor, in nome del dio Denaro”. Ha tradotto il libro su Ernesto Che Guevara “Vámonos, nada más…”

NOTE

1- TFR-4: il Tribunale Regionale Federale della 4° Regione si trova a Porto Alegre nello stato di Rio Grande do Sul.

2- OAB-RJ : Ordine degli Avvocati del Brasile-Sezione dello stato di Rio de Janeiro

3- I generali apertamente interventisti sarebbero: a) il generale Geraldo Miotto, responsabile del Comando Militare Sud, che dispone di 50.000 soldati; b) José Luiz Dias Freitas, responsabile del Comando Militare Ovest,che coordina la difesa delle frontiere con la Bolivia e il Paraguay; c) il generale Edson Skora Rosty, Capo di Stato Maggiore del Comando Militare dell’Amazzonia; d) il generale Cristiano Pinto Sampaio, Comandante della 16° “Brigada de Infantaria de Selva” (truppe speciali/commandos), conosciuta come la “Brigata delle Missioni,” poiché è quella che realizza le missioni militari delle Nazioni Unite.

4- Il “Fronte Brasil Popolare” (Frente Brasil Popular) promosso dal MST, mentre “il Fronte un Popolo Senza Paura” (Frente Um Povo Sem Medo) è promosso dal MTST

5- Progetto Relazioni – costruendo relazioni per l’applicazione della legge nel Brasile.

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